Capitolo 5

E siamo già alla sera del giorno dopo. È quasi l'ora. Il cielo è sereno, c'è una splendida luna. Col cuore pesante, monto la guardia. Non posso fare a meno di desiderare di non trovarmi in questa situazione.
Abbiamo accompagnato personalmente il ministro al Grand Hotel, abbiamo chiuso a chiave ogni ingresso alla sua camera e ci siamo assicurati che ad avere le chiavi fossimo soltanto noi e lui. Lo abbiamo lasciato sigillato in quella gabbia lussuosa, docile alle istruzioni dei suoi protettori. Poi ci siamo separati. Ahmed per andare al Palazzo dei Congressi, io alla casupola fuori città dove vogliamo attirare l'avversario.
Quando siamo usciti di casa oggi, Karima era più triste che mai. Non ha voluto salutare suo fratello, e anche lui ha fatto finta d'ignorare la sua presenza. Evidentemente non avevo risolto niente. La tensione tra di loro era ancora più forte di ieri. Più grave di quel che un semplice colloquio o consiglio potesse risolvere. E purtroppo, per quanto voglia bene a tutti e due… temo proprio che possa ancora peggiorare.
Mi sono già sbagliato altre volte. Questa volta, spero davvero di sbagliarmi. Che la trappola scatti a vuoto. Se così sarà… se l'attacco colpirà il Palazzo… per quanto sia preoccupato per quelli rimasti a presidiarlo, da qui posso esserci in pochi minuti via fiume. Ma se invece dovesse avverarsi la possibilità peggiore… Non voglio pensarci.
Aspetto. Non posso far altro. L'acqua distorce il riflesso della luna. I minuti scorrono molto lentamente. La finta conferenza stampa ormai dev'essere partita secondo il programma. Le dieci sono passate da parecchio e ancora nessun rapporto dagli altri due posti di guardia.
Forse è stato tutto inutile e non verrà nessuno. Forse il nostro uomo ha deciso di rinunciare alla sua preda, oppure è meglio informato di quanto credessi… ha fiutato l'imbroglio e non si presenterà. In questo caso, come dovrei comportarmi? Se perdo le sue tracce, non penso proprio che lui e i suoi capi decideranno di lasciar perdere. Adotteranno qualche altro mezzo molto più subdolo, molto meno alla mia portata. Gli altri non potranno comunque essere qui prima di dopodomani. E non ho prove o indizi su dove altro cercarlo. Forse avrei dovuto prendere più tempo, ma anche quello sarebbe stato un rischio.
Eppure, anche se so che è la probabilità meno auspicabile, mi trovo ad augurarmi che stanotte non accada nulla.
Stringo le braccia. Mi tremano leggermente. Solo per la tensione, non perché abbia freddo o paura. Fortunatamente, quello ferito è quasi tornato a posto grazie a questa pausa, anche se non sono ancora al massimo delle mie forze. Per l'ennesima volta, ispeziono l'orizzonte. Nulla in vista.
Poi parte il cicalino della radio numero uno. Il Palazzo dei Congressi è stato attaccato. Improvvisamente e in modo distruttivo. La voce al microfono è irosa e rapida e si sentono delle grida di richiamo in sottofondo. Confermano l'identità dell'attentatore. Chiedono rinforzi.
Ho sbagliato? Ho davvero sbagliato? Tanto meglio così, anche se devo ammettere che era ciò che meno mi aspettavo. Afferro il ricevitore, a metà sollevato, a metà preso da una nuova preoccupazione per gli uomini sul posto. Dovrei dirigermi là in tutta fretta adesso, eppure…
–A quanto pare la situazione è precipitata.
La voce inattesa mi fa voltare dal lato del fiume. Lo vedo con le mani nelle tasche, in controluce. –Ahmed, tu non dovresti essere qui.
–Lo so. Neanche tu, del resto. Dovevi sorvegliare la trappola. Invece ti trovo qui al Grand Hotel. Evidentemente abbiamo pensato la stessa cosa. Che l'attacco sia un diversivo e che quell'essere potrebbe farsi vivo qui, se è vero che ha avuto informazioni. Dove sono gli uomini di guardia?
–Tutti di sotto. Non c'era motivo di metterli inutilmente in pericolo.– La mia voce suona stranamente fredda e roca. La diga, accanto all'hotel, nella notte sembra il castello di pietra di un gigante, e tutta l'acqua che racchiude e si riversa ad intervalli nel fiume è come un lago stregato. –Tu piuttosto. Sei fuggito senza proteggere quelli sotto il tuo comando?
