Oh, if I could hear myself when I say
(Oh love) love is bigger than anything in its way
- U2

15 – Castle

Bussò stancamente, sentendo di far parte di una scena più volte rivista, che avrebbe continuato a riproporsi all'infinito finché, suppose, uno dei due o entrambi non avessero smesso di ripetere i medesimi errori. Corsi e ricorsi. Ma non era il momento adatto per perdersi in riflessioni filosofiche di nessuna utilità.
Iniziò ad agitarsi quando non ricevette risposta, dopo che ebbe lasciato trascorrere qualche minuto di attesa. Non riusciva a capire, immerso nel silenzio tangibile del corridoio poco illuminato, se l'appartamento fosse deserto o se, forse – ipotesi che gli seccò la gola all'istante- chi era all'interno fosse impossibilitato a raggiungere la porta.
In quel caso non avrebbe esitato a sfondarla – anche se, oltre a tutto il resto, non voleva ritrovarsi con un'accusa di effrazione, a meno che la cosa non si fosse resa assolutamente necessaria. Fece leva sugli ultimi residui di ragionevolezza, placando la natura impaziente e convincendosi ad aspettare ancora per qualche istante, prima di decidere come intervenire. Mentre era impegnato a vagliare le mosse da compiere, la porta di fronte a lui girò lentamente sui cardini, quasi che venisse mossa con cautela. Il livello di guardia doveva essere rimasto lo stesso dell'ultima volta che si era presentato non invitato ed era stato accolto con una pistola. Si augurò che l'esito fosse diverso.

"Castle?! Che cosa ci fai qui?", lo apostrofò Kate, reggendosi con una mano sul muro. Aveva una brutta cera, perfino meno rassicurante di quanto ricordasse.
Era un'ottima domanda. Non sapeva nemmeno lui di preciso che cosa ci facesse lì, ecco tutto. L'aveva seguita fuori dal parco, si era occupato personalmente di fermare un taxi e infilarcela dentro, fornendo lui stesso l'indirizzo all'autista e l'aveva salutata con la mano dal finestrino, ignorando con un sorriso quelle che dovevano essere state vivissime proteste silenziose scagliate verso la sua persona per il dispotico trattamento ricevuto. Perché lei sapeva badare a se stessa, eccetera.
L'aveva seguita con lo sguardo mentre si allontanava e, una volta rimasto solo, si era reso conto di essere stato un idiota di dimensioni inenarrabili. Un enorme pezzente insensibile. Ma come gli era venuto in mente di comportarsi in quel modo? Dove era finito il minimo sindacale di solidarietà umana, che si pregiava di non aver mai oltrepassato?
Kate si trovava da sola in città, come gli aveva spiegato, era palesemente impossibilitata a prendersi concretamente cura di sé – lui ne era stato un testimone diretto - e probabilmente era in procinto di compiere qualche altra pazzia in nome della sua preziosa indipendenza. In tutto questo lui apparentemente se ne lavava le mani.
Per quanto arrabbiato (lo era ancora? Era una questione che avrebbe dovuto ponderare meglio più tardi), per quanto destabilizzato potesse essere a seguito del loro incontro che sospettava di aver a malapena compreso, la priorità doveva andare alle sue condizioni di salute. Senza obiezioni.
Non doveva importargli il fatto che fosse stata lei per prima ad aver messo in pericolo la propria incolumità con gesti avventati, e nemmeno che quel comportamento sconsiderato così insolito fosse stato indotto dall'essersi convinta di dover correre da lui il prima possibile per evitare chissà quale catastrofe.
Se aveva ancora un briciolo di compassione umana, e credeva di sì, credeva che esistesse forte dentro di lui nonostante la temporanea sospensione, doveva aiutarla, offrirle sostegno pratico. Come poteva pensare che fosse normale, finanche altruistico – quando non lo era per niente - piazzarla su un taxi, affidandola alla sorte?
No, lui non era fatto così. Non aveva più un'idea molto chiara del tipo di persona che fosse, viste le dimostrazioni poco edificanti che aveva dato di sé nell'ultimo periodo, ma intendeva cambiare rotta.
Doveva smettere di insorgere furente, come se lei infilasse ogni volta, e di proposito, uncini taglienti nei punti più reattivi del suo corpo, con il solo intento di farlo esplodere. Non era vittima di una crudele manipolatrice, né di un complotto. Aveva solo perso la bussola emotiva e questo lo portava a far danni, in qualsiasi direzione si muovesse.
Ma anche questo avrebbe necessitato di un'analisi meno superficiale fatta in un luogo più adatto di un marciapiede affollato, greve di odori e umanità di vario genere.

