Tonight the light of love is in your eyes
But will you love me tomorrow?

5. Beckett

Si era sentita combattuta e sulle spine, raggiungendo in taxi il luogo dell'appuntamento con Castle, anche se di fatto non lo era – non era un appuntamento, era importante che parole venissero sempre scelte in modo ponderato.
Era solo un modo di impiegare il tempo in attesa del prossimo volo, una situazione obbligata che le era stata imposta, e questo era invece il termine esatto. Era stata privata del suo libero arbitrio.
Nonostante trovasse certamente più salutare l'idea di trascorrere quella tappa forzata all'aria aperta, invece che aggirarsi annoiata per l'aeroporto, luogo ben poco stimolante se ci si rifletteva con un po' di buonsenso, aveva avvertito forte, in ogni minuto della breve corsa lungo le strade di Los Angeles, l'impulso sempre meno arginabile di chiedere al tassista di fare dietro front e accompagnarla verso la salvezza.

Salvezza da che cosa? Si era chiesta infastidita, alzando il mento. Era solo un pranzo, santo cielo, identico a mille altri che erano capitati, mentre erano impegnati in un caso di omicidio e non avevano tempo di tornare al distretto. La differenza era banalmente solo una: questa volta non avrebbe addebitato il conto nella sua nota spese, visto che l'indagine era terminata e loro non erano mai stati autorizzati a condurla, tanto per cominciare. Non era niente di speciale.
In ogni caso, perché si stava preoccupando tanto? Non aveva forse passato l'intera giornata precedente in compagnia di Castle, senza che qualcosa di spiacevole venisse ad alterare la loro rodata, rassicurante collaborazione? Che cosa sarebbe cambiato, a questo punto? Doveva smettere di arrovellarsi, una buona volta.
Ecco perché non amava le vacanze e preferiva concentrarsi sul lavoro. Perché creava ordine nella sua mente incapace di rilassarsi, e con il brutto vizio di divagare in sentieri al limite dell'assurdo, quando non aveva un obiettivo preciso su cui focalizzarsi.
Non aveva nessun senso evitare di incontrarlo. Come avrebbero fatto, di lì in avanti? Sarebbe stato estenuante, e tra l'altro inverosimile, sprecare tonnellate di energia per non rimanere mai da sola con lui in contesti informali. Inoltre, e questo era il punto più importante per il suo orgoglio, lei non era vigliacca e affrontava senza battere ciglio anche le circostanze meno desiderabili, per usare un eufemismo. Incontrare Castle avrebbe significato non poter scampare a un confronto che, per quanto fosse dovuto, poteva non essere la strada giusta per tenere in piedi un proficuo rapporto lavorativo e di amicizia, da loro stessi minacciato.

Prima che potesse decidere una volta per tutte il da farsi, il taxi si fermò, cogliendola alla sprovvista. Rimase per qualche secondo immobile, nella speranza che si trattasse di una sosta temporanea, anche se ingiustificata, – convinta com'era di avere ancora molto tempo a disposizione per angustiarsi senza rimedio – quando dall'esterno qualcuno si avventò ad aprire la portiera, facendola piombare nella cruda realtà degli eventi. La testa di Castle si intrufolò nell'abitacolo e la salutò, pieno del suo solito incontenibile entusiasmo.
"Non ero sicuro che saresti venuta davvero. Mi fa piacere vederti qui", la apostrofò felice come solo lui sapeva essere e come a lei non sarebbe mai riuscito.
"Mi fai rimpiangere di non aver proseguito per l'aeroporto, Castle. Nessuno ti ha mai insegnato a rispettare lo spazio fisico delle persone?", lo interruppe, apparendo inutilmente sgarbata, cosa di cui si pentì subito.
Non era nemmeno la cosa più ragionevole da dire, da un punto di vista prettamente non teorico. Meglio sorvolare sullo spazio personale che avevano già condiviso, quando lei era stata traviata da un'entità ignota e sicuramente aliena. Non era male come spiegazione, a ben pensarci, Castle l'avrebbe apprezzata moltissimo, qualora fosse giunto il momento in cui avrebbero discusso apertamente degli incontrovertibili fatti accaduti tra loro, e cioè mai.