Si stringe nelle spalle. –L'attacco è stato abbastanza rapido e si è concluso nuovamente senza feriti. Solo un paio di esplosioni che hanno causato più confusione che altro. A quel punto ho capito che qualcosa non andava e mi sono preoccupato che il ministro fosse qui senza né te né me a proteggerlo. A quanto pare mi sbagliavo. Avevi pensato a tutto. Solo che adesso, se dovesse essere attaccata anche la casa bersaglio, là non ci sarà nessuno.
–Infatti adesso no.– Gli mostro la mano che stavo tenendo nascosta dietro la schiena. –Perché ho mandato questo segnale. Se qualcosa fosse andato storto, dovevano immediatamente abbandonare la posizione.
–Insieme a ibn–Said, non è vero? Perché lui in realtà era DAVVERO là, e qui non c'è mai stato appostato nessun altro che te. L'hai spostato subito dopo esserti separato da me. Scegliere la scorta ieri, preparare il piano… tutta una menzogna. Un triplo gioco.
–Immagino che lo sospettassi, in qualche modo. Dopotutto, sai come ragiono. Abbiamo lavorato insieme per anni. Perciò sei venuto qui così, tranquillamente. In qualche modo ti aspettavi di trovarmi, e in questo caso avresti avuto una scusa pronta per la tua presenza e io non avrei dovuto sapere. Non è vero? Altrimenti… se non ci fosse stato nessuno, potevi raggiungere il terzo punto in poco tempo. In ogni modo, l'attacco al Palazzo avrebbe stornato qualsiasi sospetto.
–Non qualsiasi, a quanto pare.– Scrolla le spalle. Cerca di sorridere, ma il suo è un sorriso stanco, vuoto. –E perché questa sceneggiata a mio esclusivo uso e consumo?
–Speravo di sbagliarmi. Fino all'ultimo ho sperato che tu non ti facessi vedere, oppure che raggiungendo il Palazzo dei Congressi ti avrei trovato là spaventatissimo a fissare l'attentatore. Ma non è andata così, e sappiamo tutti e due cosa significa. Vuoi tentare di negare?
–No. Servirebbe a qualcosa? Però sono curioso di sapere come mi sono tradito. Credevo di aver preso tutte le precauzioni possibili. Quando hai capito la verità?
–Forse soltanto ieri. O forse in qualche modo fin da prima. In fondo siamo amici. Anch'io posso vantarmi di conoscere il tuo modo di pensare, almeno un po'. Quell'attenzione a non ferire i civili… nessuno dei LORO agenti l'ha mai mostrata prima, che ricordi, ma è sempre stato uno dei tuoi ideali. Dicevi che chi lotta per una causa pura si riconosce anche dal modo di lottare, e che non ti saresti mai sporcato le mani di sangue come i vostri aguzzini. Il tuo modo di muoversi, di tendere le spalle, l'ho visto troppe volte quando combattevamo o scappavamo per non riconoscerlo istintivamente. Quel tuo affermare ripetutamente di essere arrivato DOPO lo scontro, di non aver visto nulla.– Non gli parlo della prova che più di tutte mi ha convinto, delle lacrime accorate di sua sorella. –Ma non devi rimproverarti. Hai recitato bene, Ahmed. Forse solo qualcuno che è stato con te e ti conosce tanto quanto me poteva accorgersene.
–O forse solo qualcuno abbastanza intelligente. Non sminuirti. Dei due… io ero sempre quello che agiva senza pensare, tu eri quello che a volte pensando risparmiava a tutti di agire. Non c'è da stupirsi che la prima volta che ho ideato un piano da solo, abbia fallito.
–Io credo piuttosto che tu volessi essere scoperto– dico con calma.
Per la prima volta digrigna i denti e ha un lampo negli occhi. –Cosa te lo fa pensare?
