14 - Castle

Rimase fermo dov'era, per lasciare a se stesso l'illusione di avere ancora il controllo, dopo la sua stupefacente uscita che gli tolse l'uso della parola. Se era tornata per lui – informazione sconcertante, tenuto conto di chi ne era il mittente – avrebbe lasciato che si spiegasse meglio, anche se forse l'avrebbe rimpianto, più tardi. Ma la prospettiva di ottenere finalmente quei chiarimenti che riteneva indispensabili per ricostruire almeno qualche barlume di quella pace mentale che ora gli sembrava un miraggio, era troppo allettante per andarsene senza voltarsi indietro. Glielo doveva, in fondo. E lui lo doveva a se stesso.

Beckett fece un passo nella sua direzione, lui si impose di non indietreggiare, come ebbe l'impulso di fare.
"So che sei arrabbiato...", esordì decisa, ma subito si interruppe. "C'è un posto dove possiamo parlare con calma?".
Non era la solita Beckett, se ne rese conto con un certo sgomento. Da quando si mostrava con lui tanto reticente, come se temesse di offenderlo o di vederselo fuggire a gambe levate, cosa che, in effetti, era quasi successa? La cosa inverosimile era il fatto che gliene importasse. No, era ingiusto. E spregevole anche. Non doveva lasciare che il rancore minasse la stima che aveva sempre provato per lei.

Si guardò intorno. Le indicò il parco affollato dall'altra parte della strada. Era un luogo neutro, adatto alle circostanze perché non custodiva memorie, e non correvano il rischio di incappare in una vicinanza indesiderata. E, non meno importante, in quel modo sarebbe stato costretto a controllarsi, se la situazione fosse degenerata, come era già successo in ospedale.
Kate accettò quietamente, annuendo. Rimase in silenzio nel breve tragitto fino alla loro destinazione, gli camminò accanto cercando a fatica di tenere il suo passo. Lui se ne accorse e rallentò spontaneamente, per non metterla a disagio. La sentiva respirare un po' affannosamente, nonostante il traffico e il rumore assordante dei propri pensieri.
"Non vuoi sederti?", le domandò quando si lasciarono alle spalle il caos della città, inoltrandosi nei vialetti alberati, dove la vita quotidiana altrui proseguiva affaccendata, senza badare troppo ai loro drammi.
"No, sono stata a riposo per troppo tempo". Era cocciuta come sempre e probabilmente stava chiedendo troppo al suo corpo. Ma la conosceva troppo bene per perdere tempo nel tentativo di convincerla che atti eroici sconsiderati non l'avrebbero portata da nessuna parte.

Rimase in piedi anche lui. Lo preferiva, così facendo l'incontro sarebbe durato solo il tempo necessario e loro si sarebbero separati in fretta, non riusciva a figurarsi la prospettiva di rimanere a dialogare come se non fosse successo niente. Le fece cenno che era pronto ad ascoltare quello che riteneva così necessario comunicargli, arrivando al punto di organizzare quella specie di agguato. Non poteva chiamarlo? No, lui non avrebbe risposto, lei ne era perfettamente consapevole. Né avrebbe accettato di darle appuntamento. L'unica alternativa che aveva avuto era coglierlo alla sprovvista e così aveva fatto.

"Mi dispiace per come è andata", annunciò Kate con misurata pacatezza, cercando intenzionalmente il suo sguardo.
Era stato sicuro di essere in grado di reggere quel tipo di conversazione, ma non era così. Le emozioni lo travolsero non appena lei smise di parlare.
"Ti spiace per cosa? Per aver rinnegato la nostra notte a Los Angeles o avermi fatto fuori dalla tua vita, senza possibilità di appello? Devi essere un po' più precisa", sibilò. Lo sapeva che non era stata una buona idea accettare di parlarle, forse avrebbe fatto meglio a congedarsi e lasciare che le cose rimanessero insolute. Forse sapere era peggio che non sapere.