"Ti porto al loft", annunciò risoluto, piazzandosi arbitrariamente al centro del suo salotto, senza aspettare l'invito a entrare.
"Sei impazzito?", fu tutto quello che Kate riuscì a esclamare in risposta, ancora ferma sulla soglia. Non capì se non si era mossa a causa della debolezza, o per lo shock da lui prodotto grazie alla sua entrata trionfale.
"No. Non intendo lasciarti da sola un minuto di più, quando è evidente che non sei in grado di arrivare alla porta abbastanza in fretta da non farmi invecchiare sul posto. Stavo per chiamare i vigili del fuoco".
"Davvero? Che ne è del tuo desiderio di mostrarmi quanto sei bravo a fare irruzione nelle case altrui abbattendo porte?", lo sfidò serissima, mentre si chiudeva la porta alle spalle, forse per evitare di mostrare ai vicini quella che doveva considerare un'indiscutibile manifestazione di insanità mentale.
"Non sapevo fossi interessata a vedermi in un ruolo tanto mascolino, ma se ti fa piacere...", le fece una smorfia, sperando di addolcirla, ma non fu così.
"Non intendo dar corda ai tuoi deliri esibizionistici".
"Questo significa che mi seguirai senza fare storie?". Poteva essere tanto fortunato? In effetti non aveva ancora attaccato la solita solfa sul fatto che fosse completamente in grado di badare a stessa, cosa che, indiscutibilmente, non era affatto.
"No", lo stroncò, ritenendo probabilmente inutile continuare una conversazione insensata o esprimere in modo meno laconico le sue obiezioni. Doveva davvero essere convinta che gli fosse dato di volta il cervello.

"Possiamo saltare la lunga, tediosa, tormentata diatriba che ti porterà, in ogni caso, a trasferirti al loft? Stiamo solo perdendo tempo", la incalzò.
"Hai fatto un corso sull'uso di aggettivi? Ti ricordavo meno ridondante". Lo fronteggiò con le mani sui fianchi, imitando pallidamente la sua tipica postura autoritaria, che riuscì a mantenere solo per poco, visto che fu costretta suo malgrado a lasciarsi cadere sul primo appoggio disponibile.
"Ti snocciolerò tutte le parole nuove che ho imparato dopo che avrai messo qualcosa in borsa e sarai venuta via con me. Ne ho abbastanza da intrattenerti per settimane".
Era pronto ad andare avanti così per tutto il tempo necessario a convincerla, con le buone e con le cattive. Nel tragitto aveva racimolato ogni forma di personale resistenza contro le avversità della vita, che si traducevano, nel caso specifico, in una Beckett agguerrita e fermamente decisa a dargli contro. Non lo avrebbe smontato tanto facilmente. Anzi, non lo avrebbe smontato per nessun motivo.
"Non starò da te settimane!". La prospettiva parve sconvolgerla, ma lui non vi badò. Doveva concentrarsi sull'obiettivo principale, che non era quello di prendere le sue accese proteste in modo personale.
"Questo significa che sei disposta a venire da me almeno per qualche giorno?".
Dovette rendersi conto di essere stata messa all'angolo e la cosa non le piacque, lo capì chiaramente dall'espressione accigliata, che non preannunciava niente di buono. Non per lui.
"Castle, non ho abbastanza energia per contrastare la tua nuova follia. Ma sappi che non ho nessuna intenzione di dar corda ai tuoi deliri".
"Perché sei sempre così ostinata?". Era una domanda retorica, lo sapeva perfettamente, ma voleva solo prendere tempo per elaborare una strategia, pentendosi di non essersi preparato meglio. Si era solo precipitato da lei sicuro di indurla a seguirlo grazie alla sua innata capacità persuasiva, che stava facendo cilecca.
"Io sarei ostinata? Tu sei piombato qui senza preavviso, blaterando cose senza senso, e pretendi che io mi trasferisca a casa tua. Hai idea di quanto sia assurdo il tuo comportamento? Ti ricordo che non siamo nemmeno in grado di parlarci civilmente per più di qualche secondo senza litigare. E ora, di punto in bianco, dovremmo abitare sotto lo stesso tetto per chissà quali strampalati motivi che solo a te paiono ragionevoli? No, te lo puoi scordare". Era rimasta senza fiato.

