Some fret it, forget it
Some ruin and some regret it
I never meant to let you down
- Damien Rice
3. Beckett
Si impose di continuare a guardare fissa davanti a sé, tesa nello sforzo di non mostrare alcuna emozione, sapendo che lui sarebbe stato in grado di comprenderla e leggerle dentro come nessun altro – solo la mano con cui teneva troppo stretta la tazza iniziò a tremare impercettibilmente. L'appoggiò sul tavolino con un gesto poco controllato. L'impatto produsse un tonfo sordo contro la superficie rigida, che avrebbe potuto richiamare l'attenzione Castle, eventualità che l'atterrì. Si sforzò di ascoltare i rumori che provenivano dalla sua stanza. Riconobbe i passi veloci camuffati dallo spesso tappeto e, dopo poco, sentì l'acqua della doccia scorrere in lontananza.
Provò un sollievo colpevole e solo allora si concesse di riemergere dalla scarsità di ossigeno da cui era stata oppressa dal momento in cui si era accorta che l'alba era passata da un pezzo, e che il suo spazio sicuro – lo era stato almeno per qualche ora – stava per essere invaso da Castle.
Un Castle che, ne era certa, avrebbe fatto domande, avrebbe voluto chiarimenti e spiegazioni, che lei, andando al nocciolo della questione, semplicemente non aveva. Non aveva risposte per sé, non poteva certamente imbastirle per lui. E quel che era peggio, non avrebbe sopportato di essere testimone della sua allegra, fiduciosa irruenza, quando lei combatteva contro il peggior umor tragico di sempre.
Si era svegliata dopo un sonno molto breve, che l'aveva ristorata come se avesse trascorso una notte di totale abbandono.
Aveva sorriso, aprendo gli occhi, segno che stava sorridendo già da prima, come se fosse stata immersa in un sogno piacevolissimo il cui ricordo le sfuggiva, ma che le aveva lasciato una sensazione di incondizionato benessere. Non le capitava spesso di avere questo tipo di risvegli. Onestamente, non ricordava di averli mai avuti.
Si era trovata sdraiata su un fianco, ancora insonnolita, impegnata a godersi la pace, il calore e l'acuto senso di protezione che provenivano dal braccio rilassato che l'avvolgeva da dietro. Si era stiracchiata piano, cullata dal ritmo regolare del respiro che avvertiva sulla spalla nuda, lasciata scoperta dal lenzuolo incastrato sotto i loro corpi.
E di colpo l'orrore di quello che era successo si era fatto vivo con cruda chiarezza. Si era voltata di scatto, trovando naturalmente Castle accanto a sé, ancora sprofondato in un sonno di piombo – non si era infatti accorto dell'agitazione con cui si era mossa. Si era precipitata a voltargli le spalle di nuovo, raccogliendosi in posizione fetale, come se il solo fatto di non guardarlo potesse in qualche modo porre riparo alla situazione, o miracolosamente farla scomparire.
Che cosa aveva fatto? Che cosa le era saltato in mente? Il suo spietato giudice interiore non aveva nessuna voglia di mostrarsi indulgente con lei, e ne aveva buon motivo.
Non poteva raccontarsi di essere stata vittima delle circostanze, se per "circostanze" non si intendeva aver abusato della resistenza tenace che aveva opposto all'attrazione sempre provata per lui e di cui, volle dirselo brutalmente anche in quel momento di totale mestizia, non era mai stata ignara. Finché l'elastico si era spezzato, fatalmente.
No, in quell'abbraccio si era avvolta volontariamente, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, che dovevano aver subito una battuta d'arresto per non specificati motivi su cui avrebbe avuto tutto il tempo di riflettere. E di tormentarsi a lungo.
E sull'avere o meno rimpianti, beh... quello era un terreno sconosciuto da cui intendeva tenersi molto lontana.
Si era alzata premurandosi di non svegliarlo – non voleva partecipare alla scenetta edificante di intavolare facezie mentre fuggiva dal suo letto, aveva raccolto quello che poteva, quello che aveva trovato sulla sua strada, lasciando il resto a futuro memento della sua vergognosa ritirata ed era corsa lontano, nella sua camera ancora perfettamente ordinata e fredda, priva di quel calore accogliente che aveva appena lasciato.
Sospirò, prendendosi la testa tra le mani. Non era alla ricerca di una facile assoluzione, perché era fatta di ben altra sostanza e lo sapeva. Non le sarebbe bastato dirsi che, nonostante tutta l'energia che aveva sempre impiegato per apparire impassibile, per non cedere alle lusinghe, ai tentacoli seducenti che da anni minacciavano di farla capitolare, aveva infine ceduto perché non esisteva nel mondo una forza uguale e contraria che potesse tenerla lontana da lui. No. Quella era una scusa per chi non sapeva assumersi la responsabilità delle proprie azioni, attribuendone la colpa all'esterno, o al fato stesso.