–Tu non sei il tipo di persona che si unisce a loro di sua volontà. Non sei cambiato, Ahmed. Credi ancora negli ideali della nostra giovinezza. Da quando ti ho rivisto, ho avuto la sensazione che fossi intrappolato in un ruolo non tuo. E il mio vecchio compagno di lotta non è qualcuno che si fa intrappolare. Morirebbe, piuttosto. La tua insofferenza per la tua nuova vita e allo stesso tempo il tuo entusiasmo per il ministro… quel comportamento ambivalente, forzato… non potevano essere dovuti solo al fatto che lavoravi per il governo. La prima cosa che ho pensato quando l'ho saputo è stata che per accettare un ruolo simile, dovevi esserne profondamente convinto o esservi stato costretto da qualcosa a cui non potevi ribellarti. Ora penso che siano vere entrambe le ipotesi. E sono molto poche le cose contro cui non cercheresti di ribellarti. Non hai mentito quando hai detto che è stato per Karima. Solo che non mi hai detto neanche tutta la verità.
–Già. Non ti ho detto che la malattia era MOLTO più grave di quanto anche l'ospedale straniero potesse guarire.– Di nuovo, sorride stancamente, ma sembra paradossalmente anche abbastanza sollevato. –Sarei stato pronto a vendermi agli invasori, se solo avessi potuto salvare la mia rosellina. Ma sarebbe stato inutile. Tutti mi guardavano con facce meste e mi facevano le condoglianze come se fosse già morta, e io non potevo far altro che guardarla morire a poco a poco. Mi sembrava di impazzire. Tu sai che l'ho sempre amata sopra ogni cosa.
Rabbrividisco leggermente. Penso al corpo di Zuri ancora caldo tra le mie braccia, a me che le grido di respirare, di non lasciarmi, al caldo rovente del giorno che me l'hanno uccisa. Cosa sarei stato disposto a fare io per salvarla?
–E il bello è che lei sorrideva. Era molto contenta… che io non dovessi venir meno ai miei principi per lei. È sempre stata fatta così. Molto più forte… molto più ingenua di me. Senza di lei forse mi sarei piegato tanto tempo prima. Ma non potevo restare diritto nella mia integrità se il prezzo era perderla. Così quando hanno bussato alla mia porta… ho acconsentito a tutto. Ho rinunciato alla mia umanità… dopotutto, quando hai già venduto l'anima, cosa conta il resto? Mi sono lasciato fare tutto quello che volevano, pur di averla indietro. Mi sono messo in mano ai loro macellai, sono diventato il loro scagnozzo, ho accettato di entrare nel governo e di lavorare per ibn–Said come spia, ho accettato di ucciderlo. In fondo, ho sempre detestato i politici, giusto? Che m'importava di uno di loro che avrebbe soltanto fatto del male al mio paese come tutti gli altri? Ho posto come condizione solo che mi lasciassero la libertà di agire a modo mio. Hanno riso e hanno detto che avevo carta bianca su come fare, che facessi come meglio credevo. A loro importava solo che ci fosse una situazione d'instabilità nel paese che potessero sfruttare. Ciò che non prevedevo era di dover affrontare anche te… perché sapevo chi eri, da prima che ti presentassi alla mia porta. Non avresti dovuto tornare e volermi rivedere. La prima volta, speravo di poter fare tutto rapidamente, prima che te ne accorgessi, e che dopo te ne saresti andato. Poi ho sperato che partissi vedendoti solo senza i tuoi compagni… ma sapevo benissimo che non avresti mai mollato per paura. Ora devo ucciderti, e poi andrò a cercare e finire il ministro. Ovunque tu l'abbia fatto trasferire, è solo questione di tempo prima che lo scovi di nuovo. Non potrai proteggerlo per molto. Ma quello che più mi dispiace è che non avrei mai voluto che tu mi vedessi così.
–Ma non dev'essere così, Ahmed. Non dobbiamo combattere. Non devi restare… il loro burattino. Io mi sono ribellato a loro. I miei compagni si sono ribellati a loro. Anche tu hai abbastanza forza per farlo. Io lo so.
–Conosco la vostra storia. La vostra leggenda. Tutti quelli che stanno con loro… ne hanno sentito parlare e sono stati avvertiti di voi. Ma non tutti sono forti o pazzi come voi. Forse non sai quanto credi, forse sono cambiato più di quanto vuoi pensare. O sono semplicemente più imbelle di quanto vuoi pensare. Comunque, è un discorso inutile.– Fa un passo indietro, come se le parole fossero finite e volesse prepararsi a combattere.
Forse non servirà a niente, forse è troppo tardi per qualsiasi cosa, ma nonostante la disperazione cupa che mi pesa dentro non posso non tentare con tutte le mie forze di ragionare con il mio amico. –O forse ti conosco meglio di quanto TU creda? Tu non pensi quello che hai detto, Ahmed. Tu credi nel ministro ibn–Said e nelle sue speranze per il tuo paese. Quando mi hai parlato della tua ammirazione per lui, non erano bugie.
