Capitolo 6

La creatura davanti a me annuisce. –Sì. Sono io.– Per quanto il suo aspetto sia diverso… il suo atteggiamento, il modo di muoversi, richiamano in tutto Karima. E per quanto forse sia soltanto un'illusione generata dalla mia mente, potrei giurare che anche il tono accorato della voce sia proprio il suo, nonostante il distorsore. La riconoscerei anche tra un milione.
–Ora lo vedi quanto grande è la mia colpa– mormora Ahmed al mio fianco, la testa bassa, sferrando un pugno di rassegnazione nella polvere. –Ho accettato di lavorare per loro… di diventare questa cosa… ma non mi avevano detto che l'avrebbero fatto anche alla mia sorellina! Avevo pensato di tradirli, dopo che l'avessero salvata… lo ammetto… a chi importano le promesse fatte a un branco di aguzzini?… Ma devono averlo capito… e si sono assicurati la mia fedeltà in questo modo. Non ho avuto altra scelta… altra scelta…
È tutto chiaro. Fin troppo dolorosamente, ovviamente chiaro. –Certo. Perché è questo il motivo per cui hanno in pugno la sua vita oltre alla sua. Ha il tuo stesso dispositivo d'autodistruzione, vero? Come con te… così anche con lei, basta che premano un bottone.
Crolla la testa più volte. Continua a tenere gli occhi bassi, fissi nel fango. Non riesce a guardarla negli occhi. –L'ho resa schiava… schiava quanto me. Ma non avrei mai voluto che venisse a conoscenza della mia vergogna, delle missioni che mi affidavano. E non potrò mai perdonarmi per averla ridotta così! C'è da meravigliarsi… se ora mi odia?…
–Non hai mai capito niente.– Il sintetizzatore vocale di cui li hanno dotati non serve poi a molto, dopotutto. Tanto il tono di Ahmed appariva rotto e piangente, tanto quello di Karima è sicuro e tranquillo. –Non ti ho mai odiato per questo, fratello. Hanno ingannato te proprio come tanti altri. E come me. Credevo davvero che mi avrebbero curato. Perciò ho permesso che ci provassero nonostante sentissi che non erano brave persone. Volevo gridarti di non fare questo per me… di non venderti per me… ma sapevo che se fossi morta non saresti sopravvissuto da solo. E ho ceduto. È stata anche colpa mia. Avrei dovuto impedirtelo. Ti chiedo perdono.
Sento il mio amico scuotere convulsamente la testa, ma non riesco a distogliere lo sguardo da lei. Sapevo che era diventata donna. Non mi ero ancora reso conto di quanto. –Poi però ti ho visto perdere poco a poco te stesso– continua, pacatamente. –Hai dovuto obbedire ai loro ordini… commettere azioni contrarie ai tuoi principi… dover tramare la rovina di chi poteva far risollevare questa terra che ami tanto. La terra per cui sono morti mamma e papà, per cui saresti stato disposto a morire tu stesso. Per non far morire il mio corpo, hai ucciso la tua anima… e avresti perso le vite di tanti innocenti che hanno bisogno di vivere più di me. Il tuo sogno, il nostro sogno, vale più di me… la nostra dignità vale più delle nostre vite. Non riesci a capirlo? Io non posso permetterti di diventare questo.
–Io sono già questo, rosellina… non si può tornare indietro.
–Il tuo aspetto non conta niente!– È lei ora a scuotere la testa con forza. –È come siamo dentro quel che più conta! E dentro tu non sei più il fratello che ammiravo tanto! E lo rivoglio indietro! Preferisco morire piuttosto che perdere quel fratello, proprio come lui era disposto a morire per non perdere me! Ti sono grata per il tuo sacrificio… ti voglio bene per questo… ma non ti lascerò portarlo fino in fondo. A qualunque costo.
