I don't want to judge
What's in your heart
But if you're not ready for love
How can you be ready for life?
-We Might Be Dead By Tomorrow
10 - Castle
Aveva perso il conto del tempo passato in quell'angusta sala d'attesa verso la quale era stato indirizzato e dentro cui si era rinchiuso volontariamente, quasi con fervore ascetico. Le ore si sfaldavano l'una sull'altra, senza che fosse possibile tenerne traccia, senza che il loro placido scorrere, segnalato dal ticchettio dell'orologio – qualcosa di misurabile e concreto - riuscisse ad ancorarlo alla realtà, che avvertiva ormai come un continuum fluido e inafferrabile. Vuoto. Proprio come si percepiva lui stesso.
Era giunto a considerarsi prigioniero di quell'ambiente freddo e incolore, senza il conforto della presenza di altri esseri umani. Nonostante sapesse di essere circondato da forme di vita simili alla propria, o almeno così supponeva, dal momento che dovevano pur esserci addetti ospedalieri, la sensazione di solitudine era estrema, totalizzante. La peggiore che avesse mai sperimentato nella sua vita.
Aveva teso l'orecchio ogni volta che aveva creduto di avvertire sporadici passi in avvicinamento.
Forse erano diretti da lei, forse avrebbe potuto intercettare qualcuno che gli desse notizie recenti, anche se non erano tenuti a farlo. O forse aveva solo bisogno di sapere di non essere completamente da solo, impegnato a fare i conti con proiezioni catastrofiche indotte dalla sua angoscia, che si era espansa, invece che dissolversi gradualmente. Nessuna nuova, buona nuova, giusto? Era così che si diceva. E avrebbe voluto crederci, ma la prolungata assenza di aggiornamenti sulle sue condizioni iniziava a erodere il suo ottimismo.
Era stato lasciato in balia di se stesso, forse considerato alla stregua di un momentaneo elemento di disturbo, in un sistema altrimenti ben oliato e perfettamente funzionante.
Non pensò mai, nemmeno una volta, che avrebbe fatto meglio a seguire il consiglio del medico, cioè andare a casa a riposare e tornare quando si fosse svegliata. Era una possibilità peggiore di quella che stava vivendo. Dubitava che qualcuno di loro stesse in effetti riposando. Sarebbe rimasto fino al mattino, onorando la promessa che le aveva fatto dentro di sé.
Si era alzato spesso, per dare sollievo alla schiena dolente. Aveva fatto qualche passo per sgranchire le gambe, provate dalla prolungata immobilità e dalla scomodità dei punti di appoggio a disposizione.
A lungo si era rifiutato di uscire da lì, anche solo per prendere un caffè alla macchinetta. Non voleva essere d'intralcio o, peggio, essere invitato ad allontanarsi. Meglio rimanere nell'ombra. E continuare a sperare. Visualizzare splendidi scenari in cui era protagonista una Beckett felice, sorridente, in perfetta salute. Era convinto di avere poteri taumaturgici e intendeva usarli tutti.
Quando aveva realizzato che il rischio di incontrare anima viva era ridotto al minimo, e la stanchezza aveva dato l'impulso necessario alla sua naturale temerarietà, si era sporto lungo il corridoio, per dare un'occhiata e cambiare la visuale.
Non aveva idea di dove fosse la stanza di Beckett e forse era meglio così. Sapeva di essere a tal punto esausto, saturo, che non avrebbe saputo impedirsi di entrare di soppiatto, giusto per darle una brevissima occhiata. Ma non intendeva complicare la sua ripresa, infastidendola. Un conto era soddisfare i propri bisogni, un altro era fare qualcosa che potesse, in qualsiasi modo, peggiorare la situazione.
Non incontrò nessuno. Dalla totale assenza di vita intorno a lui cominciò a sospettare di essere stato isolato in un luogo molto lontano dal reparto in cui Beckett era stata ricoverata. Magari il medico che l'aveva operata, e che non era sembrato intenzionato ad averlo intorno, l'aveva raggirato.
Doveva smettere di dar corda alla paranoia indotta dalla stanchezza, il digiuno forzato e la pressante preoccupazione per il suo stato di salute. Ma se invece fosse stata male mentre era effettivamente lontana da lui? Come avrebbero fatto ad avvisarlo? Chi lo avrebbe liberato da quell'estenuante prigionia mentale da lui stesso indotta e di cui iniziava a sentirsi vittima?
Forse il riposo non era un'idea così balzana, dopo tutto. Forse avrebbe prevenuto quel lento scivolare in uno stato allucinatorio da cui di tanto in tanto si risvegliava con un sussulto.
Doveva aver abbassato le palpebre per qualche minuto, con la testa appoggiata al muro, perché sobbalzò spaventato quando un tocco delicato sulla spalla lo fece tornare alla realtà e una voce femminile lo apostrofò con dolcezza. Mise a fuoco a fatica la figura di una donna – dall'uniforme doveva essere un medico – che gli sorrideva gentilmente, offrendogli una tazza fumante. Non il solito bicchierino di plastica, si trattava di una vera e propria tazza di ceramica, che gli parve un lusso fuori dalla sua portata. Si stropicciò gli occhi arrossati, per recuperare il minimo di vitalità necessaria a gestire quell'inaspettata interazione umana.