Sembra esitare, e allo stesso tempo è come se volesse farmi tacere. –Non puoi saperlo. Non puoi dirlo.
–Sì, invece. Perché te l'ho visto negli occhi. Tu ami questa terra e hai sempre voluto il suo bene. E sai che per aiutarla a risollevarsi la strada migliore è quella intrapresa da lui. Sai anche che se i tuoi padroni riuscissero a toglierlo di mezzo il paese ripiomberebbe nel caos. Nuove violenze, odi ancora più forti tra chi vuole il dominio straniero e chi vuole liberarsene. Torneremmo a una situazione ancora peggiore di quelle che hai sempre combattuto, e tantissimi innocenti morirebbero. So che non vuoi questo.
–Alla fine cosa me ne importa?– La luce nel suo sguardo è quasi famelica nella sua rabbia. –Amare questa terra… a cosa mi ha portato? Cosa ho avuto in cambio? Le cose non sono migliorate. Non sono riuscito a farmi ascoltare da nessuno. Povertà e disprezzo, ecco tutto quanto ho raccolto per aver avuto degli ideali. Quelli che speravo ci liberassero ci hanno fatto ancor più schiavi. E il mio popolo, il mio amato popolo? Si è diviso in cagnolini obbedienti che s'ingrassano mangiando dalle loro mani e in pazzi che finiscono di distruggere tutto sperando che si torni sotto il coltello. Non c'è niente in mezzo, nessuno che pensi ad altro che a se stesso. Qualcuno di loro mi ha forse aiutato a salvare mia sorella quando ne ho avuto bisogno? A qualcuno di loro è forse importato che stesse morendo? Perché a me dovrebbe importare di quello che succede a loro, allora? Perché non dovrebbe andare tutto in malora in questo stramaledetto posto?
–Ti contraddici. Perché avresti cercato di risparmiarli, allora? Perché avresti fatto in modo di non uccidere nessuno, quando hai attaccato?– Esita di nuovo. Sento che ho colpito nel segno, che sono riuscito a raggiungerlo. Non devo perdere quest'occasione. –La tua gente ti sta a cuore. Il tuo paese ti sta a cuore e vuoi il suo bene. Ciò che hai fatto… l'hai fatto per qualcosa che ami ancora di più. È comprensibile. Ma ti sta distruggendo. Karima non vuole questo.
All'improvviso il ricordo di ieri pomeriggio mi afferra. Il singhiozzare sommesso, le dita che mi stringono, la preghiera di salvare Ahmed qualunque cosa accada. E io che dico che farò tutto ciò che è in mio potere. Come posso tradire anche questa promessa?
–Karima non vuole questo– ripeto. –Lei sa tutto e soffre… e si sente in colpa per ciò che hai fatto per lei. Si sente la causa della tua infelicità. Vuoi farla soffrire ancora di più?
–Meglio che mi odi, meglio che mi disprezzi ma che sia viva.– Ora tutta la sua rabbia è svanita. –Pensi che non abbiano i loro mezzi per tenermi sotto controllo? Pensi che possa giocarli così facilmente? Mi ricattano, amico mio. Mi ricattano con la sua vita… la stessa che hanno salvato. Dovevo sapere che quando fai un patto col diavolo, per quanto tu creda di aver sacrificato, ti strappano sempre di più. Mi hanno inserito un dispositivo d'autodistruzione che possono attivare in qualsiasi momento. Se fosse solo per me, non me ne importerebbe niente. Ma anche Karima è letteralmente nelle loro mani. Nel momento in cui dovessero accorgersi che disobbedisco loro… spegneranno me e lei, semplicemente, come si spegne un interruttore. Non posso far altro che eseguire i loro ordini.
È ineluttabile come una condanna a morte.
E capisco che tutto è perduto. La nostra amicizia, il sogno di una giovinezza, un nobile ideale, qualunque cosa non possono nulla contro questo fatto. È semplicemente quello che deve accadere. Che sia giusto o no non conta.
Lo so perché anch'io al posto suo farei la stessa cosa.
E allora non c'è più assolutamente niente da dire. Indietreggio anch'io di un passo, mi metto in guardia. Lui fa lo stesso. Sembriamo due figure allo specchio.
