"And here you are living,
despite it all"
Rupi Kaur

9 – Castle

Si ritrovò sull'ambulanza insieme a lei, anche se non avrebbe saputo dire come ci fosse arrivato o il motivo per cui gli fosse stato concesso esserci. Lui non era un parente: l'unico che poteva vantare il sacrosanto diritto di accompagnarla non era lì con loro, se ne accorse quando erano già in viaggio.
Forse nella concitazione degli eventi avevano chiuso un occhio, o magari l'essersi presentato come suo partner gli aveva garantito un insperato privilegio. Molto più probabilmente era stato evidente che non avrebbe lasciato partire il mezzo senza salirci sopra e nell'emergenza lui doveva essere stato l'ultimo dei loro problemi. Senza tralasciare il fatto che non dovevano essere del tutto sicuri che lo shock non lo avesse fatto impazzire di colpo, e magari avevano preferito tenerlo sotto controllo. Qualunque fosse stato il motivo, tutto quello che gli importava era essere lì con lei, per aiutarla, anche solo stando nel suo stesso spazio.

Si accovacciò in un angolo, abbastanza in sé da sapere di non dover, in nessun modo, intralciare i soccorsi, acutamente consapevole del fatto che la vita di lei era ancora appesa a un filo, che si faceva via via più sottile. Lo percepiva nelle frasi smozzicate e le occhiate preoccupate che si scambiavano i paramedici, chini sul suo corpo.
Se stette zitto, più sconvolto di quanto si era convinto di essere, e lasciò che si prendessero cura di lei, stringendo i pugni e pregando accoratamente in silenzio che non morisse sotto ai suoi occhi, su quell'ambulanza che procedeva a sirene spiegate verso l'ospedale.
Si aggrappava all'idea che fosse possibile per lei in qualche modo sentirlo, lì nel posto oscuro in cui era finita quando aveva perso i sensi, e in cui doveva fluttuare senza peso e senza coscienza, e per questo aumentava la forza delle sue suppliche perché non lo abbandonasse, incoraggiandola a vivere a qualsiasi costo, per qualunque motivo avesse ritenuto valido.

Il momento più difficile da accettare fu lasciarla proseguire da sola, quando si avvicinarono alle porte della sala operatoria, già pronta per accoglierla. Fu come se gliela strappassero dalle braccia ancora una volta. Sapeva razionalmente che era in ottime mani – non poteva permettersi di dubitarne, o avrebbe dato di matto sul serio – ma al vederla scomparire lungo il corridoio claustrofobico, senza poterle correre dietro, la gola gli si chiuse in una morsa che gli impedì di respirare liberamente, mandandolo presto in debito di ossigeno.
Non era così obnubilato da non rendersi conto di non poter varcare soglie che non gli erano consentite, ma continuava a credere – solo grazie alla forza della disperazione - che senza di lui a sostenerla, a ricordarle di vivere, lei non ce l'avrebbe fatta. Ed era forse proprio quello il segnale che il suo equilibrio mentale era ormai a un passo dallo sgretolarsi del tutto, ma era anche l'unica cosa che lo avesse tenuto in piedi fino a quel punto, e che gli avesse consentito di ricacciare indietro i tentacoli tossici dell'angoscia, pronta a paralizzarlo, se solo si fosse fermato abbastanza da realizzare quello che era successo.

.

L'attesa fu spaventosa, logorante, una delle esperienze peggiori che gli fosse capitato di vivere. Chiuso in se stesso per non crollare, chiamò a raccolta le ultime energie per respingere, e in qualche modificare l'atmosfera da sentenza di morte che avvertiva aleggiare lungo i corridoi asettici. Recuperò forze che non credeva di avere, sepolte chissà dove, per essere di sostegno a chi a lui si affidava per gestire l'orrore di un evento che aveva strappato di colpo la fiducia nell'esistenza di un mondo accogliente e non ostile. Bevve molti caffè, uno più orribile dell'altro, di cui aveva bisogno per reggersi in piedi.
Era roso dal senso di colpa, che rimestava dentro di lui con mira infallibile. Se solo non avesse ficcato il naso nel caso di sua madre, dal quale lei lo aveva pregato di stare alla larga.
Perché non dava mai retta a nessuno, convinto di sapere sempre quale fosse il meglio per tutti? Ecco dove erano finiti, grazie alla sua propensione innata a credere nel lieto fine, proprio come faceva succedere nei suoi romanzi.
Non era così che funzionava nella vita reale, invece, in cui non sempre i protagonisti finivano con il brindare alla giustizia, e a un futuro felice e prospero che si stagliava davanti a loro nei secoli, mentre i cattivi marcivano dietro alle sbarre. Era stato un idiota. Peggio. Aveva messo a repentaglio l'incolumità della persona che... a cui teneva molto, che ora se ne stava sotto i ferri lottando contro la morte.