Lei scosse la testa. Gli sembrò poco sorpresa, come se si fosse preparata a quel tipo di reazione. Infatti non perse la calma, nonostante le sue parole colme di livore.
Questo, inspiegabilmente, lo contrariò. Se volevano confrontarsi, avrebbero dovuto farlo ad armi pari, perché lui era stato colto alla sprovvista, mentre lei era arrivata sapendo di metterlo con le spalle al muro, senza dargli nessuna scelta. Non era stato corretto. Si intensificò in lui l'idea che fosse tutto un enorme sbaglio. Loro, il posto, quello che stavano tentando di fare, pur con le buone intenzioni del caso. Non c'erano soluzioni realistiche, né una vera possibilità di mediare. Dovevano separarsi.
"Non ti voglio, in nessun modo, fuori dalla mia vita", affermò Kate con decisione.
"Non è quello che mi hai fatto capire quel giorno in ospedale".
"Castle, quel giorno in ospedale ero ancora intontita dopo l'intervento", si giustificò, perdendo la precedente sicurezza. E anche questo tassello aumentò di un punto la sua collera. Di quel passo sarebbe esploso prima della fine del bel discorsetto infiocchettato che intendeva propinargli.
"È così che intendi discolparti? Eri troppo debole per capire quello che stava succedendo? Non eri responsabile delle tue azioni per colpa dei farmaci? Mi stupisco di te", commentò con sarcasmo, volendo ferirla di proposito. Non riusciva a trattenere l'estremo bisogno di riversare su di lei una minuscola parte della disillusione che lui per primo aveva provato e che l'aveva quasi annientato.

"Non voglio discolparmi, come dici tu. Solo sottolineare la realtà dei fatti e spiegarti perché mi sono comportata in quel modo. Sono qui per cercare di cambiare le cose", annunciò propositiva, senza reagire alla provocazione.
Oh, no, le cose non si potevano cambiare. Era davvero convinta che sarebbero bastate un paio di frasi banali perché lui dimenticasse quello che aveva passato? Nossignori.
"Beckett, non è il caso di farla tanto lunga. E non servono spiegazioni. Volevi prendere le distanze da me e ci sei riuscita. Fine della discussione. Spero che ti rimetterai presto in forma, io adesso ho da fare".
Pur sentendosi un filo puerile, era convinto delle proprie ragioni. E ne aveva già abbastanza. Se questo doveva essere il loro ultimo chiarimento, avrebbe preferito, per la dignità di entrambi, farla finita in fretta con le scuse insensate che gli stava rifilando.
"Non volevo prendere le distanze, Castle!", le scappò di bocca, quasi non fosse in grado di mantenere la promessa fatta a se stessa di non perdere le staffe. Non era durata molto, per fortuna. Preferiva i confronti spontanei, non quelli preparati.

La osservò con esagerato scetticismo. "Dunque, lasciami riassumere. La notte a Los Angeles – che tu continui a non nominare, come se sperassi che possa cancellarsi magicamente – è stata un errore. Ti sto citando. Non vuoi che ti aiuti nell'indagine che riguarda il tuo caso, e siccome non credo tu non voglia occupartene, immagino che significhi che sono io a essere di troppo. In ultimo, ti ho offerto di aiutarti in qualsiasi modo durante la tua convalescenza, ma hai rifiutato. Non sopportavi nemmeno che ti toccassi. Non so tu che cosa ne pensi a riguardo, o se sei convinta che faccia tutto parte del tuo essere 'confusa per colpa dell'anestetico'...", non poté fare a meno di lanciarle una stoccata. "Ma a me pare che tutto contribuisca a delineare un'unica verità. E cioè non mi vuoi nella tua vita. Ah, e non dimentichiamo Josh, l'uomo che salva innumerevoli vite prima di colazione, probabilmente anche la tua, e che è giunto in tuo soccorso contro il cattivo della situazione, cioè io", concluse pieno di risentimento.
La vide perdere colore e portarsi una mano al petto, ma non se ne curò. Non ora che aveva espresso per la prima volta ad alta voce, e non tra le pieghe surriscaldate della sua attività cerebrale in esaurimento, quello che provava davvero e senza risparmiarsi sui dettagli. Aveva finalmente snocciolato tutte le ferite che, una dopo l'altra, lei gli aveva inferto. Voleva mantenere il punto, era necessario che si concentrassero su di lui, una volta tanto.
Se le avesse chiesto come stava, avrebbe significato perpetuare all'infinito la solita dinamica per cui lui si preoccupava per lei e lei si preoccupava per se stessa, di solito mollandolo in mezzo a un strada.

