"So let's love fully
And let's love loud
Let's love now "
We Might Be Dead By Tomorrow
11- Castle
Scivolò all'interno di soppiatto, quasi temesse che d'improvviso qualcuno si facesse vivo a svelarlo come impostore. Teneva le spalle contratte, pronto alla fuga se si fosse resa necessaria, e lanciava occhiate furtive dietro di sé.
Non accadde nulla di quello che aveva paventato. Il medico lo precedette, senza parlare, e lo lasciò sulla soglia, dedicandosi al suo compito di controllare scrupolosamente le condizioni della paziente. Avrebbe voluto possedere la medesima sicurezza con la quale si muoveva dentro la stanza.
Lui rimase invece dove gli era stato indicato, senza emettere un suono, con le mani inconsapevolmente strette a pugno. Quando se ne accorse le rilassò, sperando di rilasciare anche tutta la tensione che si era fatta viva in un rapido crescendo. Era convinto di essere pronto, ma non lo era affatto.
Solo dopo essersi dato il tempo di abituare la vista alla luce fioca, che riusciva a malapena a illuminare l'ambiente, e dopo che il suono dei bip dei numerosi strumenti presenti venne ridotto a un rumore in sottofondo, non più in grado di distrarlo, si fece coraggio e si diede il permesso di alzare lo sguardo, che aveva tenuto volontariamente incollato a terra. Tutto quello che finora era riuscito a scorgere erano le coperte inamidate che scivolavano lungo il bordo di metallo del letto.
Non si trattava di codardia, anche se non avrebbe scommesso sulla stabilità delle sue gambe, scosse da un leggero tremito. Era pudore. O una strana forma di rispetto che non sarebbe riuscito a spiegarsi. Voleva solo che il momento in cui l'avrebbe finalmente vista fosse scelto in modo accurato, pensato con amore. Non voleva avventarsi visivamente su di lei, gli sembrava una sorta di abuso. La persona al centro della stanza, al centro dei suoi pensieri e dei suoi timori, meritava un approccio premuroso, discreto.
La presenza del medico contribuiva a generare una parvenza di tranquillità che lo invase come una brezza rinfrescante e lo calmò, facendogli recuperare il controllo perduto. Si sentiva presente a se stesso e molto determinato, non era più l'uomo esausto gettato su una scomoda sedia, vittima di fantasie ossessive che non gli avevano dato tregua e l'avevano quasi convinto di essere sulla buona strada per perdere il senno.
Il padre di lei aveva avuto ragione nel percepirla insolitamente indifesa. Anche lui aveva la medesima sensazione. La penombra accentuava il volto esangue, immobile sul cuscino, regalandole un'aura di fragilità che la avvolgeva completamente. Il petto si alzava appena in un movimento ritmico impercettibile. Si accorse di aver modellato il proprio respiro su quello di lei, senza volerlo, trovandosi presto in debito di ossigeno.
Erano sicuri che andasse tutto bene? Lanciò un'occhiata preoccupata alla donna affaccendata intorno al corpo di Beckett, che gli rivolse un sorriso per confortarlo e gli fece cenno di avvicinarsi. Nonostante non se lo aspettasse – ma erano molte le cose illogiche accadute quella notte – colse al volo l'invito, senza farsi pregare e si accostò lentamente al letto, facendo attenzione a non urtarlo.
Una volta colmata la distanza, scrutò il suo viso con apprensione, per cercare in esso i segni della donna combattiva che lui aveva conosciuto e di cui solo raramente aveva colto scampoli di vulnerabilità.
"Va tutto bene?" si informò il medico con sollecitudine.
Castle le fu grato per la sua premura e meravigliato che avesse colto la sua reticenza, a cui lui stesso faticava a dare un senso. Si sforzò di verbalizzare quello che provava, a rischio di apparirle ben poco sano di mente. E, quel che era peggio, ingrato.
"Non sono sicuro che Kate... non credo che mi vorrebbe qui", articolò a fatica, ligio alla promessa che si era fatto di essere il più onesto possibile, soprattutto con se stesso, e poi con lei, che era ciò che gli importava di più.
Temeva che la sua presenza potesse rivelarsi una specie di intromissione in un momento di totale abbandono, mentre Beckett era esanime e impossibilitata a scegliere per sé, a difendersi dal suo sguardo.