Consumò a passi sempre più stanchi e strascicati il lungo corridoio illuminato da neon impietosi che gli facevano bruciare gli occhi gonfi per via dalla lunga veglia. Doveva esserci un girone dell'inferno specificatamente predisposto per chi attendeva stremato notizie sulla sorte di una persona cara, affidata a mani esperte, ma sconosciute.
Finalmente, quando si era ormai quasi ridotto alla catatonia, talmente affranto da lasciarsi semplicemente vivere, senza più la forza di muovere un muscolo e rassegnato all'idea che quell'impietosa agonia si sarebbe prolungata all'infinito, il chirurgo che doveva essersi occupato di Beckett si fece vivo. Sembrava aver bisogno anche lui di una buona notte di sonno.
L'attenzione convogliò unanime nella sua direzione. Il padre di Beckett, l'unico che potesse vantare il diritto di essere ragguagliato sulle sue condizioni, si fece avanti, per ricevere quella che sperò non fosse davvero una sentenza infausta che avrebbe avuto conseguenze di enorme portata su tutti i presenti.
Castle cercò di interpretare il volto impassibile del medico, con scarsi risultati. Doveva essere qualcosa che veniva insegnato nel corso di studi, pensò con rabbia mal diretta, più frustrato adesso di quanto non fosse stato nelle precedenti lunghissime ore.

"Signor Beckett? Sua figlia è uscita dalla sala operatoria", annunciò con tono professionale e incolore, senza esprimere nessun tipo di emozione, ma limitandosi a snocciolare le informazioni in suo possesso. Il sollievo si propagò nel suo corpo rattrappito, che di colpo riemerse trionfante dalle nebbie dello sconforto. Era viva. Il resto non importava. Avrebbe onorato tutti gli accordi che aveva stretto con ogni divinità a cui aveva rivolto suppliche durante l'attesa snervante. Non si sentiva così felice da molto, moltissimo tempo. Si sentì invaso da una rinnovata energia, che cancellò lo sfinimento, regalandogli una forza sovrumana grazie alla quale era certo di poter affrontare ogni passo successivo. Si sentiva invincibile.

Il suo entusiasmo subì una brusca battuta d'arresto, quando si calmò abbastanza da ascoltare il resto della comunicazione. Beckett aveva avuto un arresto cardiaco, durante l'intervento. Il suo cuore si era fermato. Era fuori pericolo, ma doveva essere tenuta sotto attenta osservazione nelle ore seguenti.
Quindi, di fatto, era quasi morta davvero. C'era stato un intervallo di tempo reale, ma sperava minuscolo, in cui lui l'aveva effettivamente perduta. Se ne era andata via, lontana da lui. Rabbrividì, sentendo il gelo penetrare nelle ossa, nel rendersi conto che il peggio che temeva era accaduto, mentre lui se ne stava lì fuori ignaro e completamente impotente. Chiuse gli occhi e respirò profondamente, per controllare il battito cardiaco impazzito.
Non importava, si disse, alla fine era tornata da lui. Tecnicamente era solo tornata ad avere un battito cardiaco autonomo, ma per lui non c'era differenza.

Ascoltò distrattamente il seguito del discorso, mentre Jim Beckett prendeva accordi su quando fosse possibile vederla. Sapeva che a lui non sarebbe stato consentito, e quindi non si intromise, ma alzò di scatto la testa quando si vide potenzialmente invitato ad andarsene, insieme agli altri, perché il medico era convinto che avessero tutti bisogno di riposare, dopo quell'estenuante maratona. Non c'era nessuna possibilità che accadesse. Lui non si sarebbe schiodato da lì, nemmeno con un mandato di arresto.
"Io rimango con lei questa notte", annunciò, celando diplomaticamente sotto un tono tranquillo la ferrea determinazione a fare esattamente quello che aveva in mente.
Qualche testa si girò nella sua direzione.

