And so it is the shorter story
No love, no glory
No hero in her sky
- The Blower's Daughter

12 – Castle

Ricevette la telefonata in cui venne informato che Kate si era svegliata in via definitiva ed era pronta a ricevere liberamente visite - con l'unico limite del buonsenso e l'avvertenza di non stancarla troppo -, molto prima di quanto si aspettasse.
Era rimasto con lei finché gli era stato consentito, sonnecchiando sulla poltrona, che con il trascorrere delle ore si era fatta sempre meno accogliente.
Non si era più svegliata.

All'alba un plotone composto dal medico di turno e un codazzo di infermieri aveva fatto irruzione – lui l'aveva vissuta così - ed era quindi stato cacciato, senza possibilità di appellarsi al buon cuore di nessuno.
Aveva quindi deciso di fare un salto a casa per farsi una doccia, cambiarsi e mangiare qualcosa. Gli avevano assicurato che la cosa sarebbe andata per le lunghe, Beckett doveva essere trasferita in un nuovo reparto – visto che la notte era trascorsa nel migliore dei modi-, e la procedura avrebbe richiesto del tempo.
Non gli era rimasto altro da fare che accarezzarle furtivamente il viso per l'ultima volta e lasciarla da sola con la muta premessa che sarebbe tornato presto a prendersi cura di lei.

Una volta rientrato nel loft – gli era sembrato di essere stato assente per anni - la stanchezza e la tensione accumulate nelle lunghe ore di veglia lo avevano travolto. Era riuscito solo a caracollare verso il divano, dove si era lasciato cadere di schianto, addormentandosi poco dopo con il cellulare ancora stretto in mano. La vibrazione l'aveva brutalmente risvegliato dopo quelli che gli erano parsi solo pochi minuti di riposo agitato.
Si alzò di scatto, l'idea di correre da lei gli garantì l'adrenalina necessaria per rimettersi in moto e affrontare da capo una nuova, intensa giornata. Sapeva di chiedere molto al suo corpo, ma non poteva fare niente di diverso. Avrebbe recuperato le forze, prima o poi, quando lei sarebbe stata meglio.

Sapeva di non dare di sé un bello spettacolo, quando si guardò allo specchio, ma fece il possibile per avere un aspetto presentabile. Sentiva di doverglielo. Ed era anche un po' emozionato per il loro prossimo incontro. La notte precedente Kate era stata sotto l'effetto di potenti antidolorifici e la conversazione che avevano avuto, per quanto preziosa e significativa sotto molti aspetti, non era stata alla pari. Lei era scivolata e riemersa nell'oblio più volte, cercando disperatamente di aggrapparsi alla realtà, senza avere molto successo.
Era perfettamente cosciente del fatto che potesse non serbare ricordi dettagliati di quello che si erano detti. O, senza girarci troppo intorno, poteva non essere stata abbastanza in sé da rendersi conto che lui aveva confessato di amarla e capire l'enorme portata che la rivelazione poteva avere. In tutta onestà, non sapeva se sperare che se lo ricordasse o se sarebbe stato augurabile trovare un momento migliore e decisamente più romantico – almeno per lei – in cui ribadire la profonda verità che aveva compreso albergare nel suo cuore da molto più tempo di quanto pensasse.
Indossò un completo elegante, scartandone diversi, perché non voleva apparirle trasandato. Ci teneva che lei lo vedesse al meglio, lo considerava un doveroso atto di rispetto, un omaggio che segnalasse quanto importante lui considerasse quell'incontro. Sulla strada verso l'ospedale si fermò da un fioraio, e scelse il mazzo più colorato che trovò: una profusione di tonalità rosse e gialle, un inno alla vita, alla rinascita e, perché no, all'ottimismo. Lui lo era di natura.