Castle si fece da parte e le permise di uscire dal taxi senza doverlo spintonare a mani nude, cosa che avrebbe fatto unicamente se la sua incolumità fosse stata seriamente minacciata . Ci mancava solo di doverlo toccare di nuovo. Non era sicura di come sarebbe arrivata a comportarsi, in balia del semplice contatto fisico, probabilmente l'avrebbe strangolato sul posto. E a quel punto temeva sarebbe stato difficile passare inosservata, come invece sperava di fare. Né avrebbe saputo spiegare in modo soddisfacente perché lui le provocasse sempre reazioni tanto intense, al limite della perdita del controllo, o perfino oltre, in un senso o nell'altro. Meglio non domandarselo, non aveva tempo, non era il luogo adatto e la domanda era assolutamente oziosa. Retorica, perfino. E poi non era nemmeno vero.

Castle si comportò come un vero gentiluomo, come si era già sorpresa a notare diverse volte, nel corso delle ultime ore. Sarebbe stato semplice e parecchio scontato per lui lasciarsi andare a qualche battuta infelice, raccogliere i doppisensi che lei involontariamente disseminava e forzare in qualche modo la situazione, ma non era mai inciampato in un comportamento del genere. A sorpresa, forse. Dimostrava maggiore autocontrollo di quanto non sapesse fare lei e questa era una novità. Sul fatto che fosse qualcosa di gradito o meno, non aveva tempo di pensarci.
Lo fronteggiò sul marciapiede, ormai privata di ogni via di fuga quando il taxi si immise di nuovo nel traffico, senza sapere di preciso come gestire l'incontro. Si erano mai dati appuntamento – di nuovo quell'orribile parola fuori contesto – senza dover fare altro che intrattenersi l'un l'altro e senza un caso su cui far confluire la loro attenzione? Se sì, era comunque successo prima del fattaccio, quindi non contava. Aveva la sensazione tutt'altro che apprezzabile di trovarsi in un'infelice terra di nessuno in cui non riusciva a prevedere le mosse degli attori coinvolti. Una dei quali era lei.
"Pronta per il pranzo? Non è stato semplice, ma sono riuscito a scovare un posto che spero ti piaccia. È proprio qui a due passi, sulla spiaggia".

Si voltò insospettita, pronta a lanciargli una lunga occhiata scrutatrice che, sperava, l'avrebbe rimesso in riga. "Che cosa hai in mente, Castle? Riconosco benissimo i tuoi trucchi", lo accusò. Non aveva tempo da perdere con i suoi giochetti.
La fissò a sua volta interdetto. "Quali trucchi? Non capisco che cosa intendi". Le parve autenticamente colpito dalla sua uscita sferzante.
Era lei che esagerava? C'era qualcosa in lui che non la convinceva, ma non capiva ancora di cosa si trattasse.
"Dobbiamo solo mangiare qualcosa prima di andare in aeroporto, non serviva tutto questo trambusto. Anzi, avremmo potuto vederci direttamente là", lo rimbeccò.
E questo la riconduceva alla domanda principale che non voleva porsi. Se le cose stavano così, perché lei si era presa la briga di raggiungerlo?

"Visto che siamo bloccati qui, e per colpa mia, ci tenevo a farmi perdonare offrendoti un vero pranzo in un posto decente, invece che un panino di plastica al volo" , spiegò con pregevole garbo e invidiabile calma di fronte agli aculei che il suo pessimo umore le aveva fatto spuntare a tradimento. Le indicò galantemente un tavolino all'aperto apparecchiato con estrema cura per due persone, da cui si godeva un meraviglioso panorama. Si riferiva all'oceano, ovviamente.
Si sedette in fretta, prima che a lui venisse l'insana idea di aiutarla ad accomodarsi, accompagnando premurosamente la sedia. Si trovava di fronte a una versione di Castle che aveva solo intravisto, ma di cui non era mai stata una beneficiaria diretta. O, almeno, non alla luce del sole.

Prese posto ricordando a se stessa di controllarsi. Non sarebbe stato facile, ma dopotutto era sempre e solo Castle, non uno sconosciuto. E non meritava di essere il bersaglio della sua frustrazione, ammise con onestà. Quella era unicamente un suo problema. Si sarebbe sforzata di apparire più conciliante e meno litigiosa, glielo doveva.
"Volevo qualcosa di speciale per il nostro ultimo giorno a Los Angeles", proseguì Castle a sorpresa, quando lei aveva già archiviato l'argomento, e non si aspettava di tornarci sopra, tanto più che si era espresso con un tono di voce così intenso da metterla in allarme.
"Non era necessario, Castle", gli rispose, più dolcemente di quanto non le venisse spontaneo. "È vero che avrei preferito essere già in volo, ma non serve che tu ti punisca più del necessario. Si tratta di un ritardo di qualche ora, niente di drammatico".
Lei era la prima ad aver insistito, con il suo atteggiamento, che fosse ben più che drammatico, ma sarebbe stato meglio per tutti chiudere lì la questione.
Le lanciò un'occhiata penetrante, senza rispondere, come se stesse cercando di comunicarle altro, facendole venire il dubbio di aver risposto prendendo la tangente, senza cogliere il senso esatto della conversazione, cosa che la mise a disagio.