"Nessuno rimarrà con lei, signor...?". Il medico doveva considerarlo una scocciatura, lo si capiva dall'espressione infastidita con cui sembrò rivolgersi a un allievo indisciplinato.
"Castle. Richard Castle. Sono il suo partner", rispose con orgoglio. Nessuno gli avrebbe tolto quel titolo che si era conquistato duramente, e che mai come adesso mostrava tutto il suo valore.
"Come le dicevo, signor Castle, solo il padre potrà vederla per qualche minuto, per il resto non è necessario che qualcuno trascorra la notte al suo capezzale. Ha bisogno di essere tenuta sotto stretto controllo, e se ne occuperà il mio staff. Le consiglio di andare a casa, qui non sarà di nessuna utilità".
Questo, se permetteva, non stava a lui giudicarlo.
"D'accordo. Non entrerò nella sua stanza e non chiederò di vederla, ma non mi muoverò da qui".

Non poteva andarsene, allontanarsi da lei. Era fuori discussione. Era sicuro che lei avesse bisogno di tutta la grinta che lui poteva inviarle mentalmente, o spiritualmente, se volevano esprimersi così, attraverso le pareti che li dividevano. Grinta che, senza dubbio, si sarebbe in lei affievolita una volta che lui avesse lasciato l'edificio, ne era certissimo. Erano loro fuoristrada se non se ne rendevano conto. Incrociò le braccia, imitando inconsciamente la postura di lei quando manifestava fieramente la sua imbattile sicurezza nell'ottenere quello che voleva. Avrebbe rinunciato a vederla anche per un istante, se ritenevano fosse più utile per la sua ripresa, ma non si sarebbe mosso per niente al mondo.

Il medico si passò una mano tra i capelli, stancamente. Stava già cedendo, era chiaro che non aveva nessuna voglia di discutere con un familiare – in senso lato – deciso a mostrarsi irremovibile e irragionevole. Un punto a suo favore, l'avrebbe preso per sfinimento e gli avrebbe imposto il suo volere. Lo fissò con aria di sfida. Vediamo chi vince questa partita, suggeriva il suo linguaggio corporeo. Avvertì la mano della madre fargli pressione sul braccio, invitandolo a seguirla, ma non si mosse. Sarebbe potuto rimanere tutta la notte in quell'esatta posizione, ed era quello che aveva ogni intenzione di fare.

"Devo tornare dentro", annunciò il medico con impazienza, facendo segno a Jim di seguirlo. Gli rivolse un'occhiata seccata. "Può accomodarsi in sala d'attesa. E non si muova da lì, non voglio vederla in giro per il mio reparto". Gli voltò le spalle e se ne andò senza salutare.
Castle sorvolò su tutto il resto ed esultò interiormente per la vittoria ottenuta più facilmente del previsto. Sua madre scosse la testa. "Richard, hai sentito che cosa ha detto il dottore. Non ti permetteranno di andare da lei e tu sei esausto. Perché non torni a casa con noi e cerchi di dormire per qualche ora? Potrai tornare quando si sveglierà...", lo rabbonì, come se fosse un bambino recalcitrante.
Staccò con in modo gentile, ma fermo, la mano ancora posata sul suo braccio.
"No. Rimarrò con lei. Io... non posso lasciarla sola", mormorò. La voce cedette alla fine della frase.
"Beckett è in ottime mani e tu non puoi fare niente per lei. Non serve che ti punisca sfinendoti di fatica, solo perché ti senti in colpa". Perché erano tutti convinti che la sua presenza fosse superflua? Che cosa ne sapevano loro?
"Non si tratta di quello".
"Davvero? Non sei stato tu a dirmi che senti la responsabilità per quanto è successo?".
Sospirò. Avrebbe preferito continuare il duello psicologico con il medico per niente disposto a venirgli incontro, invece che affrontare le insinuazioni – vere – di sua madre.
"Sì, è così. Ma non è per questo motivo che intendo rimanere. Non voglio immaginarla tutta sola, senza nessuno a farle compagnia". In un letto di ospedale dove non sapeva di essere finita, circondata da nient'altro che macchine, tubi e nemmeno un po' di calore umano. Gli si stringeva il cuore soltanto a immaginarlo.
"Il dottore ha detto che non si sveglierà", proseguì imperterrita, opponendogli una logica stingente.