–Voglio sapere solo un'altra cosa– chiedo, senza astio nella voce. –Ti hanno dato quell'aspetto inumano… perché i tuoi colleghi dello staff e i poliziotti non ti riconoscessero, non è vero?
–Sono stato io a chiederlo. In fin dei conti, era giusto. Non sono più umano da quando mi sono venduto a loro, non è vero? Né per le azioni, né per l'essenza.
–È quello che sentiamo dentro di noi a definire se siamo umani o no.
–Allora tanto più ho ragione a pensarlo.
E non aggiunge altro. Si porta la mano alla spalla, evidentemente per premere un pulsante sotto il vestito che non riesco a vedere. La sua figura sembra ondeggiare come un'immagine sfocata. L'abito si squarcia e gli cade di dosso. Non emette un suono e io non distolgo lo sguardo. Ci vuole solo un attimo prima che abbia di fronte la creatura innaturale che ho già affrontato sul tetto dell'ospedale. E nel suo atteggiamento, come in quel volto alieno, non c'è più traccia d'esitazione. Come se indossare una maschera lo avesse aiutato a spogliarsi dei suoi sentimenti.
–Hai fatto un errore, comunque, ad attirarmi qui. – La voce ha risonanze metalliche, non muove la bocca, gli esce probabilmente da un microfono impiantato. Se non sapessi chi ho di fronte, non riuscirei a riconoscerla. –Credevi di essere in vantaggio in un luogo presso un corso d'acqua… ma non puoi usare le tue capacità al massimo se non sei in immersione. Mentre io posso servirmene ovunque mi trovi. E comunque ti congelerò prima che tu possa difenderti.
Il primo colpo mi toglie quasi di sorpresa. Ha fatto schioccare la frusta sul braccio mentre ancora stava finendo di parlare. Scarto di lato, spicco un balzo e vado a posarmi rannicchiato a terra a qualche metro di distanza. Nel frattempo ho avuto la frazione di secondo che mi serviva per estrarre la pistola. –Non credere che non abbia fatto i miei calcoli– lo avverto. –E non credere neanche che sia tanto indifeso in superficie. Potrei darti più filo da torcere di quel che pensi.

E così cominciamo.
Ci fronteggiamo.
Si getta verso sinistra e mi prende di mira col cannone. Ha un raggio d'esplosione così ampio che non deve necessariamente centrarmi per danneggiarmi gravemente. Mi tuffo e rispondo al fuoco sentendo il gelo dell'aria sopra di me che si cristallizza. Anche stavolta si ripara col braccio e la scarica è inutile. Ha più potenza di fuoco di me, e senz'altro più resistenza. Il mio vantaggio è soltanto che sono più veloce. Ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente.
E un altro attacco.
Poi un altro.
E un altro.
Penso febbrilmente a cosa fare, cerco di ripassare mentalmente il piano d'azione che avevo ideato venendo qui mentre verifico le sue difese… badando allo stesso tempo a non farmi colpire. Che stiamo facendo? Siamo decisi a ucciderci a vicenda senza odio… per proteggere la stessa persona. A questo punto, non avrebbe neanche tanta importanza chi vinca o chi perda. Ma non posso lasciarmi sconfiggere. Mi spiace. Perché io combatto anche per la vita del ministro e di tante altre persone che dipendono da lui. Devo proteggere qualcosa di più grande.
Non mi sono mai tirato indietro di fronte a queste scelte. Qualcuno dei miei compagni non capirebbe o esiterebbe più di me. Questa è la differenza tra me e loro e anche il motivo per cui li ammiro. Ma io… ho sempre saputo che quando qualcosa è inevitabile, va fatto. E non c'è modo di evitarlo. Non è la prima volta che mi trovo a dover mettere in secondo piano la vita di un vecchio amico. E per quanto possa soffrirne… questo non mi frena. Non c'è altro modo.
Ma non c'è altro modo davvero?
O è semplicemente la conclusione a cui vogliono che giungiamo? Hanno scelto lui proprio perché sapevano che lo conoscevo?… Sono io la causa involontaria delle sue torture? Volevano divertirsi spingendoci in un vicolo cieco per godersi una scena come questa? In questo caso, non avrei una responsabilità verso di lui? Non dovrei rimediare?
E anche se non fosse così… farebbe poi tutta questa differenza?