D'accordo, era autorizzato a ricevere informazioni, e questo aveva del miracoloso, e soprattutto creava un legame laddove aveva creduto che tra loro ci fosse solo distanza. Ma gli parve un'intrusione che lei non meritava, che non aveva chiesto. Era entrato, non invitato, in uno spazio privato in cui lei era esposta senza difese. Forse non era quello il grado di intimità che avrebbe desiderato condividere con lui, se fosse stata in grado di intendere e di volere. Forse c'erano dei confini invalicabili e lui era colpevole di essere penetrato all'interno di uno di essi. Non voleva, in assoluto, macchiarsi di una colpa del genere, quando la situazione era tanto delicata.
"Io invece credo di sì", bisbigliò la donna di rimando. Come faceva a essere sempre tanto sicura su qualsiasi questione, soprattutto qualcosa che riguardava strettamente Beckett e nessun altro? Non riuscì a impedirsi di fissarla con un po' di malcelata durezza, pretendendo silenziosamente spiegazioni.
"In uno dei brevi risvegli ha mormorato chiaramente il suo nome", chiarì con pacatezza, come se la trovasse una cosa naturalissima.
Lui invece era certo che il suo cuore stesse per crollare di schianto e non lo consolava il fatto di essere in un ospedale, dove alla peggio si sarebbero presi cura di lui, se si fosse verificata un'eventualità che non trovava così remota.
Sussultò, come se fosse stato colpito con violenza da un oggetto contundente che non aveva visto arrivare.
"Lei... si sveglia?". Già, perché quello era l'interrogativo prioritario da porsi, rifletté con l'ultimo briciolo di ironia che gli era rimasta.
Gli era stato assicurato che non sarebbe successo, che non avrebbe ripreso i sensi per tutta la notte, ed era il motivo per cui a nessuno era stato concesso di rimanere. Come era invece possibile che uscisse dal torpore indotto dagli strascichi dell'anestesia e da tutti gli altri farmaci che le stavano somministrando? E che non trovasse nessuno accanto a sé, quando accadeva? Si sentì ribollire di rabbia.
Il suo cervello si concentrò spontaneamente sul lato pratico della questione, quello meno pericoloso, più affrontabile per lui. Perché se avesse processato il significato esatto di quella frase buttata lì con noncuranza, l'aver chiesto di lui, e tutte le conseguenze che si sarebbero generate a cascata, sarebbe andato in tilt. Non avevano un tonico pronto all'uso, per far rinvenire le persone che stavano per collassare sul pavimento?
"Non si tratta di veri e propri risvegli, perché non è mai realmente cosciente. Ma non deve preoccuparsi, la teniamo sotto costante controllo attraverso i monitor collegati alle macchine che ci sono qui".
Si preoccupava eccome, invece. Non faceva altro da quanto era successa la tragedia. Anzi, da molto prima, da talmente tanto tempo da non riuscire a quantificarlo. Che razza di discorsi stava facendo?
Nella pausa di silenzio che seguì, fu costretto a scendere a patti con quello che aveva appena saputo, dal momento che non c'erano più scappatoie. Lei aveva pronunciato il suo nome? Aveva chiesto di lui?
Premette forte i palmi delle mani contro le palpebre, per ricacciare indietro un brutale fiotto di commozione che si era abbattuta su di lui a tradimento.
Scrutò da vicino il volto immobile per tentare di comprendere la verità, ma non venne alcun segno di vita, non ci fu nemmeno un fremito di ciglia.
"Vorrei rimanere", sussurrò senza smettere di fissarla. Niente era importante a quel punto, contava solo lei. Voleva memorizzare ogni lineamento, ogni piega, la curva delle labbra, grato che non fossero scomparsi per sempre. Non aveva la forza di lottare, resistere e imporre il suo punto di vista. Sperò di non doverlo fare. Desiderava soltanto starle accanto, così come lei aveva chiesto nelle brume dell'intontimento, senza probabilmente sapere quello che stava facendo, superando il ferreo controllo della sua volontà. Ed era quindi ancora più prezioso, per lui. Perché era vero, era reale. Era quello che doveva esistere dentro di lei, sepolto da strati e strati di negazione e resistenza.