"Ho pensato che avesse bisogno di un buon caffè. È quello che teniamo nella sala medici, ne ho preparato un po' anche per lei", gli spiegò a bassa voce, ma con tono amichevole, che lo colpì. Non si era aspettato di essere oggetto di nient'altro che indifferenza e riluttante tolleranza, non certo premura umana.
Si schiarì la voce, perché dopo tanto tempo trascorso in assoluto mutismo non era certo che gli organi preposti alla comunicazione fossero ancora funzionanti.
"Grazie...". Non andò troppo male, anche se non si sentiva certo un grande oratore. Accolse con gratitudine la bevanda calda, che lo ristorò immediatamente. Il suo corpo riprese un po' di vigore, grazie all'effetto della caffeina e la sua mente tornò in parte lucida.
La donna prese posto accanto a lui. Emanava una generale sensazione di calma che lo tranquillizzò, anche senza parlare. Era molto sicura di sé, ma gli parve accogliente, disposta ad andargli incontro.
Fu lei a riprendere il discorso.
"Si è sparsa la voce che è appostato qui da molte ore, anche se le è stato vietato di vederla". Non fece nomi, come se tutti sapessero il motivo per cui se ne stava di vedetta nel reparto e per chi si stesse consumando di apprensione. Indicò con la testa una porta non troppo lontana da lui. Quindi Beckett gli era sempre rimasta vicino e adesso finalmente aveva un lungo concreto dove immaginarla.
"È la sua fidanzata?", si informò educatamente. Beh, forse non era perfettamente informata sulla natura del loro rapporto. Lui esitò prima di rispondere e lei interpretò la sua ritrosia nel modo scorretto. "Mi scusi, non volevo essere invadente. È solo che la sua costanza è ammirevole e non è passata inosservata. Ha diverse fan tra le infermiere", ammise un po' divertita.
"Sono il suo partner", le spiegò cortesemente, cercando di mitigare i modi poco socievoli di cui aveva dato dimostrazione in precedenza.
"Lei è un poliziotto?". Lo osservò meglio, con scetticismo, cercando di ricondurlo alla propria personale idea di come dovesse presentarsi un tutore della legge.
"No, sono uno scrittore. Richard Castle", si presentò, stringendole la mano, mentre lei gli rivolgeva la solita occhiata perplessa che riceveva quando doveva spiegare la natura particolare della loro collaborazione lavorativa. "Al distretto mi utilizzano come consulente", aggiunse, per salvarla dalla confusione.
Sperò che bastasse. Non aveva le energie per spiegarle il motivo per cui seguiva soltanto i casi di un'unica detective, che sperava fosse oramai fuori pericolo, e tutto il resto. Soprattutto il resto.
"Non ci capita spesso di vedere una devozione tanto determinata tra queste mura, dove di solito a nessuno è concesso di entrare. Per questo avevamo creduto che voi due foste... ma forse è il turno di notte che rende propensi a far viaggiare troppo la fantasia". Concluse quasi scusandosi, forse sentiva di essere stata troppo invadente.
"Tengo molto a lei", esclamò Castle con forza, senza capire perché volessi a tutti i costi farglielo sapere. Probabilmente era stato punto sul vivo quando lei aveva accettato con troppa facilità l'idea che fossero solo colleghi di lavoro, che era nei fatti la spiegazione che lui aveva fornito. Gli dava fastidio che il loro rapporto venisse appiattito in quel modo, per quanto ridicolo potesse essere cercare di convincere un'estranea che, tra le altre cose, non si era nemmeno presentata.
Gli sorrise con calore, cercando apertamente il suo sguardo, nel quale lesse vicinanza e comprensione affettuosa.
Cominciò a intuire che il suo intento fosse diverso, che non il semplice scambio di chiacchiere per distrarlo. Magari le aveva fatto compassione, rattrappito su quelle trappole di plastica, o forse riteneva fosse suo compito offrire un po' di conforto ad amici e parenti ridotti a un passo dalla disperazione.
"Vuole vederla?", gli propose a bassa voce, con tanta naturalezza da farlo quasi balzare dalla sedia. La prima reazione fu di panico.
"Le è successo qualcosa?". L'ansia lo invase. Solo in presenza di una circostanza drammatica sarebbero venute meno le regole che gli impedivano di avvicinarsi, non c'era altra spiegazione.
Il medico posò una mano sulla sua, per calmarlo. Forse una corsia d'ospedale notturna consentiva un'intimità normalmente preclusa tra persone sconosciute.
"No, non si preoccupi, signor Castle. Sta bene. È stabile, e questa è un'ottima notizia".