Sono sempre stato bravo a prevedere le mosse del nemico. A valutare le probabilità, a progettare la risposta più logica. Ma le cose non sono andate ogni volta come avevo progettato. I miei ragionamenti non mi hanno portato sempre alla vittoria. A ben vedere… forse mi hanno anche reso prevedibile per i miei avversari. E più facile da sconfiggere.
Non sono mai stato molto bravo a comandare.
Perché non ho la capacità di seguire l'istinto senza farmi domande. Non mi viene naturale provare a fare l'impossibile, anche sapendo che è impossibile. Forse non ho abbastanza fiducia in me stesso… o forse ne ho troppa.
Avevo troppa fiducia la notte che attaccammo il centro di ricerche. Troppa presuntuosa fiducia nel mio intelletto e troppo poca nei segnali dell'istinto che mi dicevano che qualcosa non andava. Non ho più osato credere di essere infallibile, dopo. E sono diventato ancor più cauto e forse più fatalista, senza fidarmi troppo né della logica né dell'istinto. Non mi sono mai buttato in un'impresa se pensavo che non ci fossero possibilità. A parte… a parte forse quando ero con gli altri. Quando si trattava di proteggere i miei amici.
E anche qui si tratta del mio amico e di quello in cui credo. Si tratta dei nostri sentimenti. Non hanno valore anche questi? Non posso aver fiducia proprio in questi? Per rimediare anche a quel mio errore del passato che ha contribuito a portarci entrambi qui?… Non è più importante fare ciò che è giusto piuttosto che avere una possibilità?
Per una volta…
–Ahmed…
…non posso tentare…
–…io…
…di credere di farcela nonostante tutto?
–…non voglio combattere con te!
–Peccato. Perché io invece voglio decisamente.– La frusta vibra in modo da portarsi in orizzontale e s'indurisce di colpo trasformandosi in una punta acuminata che a sorpresa mi trafora una spalla e mi inchioda contro un muro. Il dolore è terribile. Mentre cerco di resistere e non perdere i sensi, avverto il gelo che genera iniziare a diffondermisi nel corpo… e sento anche che inizia a girare lentamente, prendendo via via velocità. È un trapano. Mi ridurrà a pezzetti se non mi stacco di qui. Ma non ne ho la forza…
Neanche il muro ce l'ha, per fortuna. Dopotutto è una vecchia parete di mattoni. Mi salva frantumandosi alle mie spalle e facendomi cadere all'indietro. La lancia acuminata mi si sfila dal corpo lacerandomi ma lasciandomi libero. Andiamo male. È lo stesso braccio dell'altro ieri… e non si era ancora completamente rimesso. Adesso potrebbe essere rimasto inservibile.
–Non mi sto divertendo– esclama l'essere di fronte a me con la sua strana e stridente voce metallica. –Facciamola finita. Lasciati uccidere in fretta e ti prometto di non farti troppo male. Sai benissimo che è l'unica cosa che posso fare.
–So benissimo…– ogni parola mi rimbomba nella ferita costandomi un'agonia –…che è quello che credi… e quello che loro vogliono che noi crediamo! Ma… Ahmed… non deve essere per forza così! Deve esserci un altro modo!
–Non accadrà soltanto perché tu lo desideri.– Mi punta nuovamente contro il cannone. –Mi controllano in ogni istante. Monitorano ogni mio movimento interno o esterno. Come credi che potrei anche solo pensare di sfuggirgli se non sono più neanche libero di pensare quel che voglio?
Stavolta temo di non avere abbastanza energia per schivarlo. In questo ambiente non sono al massimo della mia velocità. Solo il freddo glaciale che mi ha parzialmente anestetizzato la ferita mi impedisce di svenire dal dolore… ma rallenta ulteriormente i miei movimenti. Se mi prende in pieno, sono finito.
E allora tanto vale che mi giochi il tutto per tutto.
Controllo dove sono. Un movimento improvviso di lato. La bocca dell'arma mi segue istintivamente colta di sorpresa. Ma era una finta. Cambio direzione a metà dello scatto e salto all'indietro, compiendo un arco come un atleta olimpionico. Ahmed resta interdetto per quell'istante che mi serve per gettarmi nel bacino della diga.