Voleva esserci se si fosse svegliata di nuovo, anche soltanto per qualche istante, essere lì per confortarla, per sorriderle, per farle sentire che qualcuno che a lei teneva era lì per sostenerla durante la battaglia. Non poteva, in nessun modo e circostanza, permettere che lei avvertisse la medesima sensazione di abbandono e solitudine che lui stesso aveva provato. Non se lui poteva fare qualcosa per evitarlo.
"C'è quella poltroncina, può utilizzarla per non affaticarsi", rispose il medico accennando a qualcosa nascosto in un angolo. Il suo stupore per la facilità con cui aveva ottenuto quello che voleva dovette essere molto visibile. "Non lo faccio per lei, signor Castle, credo che la paziente abbia bisogno della sua presenza, anche se non ne è consapevole. E se dovesse succedere qualcosa, saremo pronti a intervenire", chiarì, continuando a registrare le misurazioni con cui era stata impegnata per tutto quel tempo.
Dopo un breve cenno di saluto, se ne andò chiudendo piano la porta.
Era talmente stupefatto per la svolta degli eventi, che per qualche secondo rimase fermo in attesa che rientrasse per dirgli che era stato uno scherzo, davvero pensava che gli avrebbero fatto il favore di lasciarlo con lei, da soli? Ma la pace e il silenzio che erano calati come un manto confortevole sulla stanza non vennero interrotti e lui si riscosse. Recuperò la poltroncina e l'accostò al letto, prendendovi posto. L'euforia cancellò la stanchezza, si sentì rinvigorito e pronto a fare qualsiasi cosa per darle il conforto di cui aveva bisogno. Se la immaginò aprire gli occhi, guardarsi in giro confusa e, come prima cosa, chiedere di lui. Di. Lui. Il cuore gli fece capriole nel petto. Forse il rischio di infarto per colpa delle emozioni troppo intense non era scongiurato.
Era meschino però considerare solo quel lato della faccenda, cioè il fatto che le fosse sfuggito il suo nome mentre era annebbiata dagli ipnotici. Si trattava pur sempre di una situazione drammatica in cui Beckett aveva rischiato di non farcela e chissà quanto sarebbe durata la ripresa e lui avrebbe di certo preferito non aver mai una visuale tanto trasparente del legame che c'era tra loro, di cui anche lei era consapevole a qualche livello, se avesse significato non farle mai vivere un orrore del genere. Doveva sforzarsi di essere una persona migliore, una che fosse degna del privilegio concesso.
Si chiese se potesse toccarla. Non riusciva a starle tanto vicino, senza trarre – e sperava donarle – conforto attraverso il contatto fisico. Nonostante le temperature fossero normalmente torride nei reparti ospedalieri, in quella stanza accadeva l'esatto contrario. Voleva scaldarla. Venne scosso da qualche brivido, che forse non era dovuto al clima, ma al suo stato d'animo. Avrebbe provato a sfiorarla, e se non fosse successo niente, si sarebbe azzardato soltanto a tenerle la mano, per dimostrarle di esserle vicino, qualora si fosse svegliata.
La pelle era più fredda del previsto, anche se poteva aspettarselo, ma gli fece comunque una brutta impressione che si affrettò a scacciare con una scrollata di spalle. Non era il momento di farsi suggestionare, il suo compito era quello di trasmetterle tutto il calore che poteva donarle.
Sollevò piano la sua mano abbandonata sul lenzuolo perfettamente tirato, e la prese tra le sue, con grande cautela, sbirciando con la coda dell'occhio eventuali movimenti. Rimase tutto com'era, e questo gli diede coraggio. Le accarezzò piano il dorso con le dita, ricordando tutte le volte che avrebbe voluto farlo, ma non aveva potuto, e quella volta in cui si era lasciata insolitamente avvicinare, seduta davanti a lui e all'oceano, in quel piccolo locale di Los Angeles. Le loro mani insieme generarono abbastanza calore da cancellare la sensazione di gelo che albergava in lui da molte ore. Si augurò che potesse fare lo stesso con lei.
Lasciò vagare lo sguardo e i pensieri, mentre si rilassava gradualmente. Sperò che potesse arrivare presto il momento giusto in cui confessarle quanto conforto gli aveva dato il solo fatto di vederla respirare lentamente, ma inesorabilmente, accanto a lui.