L'ansia si ritrasse, consentendogli di tornare lentamente a una situazione di normalità emotiva. Rimaneva la stranezza della proposta e su quella si concentrò, non appena gli fu possibile.
"Non posso entrare da lei, mi è stato imposto di non muovermi da qui, o sarei stato cacciato". Gli parve doveroso ripagare la sua gentilezza con la totale onestà.
Gli si avvicinò, con fare cospiratorio. "Sono io a dirigere il reparto questa notte. E sono io che controllo regolarmente le condizioni della sua... partner". Gli sembrò che calcasse con troppa enfasi la voce sull'ultima parola. Si chiese il motivo. "Mi assumerò la responsabilità di farla entrare nella sua stanza per qualche minuto, se lo desidera".
Desiderarlo? Le avrebbe perfino offerto dei soldi, se non avesse temuto di apparire molesto. O di commettere un reato. Il problema era un altro, non la sua mancanza di voglia, o meglio il bisogno di vedere Beckett con i propri occhi, dopo ore di lontananza.
"Lei non potrebbe... io sono sono un parente, tecnicamente". Sapeva che si stava comportando in maniera controproducente soprattutto per se stesso. A chi verrebbe mai in mente di autosabotarsi come lui stava facendo, andando contro i propri interessi? Ma non voleva approfittare della situazione, né compiere azioni moralmente meno che eccepibili. Non aveva idea del motivo per cui fosse tanto ligio al dovere, ma non voleva, in nessun modo, sporcare quel momento, soprattutto quando sarebbe tornato a rifletterci sopra, partendo da una realtà meno drammatica, quando lei sarebbe stata meglio, guarita nel corpo e nella mente.
"Lo so. E infatti non potrei dirle nulla, né chiederei a un estraneo di entrare, se non ne avessi il permesso. Sa che lei è sulla lista delle persone autorizzate a ricevere informazioni sulla paziente?".
Lo era? Davvero? Lo stupore rischiò di ammutolirlo definitivamente.
"Deve esserci un errore...", balbettò.
"Nessun errore", gli sorrise di nuovo, fiduciosa. Era un angelo appositamente venuto dal cielo per aprirgli porte inaccessibili? In effetti non l'aveva mai vista prima. Ma del resto non aveva visto nessuno, quindi potevano essere finiti tutti in una distopia in cui i cattivi si offrivano di mettersi in combutta con lui per fargli incontrare Beckett.
Come poteva esserci il suo nome su quella lista? Non aveva mai ripreso conoscenza, da quando era entrata in ospedale, almeno da quel che gli era stato concesso di sapere. L'aveva inserito in un'altra occasione? O era solo uno stratagemma della donna – erano sicuri che fosse un medico? Così diceva il suo cartellino identificativo – per mettere a tacere le sue obiezioni? Poteva essere un complotto? Se sì, ci avrebbe pensato più tardi, non aveva nessuna intenzione di rifiutare quell'insperato dono della sorte. O di Beckett stessa. Potevano perfino rapirlo i terroristi, a quel punto, avrebbe pagato qualsiasi riscatto.
Si alzò in piedi, deciso a seguirla ovunque, pur di avere la possibilità di condividere per un breve momento lo stesso spazio vitale di Beckett. La donna prese dalla sue mani la tazza ormai diventata superflua e l'appoggiò sulla sedia accanto a lui, prima che la rovesciasse e combinasse disastri.
"Prima di entrare, mi deve promettere...".
"Non le starò tra i piedi e darò nessun fastidio. Non mi avvicinerò nemmeno al letto... Voglio solo vederla", la interruppe, esponendola a un effluvio di promesse incontrollate che lei accolse con garbo.
"Siamo d'accordo, allora. Sono sicura che non ci saranno problemi".
Doveva per forza essere un emissario divino, venuto a confortarlo nelle sue pene e a offrirgli un po' di speranza, quando l'aveva ormai persa del tutto.
Seguendola a rispettosa distanza, nel breve tratto che lo divideva dalla stanza di Beckett, si sentì in preda a una sconosciuta trepidazione.
L'ultima immagine di lei che aveva in memoria era quella di una figura abbandonata in stato di incoscienza sulla barella, con ancora indosso l'uniforme insanguinata, mentre veniva trascinata d'urgenza verso la sala operatoria, nella concitazione degli eventi. Erano passate moltissime ore, di puro sconforto. Se lui era a pezzi, lei come gli sarebbe apparsa? Chissà che cosa avrebbe provato guardandola di nuovo, se sarebbe sopravvissuto alla valanga di emozioni da cui era certo di venir travolto. Ma doveva vederla. Non importava sapere se il suo cuore avrebbe retto la pena di assistere alla sua vulnerabilità, o se la gioia di stare con lei avrebbe superato il dolore di saperla in una situazione terribile, che avrebbe avuto lunghi strascichi sulle loro vite.
Fece un lungo sospiro, lasciò uscire tutta l'aria di botto e riempì completamente i polmoni nella successiva inspirazione. Era pronto. O almeno credeva di esserlo.