–Non avresti dovuto tirarci fuori da lì, allora. Dovevi lasciarmi morire, Karima. Poteva essere la redenzione per la mia anima. E la tua ultima possibilità di salvarti la vita. Oppure…
–…Oppure potrebbe aiutarti ad uccidermi adesso e compiere la tua missione?– mormoro io, interrompendo lo scambio tra fratelli con tanta calma da sorprendermene io stesso. È quasi come se stessimo parlando oziosamente di qualcosa che non mi riguarda affatto. La nebbia si è ormai condensata in fredde goccioline che miste al ghiaccio fuso ci inzuppano tutti completamente, facendoci rabbrividire. –Non credo proprio che lo farà, Ahmed, come non ci credi tu.
–Infatti.– Karima è calma quanto me. –Non voglio che tu ti arrenda, fratello. Voglio che tu vinca. Se cercherai di nuovo di attaccarlo, ti colpirò. Se dovrò abbatterti per aiutarlo a sconfiggerti, lo farò. Perché in questo momento tutto quello che posso fare per te… tutto quello che posso fare per salvarti… è aiutarti a farti sconfiggere da lui. Vuole quello che volevamo noi. Il bene del nostro popolo. Che importa se ci uccideranno, purché il nostro popolo cresca e trovi la pace?
Ricordo le sue parole di ieri. Ricordo la sua disperata richiesta che solo ora riesco a capire davvero. –Finiamola qui, Ahmed. Finiamola come va finita.– Cerco con uno sforzo di rimettermi in piedi. –Ciò che ci hanno fatto non è ciò che siamo. Ma anche se lo fosse… non vorrebbe dire che tu sei anche mio fratello… adesso? Non è questo… quel che più conta?
–Non sono più fratello di nessuno in questa terra.– Non stacca gli occhi dal suolo fangoso. –Non sono più un loro simile.
–Allora sii il loro protettore. Difendili da chi vorrebbe usarli come hanno usato te. Combatti contro quei mostri, aiuta il ministro a guarire il paese. C'è bisogno di eroi. Dio sa quanto vorrei che non ci fosse, ma ce n'è un bisogno disperato. Ovunque. Sii un eroe, Ahmed. Usa questo te stesso che odi… per gli altri. Ti aiuterò io a disattivare il detonatore. Sono un esperto di esplosivi, questo lo sai da quando eravamo ragazzi.
Solleva gli occhi su di me, incerto. Annuisco, tendendogli una mano nonostante stia ancora vacillando. –Fidati di me ancora una volta. L'ultima è andata male. Ti prometto che ora non sarà lo stesso. Non arrenderti, amico mio. Karima ha ragione. Non sei mai stato uno che si arrende. Tu sei uno che vince.
Mi guarda. Poi guarda lei, con la mano ancora sollevata, le dita lanciafiamme pronte a colpire per il suo bene ma che preferirebbero tanto stringerlo. Forse cerca di valutare se potrebbe sconfiggerci entrambi. Forse pensa a tutt'altro.
Poi fa ciò che sapevo. Che speravo facesse. Si arrende a noi, per vincere. Accetta la mia mano. E ci tiriamo entrambi in piedi barcollando. Karima ci muove un passo incontro, con un singhiozzo soffocato di sollievo.
–Non sarà così facile– mormora. –Lo sai. Potrebbero trovarci e punirci in qualsiasi momento. Anche adesso.
–Lo so. Ma con un po' di fortuna, forse avremo un margine di tempo sufficiente. Adesso troviamo un nascondiglio e… se riesco a riprendermi in fretta…
Avete mai fatto uno di quei sogni in cui… proprio quando il peggio sembra passato… in qualche modo sapete che non può essere così e la paura vi piomba nuovamente addosso col peso di un'intera marea? Per me è così, ora. Improvvisamente tutto sembra muoversi a una lentezza spaventosa. Lente le mie reazioni. Lento il grido di Ahmed mentre solleva la testa, che mi dice cosa sta accadendo prima che lo veda da solo. Lento, spaventosamente lento, il movimento di Karima che si affloscia pesantemente a terra, le braccia ancora protese per abbracciare me e suo fratello, la luce nei suoi occhi prima stupita e poi offuscata, morta, di colpo. Avevo sperato perché non potevo fare altro. Non avrei dovuto. Dopotutto li conosco. Non ci hanno dato quel poco tempo che pregavo di avere. Da chissà quante miglia di distanza, dal loro rifugio ben protetto da cui guardavano la nostra lotta come uno spettacolo… hanno messo in atto la loro vendetta.
