Capitolo 3
–Ecco il varco nelle sentinelle. Dove ci avevano detto. Forza, entriamo.
–Siete sicuri?
–Assolutamente. Mi fido del nostro informatore. Questo sembra un centro di ricerche sull'uso sicuro dell'energia nucleare… ma dentro finalmente troveremo le prove che stiamo cercando.
–Ma com'è possibile che le guardie stiano dalla nostra parte?
–Perché anche alcune di loro sono stanche di come vanno le cose qui… e altre accettano mance se sono piuttosto alte. Coraggio. Sarà questione di un attimo. Anzi, deve esserlo se vogliamo avere meno probabilità di farci scoprire. Potrebbe essere l'unica occasione che avremo di dimostrare che quel pazzo del presidente sta davvero accumulando armi atomiche.
–E stai sicuro che domani la notizia uscirà sul giornale, amico!
–Non credo…
–Non c'è più tempo per avere dubbi. Andiamo!
Invece avremmo dovuto avere più dubbi. E chiederci di più se potevamo fidarci di una guardia traditrice.
Era una trappola. All'interno dello stabilimento c'erano almeno cento soldati armati pronti ad arrestarci. Volevamo fare il colpo grosso e fummo costretti a una fuga ignominiosa. Quella notte perdemmo due dei nostri compagni.
Io e Ahmed comandavamo insieme il nostro piccolo gruppo. Lui più impetuoso e temerario, io un po' più freddo e ragionevole… lo straniero che si era unito a loro perché affratellato dagli stessi soprusi subiti, dallo stesso sogno. Pur dando lui gli ordini, ascoltava molto i miei consigli, e questo spesso ci aveva risparmiato la sconfitta. Non quella volta, però. Quella volta ero cascato anch'io nella trappola. Sembrava tutto troppo allettante, e avevo troppa fiducia nella mia capacità di riuscire a prevedere le mosse dei nostri avversari. Dovetti imparare nel modo peggiore che mi sbagliavo.
Ahmed era semplicemente stato se stesso. Ma io… io avrei dovuto riflettere meglio. Essere più prudente. Se gli avessi consigliato di aspettare… di controllare i nostri informatori prima di agire sulla loro soffiata… sicuramente mi avrebbe ascoltato…
Il nostro rifugio non era più sicuro. Non eravamo più sicuri da nessuna parte, ormai, perché ci avevano visto in faccia e non avrebbero impiegato molto a scoprire la nostra identità. Infilammo negli zaini quanto più potemmo e lasciammo la città, sciogliendo il gruppo. Tutti prendemmo direzioni diverse. Alcuni si sarebbero nascosti da parenti in città lontane, altri nei campi o nel deserto. Io, ancora una volta, passai la frontiera e cambiai nazione. Per ricominciare da capo. Nuovamente tormentato dai miei sensi di colpa. Più di tutto stavo male per il mio amico… che aveva dovuto portare con sé la sorellina ancora piccola. Avevano perso i genitori nelle prigioni del presidente, e lui non aveva nessun altro a cui affidarla. Aveva dovuto crescerla da solo. La vita che facevamo non era certo l'ideale per una bambina, ma Karima era rimasta sorridente, solare. Le eravamo tutti affezionati. La consideravamo la nostra mascotte, il nostro portafortuna. Quanto aveva pianto quella sera, nel separarsi da noi, mentre Ahmed la trascinava via. Per loro il viaggio sarebbe stato più difficile che per gli altri. Pregavo –senza sapere bene neanch'io chi– che riuscissero a farcela.
–Questo non vuol dire che ci arrendiamo. Continueremo a combattere. Anche se ognuno per conto suo.
–E quando avremo vinto… e saremo al sicuro… ci manderemo notizie. Faremo sapere agli altri che siamo vivi.
–Possono averci sconfitto stavolta… ma non potranno abbatterci. Ricordate, amici… se riusciremo a resistere abbastanza… un giorno ci rivedremo!
–Dimmi– chiedo ad Ahmed mentre scendiamo nel garage sotterraneo –hai più saputo cosa è successo agli altri?