Castle si avvicinò a lei, mantenendosi alla distanza che, istintivamente, intuiva fosse quella giusta per non farla ritrarre e rintanarsi lontano. Era esausta dopo lo sforzo che le era costato esprimersi così a lungo, notò preoccupato. Questo lo convinse che era più che necessario che lui intervenisse per rimetterla in forma, e il prima possibile, esattamente come le stava proponendo di fare.
Lasciò trascorrere qualche minuto di silenzio, per darle un po' di tregua. Era certo che lei stesse sperando, contro ogni logica, che lui sarebbe istantaneamente scomparso dalla sua vita e dal mondo.
"Litighiamo perché ci importa", affermò Castle a mezza voce, nel tentativo di far decantare la tensione che era cresciuta vertiginosamente, come sempre accadeva nei loro ultimi incontri.
Lo guardò perplessa. In effetti quel giorno non aveva dato prova di essere un oratore efficace. Faticava lui stesso a comprendersi.
"Intendo dire che se non si trattasse di qualcosa che entrambi riteniamo importante, non ci prenderemmo la briga di continuare a farci vivi, arrabbiarci, perfino litigare. Ci comportiamo così perché abbiamo molto a cuore tutta quanta la faccenda. Credo".
Non avendo ricevuto cenni di incoraggiamento che gli facessero ipotizzare che lo stesso potesse valere anche per lei, terminò con molta meno sicurezza rispetto a quella con cui aveva pomposamente cominciato il suo trattato di psicologia spicciola.

Intuì comunque che lei era ora meno ostile di quanto non fosse stata in precedenza, lo avvertì nel ritmo della respirazione, che si fece più lenta e rilassata. Su una cosa aveva ragione, la sua era stata quasi un'irruzione. Ma era stata lei la prima a tendergli un agguato. In ogni caso, elencare le colpe di entrambi non era la strada giusta per trovare quel punto in comune che, ne era convinto, stessero cercando entrambi disperatamente, purtroppo senza riuscirci.
"Perché ti preme così tanto che venga al loft?", domandò in tono meno bellicoso, come se fosse seriamente curiosa della risposta, invece che usarla per rispedire al mittente con sdegno i suoi maldestri tentativi.
"Così potrò prendermi cura di te". Suonò esattamente come la prima volta che glielo aveva proposto e non era finita affatto bene. Formulata in quel modo, le probabilità che lei accettasse la sua offerta di aiuto erano pari a zero.
La precedette mentre prendeva fiato per rifilargli, con ogni probabilità, una rispostaccia.
"Kate, è tardi e sei troppo stanca per tornare da tuo padre allo chalet. Ci vogliono ore". Sorvolò sul fatto che poteva accompagnarcela lui stesso. "E non mi sento sicuro a saperti qui da sola. Potresti avere bisogno di qualcosa, star male, avere un calo di pressione, svenire, ferirti". Stava chiaramente andando a ruota libera. "Non c'è niente di strano nel lasciare che qualcuno si occupi di te o sia presente in caso di necessità".
Lei sembrò riflettere sulle sue parole. Non volle sperare che si stesse convincendo, ma il fatto di non averlo ancora cacciato di casa deponeva a suo favore.
"Ma tu sei arrabbiato con me", obiettò, come se quello fosse l'ostacolo più grande.
"Anche se sono arrabbiato con te non significa che non mi importi del tuo benessere. Per chi mi hai preso? Tengo molto... alla tua salute". Si era salvato all'ultimo, prima di dire cose che avrebbero richiesto una gestione molto più ponderata. Ricordava bene che cosa era successo l'ultima volta che si era permesso di essere trasparente con lei sui propri sentimenti. L'aveva fatta fuggire lontano. Anche se poi era tornata. No, meglio non avviarsi sull'infido sentiero delle congetture, se lei era la protagonista. La sua mente doveva trovare maggiore equilibrio, prima di poter rimettere ogni sfumatura del suo comportamento al posto giusto.
Per il momento doveva concentrarsi su cose concrete, come prepararle la cena, alleviarne la fatica, rasserenarla, e darle l'assistenza che ancora le serviva.