Scorse una busta di plastica trasparente appoggiata su un tavolino poco distante dal letto, piena di quelli che dovevano essere i suoi effetti personali. Dalla sua posizione non riusciva a vederne tutto il contenuto, e non gli sembrava il caso di impicciarsi fino a tal punto tra le sue cose, ma gli parve di riconoscere la collana su cui era appeso l'anello della madre. Vide anche l'orologio di suo padre, che lui si era occupato di riparare – ricordava ancora il sorriso con cui l'aveva ringraziato, era uno dei suoi ricordi più cari risalente ai primi tempi della loro collaborazione.
Un po' più nascosto, ma inconfondibile, a meno che non fosse uno scherzo della sua immaginazione, sbucava il piccolo drago dorato che le aveva regalato. Quello che aveva pagato pochi dollari, speranzoso di strapparle almeno una risata. Fu come incontrare un vecchio amico, una sensazione di benessere si fece strada dentro di lui e andò in circolo nel suo corpo. Doveva averlo tenuto nella tasca dell'uniforme, dopo aver scelto di portarlo con sé in uno dei giorni più brutti della sua vita, quando ancora non sapeva che sarebbe potuto diventare l'ultimo. Se avesse saputo che la nottata sarebbe stata prodiga di così tanti doni, si sarebbe impuntato per trascorrerla interamente accanto a lei, invece che divisi da un muro di solitudine, come era stato.
Un movimento impercettibile attrasse la sua attenzione, mentre era preso dalle sue fantasticherie. La osservò con attenzione, tenendole sempre la mano, ma non notò cambiamenti. Doveva essersi autosuggestionato. Doveva calmarsi.
Sentì di nuovo un piccolo fremito. No, non era la sua immaginazione galoppante, si era mossa sul serio. Magari non volontariamente, magari erano solo piccoli sussulti incontrollati, che non significavano niente, come spesso accade mentre si dorme. Niente di preoccupante. Se fosse successo di nuovo però avrebbe chiamato qualcuno, meglio essere troppo prudenti che non esserlo affatto. Rimase in ascolto, talmente concentrato sui segnali che il suo corpo avrebbe potuto mandare, che quell'"Ehi" sussurrato con voce alterata, ma pieno di quella sfumatura imperiosa così tipica di lei, lo fece quasi stramazzare sul pavimento.
Non si era aspettato che si svegliasse, né tanto meno che gli parlasse. Non gli era stato detto che si limitava a mormorare parole sconnesse in preda all'incoscienza? E lui che aspettava a risponderle? Senza rendersene conto, le strinse la mano convulsamente, ancorando profondamente gli occhi nei suoi, che erano confusi, appannati, probabilmente poco lucidi, ma assolutamente i suoi.
"Ehi", esclamò a sua volta, molto banalmente, recuperando con la tenerezza con la quale avvolse il suo saluto. Lei deglutì a fatica. Si sporse verso il suo viso. "Hai sete?", la interrogò sollecito, tenendo la voce molto bassa, per non disturbarla. Lei scosse la testa, chiudendo gli occhi. Tirò un sospiro di sollievo perché non aveva idea del motivo per cui le avesse fatto una domanda del genere, dal momento che non avrebbe saputo che cosa inventarsi in caso di risposta affermativa.
"Hai dolore?", provò di nuovo, preoccupato che la sofferenza post operatoria si fosse riacutizzata e lei non riuscisse a comunicarlo.
Scosse la testa con più forza e riaprì gli occhi. Gli sembrò di notare uno scintillio contrariato, come se fosse seccata con lui per qualche motivo, forse perché lui stava parlando troppo, impedendole di esprimere i suoi bisogni.
Decise di aspettare le sue mosse, ma non poté trattenersi dall'accarezzarle piano i capelli, scostandoli dalla fronte, sorridendole inebetito. Non riusciva a credere che solo qualche minuto prima se ne era stato da solo a impazzire in una sala d'aspetto disagevole e adesso era qui accanto a lei, a parlarle e confortarla. O anche a farsi rimproverare, se era quello di cui aveva bisogno.
Lei si mosse in modo irrequieto, come se volesse dire qualcosa ma non riuscisse a farlo, per via dell'intontimento generale di cui era vittima. Lui continuò ad accarezzarle il viso, perché si tranquillizzasse.
"Che cosa...?", articolò a fatica, guardandosi in giro un po' agitata.