–Alcuni furono catturati pochi giorni dopo la nostra fuga e imprigionati. O giustiziati. Altri erano riusciti a nascondersi meglio. Adesso hanno dimenticato la vecchia vita e cercano semplicemente di far sopravvivere le loro famiglie meglio che possono. Di cinque o sei ho completamente perso le tracce. Qualunque cosa sia loro successa, spero che non abbiano dovuto soffrire troppo.
Non rispondo. Comprendo. Chino solo la testa.
Questo paese è cambiato. Una volta… sebbene fossero oppressi… i cuori della gente erano pieni di ribellione, di coraggio. Di speranza in un domani migliore. Ricordo la vivacità, gli ideali dei miei compagni. Oggi tutti sembrano molto più apatici, rassegnati. E anche Ahmed. È amaro, cinico come non me lo ricordavo. Ha sempre quel guizzo furfante di contraddizione negli occhi, quell'aria di sfida, ma è come se andasse avanti per pura forza di volontà. Ed è anche diventato molto più diffidente. Una volta ti abbracciava e ti apriva completamente il suo cuore quasi al primo incontro, se gli facevi capire di essere un suo amico. Mentre ora sembra quasi che voglia tenere gli altri a distanza. Forse perché fidarsi troppo gli ha causato sconfitte come quella di allora. Di certo ha delle cicatrici che si fanno sentire, molto più di quanto si veda in superficie. In qualche modo, sento che c'è qualcosa che non mi ha detto.
–Sento che c'è qualcosa che non mi hai detto– mi fa eco, come se mi avesse letto nel pensiero. –Credo di conoscerti abbastanza bene per dire che sei cambiato. Sembri più sicuro, ma non è solo questo. Non hai intenzione di dirmi come sei riuscito a uscire dalla clandestinità né cosa fai adesso, non è vero?
La mia espressione gli strappa un ghigno a mezza bocca. –Me l'aspettavo. Quindi non puoi biasimarmi se sono cauto. Da una parte è un vero peccato che la vita ci abbia allontanato così. Un tempo eravamo inseparabili. Ma credo che non si potesse evitare. Le cose vanno semplicemente in un certo modo. In ogni caso, credimi se ti dico che sono contento di riaverti al mio fianco. Vieni da questa parte. L'ufficio è al ventiquattresimo piano.
Le serrande sono abbassate per proteggersi dal sole forte come da occhi indiscreti. Dodici o tredici persone sono radunate attorno a un lungo tavolo, ognuna con uno schermo davanti. Gli sguardi sono tutti intensi, scrutatori, professionali com'è diventato anche quello del mio amico. Tacitamente, cercano di valutarmi con una sola occhiata.
Ahmed mi ha fatto passare dal suo ufficio privato e mi ha rifilato una serie di tesserini presi da un cassetto strapieno di roba simile. Non so se vera o falsa, e non gliel'ho chiesto. Magari sono stati confiscati a qualche infiltrato e lui li ha tenuti perché «non si sa mai», come diceva sempre una volta quando estraeva di tasca qualche nuova diavoleria. In questo non è cambiato. Dubito che riuscirà mai a far tutto nei limiti della legge. Ne ho sorriso.
Mi presenta come un consulente straniero su questioni di sicurezza, e la diffidenza negli sguardi si attenua, ma non si spegne del tutto. Presto però siamo tutti tanto impegnati ad organizzare il programma dei prossimi giorni da non pensare più ad altro.
Vengo edotto sulla campagna politica del ministro, sui suoi alleati e nemici al governo, ma anche sulla sua storia, le sue abitudini quotidiane, la sua famiglia, tutto ciò che può servire a una guardia del corpo, finché non mi sembra di conoscerlo personalmente. Mi era sembrato strano che Ahmed parlasse con tanta passione e approvazione di un governante, ma devo ammettere che le idee che sento esporre affascinano anche me. Sviluppo di un programma nucleare responsabile e senza sprechi. Rilancio dell'agricoltura. Uso razionalizzato delle acque tramite una nuova rete di dighe e canali. Creazione di commissioni interreligiose per il dialogo tra le diverse sette. Rinnovamento dell'istruzione, promozione dei diritti di tutti i cittadini senza pregiudizi… sembra che non ci sia nulla a cui quest'uomo non abbia pensato. Compresa la necessità di un sistema di difesa indipendente da realizzare a piccoli passi senza irritare i potenti nuovi alleati ma che permetterà a lungo termine di staccarsi da loro. Dal quadro che mi si sta disegnando davanti, vedo una persona sensata, con idee forti ma senza estremismi, che comprende la situazione attuale e vuole rimboccarsi le maniche per lavorarci sopra. È davvero quello di cui questo paese sembra avere bisogno adesso. Ed è facile anche capire perché Ahmed teme che non vada bene a qualcuno. A qualcuno che CONOSCO… di certo non andrebbe bene.