Ahmed inverte la trasformazione mentre corre a sostenere sua sorella prima che tocchi terra. È un uomo quello che regge tra le braccia la forma inerte della guerriera metallica, un povero uomo nudo che non sa cosa fare. Lui sta bene. Non hanno attivato il suo detonatore. Hanno deciso di punirlo nel modo più crudele, facendogli vedere la persona che ama di più al mondo spegnersi inesorabilmente mentre lui resta inesorabilmente in vita. –Fa' qualcosa!– mi urla, mi accusa, mi supplica, zuppo delle migliaia di goccioline gelide che ricadono su di noi. –Avevi detto che l'avresti salvata! Fai qualunque cosa!
Sembra un bambino terrorizzato che implora Dio. Io non sono un dio, però. L'ho convinto a smettere di combattere… per cosa? Mi sembra che mi ci voglia un'eternità per trascinarmi accanto a loro. Sollevo la testa di Karima senza vedere alcun indizio di coscienza. Esamino il rivestimento esterno del corpo alla ricerca di un pannello o di qualcosa che possa forzare. Ho gli occhi annebbiati, però… le mani intorpidite… maledizione… sto forse perdendo coscienza proprio adesso? Non è giusto…
Mi riscuoto vedendo Ahmed che mi indica dove premere. C'è una piccola rientranza poco al di sotto della scapola. Eseguo goffamente le sue istruzioni mentre lui mi aiuta. Una placca cromata si solleva su un quadro di spie e fili intrecciati. Ho disinnescato molte bombe in vita mia. Questo però è diverso. Riesco a capire che tutta l'energia dell'organismo sta lentamente abbandonando le funzioni di sostentamento vitale concentrandosi nel generatore principale, al quale è collegato l'esplosivo. Ed è un esplosivo parecchio potente. La detonazione coinvolgerà almeno un raggio di cento miglia… e qui siamo nel cuore della capitale. Quante persone ucciderebbe? Di certo spazzerebbe via gli uffici governativi… quelli locali e quelli degli occupanti… così, oltre a liberarsi di noi, quei maledetti riusciranno a rigettare definitivamente nel caos il paese, pronti a coglierne i frutti.
Freneticamente, cerco di studiare i circuiti per capire come interrompere il conto alla rovescia. Ho anche meno tempo di quello che sembrerebbe. Karima morirà per mancanza di energia ben prima dell'autodistruzione. Se ho capito bene… devo tagliare uno di questi fili rossi a sinistra… quale, però? Non ho mai visto dei collegamenti così complicati. È ovvio che alcuni sono delle trappole. Devono aver preso delle contromisure contro un artificiere anche più bravo di me, proprio per questa eventualità. E in queste condizioni… con la testa che mi pulsa, le dita che mi tremano… non mi fiderei completamente di me stesso neanche per disinnescare un ordigno da quattro soldi. Se sbaglio, sarà la fine. Se non faccio niente… sarà la fine lo stesso.
Ancora una volta, ho avuto troppa fiducia in me stesso… e delle persone che mi sono care ne faranno le spese. Come quando tradii la mia famiglia… come quando tradii mia sorella… e poi i miei amici e compagni di lotta.