Si presentò davanti alla nuova stanza in cui era stata trasferita un po' intimidito. La porta era chiusa. Bussò discretamente. Se fosse stata impegnata con altre visite si sarebbe fatto da parte. Era sicuro anche altre persone avessero la sua stessa necessità di controllare con i propri occhi che stesse bene e festeggiare la sua ripresa. Era giusto che lasciasse il posto a chi non l'aveva ancora incontrata. Ma lui voleva averla tutta per sé e non intendeva giustificarsi per desiderarlo.
Non sentì alcun rumore provenire dall'interno, quindi aprì piano la porta e infilò la testa per dare una rapida occhiata. Fu così che lei lo colse in flagrante, dalla sua postazione al centro della stanza, piuttosto divertita per i suoi movimenti circospetti.
"Entra pure, Castle. Nessuno ti mangerà", lo salutò, cercando a fatica di sollevarsi seduta. Lo spirito era sempre lo stesso e lui fu felice di scoprirlo, anche se le conseguenze dalla prova sostenuta erano ben visibili sul volto scavato, segnato dalla stanchezza. Le guance erano pallide e scarne, gli occhi privi della solita vivacità, e anche se si sforzava di non apparire troppo stremata, a tratti la sua espressione rivelava la sofferenza fisica che doveva ancora provare.

Si ricordò solo allora del mazzetto colorato che teneva in mano, che creava un enorme contrasto con la sua pelle diafana, e le occhiaie violacee che la notte prima, complice l'oscurità, non aveva notato. Non era in ottimo stato, ma stava orgogliosamente tentando di reagire e questo gli fece tenerezza. Sentì un moto di fierezza per lei, per il suo carattere indomito che la spronava a non lasciarsi andare sotto il peso degli eventi drammatici accaduti.
Non c'era bisogno di fingere di stare meglio di quanto non si sentisse, non con lui, ma rispettò i suoi sforzi di non cedere allo sconforto. La leggeva così chiaramente che quasi se ne stupì, nonostante fosse qualcosa su cui aveva smesso di interrogarsi nel tempo.
"Come stai?", si informò premuroso, sedendosi accanto a lei, dopo aver messo i fiori dentro a un vaso che già ne conteneva degli altri. Non era stato l'unico ad aver avuto l'idea di regalarle un po' di colore che riuscisse a rallegrare quelle mura troppo tetre, che dovevano avere una pessima influenza sul suo umore. Il suo mazzo spiccava un po' misero tra gli altri, forse era stato troppo frettoloso nello sceglierlo. Aveva solo voluto arrivare da lei il prima possibile.
"Ho visto giorni migliori", rispose caustica, trattenendo una smorfia mentre provava a cambiare posizione, rifiutando la sua offerta di aiuto. L'indipendenza per cui era famosa non era stata minimamente scalfita.
"Vuoi che chiami qualcuno?".
Scosse il capo con veemenza. "No, è un dolore sopportabile. E non voglio farmaci che mi intontiscano di nuovo", ribadì con decisione, come se avesse già dovuto ripetere la medesima spiegazione più volte e ne avesse abbastanza.
Dire che si era svegliata battagliera era un eufemismo.
Castle realizzò che la notte precedente, per quanto colma di ansia per le sue condizioni, era stata molto più semplice da affrontare. Complici l'isolamento e l'oscurità, si era creata un'intimità che li aveva avvicinati più di quanto si fosse aspettato. Quel mattino, invece, la realtà gli si presentava molto più ingrata. Non gliene faceva una colpa, si vedeva che doveva sentirsi spossata, aveva a malapena le forze per sostenersi. Decise che la visita si sarebbe conclusa presto, nonostante avvertisse il bisogno fisico di starle accanto, ma non voleva esaurire la sua riserva di energia, quasi inesistente.