L'acqua fredda mi invade di colpo i polmoni, quasi un sollievo a confronto dell'umido vento notturno, mentre i miei sensi si adattano automaticamente alla diversa luminosità e ai suoni attutiti. Avverto un senso di familiarità e di sicurezza, come sempre ogni volta che mi immergo. Questo è il mio ambiente, il mio territorio. So come muovermi qui. La spalla lacerata pulsa dolorosamente emanando volute di freddo mentre il ghiaccio che l'ha invasa inizia a sciogliersi. Per fortuna il braccio non è completamente immobilizzato. Avevo scelto questo posto per il mio agguato proprio in previsione di dover fare questo… anche se adesso ammetto che sto largamente improvvisando. Devo pensare alla direzione in cui dirigermi. Comunque… qui sono più veloce che sulla terraferma. Posso sfuggirgli abbastanza a lungo da riprendermi almeno in piccola parte… attirarlo lontano da dove stanno portando il ministro… e magari riuscire a parlargli. Ma naturalmente è anche molto rischioso… avrei voluto evitarlo, a meno che non fosse stato indispensabile. Adesso è tutto una scommessa. Dipende dal fatto che lui si accorga o meno che…
–Hai fatto un errore veramente stupido– mi arriva infatti la sua voce fredda e distorta da fuori, rimbombante attraverso lo spessore del liquido. –O forse vuoi farti uccidere apposta? Io sono IL PIÙ ADATTO per fronteggiare uno come te. Non dirmi che pensavi davvero che l'acqua ti avrebbe dato un vantaggio. Pensi di riuscire a nuotar via prima che io ti congeli semplicemente intorno tutto il bacino e ti riduca come un pesce in trappola?
No, in realtà non lo pensavo affatto. Sapevo benissimo che l'unico esiguo vantaggio su cui avrei potuto contare sarebbe stato il fattore sorpresa. E con tutta probabilità non basterà. Ahmed è sempre stato molto più bravo di me ad agire prima di pensare. Questo gliel'ho sempre riconosciuto. Mentre finiva di parlare ha già tuffato a sua volta il braccio a trapano nell'acqua, liberando onde azzurrine di gelo che stanno solidificando dappertutto gli orli della conca, riducendo il mio spazio vitale. Sono circondato. Ho due scelte… uscire e affrontarlo di nuovo sulla terraferma dove ho molte meno possibilità in un corpo a corpo, oppure scegliere la fuga… filare verso le chiuse più velocemente che posso e sperare di salvarmi in tempo.
Ma ovviamente anche lui ci ha pensato. Nel momento in cui mi volto in quella direzione, trovo ogni passaggio già bloccato. Mi sposto in cerchio, solo per scoprire che non mi è rimasta alcuna via per evadere. Non credevo che il suo potere operasse a questa velocità. Intorno a me le pareti di ghiaccio si fanno sempre più vicine. Cerco di salire. Mi scontro con una lastra solida. Ha cristallizzato l'acqua anche in superficie. Quando cerco di sfondarla con un pugno, non ottengo nulla. Non è ghiaccio normale. Vuol farmi soffocare qui sotto… o semplicemente ridurmi come una mosca nell'ambra. Non mi aspettavo di meno da lui. Ho sempre stimato molto le sue doti di combattente.
Ma anche lui avrebbe dovuto avere più stima delle mie doti di stratega. Ho rischiato, certo. Ma era un rischio calcolato. Credeva che non sapessi che se mi fossi buttato in acqua avrebbe fatto questo?
Ahmed può dirigere i suoi raggi congelanti dove vuole, non deve necessariamente creare ghiaccio vicino al suo corpo. Altrimenti quando mi sono scontrato la prima volta con lui l'avrei visto ghiacciare anche se stesso. Qual è l'unico punto in superficie che non può essere bloccato in questo momento? Quello intorno al suo braccio. Altrimenti rischierebbe di rimanere incastrato a sua volta. Non avrebbe dovuto infilarlo in acqua solo perché si sentiva provocato. Ma lui è più testa calda di me.
Mentre gli orli taglienti stanno per serrarmi e inglobarmi, mi lancio nella sua direzione alla massima velocità possibile. Non se lo aspettava. Non ha i riflessi abbastanza rapidi da impedirmi di afferrarlo. Imprecando, tenta di aumentare ancor più il ritmo del congelamento. Mi sento prendere una gamba dalla morsa cristallina. Non cedo. Tiro con un grido, trascinandolo sotto con me. Non riesce a interrompere in tempo il raggio. Con uno scricchiolio, la volta gelida sopra di noi si completa. –Allora, Ahmed… siamo prigionieri qui sotto entrambi. La differenza è che IO posso ancora respirare. Tu no. Vuoi sciogliere questo ghiaccio… o vuoi tanto uccidermi da essere disposto a morire e lasciare tua sorella da sola in balia di quella gente? Possiamo salvarla insieme, lo capisci?
