[I fatti a cui mi riferisco sono quelli della 3x24]
6. Castle
Le cose stavano andando bene. Non in senso stretto, non c'erano stati progressi eclatanti, ma lui era convinto che la tenacia, una buona dose di energia quotidiana, insieme alla cieca fiducia nella generosità delle forze cosmiche, stessero portando a dei risultati concreti. E laddove non fosse bastato, ci avrebbe pensato la sua incrollabile motivazione, in grado di spazzare ogni ostacolo nel suo cammino.
Non che la vita al distretto fosse semplice, nemmeno dopo aver ripristinato la loro solita routine, all'inizio con cautela e poi con sempre maggiore spensieratezza. Era un compito arduo, soprattutto quando fingeva interesse per un caso, mentre tutto quello su cui riusciva a concentrarsi era trovare il modo di sfiorarla, pianificando modi di rubare qualche tocco fugace – fingendo casualità che non erano mai tali, stupendosi sempre del fatto che lei non se ne accorgesse e non svelasse quelle che, in effetti, erano davvero strategie banali, almeno per un occhio allenato come il suo – mentre le porgeva l'ennesima tazza di caffè.
Qualche volta si chiedeva un po' allarmato se non la stesse rimpinzando di caffeina oltre il limite consentito, con il rischio che si innervosisse e sfogasse la sua irrequietezza su di lui, in uno spiacevole effetto boomerang. Ma la sua preoccupazione si era rivelata finora infondata. Lei sembrava reggere benissimo non soltanto massicce dosi di sostanze eccitanti, ma quella tensione insopprimibile che avvertiva tra loro, centuplicata rispetto un tempo, e che personalmente lo stava consumando.
Se c'era una cosa che aveva capito nel corso del loro intenso, controverso rapporto, o come si volesse chiamare quello che esisteva tra loro, era il fatto di non aver previsto a quali vette di tormento sarebbe pervenuto, una volta sperimentato concretamente e senza preavviso, soprattutto senza schiere angeliche a preannunciargli il lieto evento, che cosa significasse averla tanto vicina da credere quasi di respirare la sua anima, e, di colpo, precipitare di nuovo negli stessi confini che aveva tollerato a fatica già quando l'idea di condividere un'intimità del genere era oltre il regno dell'utopia. Figurarsi adesso. Non esistevano vocaboli in grado di descrivere l'attuale situazione di autentica agonia.
Ma non disperava.
Arrivava ogni mattina con il suo miglior sorriso, anche quando non c'erano omicidi. Beckett forse non aveva fatto troppo caso al fatto di ritrovarselo sempre tra i piedi, anche quando non era necessario – anche perché lui riusciva sempre a rendersi utile o, alla peggio, scomparire dalla sua vista, quando intuiva di non essere gradito.
Eventualità che però non si era presentata molto spesso. Mai, anzi. O lei aveva imparato a nascondere meglio la sua irritazione nei confronti delle sue uscite inopportune, o si era ammorbidita, perché non sembrava, in effetti, che la sua presenza le fosse sgradita come un tempo. Non osava credere in tanta benevolenza, ma forse le faceva piacere averlo intorno, nonostante fosse sempre molto composta e, in tutta onestà, sempre dedita al lavoro, per cui non c'erano molte occasioni di coglierla con la guardia abbassata.
Si era palesata anche un'altra insperata novità. Josh, il motociclista di belle speranze, impegnato a salvare vite mentre lui cucinava waffle, sempre pronto ad andarsene per il mondo per costruire palafitte – lasciandoli soli – era stato sospettosamente assente, da quando erano tornati. Lui non aveva chiesto niente, ci mancava soltanto di andare a stuzzicare una situazione opportunamente dormiente.
Aveva solo spiato le sue telefonate. Non letteralmente. Non si sarebbe mai volontariamente intrufolato nella sua privacy per ottenere informazioni, né aveva mai accidentalmente controllato la lista delle chiamate.
Non si vergognava di ammettere che avrebbe desiderato moltissimo farlo, ma era pur sempre un uomo che teneva alla propria integrità, quindi si era sempre trattenuto, pur avendone l'occasione. Ma non era colpa di nessuno se, condividendo lo stesso spazio lavorativo, finiva col trovarsi sempre nei pressi, quando lei riceveva una chiamata – poteva trattarsi di qualcosa di importante per le loro indagini, dopotutto – e gli capitava, in assoluta buonafede, di ascoltare frammenti di conversazioni che gli facevano supporre che dall'altra parte non ci fosse nessun uomo che potesse vantare diritti a lui preclusi.
Naturalmente sarebbe stato più semplice affrontare il discorso con lei in maniera esplicita, senza quei sotterfugi a cui si obbligava e senza tutto quel rimuginare interiore che, se protratto, non avrebbe portato alcun tipo di beneficio, per quanto predisposto alla sopportazione stoica potesse ritenersi.
Ma chi voleva prendere in giro? Quando era mai stato possibile ottenere da lei risposte dirette, soprattutto su argomenti personali?