"In ogni caso...", riprese, perché voleva sfruttare la posizione di vantaggio dovuta al fatto di essere l'unica a parlare. "È solo un pranzo, non un appuntamento, non deve essere speciale", sottolineò con la ferma intenzione di tenere sulla retta via qualcosa che minacciava invece di scivolare nel campo minato che si stagliava, figurativamente, intorno a loro.
"Certo che non è un appuntamento", protestò lui un po' troppo vivacemente, quasi inorridendo all'idea. Si espresse con tale enfasi da indisporla immediatamente. Un diavoletto malvagio la spinse a chiedergli perché mai trovasse tanto insultante l'idea che potesse trattarsi proprio di quello, ma una voce saggia la fermò prima che, lo notò con un attimo di ritardo, lei facesse proprio il suo gioco. Rimase in silenzio. La presunta indifferenza era sempre il modo migliore di non dargli corda.

"Non che non gradirei l'opportunità...". Le rivolse un sorriso tanto affascinante da farle credere che non fosse del tutto spontaneo, ma che mirasse a suscitare una qualche reazione. Non era certa che non lo stesse facendo. E trovava francamente disorientante il modo in cui lui riusciva a spostare il focus della discussione con tanta facilità. "Ma non ti avrei certo invitato qui", concluse guardandosi in giro con aria insoddisfatta. La spiò in attesa di una reazione, che non venne. Qualche volta era un po' troppo trasparente. La cosa le fece un po' tenerezza, inspiegabilmente.
Castle resistette solo qualche secondo al perdurante trattamento del silenzio che lei gli stava infliggendo.
"Non vuoi sapere che cosa avrei scelto per un'occasione così importante? Ipoteticamente, parlando, si intende".
Gli lanciò una breve occhiata. "No", tagliò corto, concentrandosi sulla lista che trovò a portata di mano, sorridendo tra sé per la faccia attonita che doveva avere, ma di cui lei non poteva godere.
"Sei davvero un osso duro, Beckett", mormorò, quando si fu ripreso dopo una rapida valutazione degli eventi.
"Un osso duro per cosa?", domandò con aria di totale innocenza, sbirciandolo da dietro il menù, sfidandolo a parlare, sapendo che non poteva farlo. O, almeno, così sperava. In più, si stava divertendo, doveva ammetterlo, anche se con un pizzico di senso di colpa. Ma viaggiando ormai con il pacchetto completo del rimorso in ogni variante, cominciava a essere una sensazione familiare.
"Perché non ti lasci... ?", iniziò ma qualcosa lo interruppe. Forse la consapevolezza di non poter, in nessun modo, proseguire su quella strada e uscirne vivo, non con lei davanti. Cambiò tattica, riconobbe il guizzo negli occhi che la metteva in allerta più di una minaccia esplicita.
"Ti ho portato un regalo, per scusarmi", annunciò pieno di rinnovata grinta. Castle aveva la capacità degli inguaribili ottimisti di trovare sempre qualcosa di gratificante su cui concentrare la propria attenzione.
"Castle, ti ho già detto che non era necessario. Né il pranzo, né il regalo. Inoltre, non ho spazio in casa per draghi giganti".
Le sorrise con un'aria misteriosa che non dissipò del tutto i suoi dubbi sulle dimensioni di eventuali statue raffiguranti animali mitologici. Si rincuorò pensando – ragionevolmente? - che non avrebbe potuto imbarcare niente di troppo eccentrico nella stiva dell'aereo. Nemmeno su uno privato. Nemmeno con un Castle imbizzarrito e deciso a ottenere quello che voleva.
Frugò in tasca e appoggiò un pacchettino stropicciato, che doveva essere stato incartato frettolosamente, accanto al suo bicchiere.
Lo aprì con circospezione, non si poteva mai sapere dove uno come Castle potesse spingersi con la fantasia.
Era un piccolo drago dorato di plastica, dotato di un anello di metallo. Le venne da sorridere, osservandolo appoggiato nel palmo della mano - le dimensioni almeno erano ragionevoli.
"Vuoi beneficiarmi dell'astrusa spiegazione simbolica per cui questo draghetto è arrivato nelle mie mani, o vuoi che lo faccia io? Perché sono sicura che c'entri qualche antico manufatto azteco ritrovato vicino a un cerchio nel grano, disegnato naturalmente dagli alieni che ti hanno rapito, ma purtroppo riconsegnato a noi...".
Venne interrotta dalla sua fragorosa risata.
"No, niente simbologia esoterica. È solo un portachiavi di plastica che ho trovato per caso e che non ha un grande valore artistico. Ma apprezzo che la mia continua presenza nella tua vita ti abbia permesso di sviluppare un discreto livello di fantasia. Mi piacerebbe continuare a sentirti raccontare tutta la storia, anzi potrei prendere perfino spunto per il mio prossimo romanzo".
Voleva fargli una boccaccia, ma si trattenne. Discreto livello? Avrebbe potuto batterlo in qualsiasi sfida narrativa, semplicemente non ne vedeva il motivo. E poi l'orgoglio maschile eccetera. Meglio lasciare le cose come stavano.