Mi riesce più difficile giudicare il livello di preparazione dei suoi assistenti. Ascoltando quello che dicono e facendo qualche domanda, scopro che sono stati tutti addestrati appositamente dagli occupanti e piuttosto in fretta: si voleva dare ai governanti locali uno staff anch'esso composto unicamente da locali. Ma è evidente che per loro è una cosa nuova. Sono istruiti teoricamente, ma manca l'esperienza sul campo. Nei loro piani per la sicurezza noto delle falle evidenti per qualcuno abituato a cercarle, come me. Ha ragione Ahmed. Per certe cose niente è meglio di un ex terrorista. Alcune volte incontro il suo sguardo e dall'ironia con cui mi sorride capisco che sa a cosa sto pensando. Probabilmente avrà cercato di far notare i difetti agli altri e non è stato molto ascoltato perché è «solo un giornalista». Qui tutti sembrano aspettarsi che si occupi soltanto delle pubbliche relazioni. Prima che arrivassi io aveva forse l'idea di pattugliare da solo i punti pericolosi infischiandosene degli ordini? In effetti sarebbe da lui.
Bisogna dire che il ministro ibn–Said o non si rende conto dei pericoli che corre o li conosce benissimo ma ha deciso di mettere in secondo piano la propria incolumità… e da quello che sono arrivato a sapere di lui forse è più probabile la seconda cosa. Ha messo in programma visite alle prigioni dove sono detenuti gli ex sostenitori del presidente tiranno, ai quartieri rovinati dalla guerra dove ora si annidano i dissidenti… domani, per esempio, deve tenere una conferenza in un tribunale e in un ospedale dove potrebbe incontrare nemici fanatici a qualunque angolo. Ci sono diversi edifici abbandonati nelle vicinanze che potrebbero benissimo servire da nascondigli per qualche cecchino. E poi c'è il fiume…
–Bene… come va il lavoro?– sento dire una voce cordiale mentre sto studiando le piantine con i punti d'appostamento segnati.
Il ministro in persona ci fa la sorpresa di una visita. Somiglia abbastanza alla sua fotografia: un uomo anziano asciutto, la lunga barba quasi completamente bianca che gli dà un'espressione devota, un po' monacale. È vestito alla foggia straniera ma porta un copricapo tradizionale. Stringe la mano a tutti ringraziando degli sforzi e chiamandoli per nome. Stringe la mano anche a me quando gli vengo presentato. Ha una faccia sincera, aperta, e tuttavia consapevole. Non è un ingenuo, ma qualcuno che sceglie di fidarsi perché conosce le proprie capacità e quelle degli altri. Crede davvero nelle proprie idee e di poter cambiare in meglio le cose. Ascoltandolo parlare, non posso che giungere alla stessa conclusione del mio amico. Quest'uomo merita di essere appoggiato in ogni modo. Bene. È quello che farò, allora. Meglio che posso.
–Spero che tutto sia in ordine per domani– dice il ministro al capo dello staff. –So che per voi sarà un problema tenere d'occhio i dintorni, ma credo che queste visite siano abbastanza importanti da valerne la pena.
–Non c'è problema– è la risposta. –Siamo pronti. Daremo anche più del massimo per evitare qualsiasi incidente.
Hanno molta fiducia in se stessi. Sicuramente è vero che faranno del loro meglio. Scambio uno sguardo con Ahmed, che annuisce.
Ma non guasterà una mano in più.