Avrebbe dovuto resistere a ogni costo, si rimproverò ripensando alla sequenza degli avvenimenti appena trascorsi. La sera prima, quando ancora erano due persone innocenti, avrebbe dovuto alzarsi qualche secondo prima, quando aveva intravisto la china pericolosa lungo la quale si stavano avviando, salutarlo – con aria cortese ma decisa - e mettersi in salvo. Aveva capito fin da subito, non appena gliel'aveva proposto sull'auto appena sbarcati a Los Angeles, che condividere una suite sarebbe stata una pessima idea e che avrebbe condotto a ovvie conseguenze nefaste. Non si rese conto che già il solo l'aver formulato un pensiero di questo tipo la esponeva alla verità su una parte di sé che se ne stava in una zona d'ombra che le era impossibile individuare.
Era il caso di finirla con tutte quelle inutili elucubrazioni mentali. Era successo. Il fatto di non riuscire ad accettarlo non significava che si potesse fare qualcosa per cambiare le cose, per quante volte potesse mandare indietro il replay della sera precedente e vedere se stessa abbandonare il campo prima di rovinare tutto. Non era una donna che amasse perdersi in fantasticherie, quindi avrebbe pensato come agire e lo avrebbe fatto. Tutto qui. Una decisione alla volta. Tutto quello che era avvenuto sarebbe scomparso dietro il velo nero della sua assoluta determinazione a occultare quello che non si poteva cambiare. E forse, con un po' di fortuna, sarebbe diventato solo un evento tra i tanti.
Era arrivato il tempo della prima decisione difficile. Non perché lo fosse intrinsecamente, ma perché non aveva onestamente voglia di preoccuparsi di altro, proprio mentre era coinvolta in un caso tanto importante, che la toccava da vicino, in modo personale. E non era l'unica cosa che potesse essere etichettata in quel modo.
Prese il cellulare dalla tasca e lo allineò sul tavolo davanti a sé, ritraendo la mano come se scottasse. Si rimproverò, imponendosi di riprenderlo, far scorrere i nomi della rubrica, fino a trovare quello che cercava, bloccandosi senza riuscire ad andare avanti, senza risolversi a fare quello che sapeva sarebbe stato necessario. O almeno compiere il primo passo, solo per dirsi di non essere rimasta con le mani in mano, per tacitare i morsi della coscienza, anche se forse non sarebbe bastato. Odiava quando la spinta all'azione non poteva tradursi in niente di concreto, solo perché le circostanze non erano favorevoli, solo perché prima doveva occuparsi di altro.
Il volto di Castle corse a sovrapporsi ai suoi buoni propositi, indebolendo la sua volontà e prendendosi gioco della risoluta intenzione di far sparire tutto con il tocco lieve di una improbabile bacchetta magica. Doveva essere uno scherzo della sua coscienza sporca, che non le permetteva di uscirsene così facilmente.
Sapeva di averlo disorientato, - la parola giusta sarebbe stata ferito, ma era facile non accorgersi di mentire a se stessa -, mostrandosi distaccata, smozzicando qualche parola, come se fossero stati estranei, come se non avessero... No, non si sarebbe permessa di tornare con la mente a quello che era successo. Le luci del mattino si erano intrufolate impietose per metterla di fronte a una parte di sé che era sfuggita al controllo e che intendeva, con ogni mezzo, domare.
Si era presentato esitante, scrutandola come se si aspettasse di trovare in lei una risposta alla propria insicurezza, che naturalmente non gli aveva fornito. O almeno non quella che lui avrebbe voluto e che si intuiva chiaramente dal suo atteggiamento. Aveva dovuto chiuderlo fuori. Che altro si aspettava che facesse?
Avevano un caso di risolvere, da cui erano stati estromessi con l'ordine di tornarsene a casa, quando invece dovevano occuparsene a ogni costo, e risolverlo molto in fretta. Lo doveva a se stessa e a Royce. Il volto amareggiato di Castle continuava però a far capolino e a resistere a ogni tentativo di infilare quanto successo in un minuscolo cassetto dimenticato e sperare che ci ammuffisse dentro. La sua nota capacità di dividere la vita in compartimenti stagni stava facendo cilecca e proprio quando ne avrebbe avuto più bisogno.
C'erano state, in verità, parole che avevano premuto per uscire, ma che non poteva permettersi di esprimere. Perché avrebbero iniziato a vivere un'esistenza indipendente e lei non sarebbe mai più riuscita a intrappolarle. E quindi se ne era stata zitta, inchiodata sulla poltrona, nemmeno in grado di comportarsi con un minimo di civiltà. Era quasi stato uno sforzo superiore alle sue possibilità incontrare i suoi occhi e leggere lo sgomento nel trovarla lontana – preferiva non immaginare come dovesse essere stato il suo risveglio in un letto vuoto – che si era trasformato in una sofferta rassegnazione, conclusasi con la ritirata finale.