Si accorse che lei evitava intenzionalmente di guardarlo negli occhi. Fissava un punto davanti a sé con aria incupita, senza interessarsi di nient'altro. Il silenzio era così denso da sembrare un muro impenetrabile, messo lì per un motivo. Non volle spezzarlo. Era disorientato, a dirla tutta. Non si era preparato a dovere. Non aveva pensato che il risveglio dopo l'intervento sarebbe stato tanto difficile per lei. Per lui contava unicamente il fatto che fosse sana e salva. Ma lui non aveva subito nessun trauma, né aveva ferite fisiche, per non parlare del fatto che il suo cuore non si era fermato durante un intervento chirurgico.
Se avesse preferito passare il resto dei minuti in silenzio, lui sarebbe stato felice di accontentarla. Scoprì presto che non era così.
"Grazie per i fiori. E per essere rimasto con me stanotte", proruppe all'improvviso, lanciandogli una brevissima occhiata, prima di tornare a incollare lo sguardo al muro di fronte. Non seppe se a lasciarlo basito fu il fatto che avesse intavolato una conversazione o il contenuto stesso di quei ringraziamenti.
"Tu... te lo ricordi?", si lasciò sfuggire, prima di ponderare meglio la risposta da darle, per non sprecare l'attenzione centellinata che lei gli stava riservando.
Venne costretta a orientare il suo sguardo su di lui. Era il suo turno di essere un po' perplessa.
"Sì, certo. A un certo punto mi sono svegliata e tu eri nella mia stanza. Mi hai chiesto se avessi sete", chiarì come se fosse ovvio.
Lui aveva anche detto una serie di altre cose, su cui al momento non gli sembrava il momento di interrogarla, visto che aveva sorvolato su di esse con tanta eleganza.
"Non devi ringraziarmi, non avrei potuto essere da nessun'altra parte", ammise con dolcezza, appoggiando la mano sulla sua. Lei si ritrasse. Non bruscamente, non come se il suo tocco fosse stato sgradito, ma scelse palesemente di non assecondare il contatto fisico. Questo era inaspettato. E non molto positivo, a dar retta al suo istinto che iniziava ad allarmarsi. Tentò di giustificarla pensando che doveva ancora essere scombussolata per tutti i motivi che aveva già rammentato a se stesso. Non doveva necessariamente significare che si stesse allontanando da lui a causa di quello che le aveva confessato, per quanto l'impressione fosse proprio quella.

Seguì un altro fiotto di silenzio, leggermente più ostile del precedente.
"Dicono che ci vorrà del tempo perché mi riprenda del tutto", annunciò lei dopo qualche minuto, con lo stesso tono con cui avrebbe letto un bollettino medico in una conferenza stampa. Forse era tanto di cattivo umore perché la prospettiva di non poter tornare in fretta alla solita vita doveva esserle parsa inaccettabile.
"Ti rimetteremo in piedi molto prima del previsto", la rassicurò pieno di buona volontà. Era un tentativo di sollevarle il morale, non aveva scelto le parole con troppa cura. Ma doveva aver commesso un errore di valutazione, perché lei non prese troppo bene la sua sicurezza sul fatto che le cose sarebbero filate lisce.
"Dovrò fare fisioterapia tutti i giorni per mesi e frequentare delle sedute con lo psichiatra del distretto, e ottenere la sua autorizzazione, prima di poter tornare al lavoro", sbuffò seccata, come se le trovasse pretese inconcepibili e non ci fosse un bagliore di speranza nella sua miserevole vita. Intanto era viva e poteva contare sulla sua totale disponibilità ad aiutarla a riprendersi. Non gli sembravano inezie di poco conto, ma forse lei non era nelle condizioni di ragionare sulla situazione in modo più neutro. Del resto era passata attraverso l'inferno ed era sopravvissuta, era facile per lui vedere le cose in una prospettiva meno pessimistica.

Gli venne un'idea improvvisa che gli parve perfetta per mettere a tacere la sua apprensione sul futuro e questo lo ringalluzzì. Si affrettò a metterla al corrente. "Perché non ti trasferisci al loft per qualche tempo? Potrai concentrarti sulla tua ripresa senza preoccuparti di nient'altro e intanto io mi occuperò del resto, ti accompagnerò a fare fisioterapia, dallo psichiatra, cucinerò per te...".
Dalla reazione sconcertata che ottenne in cambio – e che lei dissimulò velocemente - gli parve quasi di averle proposto di seguirlo nell'oltretomba, dove lui l'avrebbe lasciata per sempre.
"Mio padre si è offerto di portarmi nel suo chalet più a nord e rimanere con me per tutta la durata della convalescenza", lo informò come se gli stesse illustrando questioni di nessunissima importanza che riguardavano sconosciuti. Riguardavano lui, invece. E da molto vicino. Lei voleva allontanarsi? Da lui, dai suoi amici, dal suo appartamento? Il panico strisciò dal basso verso il suo cuore.