Ahmed solleva gli occhi su di me, supplicante. Credo che abbia capito il mio dilemma. Sa di essere responsabile di questa situazione… delle mie ferite, dello stato di Karima… almeno quanto me. –Ahmed… io…
Allora accade qualcosa di strano. È come se le parti s'invertissero. Fino a un attimo fa ero io quello che confortava e lui il disperato. Ora lo vedo tirare un profondo sospiro, fissarmi dritto negli occhi, e mormorare: –Puoi farcela, fratello. Provaci. Ti prego.
Sa cosa potrebbe succedere. E si affida a me. Internamente, ho un brivido. È come se finalmente mi sentissi perdonato per il mio errore di tanti anni fa. Come se fossimo di nuovo parte della stessa famiglia. Se dovessimo morire, almeno saremmo insieme… e senza rimpianti. Ma leggo nel suo sguardo che è sicuro di me. Come posso non fidarmi di me stesso, quando lui crede in me in questo modo?
Il filo dev'essere quello. So che è quello. Respiro profondamente a mia volta. Delicatamente, lo separo da tutti gli altri con le dita, concentrandomi quanto più mi è possibile, e mi preparo a strapparlo.
Uno scoppio vicinissimo a noi fa tremare la terra. Una pallottola esplosiva si è infilata nell'umido suolo sabbioso lasciando un foro netto come una tana, per poi far saltare un raggio di trenta centimetri intorno. Ahmed drizza la testa di scatto allarmato. Passi pesanti ci accerchiano. Ci hanno mancato apposta. Era un colpo d'avvertimento. I prossimi saranno più precisi. Dovevo immaginare che non avrebbero lasciato che finisse così.
Sono una ventina, in uniforme grigioverde, armi speciali in pugno. Volti umani, ma occhi vuoti e inespressivi. I nostri nemici non sacrificherebbero soldati preziosi nell'esplosione che sta per avvenire… con quello che costano. Hanno mandato dei robot. Semplici prodotti di scarto probabilmente… ma conciato come sono, saranno più che sufficienti per rallentarmi quanto basta perché il conto alla rovescia arrivi a zero.
Ahmed emette una specie di ruggito. Si drizza in piedi e vedo di nuovo il suo corpo ondeggiare. Sta cercando di trasformarsi nuovamente, per combatterli e darmi il tempo di disattivare il detonatore. Ma qualcosa non va. Un attimo dopo si abbatte a terra coi lineamenti distorti dal dolore stringendosi il petto. Era nelle loro mani… non è vero? Gli hanno inibito i comandi… e attivato anche la SUA autodistruzione!…
Sentiamo un'educata risata ronzarci attorno. Per non rinunciare a schernirci, i suoi aguzzini ci trasmettono la loro voce tramite una ricetrasmittente installata sui pupazzi: «Sei stato davvero sleale, Ahmed. Ma da te ce lo aspettavamo. Invece non ci aspettavamo che fossi così STUPIDO. Pensavi che non fossimo preparati ad ogni tua mossa? Impara che QUALUNQUE cosa accada, qualunque cosa tu faccia, va sempre e solo a nostro vantaggio. E visto che ci tieni, muori pure da stupido con la tua sorellina e il tuo amico…»
I soldati meccanici avanzano. Non riuscirò mai a farcela in tempo. Anche se riesco a salvare Karima, la bomba installata su Ahmed sarà sicuramente altrettanto potente. E ora tutti simultaneamente mi stanno prendendo di mira. Cerco di sollevarmi solo per essere afferrato dalle vertigini e ricadere con un ginocchio al suolo. Con dita tremanti cerco la pistola. Se solo riuscissi a muovermi… no… non voglio accettare che questa sia la fine!…
Poi…
Avete mai fatto uno di quei sogni… in cui, anche quando sembra che il mostro stia per inghiottirvi, sapete che non finirà in questo modo? Che all'improvviso apparirà un raggio di luce in cielo e qualcuno verrà a salvarvi oltre ogni previsione? E accade davvero? Io l'ho fatto molte volte. E spesso non era un sogno.
