"I'm drowing, my dear, in seas of fire"
V. Woolf

8 - Castle

Era esausto, abbattuto, con il morale a terra e il cuore pesante incastrato nello sterno. Aveva ormai perso il conto delle notti insonni che si erano succedute senza tregua, lasciandolo spossato e che avevano disegnato profondi solchi sul volto disfatto, come gli faceva notare impietosamente lo specchio ogni mattina.
Non aveva nemmeno più la forza di fingere di sperare che le cose potessero migliorare.

Ma non era ancora finita, e adesso veniva il peggio. Si chiese se sarebbe riuscito ad affrontarlo, sapendo che non c'erano alternative. Non poteva cedere. Beckett era salva, non sapeva per quale colpo di fortuna o intercessione astrale, e invece Montgomery giaceva in una bara. Nel giro di pochi minuti sarebbe dovuto uscire dal loft, che negli ultimi giorni – da quando era stato estromesso dal distretto – era diventato insieme rifugio e prigionia, come dimostrava il disordine che vi regnava, insieme ai segni lasciati dal suo attacco di collera, esplosa quando era rientrato dopo essere stato da lei, in preda alla rabbia più intensa, e inutile, che avesse mai sperimentato.

Partecipare al funerale era molto più che un atto dovuto, era l'ultimo saluto a un amico, prima ancora che capitano del distretto di cui anche lui aveva fatto parte, un uomo che aveva imparato a conoscere e rispettare nel corso degli anni. Non aveva avuto ancora il tempo di fare ordine dentro di sé, per scoprire che cosa provasse davvero. Aveva l'impressione di non sentire niente, come se fosse anestetizzato. Non riusciva a credere che Montgomery non ci fosse più, che si fosse sacrificato, lasciando sole moglie e figlie, permettendo a Beckett di vivere.

In un ultimo atto di fede che non avrebbe mai dimenticato, si era affidato a lui, perché la portasse in salvo. Quando lo aveva contattato per fargli la sua richiesta, illustrando nel dettaglio il suo piano e quello che prevedeva sarebbe successo nell'hangar, e il ruolo designato per lui, aveva creduto che fosse impazzito. Ma non lo era affatto.
Aveva organizzato tutto con una lucidità che lui non sarebbe mai stato in grado di eguagliare, non dopo lo sconfortante epilogo dell'incontro Beckett, quando le sue innate abilità diplomatiche - pensava con sarcasmo – li avevano portati dritti dentro al baratro.
A quel punto aveva già scoperto di non avere più il suo posto all'interno del distretto. Non aveva ancora deciso se lui per primo avrebbe voluto tornarci, arrabbiato com'era, ma scoprire che lei era andata a fondo e lo aveva fatto fuori alle sue spalle era stato un colpo durissimo da accettare. Sentiva di averla persa del tutto, come se fosse riuscita a materializzare nella realtà quella distanza che aveva iniziato a costruire meticolosamente dopo la loro notte a Los Angeles.

Non si era ancora ripreso dallo shock, quando la situazione era ulteriormente precipitata ed era stato richiesto il suo intervento, da Montgomery in persona. Non avrebbe voluto accettare, perché era consapevole di non essere in grado di modificare, in nessuna maniera, il comportamento di lei, come invece credevano tutti. Lui sapeva, invece, di essere l'ultima persona del pianeta che lei avrebbe mai voluto trovarsi tra i piedi in un momento tragico come quello, soprattutto se a sua insaputa. L'avrebbe considerato un tradimento. E un po' lo credeva anche lui.
Aveva accettato perché non poteva fare niente di diverso e lo sapeva. Non si sarebbe mai tirato indietro quando la sua incolumità poteva essere messa in pericolo. Non aveva minimamente dato importanza al fatto che lei stessa lo avesse messo alla porta – del suo appartamento e del distretto, la sua era una vita fatta di esclusioni, a quanto pareva. I suoi molto più che ipotetici sentimenti feriti erano di gran lunga meno importanti del rischio che le potesse succedere qualcosa. Soprattutto quando lui poteva agire in modo concreto per evitarlo. O almeno provarci. Come avrebbe vissuto altrimenti? Come avrebbe potuto perdonarsi?