"Vuoi... lasciare la città?", domandò con cautela. "E... l'indagine?", si arrischiò ad aggiungere, prima di rendersi conto che, ancora una volta non aveva riflettuto bene prima di esternare le sue inopportune considerazioni. Questo lo dedusse, di nuovo, dalla sua reazione infastidita.
"Credi che adesso sia nella condizione di indagare?", lo sferzò visibilmente irritata. Doveva consideralo un inetto. Peggio. Un intruso.
"No, naturalmente no. Ma se intendi andartene per mesi... sai che il tempismo è importante in questi casi, sei stata tu a insegnarmelo. Potrei occuparmene io in tua assenza e aggiornarti ogni tanto...". Era l'ultima, disperata cartuccia che aveva da sparare e lo sapeva. Capì che doveva saperlo anche quella bellissima, inavvicinabile donna che si trovava davanti.
"Non voglio che te ne occupi", gli ordinò con un tono autoritario che non gli rivolgeva da moltissimo tempo.
"Kate, capisco che quello ti è successo sia stato terribile, ma la soluzione non è...".
"No, Castle, tu non capisci", ribatté infervorandosi. "Pensi sempre di capire tutti, me per prima, ma non è così".
Il colpo fu così estremo e immeritato da catapultarlo di nuovo nel suo appartamento, durante il loro ultimo litigio, quando lui era improvvisamente diventato il nemico su cui riversare tutto il suo astio, per colpe che non aveva. Capì inoltre che lei aveva preparato il loro incontro – forse aveva appositamente chiesto che li lasciassero soli, era strano che nessuno li avesse interrotti- per un motivo preciso. Lei voleva mettere un punto. Finale.
E lui che aveva sperato che da quel momento le cose sarebbero andate nella direzione che aveva sognato per anni, convincendosi che fosse quello che desiderava anche lei.

Dimenticò dove si trovava, in che condizioni lei versasse e tutte le riflessioni pacate con cui aveva giustificato quello che, adesso, gli parve solo un attacco gratuito.
Si concentrò solo sul dolore inaffrontabile che esplose nel rendersi conto che lei lo stava lasciando. Né più, né meno. No, anzi, non era il termine corretto, loro non avevano una relazione. Ma lui l'amava e anche lei... era stato sicuro... Invece si era ingannato. Aveva costruito castelli dove c'erano solo macerie, solo perché era convinto che desiderando a lungo qualcosa, l'universo gliel'avrebbe donata. Erano solo fantasticherie. E la realtà stava presentando il suo conto, che lui non era emotivamente attrezzato per pagare senza battere ciglio.

"Kate". Pronunciò il nome con voce tremante, ma controllata. Era l'ultimo barlume di ragionevolezza che gli rimaneva, prima che si liberassero forze su cui non aveva nessun dominio. Tutta l'ansia che aveva provato per lei, lo spavento, il timore di vederla morire, l'orrore di immaginare una vita senza di lei, l'amore che premeva contro le sue costole a ogni battito si fusero in una sofferenza di inarrestabile portata che non riuscì a fermare, prima che distruggesse gli argini del buonsenso.
"Tu non vuoi solo allontanarti da New York. Vuoi farmi fuori dalla tua vita. Non è così? È a questo che vuoi arrivare, fin da quando sono entrato. Quello che non capisco è perché". O forse lo capiva, ma non voleva ammetterlo.
Si era sporto verso di lei, che si sottrasse al suo tentativo di avvicinamento, passandosi una mano tra i capelli, apparendo perfino più emaciata di quanto non fosse stata appena entrato.
"Castle, non è il momento...", lo pregò stancamente, come se lui fosse stato troppo infantile per rendersi conto di non essere opportuno. Troppo facile, così. Non le avrebbe permesso di farlo passare per il colpevole della situazione, solo perché lei non aveva il coraggio di dirgli la verità in faccia.
"Non è mai il momento, vero, Kate? Non lo era a Los Angeles, non lo è adesso".
"Che cosa c'entra adesso Los Angeles? Perché devi sempre tirar fuori questa storia?". Si era tolta quell'espressione da martire che doveva sopportare persone moleste e, finalmente, sembrava voler partecipare alla conversazione.
"Perché tu non vuoi parlarne! Ti sembra normale nasconderlo, fingere che non sia mai successo?!". Stava urlando, ma non aveva la presenza di spirito di rendersene conto, né di scegliere strade alternative.