L'unica occasione di un confronto sarebbe stata ragionevolmente possibile, forse, quando si erano incontrati quel mattino nella suite a Los Angeles, dopo quel tremendo risveglio solitario, quando aveva già capito che la situazione non era affatto rosea. Avrebbe dovuto, allora, pretendere una spiegazione, perché nessuno poteva davvero trascorrere una notte del genere insieme, per poi fare finta di niente con tanta noncuranza. Quella era pura e semplice negazione da parte di Beckett, era evidente come il sole. E aveva fatto silenzio per quello. In primis perché lo sgomento lo aveva reso attonito, era un essere umano anche lui. E poi perché un'istintiva spinta alla sopravvivenza lo aveva tenuto lontano da conseguenze più temibili.
Al contrario di lei, lui non era stato vittima di nessun tipo di rimozione, aveva ben chiaro nella mente ogni minuto di quell'esperienza incredibile. Quello che a prima vista era stato un confuso avvicendarsi di immagini poco nitide, aveva trovato un ordine nel corso dei giorni, grazie al continuo arrovellamento interiore. Non aveva altro, del resto, che lo mandasse avanti, se non la convinzione che non avrebbe mai più potuto vivere senza averla di nuovo tra le sue braccia e doveva quindi compiere ogni sforzo perché accadesse nuovamente.
Forzarla avrebbe significato perderla. Tanto più perché era privo di un'informazione fondamentale, cioè non aveva la minima idea del motivo per cui lei avesse messo da parte anni di resistenza nei suoi confronti – andiamo, nessuno poteva negare che non fosse stata attratta da lui, e non lo diceva soltanto per lisciarsi l'ego in cerca di conferme. Quell'innegabile tensione che aveva sempre avvertito tra loro, a cui lui aveva in fretta dato un nome preciso, non poteva essere stata solo una sua fantasia. Doveva essere stata reciproca, semplicemente lui aveva avuto meno ostacoli dentro di sé per accettarla. Che cosa era successo, così di colpo? Era importante conoscere le variabili intervenute, perché gli eventi potessero ripetersi. E non intendeva solo il fatto di trascorrere altre notti insieme. Intendeva qualcosa di diverso. Qualcosa di molto, molto di più.
Ma se già non capiva che cosa l'avesse spinta verso di lui, abbattendo ogni freno inibitorio, ancora meno prevedibili erano le conseguenze che potevano generarsi mettendola alle strette. Poteva risvegliarsi dal torpore e rendersi conto del raptus che l'aveva fatta comportare in modo sconsiderato. Poteva non essere quello che voleva, che non aveva mai voluto. Poteva decidere di cacciarlo dal distretto – era perfettamente in grado di farlo, non era così stupido da credere che il sindaco potesse proteggerlo da una Beckett determinata a farlo fuori. Poteva perfino accadere, nonostante la ritenesse un'ipotesi inverosimile, ma forse solo perché la temeva più di altre, che quel loro fugace incontro l'avesse convinta, invece, che nessun futuro era in serbo per loro. Non era possibile. No. Non lo era. Di nuovo, non poteva essere stato l'unico ad aver avvertito tra loro qualcosa di diverso, inaspettato, che superasse perfino le sue più ferventi inclinazioni oniriche.
Non aveva parlato, in fondo, solo per salvare il salvabile, se esisteva. Forse era stata codardia o forse saggezza, non avrebbe saputo dirlo. Scegliendo di darle tempo, quel tempo che aveva in fondo chiesto quando si erano trovati seduti di fronte all'oceano, aveva preservato anche una minuscola possibilità che il sogno si avverasse. Non voleva affrontare il rischio concreto di mandare tutto all'aria, perché in quel caso lui sarebbe stato scagliato troppo lontano per convincerla, con pazienza e assidua presenza, che insieme potessero fare il prossimo passo nella giusta direzione.
Qualche volta si chiedeva se pensandola così stesse di fatto rispettando sul serio la sua libertà di scelta – in fondo era libera di non volerlo, per quanto male facesse – o se non la stesse in fondo manipolando. Non poteva, né voleva convincerla di essere quello giusto, per quanto ritenesse di esserlo, esponendola alla sua continua presenza.
In ogni caso, anche se aveva ancora molto da chiarire con se stesso e non fosse esattamente in buoni rapporti con le sue zone d'ombra che ogni tanto gli facevano rimordere la coscienza, credeva di aver raggiunto un equilibrio che, per quanto andasse continuamente rinegoziato, stava reggendo piuttosto bene.
Aveva intuito come per lei fosse importante la loro collaborazione, come avesse insistito per farglielo capire – quando si era permesso di avvicinarsi con angolatura approssimativa al discorso.
Lui era stato lontano anni luce da quel tipo di ragionamento che coinvolgeva il loro lavoro al distretto, ma che, ripensandoci, era invece molto più immediato e lineare, rispetto alle sue complicate elucubrazioni.
Si erano impegnati moltissimo entrambi, per creare le fondamenta di un rapporto di lavoro, ma soprattutto di amicizia, che rappresentasse un valore aggiunto nelle loro vite. Distruggerlo con gesti avventati era un rischio che lei aveva intravisto d'istinto, mentre lui era già molto più avanti.
