Was it all wasted?
All that love?
- Save Me

13 – Castle

Furono giorni di puro e lacerante supplizio. Non c'era altro modo per definire quella continua, implacabile oppressione del corpo e dell'anima e, ne era amaramente consapevole, non c'era niente che potesse sollevarlo dalla sua miseria, niente che lenisse quella mancanza cocente che avvertiva per lei.
Dopo il piccolo dramma che lui stesso aveva innescato e che l'aveva fatta star male di nuovo, non osò più avvicinarsi alla sua stanza in ospedale, anche se venne informato che si era ripresa, stava facendo progressi e non erano sopraggiunte altre complicazioni a ostacolare la sua guarigione.
Questo non mitigò il suo ingombrante, onnipresente senso di colpa.

Era molto felice che stesse migliorando, era l'unica cosa che gli importasse. Anche se l'accesso alla sua camera gli era stato ufficiosamente impedito – nessuno osava dirlo apertamente, ma lui lo aveva intuito e si era fatto da parte per primo - il padre di lei lo informava puntualmente sulle sue condizioni di salute con una generosità che non credeva di poter replicare, a parti invertite. Jim Beckett, con l'eleganza che lo contraddistingueva, non lo aveva accusato di niente. Né di averla messa in pericolo, né di non averla fermata, come si era raccomandato. Non lo aveva nemmeno biasimato per averla fatta agitare troppo, quando ancora non si era completamente ripresa dall'intervento subito, rischiando di provocare ulteriori, non necessari danni.

Lui non era purtroppo altrettanto magnanimo con se stesso. Che razza di persona inveisce contro una donna costretta a letto, visibilmente indebolita, confusa e sofferente? Aveva urlato contro di lei. Se lo ripeteva atterrito, perché la consapevolezza del suo comportamento non lo abbandonasse. Non voleva concedersi la grazia di dimenticare quanto in basso fosse caduto, che infimo spettacolo avesse dato di sé.
E tutto perché aveva considerato inaccettabile il rifiuto, che era arrivato come una coltellata alle spalle, quando era stato certo che esistesse per loro la reale possibilità di superare insieme la tragedia che li aveva quasi separati per sempre.
Proprio mentre si era sentito sollevato per lo scampato pericolo, quando credeva che la sorte si fosse mostrata benevola con loro, la sua determinazione ad allontanarlo lo aveva fatto precipitare nella disperazione, causando in lui una reazione imperdonabile.

La ferita che lei gli aveva inferto, respingendolo, bruciava come se fosse stata incisa con un ferro rovente nella carne viva. Le emozioni si erano riversate nel suo corpo, invadendolo. Non c'era un muscolo che non gli dolesse, aumentando il tormento che quotidianamente erodeva la sua capacità di sopportazione. Faceva male. Lo lasciava senza fiato quanto semplice e annientante fosse il dolore che provava. Non gli dava mai tregua. Qualche volta avrebbe fatto di tutto purché si placasse, anche solo per qualche minuto di desiderato oblio.
E se anche si riprometteva di essere abbastanza coraggioso da farsi travolgere dall'onda alta del dolore, accettarlo in ogni sua forma, per trasformarlo alchemicamente in qualcosa che lo avrebbe nutrito, invece che distruggerlo – perché sapeva, per esperienza, che era l'unico modo di uscirne vivo – riceveva continue dimostrazioni di non essere abbastanza forte da sopportare quel costante tormento.

Dormire era impensabile. Le sue notti erano un susseguirsi di mostri acquattati nell'angolo che venivano a fargli visita quando il brusio di sottofondo si ritirava e non aveva più alcuna risorsa per distrarsi, tacitare il parlottio interiore. Si lasciava annegare nell'oscurità, senza potersi opporre.
Riusciva a sonnecchiare per un paio di ore verso mattina, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, ma la cruda luce dell'alba veniva a svegliarlo presto, ripresentandogli beffarda la realtà delle cose, senza alcuna indulgenza. Implacabile accadeva, a ogni risveglio dopo un sonno agitato, che per un breve istante non ricordasse quello che era successo. L'illusione lo convinceva che sarebbe stata un'altra delle loro solite giornate, lei avrebbe chiamato per annunciare un omicidio e lui sarebbe uscito, spensierato come non sarebbe mai più stato, e l'avrebbe incontrata.
Poi ricordava. E la lama penetrava impietosa nelle sue carni.