Non aveva idea di dove tutto questo li avrebbe portati. Era consapevole del fatto che, a un certo punto, quando le acque si fossero calmate, lui avrebbe dovuto fare i conti con i sentimenti che provava, ma a cui non aveva ancora dato un nome, e che erano stati più volte calpestati. Non tanto perché fosse una persona suscettibile, anzi. La realtà era palese. Lei non aveva alcuna intenzione di muoversi in una direzione diversa che non fosse agli antipodi rispetto a lui. E se poteva oscuramente comprenderne il motivo – Beckett non era ancora al punto di essere in grado di guardarsi dentro con onestà – non poteva certo andare a spiattellarglielo in faccia. Non sarebbe servito a niente, lei si sarebbe irrigidita sulle sue posizioni e lui di certo non intendeva imporle la propria presenza, non poteva scavare dentro di lei al posto suo.

Combatteva però sempre con l'idea che la scelta più giusta fosse quella di accettare le sue decisioni, perché di fatto era verissimo, come gli aveva ripetuto sua madre, che Beckett era una donna adulta nel pieno controllo della propria vita – vita che aveva in parte condiviso con lui, anche se questo non gli garantiva nessun diritto. Davvero doveva accettare che lei finisse risucchiata completamente in quella specie di galleria degli orrori dove si rifugiava quando qualcosa di emotivamente estremo le si avvicinava, spaventandola? Il libero arbitrio arrivava fino al punto di essere costretti a tollerare che qualcuno si facesse del male, senza poter intervenire? Non era del tutto d'accordo. Non era per niente d'accordo, soprattutto, quando si trattava di lei, anche se a livello teorico la sua libertà personale veniva prima di tutto, lei era una donna adulta, lui non poteva costringerla a niente che non volesse fare. Conosceva tutta la manfrina, grazie. Non che fosse tra l'altro possibile imporle un'idea diversa, altrimenti non se ne sarebbe stato a fissare la parete del suo studio, invece che essere là fuori con lei. Ma credeva che fosse suo imperativo morale almeno tentare. O, alla peggio, starle vicino in silenzio.

Almeno era ancora viva. Dopotutto era un ottimo risultato, quello che lui aveva sperato e per il quale si era adoperato senza risparmiarsi. Non si erano più visti da quella sera, visti sul serio, da soli. Erano precipitati nel gorgo degli eventi, che ancora li stava stritolando. Si era fatta viva solo perché il loro gruppo ristretto, la loro famiglia, condividesse il medesimo proposito di celare quello che avevano scoperto su Montgomery, che sarebbe invece morto da eroe agli occhi del mondo. In quel frangente avrebbe desiderato parlarle, ma non aveva osato farlo. Non dopo le mille chiamate andate perse, a cui lei non aveva mai risposto.

Non sarebbe mai finita quella lunga litania di giornate micidiali, una più brutta dell'altra? L'idea che sarebbe mai arrivato un momento in cui sarebbe stato loro permesso di tornare a condividere allegramente la loro solita vita al distretto, alle prese con uno di quei casi particolari che lei sembrava attrarre per naturale predisposizione e in cui lui sguazzava felice, era perfino oltre il reame dell'utopia. Per il momento sembravano obbligati a rimanersene a girare a vuoto in un inferno di rabbia e dolore. Sperava almeno che fossero arrivati al culmine, oltre il quale potessero ridiscendere, rimanere fermi abbastanza per riprendere fiato, fare il punto della situazione, ripartire da qualche parte. A quel punto gli sembrava solo un'illusione disperata. Voleva solo un minuto di calma, per metabolizzare gli eventi e riuscire a darsi un'occhiata più approfondita, ma non c'era tempo. Mancava pochissimo al funerale. Al resto avrebbe pensato dopo, adesso doveva solo recuperare abbastanza forza d'animo per affrontare quella che, temeva, si sarebbe rivelata una lunghissima giornata.