Non sarebbe mai finita?
"Non me ne vado, mamma. Lei potrà non sapere che starò fuori dalla sua stanza per tutta la notte, o non avere bisogno della mia presenza inutile, come mi state informando tutti, ma non importa. Io saprò di essere qui".
E con questo intendeva chiudere il discorso e sperò che sua madre lo capisse, una volta per tutte. Parve di sì, perché scosse di nuovo il capo, chiamò Alexis perché venisse a salutarlo, senza aggiungere ulteriori commenti, pur emanando tutta la sua disapprovazione, e si allontanò con lei lungo il corridoio.

Se ne andarono lentamente anche tutti gli altri, salutandolo con un cenno del capo, senza parlare. Quando rimase da solo raggiunse la sala che gli era stata indicata e si lasciò cadere su un sedile di plastica dura, che gli avrebbe fatto compagnia fino al mattino. Il picco di euforia si esaurì, facendo tornare a galla la spossatezza. Era sfinito. Ruotò il collo, per dar sollievo alle cervicale martoriata, per averci riversato sopra tutto il peso dell'ansia. Si rilassò contro lo schienale, chiudendo gli occhi per qualche istante.
Non c'era nessuno a parte lui, il silenzio da cui era avvolto era glaciale. Sarebbe stata una lunga notte, ma ne sarebbe valsa la pena. Con un po' di fortuna la mattina seguente avrebbe forse potuto darle un'occhiata, e se si fosse svegliata prima del previsto, avrebbe potuto parlarle per qualche secondo.

Dopo una decina di minuti trascorsi in completa solitudine, vide una persona far capolino nella stanza. Riconobbe il padre di Kate, di ritorno dalla breve visita che gli avevano concesso nella sua stanza. Si alzò velocemente, assetato di notizie.
"Come sta?", domandò all'uomo altrettanto provato.
"Sta dormendo", mormorò Jim laconico. "Non l'ho mai vista tanto...". Scosse la testa. "vulnerabile". Qualcosa dentro di lui si incrinò. Un conto era gestire il proprio dolore e un altro era assistere all'afflizione disperata di una persona che teneva a Beckett tanto quanto lui. Probabilmente di più, o forse in maniera diversa. Si figurò Alexis distesa priva di conoscenza in un letto d'ospedale e il panico si impossessò di lui facendolo barcollare.
"È forte", lo rassicurò, per convincersene lui per primo. "È la persona più forte che conosca".
"Grazie per aver deciso di rimanere qui con lei, Rick. Vorrei farlo anche io...".
"Non si sveglierà fino a domattina. È meglio provare a riposare un po'".
Jim gli lanciò un'occhiata divertita. Si sorrisero. Stava ripetendo a pappagallo lo stesso consiglio che il medico aveva dato a lui, senza riuscire però a smuoverlo dalla sua ferma decisione di restare.
"Non ce la faccio ad andarmene", confessò Castle dopo una breve pausa. "Dopo quello che è successo...". Chinò il capo. Non poteva guardare negli occhi l'uomo che gli aveva chiesto aiuto, affidandogli la figlia, e se l'era ritrovata quasi ammazzata da un cecchino.
"Non è colpa di nessuno, Rick".
"Non sono riuscito a fermarla", ammise vergognandosi di se stesso. Che cosa stava cercando? Un'assoluzione?
L'uomo gli strinse il braccio, proprio come aveva fatto sua madre prima di lui, ma più gentilmente.
"La cosa importante è che sia viva".
Già. Era l'unica cosa che contava, arrivati a quel punto. E avrebbe fatto di tutto, da lì in avanti, per assicurarsi che continuasse a vivere e per tentare di riparare agli errori che aveva commesso, cercando un perdono che lui per primo non sentiva di concedersi.

.

Buonasera!
So che è una storia emotivamente impegnativa, mi capita di scriverlo spesso in risposta a qualche commento, e immagino che non sia così facile aver voglia di fare un viaggio doloroso, capitolo dopo capitolo, in un'estate manco troppo calda come questa. Quindi grazie a chi mi sta accompagnando nella narrazione. Semplicemente, c'è un momento per ogni cosa, e questo è il momento per questa storia, credo nell'idea che ogni emozione dello spettro sia ugualmente importante ed è giusto scavarle, soprattutto perché hanno fatto parte della loro storia (e della la storia di tutti) :-)

Ps: In questa versione non le ha (ancora?) detto che la ama ;-)