Quel che era peggio, era sapere che se in qualche modo lei avesse ancora fatto parte della sua vita, sarebbe riuscito a sopportare in eterno la traccia incancellabile dei suoi peccati. Era stato lui a far ricominciare la giostra malefica che aveva finito con il riversarsi su di lei.
L'inconcepibile si traduceva invece nella consapevolezza che quella vita era terminata, di punto in bianco. Una vita che aveva amato, dopotutto. E che aveva rovinato perché non si era accontentato, aveva voluto di più. Quel suo maledetto vizio di credere di poter migliorare le cose.
Impazziva nella solitudine dovuta alla mancanza di lei, in qualsiasi forma. Rimpiangeva i giorni lontani in cui aveva vissuto il tormento di averla accanto senza poterla sfiorare, di amarla senza confessarle il suo amore. Aveva pensato che quello fosse impossibile da sopportare, ma non aveva avuto idea – o forse sì, lontanamente, come una minaccia che aveva visto profilarsi all'orizzonte, ma che aveva respinto ai margini della coscienza – del martirio in cui si sarebbe trasformata la sua vita una volta che lei avesse volutamente deciso di uscirne.
Si scervellava cercando modi per tornare indietro, per far parte ancora della sua quotidianità in qualche forma – avrebbe accettato di tutto -, ma non ce n'erano. Aveva valutato tutte le opzioni, ma non c'erano appigli, lei aveva fatto terra bruciata, allontanandolo dalle indagini, dalla sua vita. Non voleva appoggiarsi a lui nel momento di maggiore bisogno, nemmeno come amico, come partner. Questo era il punto più basso dell'iceberg.

Per la prima volta nella sua esistenza pensò seriamente che avrebbe perso il senno. Come si poteva sopportare un dolore del genere, costante, martellante, senza che il proprio equilibrio mentale cedesse? Quando avrebbe ricominciato a respirare normalmente, senza quel peso che gli opprimeva la trachea, gli rendeva faticoso deglutire? E lui avrebbe voluto che svanisse? No, se significava smettere di sperare. Per quanto insopportabile fosse, soffrire per lei era l'unico modo di averla vicina. Avrebbe preferito non guarire mai, piuttosto che lasciarla andare per sempre.
Seppe che era stata dimessa dall'ospedale, sempre grazie al suo informatore che, supponeva, dovesse rimanere segreto, ma poi perse le tracce dei suoi spostamenti. E i giorni passavano, uno dopo l'altro, senza nessuna notizia. Lei naturalmente non si fece viva.
Se avevano deciso che fosse giunto il momento per lei di tornare a casa, non poteva che esserne felice, significava che stava meglio, era fuori pericolo. Ed era sicuro che essere circondata da qualcosa di familiare l'avrebbe aiutata, invece che restarsene in una stanza d'ospedale con degli estranei a occuparsi di lei.
Saperla accudita da professionisti lo aveva in fondo rassicurato. Se fosse successo qualcosa, sarebbero stati pronti a intervenire. E se adesso fosse stata male? C'era qualcuno con lei, che si preoccupasse dei suoi bisogni? Del suo stato d'animo? Che le preparasse i pasti? Lei non sarebbe certamente stata in grado di farlo.
Poteva solo rimanere con i suoi dubbi, i suoi disperati ragionamenti, i vicoli ciechi in cui si infilava sapendo che non era saggio andare a tormentare il punto dolente.

Si aggirava per il loft incapace di reagire, brusco con chiunque tentasse di lanciargli un salvagente per riportarlo in superficie. Voleva crogiolarsi nel dolore, non perché avesse tendenze autodistruttive – o le aveva senza rendersene conto? - ma perché aveva a malapena le forze per respirare.
Forse un giorno ne sarebbe uscito. Smettere di amarla era qualcosa che gli pareva ancora inverosimile, ma era plausibile pensare che sarebbe riuscito a farsene una ragione, la stretta della sofferenza si sarebbe fatta meno implacabile e lui sarebbe andato avanti. Non adesso. E non tollerava intrusioni, nemmeno a fin di bene, in quello che considerava il suo personalissimo inferno, in cui aveva preso dimora.