Da ragazzo ammiravo mio padre per le decisioni che prendeva per il bene di tutti, ma a volte anche lo criticavo. Mi sembrava così chiaro, così lampante ciò che secondo me sbagliava, e nonostante lo amassi tanto sono arrivato a litigare anche ferocemente con lui. Poteva ascoltarmi oppure no. A volte io lo accettavo quando mi indicava i miei sbagli di valutazione e restavo mortificato rendendomi conto che avevo ancora molto da imparare. Altre volte restavo convinto di aver ragione e che lui non riuscisse a vedere le cose come stavano. In ogni caso non mi ha mai trattato da incapace. Né io ho mai dubitato di essere un giorno in grado di prendere il suo posto. Come unico figlio maschio rimasto, sarebbe naturalmente toccato a me. Ne ero fiero, e pensavo che se anche non ero ancora pronto per allora lo sarei stato.
Invece poi la realtà ha fatto presto a ridimensionare la mia arroganza. Ci sono molte cose in cui sono bravo. So analizzare le tattiche degli avversari, so progettare un piano d'azione, so restare freddo nei momenti critici. Ma comandare non è per me. Non penso abbastanza in fretta. Mi manca la capacità di prendere una decisione d'istinto e metterla in atto senza esitare. È stata dura riconoscerlo. Per fortuna, quando agisci in gruppo, non c'è bisogno che tu sappia fare tutto. Puoi concentrarti su quello che sai fare davvero, sul modo in cui puoi contribuire e aiutare gli altri. E aver fede che loro faranno lo stesso. Che colmeranno le tue mancanze come tu colmi le loro.
E quando ti trovi solo… come adesso… puoi stare tranquillo perché le tue decisioni riguarderanno solo te stesso.
Mi muovo lentamente a qualche metro di profondità scrutando gli argini di cemento ai due lati ed evitando gli scarichi delle fognature. In questo punto il fiume passa vicinissimo all'ospedale e sarebbe un mezzo ideale per incursioni e fughe rapide, o per piazzare bombe. Volendo, potrebbero perfino pensare di farlo straripare mietendo vittime tra la gente che accorrerà in strada. Ma non c'è traccia di manipolazioni recenti sui muri o intorno alle bocche dei condotti, e le grate sembrano tenere saldamente. Certo, per quanto riesca a vedere in quest'acqua sporca. Non poche volte devo avvicinarmi parecchio per controllare bene. C'è un odore di marcio nella corrente che quasi mi dà il voltastomaco. Se penso a com'era limpida in quelle notti d'estate profumate di rose, mi sento stringere il cuore. Karima amava questo fiume. Chissà se potrà rivederlo bello come in passato. Anche a Zuri sarebbe piaciuto, ne sono certo.
La libertà a volte è più difficile da gestire della tirannia. Specialmente quando si è pagato un così alto prezzo per averla. È fin troppo facile comprendere quelli che vi rinuncerebbero per riavere in cambio l'ordine del passato, che li rassicurava e almeno non li penalizzava troppo. È successo anche nel mio paese, e in altri. Capita spesso che gli uomini siano anche troppo disposti a dar via la loro libertà e i loro diritti in cambio di ordine e stabilità. In cambio di qualcuno che dica loro cosa devono fare… che non li costringa a pensare, a prendere decisioni per se stessi e assumersene la responsabilità. Speriamo che da adesso in poi questa gente riesca a risollevarsi e non sia tentata di tornare indietro… o di cadere ancora più in basso. È un momento delicato. Io lo so benissimo.
Io e Ahmed ci siamo messi d'accordo per sorvegliare i due lati del perimetro stabilito dall'ufficio del ministro. Non gli ho detto COME avevo intenzione di sorvegliarlo, naturalmente. Posso fidarmi che lui farà del suo meglio dal suo lato. Anche ai vecchi tempi era un osso duro per chiunque. Nessun attentatore gli sfuggirà, e nel caso abbia bisogno di aiuto può chiamare rinforzi ed avvisarmi. Quanto a me, ho suggerito modifiche al piano originale per coprire più buchi possibile, e alla fine ho deciso di restare qui sotto per tutto il pomeriggio. Se io fossi ANCORA un terrorista, questo è il tragitto che sceglierei… via fiume o comunque nelle vicinanze. E in questo caso, è difficile che non riesca a intercettarlo.