Fu solo quando vide che le gambe le stavano cedendo, nonostante la determinazione a opporre resistenza alla forza di gravità, che si rese conto di quanto gretto fosse diventato, concentrato unicamente sul proprio dolore. Accorse a sorreggerla, e la accompagnò a sedersi su una panchina vicina. Quando si fu accertato che non stesse per svenire, la lasciò per qualche istante per andare a comprare una bottiglietta di acqua da un venditore ambulante. Era tutto quello che poteva offrirle, vista l'assenza di altri mezzi di soccorso, alla peggio l'avrebbe caricata su un taxi e accompagnata in ospedale. Lei accettò con compostezza il suo aiuto, esprimendo non verbalmente il chiaro intento di non approfittarsene.
"Spero che tu non pensi che io mi senta male intenzionalmente ogni volta che stiamo parlando", se ne uscì inaspettatamente, quando si fu ripresa.
Si era meritato la frecciata e la incassò valorosamente. Si inginocchiò davanti a lei, per controllare da vicino le sue condizioni. La verità era che si sentiva più a suo agio con se stesso quando le stava vicino, invece che tenerla a distanza, pur avendone tutte le ragioni.
"No", le sorrise con più calore. "Però in effetti succede ogni volta che tentiamo di avere una conversazione civile, forse è un segno da parte dell'universo".
"Che tipo di segno?".
"Che stai meglio senza di me", mormorò amaramente. Un po' lo temeva, nonostante il suo innato ottimismo.
"Allora siamo fortunati che io non creda a questo genere di cose", gli sorrise a sua volta.
No, così non andava. Troppo facile, troppo bello, troppo desiderato. E lui era ancora troppo vulnerabile per aprirsi alla sua gentilezza.
"Non credo che sia il momento giusto per questo incontro, Kate", le confessò con sincerità.
Gli strinse con forza il polso. "Castle...", lo implorò. "Sono venuta appena sono riuscita a liberarmi...", mormorò, prima di fare un grosso respiro, come se le mancasse l'aria. No, non stava affatto bene. Era impallidita e molto sudata. Si sedette accanto a lei, incerto sul da farsi.
"Sei fuggita ai tuoi sequestratori?", scherzò, per alleggerire la situazione e non farla agitare troppo.
Lei accennò un breve sorriso. "Quasi. Mio padre è riuscito a portarmi nel suo chalet, nonostante io fossi contraria Ma ero troppo debole per oppormi". Gli fece una smorfia. "Lo so che penserai che uso questa scusa per tutto, ma è la verità".
Gli spiacque essersi dimostrato tanto insensibile. Si vedeva che non era in forze. Ma poi si soffermò sulle nuove informazioni in suo possesso e si allarmò.
"Sei stata nello chalet in montagna, negli ultimi tempi?", domandò, anche se la risposta era ovvia.
Lo guardò senza capire. "Sì. Fino a stamattina, quando ne ho avuto abbastanza e con uno stratagemma sono riuscita ad andarmene...", continuò, prima che lui la interrompesse. Proprio come aveva temuto.
"Dimmi che non hai fatto di testa tua come al solito, guidando fin qui in queste condizioni".
Se rimase colpita dalle sue supposizioni non lo diede a vedere. Mantenne un atteggiamento vago, tenendo gli occhi bassi. Esattamente quello che aveva sospettato.

"Tuo padre sa dove sei?". Gli sembrava di interagire con un'adolescente ribelle e riottosa. Quella che doveva essere stata e che non aveva smesso di mostrarsi, a quanto pareva.
"Gli ho lasciato un messaggio". Quella donna era una continua fonte di sorprese.
"Te ne sei andata senza avvisarlo? Sarà distrutto dalla preoccupazione! Come ti è venuto in mente? Non ti reggi in piedi! Sono sicuro che non avevi il permesso medico di fare una cosa del genere. Da sola, per giunta", esplose. Lei sbuffò.
"Sto molto meglio di quanto pensino tutti", ribatté convinta di sapere meglio di chiunque altro cosa potesse o non potesse fare.

