4. Beckett

Trascinava avanti e indietro il trolley in ripetizioni infinite e monotone, impugnandolo nervosamente, infastidendo per prima se stessa, ma incapace di fermarsi. O calmarsi.
Il caso era stato risolto e, date le circostanze, avvertiva la voglia impellente di tornarsene a casa propria il prima possibile, per riprendere saldamente in mano le redini allentatesi improvvidamente durante gli ultimi giorni. Le regole andavano ripristinate in fretta, e con risolutezza. Fremeva dalla voglia di iniziare a rimettere a posto le cose per come dovevano essere, come aveva progettato alacremente finora solo nella sua mente. Invece era costretta all'inerzia, chiusa nella suite dell'albergo, in attesa di Castle.

Se ne era andato qualche tempo prima, lasciandola sola, con suo grande sollievo interiore, ovvero senza manifestarlo troppo visibilmente: condividere uno spazio che si era improvvisamente fatto troppo ristretto non era stato semplicissimo. L'aveva rassicurata sul fatto che sarebbe tornato presto, in tempo per il loro volo, borbottando qualcosa su qualche problema sul set del film tratto dal suo romanzo. Non lo aveva ascoltato con troppa attenzione, perché era stata impegnata a rimanere impassibile – e questo le costava sempre parecchia energia – e poi perché, in fondo, non erano cose che la riguardassero.
O forse tecnicamente sì, in senso lato, ma quando entravano in campo versioni fittizie di loro stessi, appartenenti a un'altra realtà, che, a questo punto, non era molto diversa da quella che avevano sperimentato a tutti gli effetti, lei aveva solo voglia di scappare lontano. Non aveva avuto nessun interesse a essere presente, nonostante il suo invito ad accompagnarlo. Era già abbastanza strano e imbarazzante così.

Castle si stava attardando, mugugnò tra sé per l'ennesima volta, cosa che la portò a esasperarsi ancora di più, sapendo che sarebbe finita così, ma non riuscendo a controllarsi. Di quel passo avrebbero perso l'aereo ed era qualcosa che non voleva nemmeno prendere in considerazione, fosse solo a livello teorico. Per quel che la riguardava, sarebbe stata giusto la goccia che l'avrebbe portata pericolosamente vicina a conseguenze estreme, come tirargli un vaso in testa non appena si fosse degnato di varcare quella soglia. L'insofferenza era arrivata a limiti che raramente aveva vissuto e non aveva idea del motivo. Questo, inspiegabilmente, la irritava ancora di più.

Decise che non l'avrebbe aspettato. Non si era degnato di farle avere notizie – e se qualcuno lo avesse rapito? No, non era tanto fortunata. O almeno avrebbe dovuto produrre delle scuse valide e ben argomentate che spiegassero il suo ritardo, non le sembrava di chiedere chissà che cosa. Lei ne aveva fin sopra i capelli di starsene in quella città troppo calda per i suoi gusti e troppo... non le veniva il termine corretto. Non era importante, voleva solo salire su quel dannato aereo e farla finita. Se Castle non ci fosse stato, peggio per lui. Si sarebbe goduta la traversata da sola, senza nessun compagno più o meno molesto. Anzi, pregustava già la prossima, beata solitudine.
Tutto sommato, si disse per convincersi che piantarlo in asso non fosse una idea poi così indecorosa, sarebbe stato meglio stare lontani per qualche ora, invece che essere costretti a inciampare l'uno nell'altra, come era accaduto per via della coabitazione forzata.

Ne aveva abbastanza. Si alzò in piedi, decisa a raggiungere l'aeroporto da sola e lasciarsi alle spalle ogni ricordo di quell'esperienza, compresa la persona con cui l'aveva condivisa. Era stanca, e lo sarebbe stata ancora di più una volta atterrata, per via del fuso orario. Bramava solo un lungo silenzio ininterrotto per potersi perdere nelle sue lugubri elucubrazioni da lì fino a New York. L'assenza di Castle era un'insperata fortuna, da quel punto di vista.

Attraversò la hall dell'albergo con passo deciso, senza degnarsi di controllare se Castle fosse nel frattempo arrivato – a quel punto avrebbe preferito evitarlo del tutto - e si diresse verso la reception, per far chiamare un taxi nel minor tempo possibile. L'avrebbe atteso all'esterno, per non dare troppo nell'occhio.
"Detective, c'è una chiamata per lei", la intercettò l'impiegato dietro il bancone, ancora prima che potesse aprire bocca per rendere nota la sua richiesta. Rimase a fissarlo imbambolata. Chi poteva tentare di contattarla attraverso un canale esterno? Sperò che non fosse Montgomery ansioso di far loro un'altra lavata di capo, ne avevano già avute abbastanza e del resto il caso si era risolto grazie al loro contributo, nessuno poteva negarlo.
Non poté fare altro che accettare la comunicazione, cercando di appartarsi in mezzo all'andirivieni di ospiti rumorosi appena sopraggiunti, che affollavano l'esiguo spazio, spingendola verso i margini.