Sentì gli occhi di Castle su di lei, che se ne stava con lo sguardo basso rigirandosi il drago tra le dita, acutamente consapevole del fatto che l'atmosfera era impercettibilmente cambiata. Era lei a essere diventata troppo sensibile? O sarebbe stato sempre adesso così tra loro?
"Quando ti ho proposto di regalarti una statua a grandezza naturale, stavo scherzando, ovviamente", esordì lui.
Fu costretta a lanciargli un'occhiata scettica. I loro botta e risposta le piacevano troppo perché si costringesse a soffocare la propria ironia per sempre.
"D'accordo, non era così scontato che non mi presentassi con un esemplare in carne, ossa e fuoco", concesse. "Ma mentre ti aspettavo mi sono imbattuto in una bancarella, l'ho visto e di colpo ho capito perché me ne ero uscito con una proposta del genere. Il fatto è che mi ricorda te", concluse un po' emozionato, senza volerlo dare a vedere.
"Io ti ricordo un drago di plastica?". Era perplessa. Non era sicura che fosse un complimento. Doveva offendersi, magari?
"Non nello specifico", si affrettò a risponderle. "Più nel modo con cui affronti gli ostacoli senza arrenderti mai e vai avanti indomita per la tua strada. Proprio come è successo qui a Los Angeles con il caso di Royce", concluse con tono sommesso.
Decisamente non si aspettava questo tipo di svolta. Dire che era stata colta in contropiede non avrebbe reso onore al tumulto che la agitava.
"Compreso il fatto che sputo fuoco?", chiese con tono leggero, nell'estremo tentativo di non finire in qualche confessione a cuore aperto, che non era certa non fosse nell'aria.
Venne avvolta da un sorriso divertito. "Anche. Soprattutto contro di me, quando mi imbuco nelle tue avventure o ti faccio perdere aerei che ti obbligano a rimanere in mia compagnia, anche se preferiresti mettere un intero continente tra noi".
"La lista sarebbe troppo lunga, Castle. Non ti conviene iniziare a elencare tutti i motivi per cui avrei voluto ucciderti, nel corso del tempo". Meglio non fermarsi a riflettere su quanto fosse stato in grado di cogliere, e interpretare perfettamente, il suo atteggiamento di forte opposizione nei suoi riguardi.
"Questo significa che alla fine non ti dispiace avermi intorno? Per il fatto che non sono ancora morto, intendo".
"Adesso stai esagerando. Non ti ho ancora ucciso perché per prima cosa dovrei occultare il tuo cadavere, poi dovrei riempire un sacco di moduli e, per assurdo, occuparmi del tuo caso. Dai meno fastidio così". Si permise di sorridergli. "E poi fai regali originali".
Ottenne in cambio un'occhiata di gratitudine che le comunicò che, per il momento, si erano detti quello che potevano.