"Se fosse così non avresti bisogno di sederti dopo aver fatto pochi passi. Hai idea di quanto sei stata irresponsabile? Poteva succederti qualsiasi cosa. Svenire al volante, provocare un incidente, farti del male". Era strano essere quello responsabile e ragionevole. Ma non fu in grado di cogliere l'ironia della situazione, perché era fuori di sé per lo sconcerto dovuto ai pericoli che aveva corso con incoscienza.
"Come vedi, sono qui sana e salva", replicò con un filo di voce. Lui aveva qualche dubbio a riguardo.
"Sei solo stata fortunata! E io sono stanco di temere che possa capitarti qualcosa. Devi smettere di fare di testa tua, è troppo rischioso, come fai a non rendertene conto?!". Non si curò di aver alzato la voce. Gli premeva che capisse, una volta per tutte.

"Volevo solo vederti il prima possibile", si giustificò, come se bastasse a risolvere la situazione.
"Questo dovrebbe farmi sentire meglio? Sapere che ti sei messa in pericolo per colpa mia, senza che io te lo abbia chiesto?", ribatté infuriato per la sua mancanza di logica e buonsenso e il tentativo di dar la colpa a lui. "E so che è la tua vita", la anticipò sentendosi furente, "Ma, se permetti, io la tua vita l'ho quasi vista finire davanti ai miei occhi, credo di avere qualcosa da dire a riguardo", concluse con veemenza.
"Perché sei di nuovo tanto arrabbiato?", gli domandò stupita, ma senza alterarsi a sua volta. Come faceva a non comprendere la situazione?
"Perché non ti lasci...", amare. "Aiutare. Non permetti che le persone che ti vogliono bene si prendano cura di te". E ci spaventi a morte, ma questo non lo disse.
"Ce la faccio da sola", si impuntò.
"No, non è vero, Kate. Nessuno può farcela sempre da solo, nemmeno tu, non in queste condizioni. È troppo presto", rispose con più calma, stanco di opporsi ai suoi proclami di indipendenza.

Lei sembrò considerare le sue parole con attenzione. Quella era una novità. Si era aspettato fulmini e saette e un altro giro sulla giostra del "sono solo fatti miei".
"Temevo che se avessi aspettato le cose sarebbero peggiorate. Con te", aggiunse dopo una piccola pausa, in tono dimesso, strappando piccoli striscioline di carta dall'etichetta della bottiglia che teneva tra le mani.
"Non serve che tu compia inutili atti di eroismo per venire a darmi spiegazioni. Anche se sono arrabbiato, preferisco sapere che stai bene, al sicuro, che ti concentri sulla tua salute, invece che preoccuparmi che tu te ne vada in giro per ore senza permesso e senza averne le forze. Ora ti chiamo un taxi, è meglio che torni nel tuo appartamento, hai bisogno di stenderti e riposare. E chiama tuo padre per scusarti, sarà fuori di sé per l'apprensione", la rimbrottò.
Gli rivolse un'occhiata disorientata, venata da una punta di panico.
"Ma non abbiamo parlato!".
"No, non lo abbiamo fatto. Ma non sei nelle condizioni di farlo. E nemmeno io", ammise con riluttante onestà.
Lei si agitò. "Castle, non sono venuta fino a qui per tornarmene a casa senza averci almeno provato!".

Non le chiese che cosa si fosse messa in mente di dover provare a fare con lui. Non gli interessava. Voleva solo assicurarsi che non esaurisse le sue magre risorse, al punto da rendere necessario un altro soggiorno forzato in ospedale. Si era accorto che le tremavano le mani e che respirava con sempre maggiore frequenza, come se i suoi polmoni non assorbissero una quantità sufficiente di ossigeno. Il clima umido pomeridiano non aiutava a farla sentire meglio, sospettava.
"Ci sarà tempo per quello". Lo disse in fondo solo per placare le sue proteste, come avrebbe fatto con un bambino, ma senza pensarlo davvero. Era stanco. Lo era da prima e dopo il loro confronto ancora di più. Voleva solo smettere di star male per lei, preoccuparsi per la sua incolumità, litigare, discutere. Voleva un po' di pace. E con lei nei paraggi non sarebbe stato possibile.
"Me lo prometti?".
No, non poteva prometterglielo e anche lei se ne rese conto, quando lui non accennò a dare una risposta alla sua accorata domanda.
Accettò la sconfitta. Raccolse la borsa, si passò le mani tra i capelli e, senza chiedergli aiuto, si alzò dalla panchina, avviandosi a testa alta verso l'uscita del parco, rivolgendogli appena un mesto sorriso di commiato.