Un vortice uscito dal nulla colpisce in pieno petto i sicari più vicini mandandoli a gambe all'aria con vistose ammaccature sul torace. Mentre gli altri si stanno guardando intorno per localizzare l'intrusione, delle pallottole precisissime gli sforacchiano la fronte facendo saltare i loro minuscoli cervellini elettronici. Le teste esplodono lasciando i corpi ad annaspare ancora per qualche secondo con le mani a mezz'aria come dinosauri che non si sono ancora resi conto della loro fine, per poi piombare a terra di botto. Qualcuno si sta chinando a sollevare Ahmed con braccia che potrebbero alzare da terra una dozzina di elefanti, mentre sento che qualcun altro mi si è avvicinato e sta facendo lo stesso con me. –Hey, Blackie. Abbiamo fatto più in fretta che potevamo e tu ti fai trovare in questo stato? Non sei per niente gentile a prenderti tutto il divertimento.
–A questi ci pensiamo noi. Tu stai bene?
Già. Dimenticavo. Posso aver perso la mia famiglia… ma ne ho un'altra. Che non mi abbandona mai nel momento del bisogno.
La scena intorno a noi è diventata un campo di battaglia con la rapidità di una tempesta di sabbia nel deserto. Vampate dal sottosuolo escono a fondere i nostri assalitori in rottami fumanti come geyser infernali. Altri finiscono spiaccicati sotto le zampe di un improbabile rinoceronte a pallini rosa comparso chissà come. Mentre il mio amico aviatore mi sostiene, la giovane bionda accanto a me sta esaminando il dispositivo di detonazione di Karima molto meglio di quanto possa aver fatto io prima. –Portalo in infermeria subito– ordina all'altro in tono deciso. –Qui ci penso io.
–Agli ordini, bellezza.
Cerca di sollevarmi da terra per portarmi via in volo, ma faccio resistenza. –No. Devo restare. Anche Ahmed…
–Lo so– mi rassicura lei annuendo. –Le bombe sono due, giusto? Non preoccuparti. Le neutralizzerò in un attimo. Non possiamo lasciarti qui con quelle ferite. Fatti medicare e riposati.
–No– insisto. Sto barcollando, darei qualsiasi cosa per obbedirle, stendermi e farmi sopraffare dal sonno… ma non posso. –Devo farlo io. Sono miei amici. Ahmed si è fidato di me. Lasciate che tagli io i fili.
Il rosso alle mie spalle grugnisce ma allenta la presa. Si consultano con lo sguardo. Lei è indecisa… ma quando mi guarda in volto accenna di sì dopo un attimo. –D'accordo. Fai pure. Ti guiderò solo se ne avrai bisogno.
Torno a inginocchiarmi fissando la maschera inespressiva del volto di Karima. Il volto che le hanno dato tentando di toglierle la sua umanità. Come se fosse stato possibile. Ciò che vedo io è ben altro.
Mi piacevi molto, sai? Mi sa che avevo una cotta per te.
Comunque… in ogni modo… non so come andrà a finire, ma una parte di me è contenta che tu sia qui. Credimi.

Padre. Madre. Zuri…
Ci sono cose in cui sono bravo.
Ed è la cosa giusta credere in te stesso… per le cose in cui sei bravo.
Taglio di netto il filo, quello che avevo individuato prima. Senza esitare.
E le spie si spengono.
Vedo il sollievo sui volti degli altri. Vorrebbero applaudire ma non è ancora finita. Sono quasi in uno stato onirico mentre mi sorreggono per i pochi passi di distanza dal corpo di Ahmed. A questo punto mi sembra ridicolmente facile. Sono tutti radunati intorno a me nel momento in cui disinnesco il secondo ordigno, ma quasi non me ne accorgo. Come non mi accorgo del sudore che mi bagna ormai tutto il viso, mescolato all'acqua gelata della battaglia.