"Kate". Doveva saperlo. Chi altri poteva essere? Il suo persecutore per giunta ritardatario.
"Castle". Compresse la sua rabbia in un'unica parola, che venne fuori come un colpo di pistola. Si passò una mano tra i capelli, chiedendosi quale approccio fosse il migliore per affrontarlo e non farsi trattenere più del dovuto. "Non ho nessuna intenzione di ascoltare le tue scuse sul perché sei chissà dove, invece che sulla strada per l'aeroporto con me. Ci vediamo a New York".
Ed era stata perfino troppo gentile nel garantirgli che a casa si sarebbero visti, realizzò infuriata, perdendo l'occasione di riattaccare. Per quanto la riguardava, poteva rimanersene a Los Angeles per sempre.
"Temo che sarò bloccato qui ancora per qualche tempo", spiegò contrito. Peggio per lui e meglio per sé, pensò malignamente, pentendosene subito dopo. Non era quel genere di persona. "Mi sono informato. C'è un volo che parte più tardi. So di chiederti molto, ma... ".
"Non pensarci nemmeno", la risposta fu secca e categorica. Si attirò qualche occhiata stupita. "Io prenderò questo aereo, tu fa' come ti pare. Mi stai facendo perdere tempo, Castle, addio".
Voleva con tutta se stessa chiudere la conversazione e liberarsi di quel contrattempo, ma come sempre lui la trattenne e lei non fu abbastanza decisa.
"Sei sicura di farcela, in ogni caso? È già piuttosto tardi. Scusa se non ti ho avvertito prima, ma qui siamo nel mezzo di una crisi...".

Lo lasciò continuare a blaterare scuse, ma senza ascoltarlo. Lanciò un'occhiata allo stravagante orologio che stazionava imponente al centro della hall e calcolò brevemente quanto ci avrebbe messo ad arrivare all'aeroporto a quell'ora e si rese conto che, anche con un pizzico di fortuna, sarebbe arrivata comunque in ritardo. Un fiotto d'ira incontrollato si produsse nello stomaco e raggiunse, offuscandola, l'area del cervello dedicata ai rapporti interpersonali, soprattutto quelli che riguardavano uomini inaffidabili e insopportabili con i quali era costretta a collaborare per uno strano scherzo del destino. Se la prese con lui, anche se in fondo anche lei era colpevole di non aver fatto troppa attenzione al trascorrere del tempo. Era stata convinta che lui avrebbe fatto ritorno e si era rilassata, avendo demandato a lui l'incombenza di organizzare il rientro per entrambi. Anche perché, doveva tenerne conto, era pur sempre merito suo se avrebbe viaggiato di nuovo in prima classe, e quindi per forza di cose si era occupato lui di cambiare la sua prenotazione. Un errore di valutazione, insieme a molti altri altri, che non avrebbe compiuto mai più. La classe economica in solitaria sarebbe andata più che bene.