Salgo in superficie. Un raggio di sole pomeridiano, malato, sciabola superstite tra un grattacielo e l'altro. Molti edifici sono di nuova costruzione, progettati per ospitare uffici o per dare una casa ai senzatetto, che sono tanti… che hanno perso le loro vecchie case a causa della guerra, e forse qualche membro della famiglia a causa di assassini senza controllo da una parte e bombe che hanno sbagliato bersaglio dall'altra. Sono brutti per lo più, questi palazzi nuovi. Non c'entrano molto con quello che era prima la città. Ma almeno sono qualcosa. Almeno le persone che ci vivono non sono mangiate dal freddo, dal caldo e dalla sabbia.
I palazzi più vecchi sono facili da distinguere per l'architettura e per l'aria malandata. Adesso il ministro starà facendo il suo discorso in quello là, a meno di venti metri da me. Ho imparato anche a riconoscere la finestra dietro cui si trova. Da qui riesco a vedere e a tenere sotto controllo tutto il quartiere circostante. Noto i punti d'appostamento decisi insieme, e immagino questo o quell'agente dietro un comignolo lucido o acquattato sotto un muretto, che non perde d'occhio il tratto assegnato. Parrebbe tutto tranquillo. Sintonizzo la mia radiolina sul programma nazionale che sta trasmettendo l'evento in diretta, per capire a che punto siamo.
«Perciò… quello che dobbiamo fare, quello che ci aspetta adesso, miei cari amici… e potrei dire fratelli… non è recriminare contro il passato o il presente, o trovare qualcuno a cui dare la colpa delle nostre difficoltà. Quello che serve è darci una mano fra noi… per diverse che possano essere le nostre credenze, le nostre idee… e prendere quel che di buono ci offre il momento presente, per trasformarlo in qualcosa di ancora meglio. Di nostro. Di comune».
Belle parole. Non c'è che dire, è un oratore suadente tra le altre sue qualità. Direi che è arrivato quasi alla fine, se ricordo bene la scorsa al testo che avevo dato ieri. E ancora non è successo niente. Be', tanto meglio. Alla fine forse ci eravamo davvero preoccupati per nulla…
Non faccio neanche in tempo a pensarlo.
L'esplosione scuote mezzo isolato. Barcollo leggermente nonostante la sponda a cui sono appoggiato sia di cemento spesso. Vedo qualcosa come denso fumo bianco provenire dalla finestra, e sento molte voci gridare. Chi diavolo… come hanno fatto a portare una BOMBA oltre il cordone?
Maledetta sicurezza di sé… ti tradisce sempre quando meno te l'aspetti… e all'improvviso sento che tutte le mie peggiori congetture si stanno avverando.
Salto sulla riva e mi dirigo sul posto più velocemente che posso. Per fortuna da questa parte c'è una serie di palazzi digradanti che sembrano fatti apposta per farmi da scala. A questo punto la segretezza è passata in secondo piano, quindi pazienza se mi vedono. Un salto dopo l'altro, arrivo di fronte all'ospedale vedendo la gente che fugge terrorizzata in strada sotto di me… e la figura in piedi sul tetto, in controluce, che domina tutta la scena e sembra quasi aspettarmi con noncuranza.
COSA è? Non somiglia alla maggior parte degli avversari che abbiamo affrontato finora. È più alto di un uomo, ricoperto da una specie di armatura azzurrastra luccicante che gli nasconde anche il volto, la testa dalla forma rigonfia e bilobata. Potrebbe essere un mio simile, un semplice robot o anche un umano corazzato per quanto riesco a capirne. Un braccio termina in una sorta di frusta che emette una luce blu crepitante, l'altro in quello che sembra un cannone ancora fumante. Lo avranno mandato LORO? Non sembra il loro solito stile. Getto istintivamente uno sguardo al punto che ha colpito. La parete esterna del palazzo è fusa o esplosa, e dal foro si vede gran parte dell'aula magna da cui personale, invitati e giornalisti stanno fuggendo. Il pavimento è ricoperto da briciole di muro. Alcuni si tengono le braccia o zoppicano, ma non mi sembra di vedere feriti gravi. A quanto pare il ministro è incolume… l'hanno spinto via in tempo dal palco. Sia i mattoni superstiti che quanto resta del podio e del microfono contorti e spezzati sono ricoperti da una strana sostanza azzurra cristallina e fumano. Questo tipo, chiunque sia, non attacca in modo convenzionale. Bene. Devo quantomeno distrarlo e tenerlo occupato finché non saranno tutti in salvo… e poi potrò analizzare le sue capacità dopo che l'avrò fermato.