La maschera d'acciaio non tradisce alcun sentimento, ma sento ugualmente la sua costernazione, la sua agitazione, come se me la trasmettesse l'acqua stessa. Sa che se esita ancora finirà per annegare. Io non posso muovermi, e anche se potessi non avrei dove portarlo in salvo.
Allora di colpo abbassa le spalle, come se avesse perso ogni energia. –Non posso arrendermi. Loro… lo saprebbero. E non posso neanche lasciarmi sconfiggere apposta, per quanto lo desidererei. Ma anche tu non resisterai a lungo, amico mio. Non c'è rimasto molto ossigeno in questa poca acqua… e anche la tua riserva interna non è infinita. Forse alla fine è meglio così. Ce ne andremo insieme. È possibile che mi perdonino e risparmino Karima, se ti porto con me.
–Ahmed…
Non parla più. L'effetto congelante non si ferma. Ci avvolge. Lo sento stringermisi intorno al corpo.
–L'unica cosa che mi dispiace è che finirai di soffrire un po' dopo di me.
–Ahmed! Non arrenderti così! Non darla vinta a loro!
È inutile. Non mi ascolta più. Mi sento schiacciare. Mi finirà prima questo freddo insopportabile o la pressione? Già sento qualcosa dentro di me cedere. il mio avversario non si muove, come se fosse già morto. Forse lo è. Non so dirlo. Ho una nebbia rossa davanti agli occhi, sto per perdere i sensi… eppure quello che più mi brucia dentro non è il pensiero della mia sorte né il futuro di questa nazione, ma l'ingiustizia della fine del mio vecchio compagno.
–Credi forse…– ho ancora la forza di rantolare, con l'ultimo refolo d'aria che mi resta nei polmoni –credi forse che ti basterà ubbidire loro per salvarle la vita? Li conosci così poco… da pensare che non la uccideranno lo stesso quando non ne avranno più bisogno per ricattarti? Combatti, maledizione! Vivi!
Poi accade il miracolo. Se miracolo può chiamarsi.
Un lampo roseo–aranciato. Una sensazione violentissima di calore. L'esplosione scuote tutta la conca ghiacciata fino al fondo. Fa volare l'acqua solida fino al cielo in miliardi di iceberg e schegge più piccole che scintillano alla luna, e noi con essa. Tutta la riva e il fondo sono violentemente sconvolti, ridisegnati dal brutale trattamento, come una ciotola gigantesca di cui un bambino abbia sbrecciato gli orli con una paletta. Quando il liquido azzurro ricade all'interno, è in gran parte sciolto e provoca uno sciabordio assordante. Qualcuno ha appena SOLLEVATO L'INTERO LAGO per ucciderci… o per salvarci?
Ci schiantiamo sulla sponda. Per il mio corpo già provato è quasi il colpo di grazia. Molta acqua si è vaporizzata e una specie di foschia spessa ci circonda. Riesco appena a sollevare la testa quel tanto che basta per vedere una figura indistinta che ci si avvicina. Il mio avversario, accanto a me, si muove debolmente, affannosamente. È vivo… e sembra anche come spaventato da qualcosa.
–Adesso basta– mormora una seconda voce distorta e metallica quanto la sua, ma che non posso non riconoscere bene. –Devi smetterla di comportarti così. Devi smetterla di fare queste cose. Se devo ti ucciderò pur di fartelo capire.
La nebbia si sta diradando. Ora riesco a distinguere meglio i contorni del misterioso intruso. Una creatura umanoide dal rivestimento metallico rosso chiaro, le membra più sottili di quelle che hanno dato ad Ahmed, la stessa maschera inespressiva sul volto e una specie di corona sulla testa formata da protuberanze d'acciaio. Le dita della mano destra ancora fumanti sono l'origine dello scoppio di calore che ci ha sottratto alla fine. E mi sento uno stupido per non averlo capito fin dall'inizio.
–Ma… ma certo… il lampo l'altro giorno, dopo l'attentato… è per questo che Ahmed è scappato, non è vero? Non voleva farsi vedere da te. È così che hanno guarito la tua malattia… in fondo i loro dottori sono degli specialisti… per questo eri così disperata… Karima!