Quindi, sommando tutte le ipotesi, aggiungendo fatti, riflessioni personali e spunti rubacchiati, era giunto alla conclusione – che non avrebbe retto la prova scientifica – che lei fosse a un punto in cui non potesse ancora permettersi di lasciarsi andare del tutto. Aveva bisogno di fare un salto verso quello che per lei era l'ignoto, e che invece lui vedeva benissimo. Tutto qui. Sembrava semplice, ma non lo era affatto. Soprattutto dopo gli ultimi eventi, che avevano rimesso tutto in gioco.
Era andato tutto bene, fino a certo punto oltre il quale la situazione era precipitata, davanti ai suoi occhi impotenti. Il caso di sua madre, la sua ossessione e il suo infermo privato, quel caso che lui stesso aveva resuscitato in quel polveroso archivio, convinto di fare un atto eroico che potesse darle finalmente la pace, era tornato a farla prigioniera.
Aveva osservato l'erompere inarrestabile dei sintomi che gli erano dolorosamente familiari. Lei si era seppellita di nuovo in quel buco nero, di cui era razionalmente consapevole quando gli girava alla larga, ma dentro al quale inesorabilmente piombava quando ci finiva troppo vicina, per colpa di un'attrazione che era troppo potente perché potesse resisterle.
Era difficile starle accanto quando se la vedeva trascinata via da una forza superiore a quella da lui esercitata, soprattutto perché si sentiva colpevole di averla risvegliata e anche perché non era libero di esprimersi senza filtri. Non poteva dirle che si stava ossessionando di nuovo. Era come dire a qualcuno di star calmo durante a un tifone tropicale.
Lei si sarebbe alterata, avrebbe insistito di essere lucida e di avere il controllo della situazione, anche se non era così, e non poteva fargliene una colpa. Dalla prospettiva limitata da cui analizzava le cose, era davvero convinta di avere la situazione in pugno, mentre lui vedeva il quadro più ampio, che non poteva mostrarle. Non avrebbe avuto gli strumenti per comprenderlo, risucchiata com'era da quel vortice. Nessuno era riuscita a prenderla in tempo, prima che venisse fatta prigioniera di se stessa.
Non era l'unico ad aver avvertito il pericolo. A complicare la situazione, questa volta, erano arrivate le richieste di aiuto da parte di due persone che tenevano a lei e alla sua incolumità tanto quanto lui.
Prima c'era stata la visita a sorpresa di suo padre, onestamente l'ultima cosa che si aspettasse, che gli aveva chiesto di prendersi cura di Katie, di non permetterle di farsi trascinare dal desidero di giustizia fino al punto di autodistruggersi, perché la sua vita contava di più della morte della madre. Si era sentito onorato dalla fiducia che Jim Beckett sembrava riporre in lui a sua insaputa, ma non era sicuro di essere all'altezza del compito, per quanto lo scopo di entrambi fosse lo stesso, cioè tenerla in vita. Renderla più serena, se possibile. Non per loro ma per se stessa. Aveva promesso di fare il possibile, ma un soffocante senso di inadeguatezza di fronte a una responsabilità così enorme lo aveva sopraffatto. Aveva davvero gli strumenti per farlo? Era davvero onesto accettare, solo perché gli era stato chiesto da un padre in ambasce, quando non era sicuro di avere un tale ascendente su di lei in grado di farla desistere?
Subito dopo, con inquietante tempismo, Montgomery gli aveva fatto capire senza mezzi termini che nessuno era in grado di fermare Beckett quando si metteva in testa qualcosa. Lui no di certo. Ma forse Castle, sì.
Di nuovo, era stato lusingato dal grande onore che gli facevano nel crederlo tanto significativo nella vita di Beckett, ma era convinto che si trattasse di un errore. Lo stavano sopravvalutando. Ed era rischioso. Stavano affidando qualcosa di estremamente prezioso, in una situazione di reale pericolo, nelle sue mani non così capaci. Non credeva che Beckett gli avrebbe dato retta, né che lei tenesse in particolare considerazione le sue opinioni. Glielo aveva dimostrato talmente tante volte da rendere ridicola qualsiasi altra ipotesi. Eppure loro si fidavano di lui, forse indotti dalla forza della disperazione.
Era quindi diretto verso il suo appartamento, con il cuore greve e ben poca fiducia nelle sue abilità di oratore in grado di persuaderla a desistere. Andare ad affrontarla su una cosa tanto spinosa, per implorarla di smettere di combattere, perché non c'era nessuna possibilità che vincesse, l'avrebbe scaraventato lontanissima da lui, con buona pace per il loro idilliaco e sereno futuro insieme, da realizzare in passi graduali, che lui si era figurato. Poteva dire addio a ogni tipo di collaborazione esistente tra loro. Ma doveva provarci. Se c'era la minima possibilità che lei gli desse retta, era suo dovere provarci, a qualsiasi costo. La sua salvezza era prioritaria, anche più di qualsiasi possibile futuro da condividere con lei.