Castle valutò quanto fosse opportuno raccontarle. Non aveva idea del modo giusto di affrontare la faccenda, non sapeva se ricordasse qualcosa, o se fosse già il caso di rinfrescarle la memoria ripercorrendo la sequenza degli eventi traumatici. No, ci sarebbe stato tempo per quello.
"Andrà tutto bene", la rassicurò. "Ti hanno operata ed è filato tutto liscio. Tornerai più in forma che mai", concluse con un ampio sorriso, decidendo che un po' di sano ottimismo non avrebbe fatto male, soprattutto perché lui era davvero convinto che sarebbe andata alla grande. Era viva. Che cosa importava del resto? Ci avrebbero pensato più avanti.
"Dovresti cercare di riposare", la invitò. Avrebbe di certo preferito continuare la loro conversazione improvvisata, che aveva per lui un valore inestimabile, ma sapeva che si sarebbe affaticata troppo. Non avrebbe dovuto svegliarsi, in primo luogo. Forse era necessario aumentare il dosaggio degli antidolorifici.
Lei scosse di nuovo la testa, per la terza volta, più cocciuta che mai. Quella era la donna che conosceva, sorrise tra sé.
"Non voglio", annunciò determinata.
"Ci sarò qui io a controllare che non ci siano mostri sotto al letto, non preoccuparti", scherzò, per rallegrare il momento e rasserenarla.
Gli lanciò un'occhiata più lucida di quanto si aspettasse.
"Sei stanco. Anche tu...". Le energie non le bastarono per finire la frase. Stava forse per suggerirgli di andarsene? Trovò buffo che si fossero tutti coalizzati per tentare di convincerlo a lasciarla, perfino lei.
"Non vado da nessuna parte, Kate. Starò qui con te fino a domattina". Fino a per sempre sarebbe stata la giusta risposta da dare, quella che veniva dal cuore, per quanto sgrammaticata fosse. Lei faticò a tenere aperti gli occhi, ma si sforzò di sorridergli. Fece un piccolo sospiro e poi si rivolse di nuovo a lui, dopo una pausa che, sospettò, dovette servirle a recuperare un po' di fiato.
"Perché?", gli domandò venando il tono di una sfumatura seria che non seppe interpretare. Così come non capì se, molto banalmente, volesse sapere il motivo per cui non intendeva andarsene e rimanere di vedetta a tempo indeterminato, o se l'interrogativo avesse un respiro più ampio e più filosofico, qualcosa come Castle, perché accadono cose brutte nel mondo? o Perché tra tutti, proprio io?, che avrebbero necessitato di una dissertazione più ragionata. Preferì attenersi al significato più letterale.
"Perché ti amo", si lasciò sfuggire, sconcertato lui per primo dalla totale assenza di freni inibitori con cui la frase era precipitata fuori dal suo cuore, rotolando piena di bellezza e speranza verso di lei, mentre stava cercando qualcosa di divertente da risponderle, per tirarla su di morale. E quando lui per primo l'ebbe sentita espressa alta voce – mentre di solito se ne stava seppellita in un angolo, per via della sua forza distruttiva-, capì che non avrebbe potuto dire niente che fosse più perfetto, e giusto.
Non giunse nessuna reazione. Kate sembrava essersi riaddormentata. Si trattava del loro solito pessimo tempismo. Ma non importava. Quell'amore era stato espresso, gli era stato permesso di esistere e lui si era liberato dal peso di portarlo con sé senza lasciarlo libero di vivere, di crescere. Era un sollievo, una gioia inarrestabile.
Le prese di nuovo la mano tra le sue e si chinò a darle un bacio lieve sul polso. Del tutto inaspettatamente sentì aumentare consapevolmente la stretta delle dita di lei sulle proprie. Alzò gli occhi di scatto, ma lei aveva le palpebre abbassate e la posizione era immutata. Forse non era la risposta ai suoi desideri, ma era già un ottima base di partenza.
Da un punto che gli sembrò provenire da un'altra dimensione, si fece viva di nuovo la voce di lei, più impastata di prima, un sussurro quasi sicuramente non cosciente.
"Non andare via", mormorò, prima di sospirare questa volta più profondamente e, da quel che capì, abbandonarsi del tutto al sonno.
"Non vado da nessuna parte", le promise a bassa voce. "Adesso dormi. Ci penso io al resto".