"Perché non mi hai avvisato prima?! Sarei potuta partire per tempo, invece che rimanere qui ad aspettarti inutilmente", latrò dentro al telefono, sapendo che lagnarsi sarebbe stato del tutto inutile.
Gliel'avrebbe fatta pagare.
"Ci ho provato, ma il tuo telefono è irraggiungibile. Qui le cose sono degenerate e... Ti chiedo di perdonarmi, so di aver rovinato i tuoi programmi e me ne dispiace".
Non aveva torto su una cosa, ovvero sullo stato di morte apparente del suo cellulare. Lo teneva spento proprio per non essere costretta a comunicare con lui. Si era fatta talmente prendere dal proprio umore molesto da non accorgersi di nient'altro. Erano colpevoli entrambi, lo riconosceva, ma non intendeva farglielo sapere, né lasciare che la passasse liscia.
"Chiamerò il sindaco in persona, Castle, e ti farò cacciare dal distretto", lo minacciò con tanta acredine che se ne spaventò lei stessa.
Le parve di udire qualche rumore, forse un ansito, seguito da un silenzio assordante.
"Capisco le tue ragioni. Ti chiedo di nuovo perdono per averti causato questo disagio", rispose molto compito.
"Non dovevi neppure essere qui con me!", rincarò la dose, ebbra della soddisfazione effimera generatasi dallo scaricare su di lui la rabbia che provava, in fondo, principalmente contro se stessa per essere stata poco ponderata. "Fai sempre di testa tua e mi fai finire nei pasticci".
Aveva intenzione di fargli una scenata rinfacciandogli tutti i fastidi che le aveva procurato la sua intromissione nella sua vita, fin dagli inizi? Era una bella tentazione, si concesse, ma lei era meglio di come si stesse dimostrando in quel momento. Allontanò il telefono e si permise un lunghissimo sospiro in cui concentrò tutto il suo astio, liberandosene almeno in parte, quando buttò fuori l'aria spingendo i polmoni al loro limite massimo.
"Scusami, Kate", continuò mortificato.
Non potevano passare tutto il tempo a fare le rimostranze – lei – e scusarsi sempre più mortificato – lui. Avrebbero perso anche l'aereo successivo, di quel passo.
"Non starò ad aspettarti qui, in ogni caso. Andrò all'aeroporto e questa volta non riuscirai a obbligarmi a rimanere in città con le tue trovate di pessimo gusto".
"Non l'ho fatto...", era quasi sconvolto. "D'accordo, hai ogni diritto di essere furiosa, ma non ti ho fatto volutamente perdere il volo per costringerti a rimanere a Los Angeles. Anche io ne ho abbastanza di questo posto". Bene, erano in due. Attese. Si chiese se l'avrebbe tenuta al telefono per sempre.
"Per farmi perdonare, pensavo...", proseguì come se si stesse giocando l'ultima – o unica – carta che aveva a disposizione, ma senza troppe speranze.
"No", lo interruppe.
"Non ti ho ancora detto...".
"A meno che non sia un aereo privato che parta nel giro di cinque minuti, non c'è niente che tu possa fare per farti perdonare".
Seguì un silenzio concentrato.
"Un aereo privato è un'ottima idea, in effetti non ci avevo pensato. Lasciami organizzare le cose e ti prometto che sarai a casa prima del previsto".
Grugnì di pura esasperazione.
"Non voglio un aereo privato. Non ce n'è alcun bisogno". Né lei voleva starsene a bordo avendo lui come unica compagnia. Era l'ultima cosa saggia da fare.
"In realtà volevo solo invitarti a pranzo, ma capisco che avrei dovuto pensare a qualcosa di più eclatante per far smettere di pulsare quella tua vena sulla fronte, che starà spaventando metà dello staff dell'albergo".
"Non ho nessuna...". Si fermò perché le venne da ridere. E perché probabilmente era plausibile pensare che non stesse dando il miglior spettacolo di se stessa, soprattutto da quando aveva iniziato a rispondere con un tono di voce sempre più alto e agguerrito. Si voltò a dare un'occhiata di sottecchi alle spalle, per vedere se qualcuno iniziasse a considerarla pericolosa. Le parve di no. Si riprese. "L'ultima cosa che voglio è pranzare in tua compagnia. Adesso o in futuro. Avrebbe preferito anni di vacche magre e carestia.
"Non vuoi approfittare dell'occasione di riversare su di me tutto il tuo biasimo, in modo da non dover sprecare tempo una volta tornati a casa? Considerala una forma di ottimizzazione estrema delle tue mansioni".
Molto divertente, ma lei era un osso più duro di così. Rimase ostinatamente in silenzio.
"Che cosa posso fare per convincerti? Flagellarmi? Rotolarmi vestito nella sabbia? Comprarti un pony? ".
"Continuerai a darmi il tormento finché non ti dirò che ti perdono, vero?".
Sfilarono davanti a lei immagini di Castle alle prese con il compito sempre più arduo di mettere una pezza a quello che aveva combinato e che quindi se ne usciva con idee sempre più strampalate che, senza l'ombra del più piccolo dubbio, l'avrebbero messa in notevole imbarazzo davanti a chiunque, una volta tornati a casa. Meglio uno spuntino veloce lontano da tutti.
"Vada per il pranzo", concesse rassegnata, sentendosi come una condannata a morte.
"Sei sicura? Non vuoi che ti regali un drago a grandezza naturale da tenere in casa? Posso procurartelo, se vuoi".
Non aveva nessun problema a crederlo.

Sorrise. "No, non voglio un drago. Mandami l'indirizzo e ti raggiungo io, prima che tu scompaia di nuovo e io sia costretta a rimanere qui per dirigere le ricerche, resistendo alla voglia di farti finire personalmente in mezzo all'oceano. Non tentarmi".
Riattaccò quando lo sentì ridere fragorosamente. Sperò che l'assenza di segnale della linea muta gli cancellasse dal volto quel ghigno soddisfatto che doveva sicuramente avere, per averla convinta a fare una cosa a cui ogni persona di buonsenso di sarebbe opposta con tutte le sue forze.