–Non è ancora finita… bisogna riattivare i loro circuiti energetici… e rimuovere le bombe… nel caso abbiano un sistema secondario di…
–Lo sappiamo, lo sappiamo, cervellone. Adesso basta fare l'eroe da solo. Rilassati e lascia a noi il resto.
E lo faccio. Ora che è finita, mi permetto di crollare completamente. Le vertigini mi afferrano e le forze mi abbandonano. Lascio che succeda. Perché so di aver fatto quello che dovevo e che tutto andrà bene. Sento confusamente l'aria fischiarmi intorno mentre portano me e gli altri alla nave a tutta velocità. Poi, circa a metà del volo rasoterra, tutto diventa buio. Ma sorrido.
Sono in buone mani.

Mi sembra che mi ci voglia una vita a riprendermi. Quando sono in condizioni di alzarmi, mi dicono che invece sono passati soltanto pochi giorni. Il braccio e la gamba erano malridotti, ma la cosa più grave era che la pressione del ghiaccio aveva causato un guasto al mio sistema di distribuzione dell'energia. Ancora poco e mi sarei spento insieme ai miei amici. Invece tutti e tre staremo bene. È stato complicato estrarre loro le bombe, che erano collegate ai generatori centrali… ma al professore niente è impossibile, specialmente con l'aiuto dei suoi migliori infermieri. Anche se l'intervento lo ha fatto brontolare un bel po': «Che razza di modo di fare le cose… rozzi… barocchi… bah! Questi giovinastri di oggi non stanno più attenti ai dettagli! Dov'è finito il buon artigianato di una volta?»
Ci vorrà del tempo prima che ci riprendiamo del tutto. Ma l'importante è… che ce l'abbiamo fatta.
Nel frattempo gli altri non sono certo stati con le mani in mano. L'avamposto locale dei nostri «amici» è stato scovato e distrutto. Se ne sono andati con le solite minacce di ritornare, ma se ne sono andati. Per quanto abbiano voluto ridere di me e di Ahmed, almeno per questa volta… come tante volte… siamo stati noi ad aver riso per ultimi. Anche il ministro ibn–Said è sano e salvo. Avevano teso un agguato alla sua auto mentre lo trasportavano nel nuovo nascondiglio che avevo scelto per lui, ma per fortuna i miei compagni sono arrivati in tempo. Ha già ripreso la campagna elettorale, e il popolo lo ammira ancor più dopo i rischi che ha corso. Presto probabilmente ci sarà un nuovo presidente… e finalmente dopo una lunga morte questo paese potrà cominciare a rinascere. E ha promesso di assicurarsi che TUTTI siano trattati giustamente, sia che abbiano sofferto discriminazioni di tipo razziale… o altro.
E presto anche noi siamo pronti per ripartire. Lontano dalla capitale, nel deserto, Ahmed e Karima ci salutano sorridenti, nelle loro forme umane, ancora appoggiati l'uno all'altra per non vacillare ma ormai avviati a una completa guarigione. Gli altri si sono allontanati per non disturbarci: sono io l'ultimo a stringere loro la mano.
–Ti devo più della vita, fratello mio– esclama Ahmed, il volto aperto e luminoso come non glielo vedevo dai vecchi tempi. Ora lo riconosco davvero per quel che è sempre stato. –Senza di te, sarei morto da traditore. Ora… cercherò di vivere da uomo. Per quanto mi sarà possibile.
–Che cosa farai? Che cosa farete?
–Il ministro vuole che resti nel suo staff. Gli ho raccontato tutta la verità, ma… non ha fatto una piega. Ha detto: «Di chi posso fidarmi se non di qualcuno che ha sofferto tanto, che ha fatto i suoi sbagli e li ha compresi? E chi meglio posso chiedere di avere al mio fianco per aiutarmi a capire i bisogni del popolo? » È una persona ancor più degna di rispetto di quanto pensassi. Sarò il suo braccio destro e…– ammicca –anche la sua guardia del corpo. Se quei farabutti dovessero riprovare a mettere le grinfie sulla nostra terra, dovranno prima vedersela con me.