E a volte, umanamente, veniva sopraffatto dalla rabbia. Contro se stesso, contro di lei. Era ingiusto, ma non aveva il controllo delle sue reazioni. Ogni tanto un impeto di ribellione gli faceva chiedere, urlando, perché fosse finito, senza possibilità di appello, nella lista di persone da allontanare, rifiutare. Non erano anche amici? Non avevano raggiunto un grado di vicinanza e fiducia tali per cui fossero l'uno il sostegno dell'altro, nei momenti difficili? Si era illuso anche su quello? Lei non era mai stata una persona tanto aperta alle confidenze, d'accordo, ma lui si era convinto di essere andato oltre la corazza con cui si proteggeva dal mondo esterno.
Quel che faceva più male e gli causava moti di rivolta interiori era, indiscutibilmente, l'essere stato messo da parte in modo così brutale da essersi reso necessario del tempo per dare un senso a quanto successo. Qual era la sua colpa, nello specifico? Perché si era meritato un trattamento che – senza scivolare nel vittimismo – gli sembrava ai limiti della crudeltà?

Lui non l'aveva sedotta, a Los Angeles, per poi piantarla in asso, anche se pareva essere stato quello l'inizio della fine. Le sue intenzioni erano stato caste sul serio, quando l'aveva invitata nella sua suite. Non aveva fatto nessuna pressione, non aveva cercato nemmeno di creare un'atmosfera particolare. Aveva pensato al lavoro. L'aveva baciata, d'accordo, aveva preso lui l'iniziativa, ma lei aveva deciso in tutta libertà di tornare indietro, dopo essere fuggita nella sua stanza. E perché, d'improvviso, il cattivo era lui?
Sapeva perfettamente, quando tornava lucido, che quegli accessi d'ira non erano altro che disperazione camuffata, annidata in profondità. Era solo l'altro aspetto del dolore, quello che gli veniva facile gestire, perché la rabbia lo riempiva di energia, quanto bastava per andare avanti. Lo faceva sentire meglio, per qualche minuto, e anche se sapeva che non era sano indulgere in un'emozione che ne copriva un'altra più autentica, se pur più dolorosa, era tutto quello che poteva permettersi di fare. La voleva. Quello era il nodo primitivo a cui giungeva ogni volta quando, esausto, andava alla deriva dopo aver di nuovo combattuto inefficacemente le tempeste della sua anima.

Ma la vita andava avanti inesorabilmente, pretendendo che lui vi partecipasse. Gli impegni di lavoro dovevano essere onorati, perfino nella sua condizione di totale chiusura era in grado di comprenderlo. Non perché gli importasse della sua carriera, ma perché aveva preso accordi, firmato contratti e c'era gente che dipendeva da lui e dalle sue decisioni. Il suo nuovo libro era uscito e avrebbe dovuto farsi vivo per qualche incontro già programmato.
Aveva ottenuto di tornare ai suoi impegni gradualmente, e questo era già positivo, ma i giorni erano passati e la data prevista per la prima presentazione del romanzo, che crudelmente gliela riportava vicina, anche se solo tra le parole che le aveva dedicato, era arrivato.
Avrebbe dovuto radersi, pettinarsi, rimanere sobrio e infilarsi nello stomaco qualcosa che gli consentisse di sopravvivere fino a sera. Era tutto quello che gli veniva chiesto, ma rimanevano richieste esorbitanti per lui.
Aveva raramente lasciato il loft, e solo se strettamente necessario. La verità era che non gli importava nulla di tutto il resto. Di star meglio, di rinascere, di continuare, di voltare pagina. Lui voleva soltanto lei, a qualsiasi costo. E se da fuori poteva sembrare una svolta irrazionale, controproducente, perfino allarmante, lui sapeva che era l'unica cosa che lo ancorava alla realtà.
Fece quello che doveva fare. Si preparò e si vestì in modo abbastanza curato perché non gli venissero mosse critiche e uscì, con riluttanza e malvolentieri. Sperò che ci fosse poca gente, andando contro i suoi interessi, voleva solo finire in fretta e tornarsene a casa. O magari girovagare senza meta per la città, sgranchirsi le gambe, esaurire le sue energie con un po' di esercizio fisico che gli avrebbe permesso di riposare meglio. Già, era un'utopia anche il solo immaginarlo.