"Perché forse non sarebbe dovuto succedere", ribatté lei amaramente, voltando la testa lontano da lui. Se glielo avesse lanciato contro con rabbia avrebbe fatto molto, molto meno male. Avrebbe capito che aveva voluto solo ferirlo, senza pensarlo davvero. Il tono pacato con cui lo aveva confessato, invece, gli fece capire che la verità, nuda e cruda, finalmente era stata detta. Lui si era illuso. Su tutto. Aveva sbagliato a interpretare i segnali, aveva creduto che lei provasse qualcosa per lui, quando non era così. E poco importava che lei gli avesse chiesto di rimanere, la notte precedente, o avesse pronunciato il suo nome. La Beckett sveglia e vigile – non la versione che parlava senza filtri nell'incoscienza post-operatoria – non lo voleva con sé. Lo stava chiudendo fuori proprio nel momento più difficile della sua vita. E questo significava solo una cosa. Che non aveva mai voluto, nemmeno per un istante – nemmeno mentre facevano l'amore – stare con lui. Un rullo compressore lo avrebbe devastato di meno. Non credeva di aver mai provato una tale strazio nemmeno quando aveva temuto che morisse. Sarebbe vissuta. Ma voleva farlo senza di lui.

Non c'era più niente da dire. Non c'erano preghiere, suppliche, tentativi di farla ragionare. Aveva ammesso tra le righe di averlo sentito confessare di amarla, visto che ricordava gli eventi delle ore precedenti, e glielo aveva rispedito al mittente con un cortese "No, grazie". Per non dire di peggio, che era esattamente quello che gli stava passando per la mente.
"D'accordo. Se è questo quello che vuoi... cerca di prenderti cura di te stessa".
Doveva uscirsene, in qualche modo, con gli ultimi strascichi di dignità strappata, ma quello che avrebbe voluto fare era scuoterla e obbligarla ad ammettere di amarlo anche lei, ma di essere spaventata. Perché insieme ce l'avrebbero fatta, avrebbero risolto tutto.
Ma non poteva. La verità era che, per quanto male facesse – e ne faceva immensamente, per non parlare dell'incubo in cui si sarebbe trasformata la sua futura esistenza solitaria – lei era libera di non volerlo nella sua vita. Non poteva imporle la sua presenza. Era convinto che in fondo le persone avessero ogni diritto di compiere scelte all'apparenza sbagliate, perfino quella di andarsene definitivamente. Se lei voleva abbandonarlo, lui doveva farsi abbandonare. Perché erano arrivati alla fine, non era difficile da capire. Lottare non sarebbe più servito a niente, se non esacerbare la situazione e imporre qualcosa che lei non voleva. Lui l'amava e proprio quell'amore gli suggeriva che l'ultimo dono che potesse farle era proprio quello di lasciarla libera. Rispettare le sue scelte. Volere il suo bene, da lontano. Accettare l'inaccettabile. Permetterle di essere se stessa, fino in fondo. Era la forma più estrema di amore che conoscesse. La prova che non pensava gli sarebbe mai stata chiesta.

Si voltò verso di lui con uno sguardo di totale smarrimento. Trovò difficile non correre ad abbracciarla. "Castle...".
Non finì mai quello che aveva in mente di dirgli perché all'improvviso si accasciò contro i cuscini, il viso assunse una sfumatura livida, il respiro divenne affannoso e uno dei monitor fece scattare un allarme che si mise a suonare assordandolo.
La camera venne invasa dal personale medico, prima che lui si rendesse conto di quello che stava succedendo. Si fece automaticamente da parte, atterrito dalla certezza di aver provocato il suo collasso, incapace di muoversi. Non si accorse fino all'ultimo che qualcuno puntava nella sua direzione e lo spintonava con violenza verso l'uscita, urlando epiteti che non capì, finché non mise a fuoco la figura dell'uomo e riconobbe Josh che, in preda a una rabbia cieca, lo accusò di essere quello che la metteva continuamente in pericolo, intimandogli di andarsene per sempre. Non gli bastava quello che aveva già combinato, riesumando il caso della madre? Doveva darle ancora e ancora il tormento? Non sarebbe mai finita?

Non ebbe nemmeno la forza di reagire, indietreggiò sconvolto, in pena per lei e convinto che, dopotutto, Josh non avesse affatto torto. In fondo era quello che aveva continuato a ripetere a se stesso, dilaniandosi senza assoluzione. Che, a quel punto, non sarebbe mai arrivata.