–E con me.– Karima ha gli occhi scintillanti della bambina di una volta. Mi abbraccia con tutte le sue forze. –Grazie. Sapevo di poter contare su di te. Ahmed era come morto e tu me lo hai restituito. Non potremo più tornare quello che eravamo… ma saremo i protettori della nostra gente, e forse di altri nel mondo. Saremo come voi.
–Sarà bello sapere che non siamo soli– sorrido. –E che questo pezzo di mondo è in buone mani. Ce n'è tanto bisogno. Se mai dovesse servirvi aiuto… chiamateci. Chiamatemi. Senza esitare.
–Anche tu. E non soltanto se ne avessi bisogno.
–Ti devo tanto più di prima. E mi sei caro tanto più di prima.– Karima mi scocca con impeto un bacio sulla guancia, il volto arrossato. –Io ci sarò sempre per te.
Dietro le mie spalle dalla passerella abbassata parte un coro scomposto di «EVVAI!» «Dacci dentro, latin lover!» «Così si fa!» «FUUU–FIUUUU!» «Ehi, lasciatelo stare…»
Sigh. Ragazzi. –Credo di dover andare– sorrido a metà, sciogliendomi dall'abbraccio non poco imbarazzato a mia volta. Ahmed annuisce. Poi, mentre inizio ad allontanarmi, mi richiama raggiungendomi in pochi passi. –Aspetta. Solo un'altra cosa.
Lo guardo in attesa senza dir nulla.
–Non ti ho mai ritenuto responsabile di ciò che accadde quella volta. Né io, né Karima, né nessuno degli altri. Sono certo che se lo chiedessi oggi a ciascuno di loro, me lo confermerebbero. Anche quelli che non ce l'hanno fatta. Piuttosto, davo la colpa a me. Io ero il capo, io avevo la responsabilità di controllare le informazioni. Ma forse non ero adatto per comandare. Non avevo la freddezza di ragionamento necessaria. Ormai, però, credo che sia inutile darsi colpe. Se c'è una cosa che ho capito… è che non conta tanto cosa sei capace o non sei capace di fare. Conta quanto sei disposto a dare. E cosa vuoi raggiungere. Siete stati tu e Karima ad insegnarmelo, e lo ricorderò. Ricordalo anche tu.
Non riesco a rispondere, non mi vengono le parole. Così non ci provo nemmeno. Accenno soltanto che ho capito, gli rivolgo un ultimo cenno di saluto, riavviandomi ad unirmi ai miei compagni.
Non il nostro aspetto ma ciò che sentiamo dentro. Non ciò che sappiamo fare ma le nostre intenzioni e i nostri sforzi. A volte tutti… anch'io, che pure spesso penso di saperlo… abbiamo bisogno che ci venga ricordato quel che più conta. E a volte dobbiamo andare lontano e rischiare molto perché accada. Per fortuna quasi sempre abbiamo degli amici pronti ad aiutarci. Un tempo sono stato sconfortato a causa del mio corpo. Ora, a causa del mio spirito… alla fine non è che ci siano tutte queste differenze. E non è tanto diverso neanche il modo di uscirne.
Salgo a bordo fingendo di ignorare il solito spiritosone che mentre passo mi spara «Allora, a quando il prossimo appuntamento?», e mi siedo alla mia postazione, rilassandomi. Mi sento tornato nel mio elemento. Questa volta tutto è andato a posto, e d'ora in poi qui ci saranno dei protettori ad assicurarsi che le cose non peggiorino di nuovo. Non so come finirà la prossima missione. Ma anche se commettessimo degli errori, anche se subissimo delle sconfitte… finché daremo il massimo, finché avremo gli uni gli altri e potremo compensarci a vicenda… come possiamo perdere?
Karima… Ahmed… Ma'as salama. Arrivederci, amici miei. Abbiate cura di voi. Buona fortuna.