Appena vide il numero di persone raccolto nella sala di medie dimensioni della libreria che conosceva da tempo, e dove era sempre stato accolto con entusiasmo, gli venne voglia di andarsene. Non era in grado di sorridere, fare conversazione, dire qualcosa di brillante, magari farli ridere. Non avrebbero incontrato il solito Richard Castle, ma solo un involucro privo del suo solito spirito. Calcolò che sarebbe durato più del previsto e seppe di non avere abbastanza energie. Sarebbe crollato esausto molto prima che il pomeriggio fosse terminato, aveva sopravvalutato la sua condizione fisica e mentale. Nondimeno, era il suo lavoro, aveva accettato di farlo, non poteva tirarsi indietro. In qualche modo sarebbe sopravvissuto.
Cercò di barcamenarsi, di resistere, di entrare in comunicazione con il pubblico. A un certo punto il miracolo avvenne, si sentì un po' più vitale, più energico di quanto non fosse stato all'inizio e, con sua grande sorpresa, si scoprì a divertirsi. Per qualche insperato e prezioso minuto non si ossessionò con l'idea di lei, anche se il sollievo fu di breve durata, perché non appena il pensiero corse in automatico verso la solita destinazione, la morsa al petto tornò a farsi viva. Ma era un buon punto di partenza, quelle poche ore di libertà dall'ossessione gli avevano fatto bene. Avevano avuto ragione a consigliargli di uscire, distrarsi, occupare il tempo in attività semplici, giusto solo per darsi un po' di tregua.
Diede un'occhiata alla coda di lettori in attesa che si occupasse dei loro autografi. L'aveva quasi smaltita del tutto, a breve sarebbe stato libero di tornare a occuparsi di se stesso.
Avvertì dentro di sé, a sorpresa, una rinnovata vivacità, la voglia di fare progetti a brevissimo termine, come uscire a mangiare qualcosa prima di tornare al loft, o anche solo sentire l'aria fresca sulla pelle. Non riusciva a credere di stare solo leggermente meglio di quanto non si fosse sentito nelle ultime settimane. Era una gioia amara, ma non intendeva gettarla rinnegarla.

Alzò gli occhi per l'ultima volta e se la trovò davanti. Da sola, sulle sue gambe, il viso ancora scavato e le occhiaie abbastanza profonde da suggerire che non si fosse ripresa del tutto, ma molto più in forma di quando l'aveva vista l'ultima volta.
Gli tese il libro senza parlare. Per come la conosceva – si stupì di essere ancora in grado di leggerla con tanta facilità - capì che era solo leggermente meno sicura del solito, un po' intimidita. Si toccò impercettibilmente il punto del petto dove il proiettile era trapassato. Forse la ferita doveva pizzicarle. O forse era un nuovo gesto abituale, che lui non conosceva.

Sentì i muscoli irrigidirsi uno per uno, mentre boccheggiava nella confusione. Il primo pensiero fu non che si trattasse di lei, per quanto assurdo potesse essere. Tentò di convincersi che fosse solo un'allucinazione, dal momento che lei non avrebbe mai potuto essere lì. Ed era un sintomo piuttosto grave: se avesse iniziato a vederla ovunque, voleva dire che era impazzito sul serio, proprio come aveva temuto. Forse doveva farsi vedere da qualcuno, assumere dei farmaci, prenotare una tac al cervello.
Solo quando prese il libro tra le mani, meravigliandosi della sua concretezza, e le loro dita si sfiorarono capì che non era il prodotto delle sue fantasie più oscure. Era lei in carne e ossa. Non si era mai preparato a un loro possibile incontro, perché era stato certo che non sarebbe successo, almeno non così presto – lei non era lontana dalla città? Si era convinto di essere al riparo da incidenti che lo avrebbero ricondotto nel baratro da cui aveva appena iniziato a uscire.