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La osservò dalla sua posizione privilegiata, che lei stessa gli aveva indicato, accanto a lei, che se ne stava in piedi sul palco, in procinto di fare il suo discorso. Da quel punto era in grado di avere una visione d'insieme delle persone accorse a rendere l'estremo onore al loro capitano, padre e marito. Amico. Erano uniti nella medesima sofferenza, che percepiva nitidamente riversarsi nella sua direzione.
Kate gli era apparsa molto provata, ma composta e chiusa in un mutismo impenetrabile, a parte la fugace comunicazione su quello che sarebbe stato il posto a lui riservato durante la cerimonia, più in vista rispetto agli altri, e che rispecchiava il ruolo particolare che aveva avuto al distretto.
Era preoccupato per lei, come dolorosamente gli succedeva ormai troppo spesso, perché era a lei che toccava la parte peggiore, parlare di fronte a tutti, salutare il mentore che l'aveva resa la persona che era, fiera e coraggiosa, anche in quel momento. Ma anche un uomo che aveva tragicamente tenuto chiusi dentro di sé peccati mai perdonati, che si erano riversati lungo la linea del tempo, per giungere a quel momento di estremo sconforto.
Non l'aveva mai vista indossare la divisa, che la rendeva più pallida e fragile, nonostante il solito contegno impeccabile che cercava di simulare, sospettava, per non lasciarsi andare del tutto.

Sperava di poterla avvicinare, dopo. Confortare, se possibile, o almeno indurla ad aprirsi con lui, magari portarla da qualche parte lontano da lì, dove potesse rilassarsi, se glielo avesse consentito. Il fatto di averlo voluto accanto a sé doveva pur voler dire qualcosa, forse che gli screzi degli ultimi tempi erano stati superati in nome di una comprensione più ampia sul motivo della sua intromissione. Le avrebbe spiegato che non aveva voluto prendere decisioni al suo posto, perché rispettava sul serio la sua volontà, anche se lei era convinta del contrario. Ma la situazione aveva richiesto misure straordinarie.

Quando la vide voltarsi nella sua direzione, mentre era impegnata a parlare alla folla, con un messaggio e uno sguardo inequivocabili, che sembravano sottintendere che lui ne fosse l'unico destinatario, sentì il cuore aprirsi al sollievo. Beckett era un osso duro, ma era in grado di tornare sui suoi passi, con invidiabile onestà interiore. Fu un sollievo di breve durata, perché nel frammento temporale successivo – che nei ricordi si dilatò fino a diventare infinito – la tragedia, che lui aveva inconsciamente previsto, si abbatté su di loro. Vide un piccolo bagliore lontano e con stupefacente chiarezza, capì che cosa stava per accadere. Capì che sarebbe morta e lui non sarebbe riuscito a evitarlo. Ma ci provò comunque, si abbatté su di lei per tentare di schivare il colpo, o farle scudo con il proprio corpo. Sapeva che sarebbe arrivato fatalmente tardi e fu proprio quello che avvenne. Beckett si afflosciò tra le sue braccia, vide la vita affievolirsi nei suoi occhi, nonostante continuasse a chiamare il suo nome, a voce sempre più alta, pregandola di rimanere con lui, deciso a tenerla in vita con la pura forza di volontà, perché se c'era una cosa che non avrebbe mai permesso a nessuno, nemmeno a Dio in persona, era quella di vedersela portar via così, mentre era tra le sue braccia, non dopo quello che avevano passato, non con quello che provava per lei, che ora gli appariva gloriosamente nitido e luminoso. E indistruttibile.

Sentiva il corpo di entrambi tremare, mentre la obbligava a tenere gli occhi incollati ai suoi, per trattenerla lì con lui. Nella disperazione, che forse stava già scivolando nella follia, era certo di poterla trascinare via dalla morte, solo implorandola di non arrendersi, di combattere, di aggrapparsi a quello che lui le offriva. Si era convinto che mantenendo il contatto visivo non l'avrebbe persa per sempre.
Si ribellò quando tentarono di strapparlo da lei, convinto che non capissero il suo intento e sicuro che, senza di lui a farle forza, si sarebbe lasciata andare. Non si accorse che aveva perso i sensi, proprio mentre era ancora chinato sul suo corpo e fu un bene, perché sarebbe definitivamente impazzito. Gli ripetevano che Beckett era forte e che ce l'avrebbe fatta, se avesse permesso ai soccorsi di farsi avanti e prendersene cura. Lo strattonarono finché cedette, accasciandosi in un angolo con le mani sporche del sangue di lei.