Continuò a giocherellare con il suo piccolo drago, con cui aveva già stabilito una connessione, perché in fondo era vero che c'era qualche somiglianza, e si voltò a guardare l'oceano. Non poteva negare che la vista fosse spettacolare, e la compagnia stimolante – nessuno avrebbe mai potuto accusare Castle di essere un interlocutore noioso.
Il fatto di avere per la prima volta, da diverse ere geologiche, del tempo libero, non gravato da scadenze e impegni, da poter impegnare come voleva, magari bighellonando in una città sconosciuta, era un'opzione allettante.
Del resto era lì grazie al fatto di aver sacrificato qualche giorno di vacanza che le spettava di diritto al lavoro. Poteva benissimo concedersi un po' di svago, tenendo conto di quello che l'aspettava una volta tornata a casa.
"Ti va se facciamo una passeggiata qui intorno, più tardi? Voglio trovare anche io un animale che ti rappresenti".
Sembrò che non potesse credere alle sue orecchie. "Davvero? Desideri... passare del tempo con me? Anche se sei arrabbiata?".
"Non è che lo desidero. È che sono costretta a farlo". Lo vide adombrarsi lievemente, ma lei in realtà stava solo prendendosi gioco di lui. Ormai la rabbia era passata da un pezzo. "Ma dal momento che siamo qui, perché non ci godiamo un po' di relax?". Non suonava come una proposta indecente, giusto? Solo amichevole.
"Vuoi che perdiamo anche il prossimo aereo?", le propose di punto in bianco e non con un tono che le facesse capire che stesse soltanto scherzando, facendole una richiesta tanto strampalata. Le mancò il fiato, perché capì con enorme e catastrofica chiarezza che, seppellita sotto infiniti strati di resistenza, giaceva una piccolissima voglia di dire di sì.
Gli scoccò un'occhiata di rimprovero. "È l'aria di Los Angeles che ti fa uscire di senno? È ovvio che voglio tornare a casa il prima possibile". Evitò di incrociare il suo sguardo, lui aveva quelle doti da Jedi che lei preferiva non sottovalutare, per quanto balzane fossero. Le avrebbe letto dentro con troppa facilità.
Lui fece marcia indietro rapidamente. "Se hai bisogno di un suggerimento, vicino al drago c'era un piccolo leone".
"Un leone marino?", suggerì impassibile.
"La tua perfidia non conosce confini, Beckett", la redarguì mostrandosi platealmente offeso.
"Tu mi hai paragonato a un drago!".
"Il drago è un grande combattente! Non passa il tempo a mangiare e dormire, come hai sottinteso tu".
"Il leone marino però ha dei baffi simpatici".
"Oh, perdonami, avrei dovuto sentirmi lusingato da questo nobile paragone, invece che pensare subito al peggio. E poi i baffi non li hanno le foche?".
Gli diede un piccolo colpetto alla mano. "Mi piacciono davvero i leoni marini. Sono molto... buffi".
Era un modo agile di dire qualcosa di carino, senza sbilanciarsi troppo. Avrebbe dovuto approfondire meglio quest'arte.

"Non ho finto di avere un impegno solo per trattenerti qui con me e strapparti un appuntamento con l'inganno".
Questi improvvisi stravolgimenti della situazione rischiavano di farle girare la testa e privarla della lucidità necessaria a districarsi tra i suoi agguati non voluti. Rimase in silenzio, ma questa volta non si trattò di una tattica. Non sapeva davvero come raccapezzarsi, che cosa dire, come implorarlo di non toccare certi argomenti da cui non poteva venire niente di positivo o utile per il bene dei presenti. Nessuno dimenticava che c'era un enorme elefante – metaforico, questa volta – in mezzo alla stanza, al quale avevano girato intorno per ottimi motivi.
"Ma mi fa molto piacere che si sia creata questa occasione per trascorrere ancora del tempo insieme. Da soli", sottolineò bene l'aggiunta finale, come se fosse la cosa più importante. Capì che si erano infilati, e senza speranza di salvezza, proprio in quel campo minato che aveva cercato di evitare.
"Siamo sempre da soli, Castle, visto che lavoriamo insieme. È quello che facciamo tutti i giorni", gli ricordò, attenendosi alla realtà dei fatti.
Strinse forte il drago nel pugno. Magari le avrebbe dato un po' di forza.
"Non stavo parlando di lavoro", la corresse, facendo tramontare per sempre la possibilità di cavarsela senza troppe perdite.
"Ce la caviamo bene in quello che facciamo", iniziò lei con prudenza, ignorando volutamente la precisazione. "E apprezzo molto la nostra collaborazione. Mi piacerebbe continuare ad affidarmi alla tua grande capacità di guardare le cose da un punto di vista più creativo...". Pomposo? Decisamente, sì. Ma più veniva toccata da vicino e più era spinta a celarsi nelle pieghe della retorica.
"È la prima volta che sento parole di autentico apprezzamento uscire dalla tua bocca. Posso registrarle?", scherzò lui. Non era sicura se si trattasse di un tentativo di camuffare la delusione o era solo felice per gli elogi che lei aveva sempre, in effetti, espresso con riluttanza.
"Non voglio perdere quello che abbiamo, Castle". Tanto valeva andare dritta al punto, senza girarci intorno.
"Perché dovremmo? Nessuno se ne sta andando dal distretto". E lui non voleva parlare di lavoro, se lo ricordava benissimo. Ma il punto era proprio lì.