"Voglio che tu sappia che, in ogni caso, ti sono grata per la tua offerta. In effetti non mi sento molto in forma", ammise a malincuore. Era un'enorme concessione da parte sua. "Ma non serve che io mi trasferisca a casa tua, non sarebbe... opportuno". Giurò di averla quasi vista arrossire su quell'opportuno che, a dirla tutta, non aveva compreso. Decise di salvarla dall'imbarazzo.
"Ti assicuro che le mie intenzioni sono più che caste, puoi venire da me senza alcuna remora di natura morale, il tuo onore è salvo".
Si divertì nello scorgere la rapida impennata della sua indignazione. Del resto era una promessa che le aveva già fatto, ma entrambi sapevano come era andata a finire. Ma questa volta era diverso, sperò che se ne rendesse conto. Non si sarebbe mai permesso un comportamento meno che irreprensibile, quello sì che sarebbe stato inopportuno, per molteplici motivi, non ultimo lo stato traballante e distruttivo del loro rapporto.
"Non stavo nemmeno considerando un'eventualità del genere", ribatté lei, ricorrendo ai suoi modi più glaciali. "Intendevo dire che non penso saremmo due coinquilini ben appaiati. Ci daremmo sui nervi dopo un paio d'ore".
Aveva imparato da lui a concedersi un po' di sano ottimismo? Due ore erano perfino oltre le sue aspettative più ardite.

"Puoi sistemarti in una delle camere degli ospiti al piano di sopra e nessuno verrà a disturbarti. Ti procurerò un campanellino se preferisci. E non ci sarà nessun bisogno di fare conversazione, a meno che non sia tu a volerlo. Anche perché, a parte il sottoscritto, il loft è disabitato. E io ti prometto di star zitto". La vide vacillare. "Ma possiamo assumere un maggiordomo, se hai bisogno di uno chaperon perché credi di non potermi resistere". Forse non credeva al suo voto di silenzio.
"Sono perfettamente in grado...". Si interruppe, prendendosi la testa tra le mani. Resistergli non era probabilmente la cosa di cui si sentiva più sicura e la cosa non mancò di farlo sorridere in segreto. "È così che fai sempre, Castle, cerchi di confondermi finché non mi convinci a fare come vuoi tu", gemette.
"È un metodo come un altro, purché funzioni. Lo sta facendo?". Ce l'aveva quasi in pugno.
"No, Castle. Non intendo venire da te. Per nessun motivo", ribatté. Ma non era più così granitica nel suo rifiuto, lo percepì chiaramente.
"Prometto di prepararti la pizza fatta in casa. E ti lascerò scegliere tutti i film che vorrai".
"Non voglio vedere nessun film con te".
"D'accordo, li lascerò davanti alla porta della tua camera, e li guarderemo separatamente. Magari ci scriveremo le nostre impressioni su dei foglietti che ci passeremo da sotto la porta".
Non aveva ceduto del tutto e lui iniziava a essere a corto di idee. "Almeno fino a domani? Non mi sento tranquillo a lasciarti da sola, ma se facessimo il contrario, ovvero se venissi io qui, rischieremmo di darci sui nervi molto prima delle due ore da te citate. Il tuo appartamento è troppo piccolo per contenerci entrambi".
Silenzio. Forse stava cercando di stroncarlo opponendogli resistenza passiva.
"Beckett, o vieni di tua spontanea volontà, o sarò costretto a prelevarti di peso".
"Sai che in quel caso si tratterebbe di sequestro di persona, vero?".
"Arrestami".
Kate si morse con forza il labbro, per la pura frustrazione di avere a che fare con uno come lui e non poterlo mandare al diavolo per sempre.
"Lo farò senz'altro quando avrò riottenuto il mio distintivo e la pistola. Adesso potrei solo denunciarti e la cosa diventerebbe lunga, temo. Servirebbero prove e tutto il resto".
Le sorrise trionfante. "Lo prendo per un sì?".
La vide rassegnarsi gradualmente davanti ai suoi occhi.