Gli era grata di non aver parlato, non averle voluto imporre un confronto. Era stato in grado di creare un minuscolo spazio di salvezza entro il quale potessero, in qualche modo, illudersi di continuare a essere quelli che erano stati fino alla sera precedente. Non aveva idea di come avrebbero potuto gestirlo, ma forse sarebbe stato meglio non fare assolutamente niente. Dopotutto poteva essere la strada migliore, si convinse. Ma per farlo doveva ritrovare quella risolutezza che le aveva sempre permesso di andare avanti senza barcollare e che di colpo stentava a ritrovare.
Si rimproverò aspramente. C'erano cose da fare che non avrebbero aspettato le sue esitazioni. E la prima, la più urgente e sgradita, era situata proprio davanti a lei. Riprese il telefono con un gesto determinato per convincere se stessa di avere la situazione sotto controllo.
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Castle ricomparve dopo una decina di minuti. Ogni traccia di insicurezza si era dissolta. Era tornato il partner deciso a seguirla ovunque, nonostante le sue richieste di starle lontano, e che non avrebbe mollato finché non avessero risolto quell'omicidio. Marciò dritto verso la lavagna e si mise a leggerla con grande concentrazione, senza degnarla di uno sguardo, iniziando a snocciolare ipotesi e collegamenti come se fosse appena riemerso da una lunga sessione di studio approfondito dei documenti, invece che una semplice doccia. Non la guardò nemmeno una volta.
Rimase sbigottita, con la sensazione di essere rimasta indietro, di essersi persa nei meandri di qualcosa che nemmeno esisteva. Tutto quel tormentarsi era stato forse inutile? Pareva di sì, osservandolo intenzionato a dedicarsi unicamente al lavoro. E se così era, lei doveva esserne felice, giusto? Il problema era risolto. Nessuna conversazione imbarazzante, nessun rischio di arrivare a quella che, non era così assurdo temerlo, sarebbe potuta essere una conseguenza possibile e cioè la separazione definitiva delle loro strade. Invece, in qualche modo era riuscito a fiutare il pericolo e aveva ribaltato la situazione, facendole chiaramente capire che non era disposto a smettere di collaborare con lei. Le fece piacere, scoprì con sollievo. Perdere Castle del tutto, beh... non era qualcosa che avesse messo in conto, ma non era così improbabile che accadesse, se ne rese conto con sgomento solo in quel momento.
"Va tutto bene?", una voce gentile ma impersonale si fece strada nel suo logorante dialogo interiore. Si rese conto che doveva averla coinvolta nell'illustrazione di qualche teoria di cui non aveva ascoltato una parola.
Si sentì colta in fallo e fu costretta a giustificarsi, e per farlo lo guardò negli occhi. Vi trovò molto più di quello che si aspettava e che contrastava completamente il tono distaccato con cui aveva parlato. Si sentì avvolta suo malgrado da una spessa coltre di tenerezza, di calore – lo stesso che aveva percepito svegliandosi accanto a lui – e di affettuosa premura. Era un modo di dirle qualcosa? O si stava semplicemente adeguando al comportamento di lei, senza poter – voler? - in nessun modo però nascondere quello che provava?
Perché in tal caso le cose erano anche più caotiche di quanto avesse pensato. Non c'era nemmeno da pensare all'idea di condurre la loro futura collaborazione lavorativa in un contesto emotivo unilaterale - quello di Castle, non il suo – tanto esplicito, incontrollato.
No, la situazione andava chiarita subito. Ci mancava solo che qualcun altro fosse partecipe di uno sguardo del genere, che gridava ai quattro venti quello che era successo tra loro, come se non lo sospettassero già e con tutta la fatica che aveva sempre fatto per convincere tutti che tra loro non c'era niente. Perché era proprio così. Scivoloni a parte.
Si avvicinò a lui, stando molto attenta a non lasciar trapelare nella sua postura nessuna chiusura, nessuna rigidità, niente che potesse fargli capire che non fosse del tutto tranquilla.
"Benissimo, Castle". Le fece piacere scoprire di aver recuperato il solito tono di voce, quello per cui otteneva sempre quello che voleva da ogni sospettato, abbastanza imperioso da evitare qualsiasi replica. "Si è fatto tardi, credo sia meglio se usciamo. Non combineremo niente chiusi qui dentro", continuò sempre più lanciata verso la miglior indifferenza mai simulata. Si permise perfino di guardarlo in faccia, certa che non avrebbe vacillato.
Tutto il calore scomparve, quando lui percepì la sua freddezza, il volto si incupì di delusione e lei ricevette in cambio una decisa stretta allo stomaco, come se un filo sconosciuto li stesse tenendo uniti e che invece andava spezzato.
Lo fissò. Non possiamo fare niente di diverso, tentò di comunicargli silenziosamente, purtroppo senza risultato, a giudicare dalla tristezza che sentì provenire da lui a ondate sempre più difficili da ignorare.