"Voglio essere sicura che le cose rimangano così come sono. Sarebbe troppo complicato, per adesso... Ci sono tante, troppe cose che...", mormorò andando ormai in caduta libera. Non era una grande stratega, non lo era mai stata. Se aveva iniziato tutto quel discorso con l'intento di fargli capire quello che non si poteva permettere di dirgli in modo diretto, aveva miseramente fallito. "Non voglio che il nostro rapporto si rovini. Tengo molto a...". Te. Ma non lo disse. Non lo avrebbe mai detto. Il drago avrebbe cominciato a sputare fuoco, ne era certa. "Quello che abbiamo". Lo aveva ripetuto in tutti i modi che aveva a disposizione, perché non le era concesso altrimenti. Poteva solo girarci intorno.
Le prese una mano e lei, colpevolmente, lasciò che lo facesse. Le accarezzò il dorso con delicatezza, ma non abbastanza perché i battiti del cuore non accelerassero a tradimento.
"Quello che abbiamo non se ne andrà. Io non me ne andrò. Continueremo a lavorare insieme e io sarò il tuo partner, anche quando diventerai capitano".
"I capitani non hanno partner. E chi ti ha detto che è quello che voglio?".
"Non puoi fare la detective per sempre. Quindi sarai il primo capitano ad avere un consulente personale che ti porterà il caffè ogni mattina. Posso recuperare la mia vecchia sedia, non c'è bisogno che me diate una più comoda. Sarò felice di continuare a contribuire alla lotta contro il crimine e tenere al sicuro la città".
"Sei sicuro di non essere tu ad avere ambizioni in tal senso?".
"No. Sei talmente competitiva che mi faresti fuori dopo due minuti. Mi basta la gloria di essere il tuo asso nella manica, come sempre. L'ingrediente segreto che ti fa risolvere più casi degli altri distretti".
"Los Angeles ti dà proprio alla testa, vero? Sei al corrente che risolvevamo casi anche prima della tua provvidenziale venuta?".
"Può darsi. Los Angeles è una città magica che fa accadere cose imprevedibili molto, molto gradite. Dovremmo tornarci, prima o poi".
"Prima o poi", gli sorrise, sollevata dal fatto che l'atmosfera si fosse alleggerita di colpo e si fosse colorata di una promessa vaga in grado di farle guardare avanti con fiducia, senza atterrirla, senza imporle qualcosa per cui non era ancora pronta.
Non aveva ancora abbandonato la presa della sua mano. Cominciava a non sembrare più un gesto di amicizia, o di conforto. Da fuori dovevano sembrare qualcosa di diverso. Qualcosa che non erano.

"Kate...".
Chiuse gli occhi, attendendo il colpo di grazia.
"Sarò sempre qui – o meglio, dall'altra parte dell'America – quando tutte quelle cose smetteranno di essere... un ostacolo. Per me questa non è stata una vacanza".
La guardò con grande concentrazione, in attesa di un suo cenno.
La risposta le si fermò in gola. Non era in grado di costringersi a esplicitare parole, che fossero più o meno ponderate, di cui intravvedeva l'assoluta necessità. Non venne fuori niente.
Gli sorrise. Forse fu più l'ombra di un sorriso, ma sperò che bastasse, che lui comprendesse di più di quello che non sapeva dire. Lei non era mai stata brava a esternare le sue emozioni, lui a quel punto doveva averlo indovinato, magari le sarebbe andato incontro.
Sapeva che non sarebbe bastato, ma forse sarebbe bastato per adesso.

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Ci metto sempre un po' a terminare e revisionare i capitoli in cui si confrontano nel loro solito modo di dirsi quello che non possono dirsi prendendola alla larga, qualche volta mi sfiancano :D
Grazie a chi è ancora qui a seguire la storia :-)
Stavo cercando una citazione sulla bellezza della condivisione, per chiudere questo messaggio, ma poi sarebbe diventata una faccenda insopportabilmente retorica, quindi vi dico solo che sono felice di condividere le mie emozioni - quelle che provo narrandoli - con voi (per il fatto che la condivisione aumenta la gioia eccetera). A presto!