"È l'idea più insensata che tu abbia mai avuto e stiamo parlando di un ricco repertorio", dichiarò battagliera. "Finiremo per farci a pezzi, non solo figurativamente, prima di quanto immagini", concluse con un po' di tristezza. Sapeva che non aveva torto, e in parte la colpa era sua, era lui che aveva dato in escandescenze più volte. Al di là del tono scherzoso con cui aveva gestito la trattativa, era cosciente che quel timore non era così infondato.
Si sedette accanto a lei. "Ti prometto che eviterò di comportarmi da idiota...".
"Non sei stato un idiota", lo interruppe con fermezza, voltandosi a guardarlo. "Capisco i motivi per cui sei arrabbiato. Ma non credo che soffocarli, o metterli in pausa per correre a farmi da infermiere sia il modo più sano di venirne a capo. Dobbiamo parlare, ma non potremo farlo finché non starò meglio, su questo avevi ragione".
"Lasciati aiutare, Kate. Non ci saranno scenate, litigi o recriminazioni. Te lo prometto".
Lui era più che sincero nel suo intento di rassicurarla, ma lei non aveva tutti i torti a temere che pretendere di reprimere le sue emozioni più intense e ingarbugliate, per una serie di motivi più che ragionevoli non ultimo il fatto che solo un insensibile avrebbe infierito su qualcuno che portava ancora su di sé le tracce di un agguato quasi mortale, avrebbe rischiato di far esplodere la situazione.

Lei sembrò fare un ultimo tentativo, ma poi dovette arrendersi davanti all'evidenza che lui non avrebbe desistito finché non fossero arrivati entrambi all'esaurimento. E lei avrebbe comunque perso. "D'accordo, ma solo perché nel mio palazzo l'aria condizionata funziona a singhiozzo". Lui non se ne era accorto, gli sembrava che la temperatura fosse tutto sommato gradevole, ma non si sarebbe lasciato scappare quel punto a suo favore. Anzi, se se ne fosse accorto prima, per allora sarebbero già stati al sicuro nel suo appartamento.
"Mi sembra un'ottima motivazione, che sottoscrivo. Posso aiutarti a preparare le tue cose?". Diede un'occhiata in giro per capire che cosa sarebbe potuto servirle con un preavviso tanto limitato. Non importava, il resto avrebbero potuto comprarlo.
Lei fermò il suo febbrile desiderio di mettersi all'opera appoggiando una mano sulla sua. "Ma c'è una cosa che devi sapere, prima".
"Non mi farebbe cambiare idea nemmeno la confessione di un omicidio, ti avverto".
Gli strinse la mano con più energia. "So che ne saresti entusiasta, ma non si tratta di quello". Si predispose ad ascoltarla attentamente, perché intuì che doveva trattarsi di qualcosa di importante.
"È vero che non vado molto fiera di me stessa per come mi sono comportata, ma voglio che tu sappia che Josh non fa parte dell'ampio quadro che mi hai riassunto al parco. L'ho lasciato subito dopo Los Angeles".

E subito dopo quella formidabile uscita, si alzò in piedi a fatica e scomparve nella camera da letto, dove la sentì aprire e chiudere cassetti e armadi in rapida progressione. Lui rimase immobile e attonito a chiedersi se il motivo per cui avesse voluto precisare una cosa del genere, tra tutte quelle su cui avrebbe potuto soffermarsi, dovesse significare qualcosa per lui. O per loro. Ma non osò correre troppo avanti con il pensiero, perché lo aveva già fatto e si era trovato con le ali carbonizzate. Meglio rimanere cauti e non volare troppo in alto con la fantasia. Doveva onorare la sua promessa di rimetterla in forma e lo avrebbe fatto senza risparmiarsi. Come faceva sempre, quando lei era coinvolta. E anche se era ancora arrabbiato, da qualche parte dentro di lui.