Si volta verso di me come se si fosse accorto solo ora della mia presenza. I suoi occhi sono vuoti e inespressivi, ma riesco lo stesso a sentire come un grugnito provenire da sotto quella strana maschera. Mi ha riconosciuto? Si aspettava di incontrarmi qui? Si limita a sollevare il braccio con la frusta e a lanciare una potente sferzata nella mia direzione.
Il laccio metallico che sostituisce la sua mano si allunga a dismisura sfrecciando verso di me e la luce e il crepitio raddoppiano d'intensità. Scatto di lato, e l'arma colpisce un lucernario alle mie spalle, mandandolo in frantumi. Rotolo sul tetto per rialzarmi ed evitare le schegge. Un paio mi atterrano di lato conficcandosi nella pietra in modo innaturale per semplici pezzi di vetro. Anche queste sono diventate qualcosa di simile a grossi cristalli azzurri… e un'ondata di freddo improvvisa e violenta mi colpisce proveniente dal punto d'impatto. Ghiaccio? Questo tipo… genera ghiaccio ultraduro con quelle sue armi? È così che ha sbriciolato il muro?
Afferro la pistola. Sparo. Il mio avversario non emette suono e si ripara semplicemente la testa con l'altro braccio. Il laser rimbalza inutile sul corpo del gigantesco cannone cilindrico. Non va bene. Qui non sono al massimo delle mie capacità. Recupera rapidissimamente la sferza e la avventa di nuovo spazzando un arco da sinistra a destra. Stavolta mi getto all'indietro, ma non abbastanza in fretta. Mi prende di striscio poco sopra il gomito. Un dolore gelido mi afferra i nervi e il braccio si intorpidisce completamente. Non riesco a muoverlo. È più forte di quanto mi aspettassi. Mentre mi raddrizzo, lo vedo puntarmi contro il cannone che dev'essere pronto a fare ancora fuoco. Non posso più sparare. Devo schivarlo…
Un'altra esplosione proviene improvvisamente da un palazzo vicino. Vedo qualcosa come una specie di lampo rosso–rosato diffondersi nel cielo. Lui volta la testa come se sapesse di cosa si tratta ed emette un suono contrariato. Spicca un salto giù dal tetto e sparisce nelle ombre tra un palazzo e l'altro prima che io riesca a gettarmi contro il parapetto per seguire la sua traiettoria. Qualunque cosa sia successa, probabilmente mi ha salvato.
Sento alle mie spalle arrivare le guardie del corpo armate, qualche istante troppo tardi. Mi circondano vociando, chiedendomi cose a cui non so o non posso rispondere. Il dolore mi annebbia la vista e i pensieri. Poi riconosco la voce di Ahmed, che mi sta aiutando ad alzarmi e indica allarmato il braccio. Lo guardo. È ricoperto da uno strato di brina e irrigidito. Ho perso quasi del tutto la sensibilità. Se fossi un uomo normale, l'avrei perso. Invece probabilmente mi riprenderò… credo… ma mi ci vorrà un po' di tempo.
–Il ministro è in salvo?– chiedo, rimettendomi in equilibrio con una smorfia. –Non ci sono perdite?
–No, per fortuna. Ma cosa è successo? Ero dall'altra parte del perimetro e sono corso qui subito, ma non sono arrivato in tempo per vedere. Perché sei conciato così? Chi è stato?
Bella domanda. –Vorrei saperlo anch'io. Di certo… non è qualcuno che posso affrontare facilmente da solo. Dovrò chiamare i miei colleghi.