Tutte le emozioni che non era mai riuscito a disciplinare si catapultarono fuori in un calderone esplosivo, intensificate all'ennesima potenza. Avvertì il solito dolore fisico che il pensiero di lei gli produceva, centuplicato. Si sentì mancare. E subito dopo, per prima si fece viva la rabbia. Una rabbia così intensa da liquefarlo. Ne fu sconvolto - nonostante occasionali momenti di risentimento, quella collera vulcanica, pronta a erompere e distruggere, era sconosciuta anche per lui. Doveva averla repressa e ora il tappo era saltato.

Agì d'istinto. Si alzò e fuggì. Era l'ultima persona in attesa della sua firma, quindi non fece torto a nessuno. Gli altri lo guardarono perplessi rifugiarsi nel retro della libreria, dove aveva lasciato i suoi oggetti personali. Si appoggiò al muro e respirò voracemente. Come si permetteva... ? Doveva andarsene di lì. Se fosse rimasto era sicuro che non sarebbe riuscito a non vomitarle addosso tutto. Finché non l'aveva vista non si era reso conto di quanto spaventoso fosse stato il coltello con cui lei gli aveva inciso sulla pelle l'abbandono.
Non era vigliacco, era solo mortalmente ferito e l'istinto alla sopravvivenza tentò di metterlo in salvo.
Uscì di soppiatto nel vicolo laterale, dove non trovò nessuno. Ne fu sollevato. Sarebbe potuto andarsene alla chetichella senza dover perder tempo in ringraziamenti e saluti – avrebbe mandato un biglietto di scuse allo staff della libreria per fari perdonare – mettendo distanza fra loro.

"Castle?". Una voce dolorosamente familiare stroncò la sua fuga. Era perplessa per il suo comportamento e dannatamente intuitiva come sempre. Sapeva che l'unica altra uscita era quella e si era appostata lì, aspettandolo. Si voltò verso di lei, non poteva dimostrarsi tanto debole da non affrontarla. Anche se era quello che avrebbe voluto fare.
"No". Il suo non fu un grido, ma un'esclamazione che proruppe con una determinazione che non credeva di possedere. Lei si fermò, investita da tanta fermezza.
Lui capì che la sua non era più ira, che si era liberata tutta in quell'unica esternazione. Era autodifesa portata all'estremo.
Aveva appena iniziato di nuovo a respirare dopo settimane di tormenti. Vederla lo aveva reso consapevole di quanto fosse fragile il suo equilibrio emotivo, di quanto fosse a un passo dall'essere travolto di nuovo da sentimenti tossici che lo avevano quasi distrutto. Non poteva permetterle di tornare a fargli ancora del male. Doveva scomparire, lasciarlo libero di guarire senza risvegliare le sue ferite a malapena rimarginate. Era quello che lei aveva deciso, giusto? Chiudere ogni tipo di comunicazione, su ogni fronte. Era stato tremendo, ma aveva iniziato ad accettarlo. Non le avrebbe permesso di farlo sprofondare di nuovo in quella disperazione melmosa che conosceva tanto bene.
Anche lui aveva dei limiti, anche lui doveva proteggersi e lei lo aveva spinto ben oltre i confini che riteneva sani. Non le avrebbe consentito di proseguire, calpestare i suoi sentimenti, farlo avvicinare di nuovo per poi respingerlo. Non si rendeva conto che anche lui aveva un cuore che non poteva venire spezzato in eterno.

"Castle, per favore...". Non era così indifferente da non rendersi conto che non era in forma, per usare un eufemismo. Pareva anzi molto debole, quasi non si reggesse in piedi. In effetti era strano che fosse in grado di andarsene in giro per la città, dopo così poco tempo dalle dimissioni, anche per una come lei che pretendeva di sfidare le leggi della fisica e del buonsenso.
"Perché sei qui, Beckett?".
Era perfettamente consapevole del fatto che ogni istante di esitazione, il farsi coinvolgere in un dialogo, perfino osservare le linee tese del suo volto, lo avrebbero avvicinato pericolosamente al baratro. Si disse che, umanamente, non poteva abbandonarla sofferente in mezzo alla strada, metaforicamente e non. Non era quel genere di persona. Non lo avrebbe fatto per nessuno, poteva mai ritrarsi di fronte a Kate Beckett?
"Per te", fu la risposta, espressa con tanto ardore e guardandolo fisso negli occhi, da dargli l'ultima spinta necessaria per farlo scivolare nel buco nero da cui con tanta fatica era riuscito a uscire.