XVI

"DOLORE"

-"Su, è ora di alzarti da questo letto!"-

Andrea tirò le tende ed un pallido sole autunnale rischiarò tutta la stanza.
Jessie sprofondò col capo sotto le coperte, rannicchiandosi in posizione fetale, nell'estremo tentativo di innalzare nuovamente una barriera fra lei e il mondo esterno.

-"Hershel ha detto che sei guarita, quindi nessuna scusa, ti voglio in piedi adesso!"- ordinò l'amica, mentre imperterrita tirava via il plaid dal letto.

Sospirò.
Più che il dolore fisico, ormai del tutto rimarginato, quello che le faceva male era il senso di vergogna.
Si sentiva sporca, indegna, colpevole in qualche modo.
Quella bestia di Deacon, aveva violato molto di più del suo corpo: era riuscito a devastare la sua femminilità!
Per la prima volta nella vita, era fragile, impotente, terrorizzata.
Adesso sapeva cosa si provava a trovarsi in balia di qualcuno, che detiene potere di vita e di morte su di te.
Ricordava ben poco dei particolari, vista la mente offuscata dalla droga, ma la sensazione di essere stata come marchiata, in modo indelebile, da una sorta di lettera scarlatta, non l'abbandonava un attimo.
Uscire da quella stanza, significava affrontare altri esseri umani che quel segno lo vedevano e come!
I loro sguardi pietosi si sarebbero accaniti su di lei, sul suo corpo, e non riusciva a sopportare il biasimo, le frasi fatte, i sorrisi finti che avrebbe dovuto elargire,continuando invece a morire dentro.

-"Andrea ti prego..."-
-"No Jessie, sono dieci giorni che sei murata viva qui, al buio e da sola. Non ti lascerò passare un minuto di più così. Devi reagire. O vuoi che ti compatisca come tutti gli altri?"-

L'avvocato aveva ragione.
Se lei per prima si comportava come una vittima sacrificale, non poteva di certo pretendere che il resto del gruppo soprasedesse.
Doveva farsi forza.
Adesso c'era da combattere la battaglia più dura.

-"Brava. Ti ho portato dei vestiti puliti. Quando sei pronta, voglio che tu venga giù a fare colazione"-
-"Ok"-

La bionda l'abbracciò.
Nella sua carriera le era capitato di seguire diversi casi di stupro ed in minima parte, provava a mettere a frutto la sua esperienza per scuoterla dalla comprensibile depressione in cui era sprofondata

-"Daryl è di sotto.."- azzardò subito dopo
-"No"-
-"Jessie ascolta"-
-"Ho detto no! Non sono pronta… Tutti ma non lui… Non ancora"-
-"Capisco che sia difficile. Ma credimi lo conosco da più tempo di te e ti dico che sta soffrendo come un cane. Non ha passato un solo giorno senza chiedere di vederti e la notte sembra un'anima in pena mentre si aggira sotto questa finestra… Prima o poi dovrete parlare"-

Già, ma meglio poi.
Ora doveva fare un passo alla volta e si sentiva troppo confusa.

-"Ti prego non chiedermi questo"-
-"Va bene, gli dirò di andarsene"-sottolineò uscendo
-"Grazie"-

Il capitano fissò i vestiti sul letto ripensando agli ultimi avvenimenti. L'abbraccio liberatorio di Rick.
Gli occhi paterni di Hershel mentre le prestava soccorso.
La discrezione di Patricia a cui aveva affidato il delicato compito di metterle dei punti di sutura nelle parti intime, lacerate dalla brutalità di quella bestia.
La silenziosa risolutezza con cui Maggie, le aveva fatto prendere delle medicine, per scongiurare l'eventualità di una gravidanza.
Non era stato lasciato nulla al caso dalla famiglia Green ed in un certo senso l'affetto e l'affiatamento con cui si erano prodigati, le avevano ricordato i suoi. Jessie si sorprese a pensare, che in fondo a loro era toccata la sorte migliore. Morire significava smettere di soffrire.
Non erano stati costretti a vedere in cosa si era trasformato il mondo e da quali esseri, vivi e morti, veniva popolato.
Sperò che lo scrosciare dell'acqua sulla sua pelle, portasse via quelle tristi visioni dalla sua testa e il marciume dal suo cuore.
A Fort Benning, le avevano insegnato che per entrare a far parte dei corpi speciali, doveva pensare a se stessa prima come soldato e poi come donna.
Sarebbe potuto succedere comunque.
In prima linea, l'eventualità di essere fatta prigioniera e stuprata dal nemico, risultava piuttosto alta.
Uno speciale team di psicologi, istituito dal Dipartimento della difesa, una volta all'anno, organizzava corsi di supporto, in cui veniva insegnato al personale femminile ad affrontare un'eventualità del genere.
Purtroppo come sempre accade, una cosa sono le chiacchiere della teoria, un'altra i fatti della pratica.
Fissò la sua immagine nello specchio, ma non riconobbe il suo riflesso.
Chi era costei il cui viso veniva solcato da tante lacrime? Che sobbalzava adesso ad ogni minimo rumore nella notte? Che si vergognava ad alzare lo sguardo in presenza di altri esseri umani? Costretta ad essere accudita e curata come la più fragile delle creature viventi...
Scagliò violento un pugno contro quella sconosciuta.
Lo specchio andò in frantumi. Come la sua anima.
Si inginocchiò piangendo ancora calde lacrime di disperazione.
Afferrò una fra le schegge più affilate e la portò al suo povero collo, già martoriato, all'altezza della giugulare: una minima pressione e tutto sarebbe finito.
Chiuse gli occhi, ma l'eco di un tempo lontano le risuonò nella mente

-"Un ufficiale resta sempre un ufficiale, in qualsiasi momento, non si lascia mai trasportare da sentimenti personali"-

Il ricordo del suo amato generale che le impartiva la lezione fondamentale di un soldato, mentre appuntava le stellette e le affidava il comando della sua prima missione, fermò la sua mano.
Anche adesso in questo gruppo c'erano persone che contavano su di lei. Sulla sua esperienza. Sulle sue capacità in combattimento.
Era suo preciso dovere aiutarle e proteggerle, come non era accaduto con i suoi uomini e la sua famiglia.
Adesso conosceva il nemico e poteva fare la differenza.
Riaprì gli occhi e corresse la mira usando la scheggia come un grosso rasoio. Intere ciocche di capelli caddero ai suoi piedi e lei tornò ad essere semplicemente quella che era stata prima di questa apocalisse: capitano Jones, ranger dell'esercito americano!


Daryl passeggiava nervosamente sul patio, quando Andrea lo raggiunse. Scosse la testa rispondendo così alla sua domanda.
Come suo solito, lui agì d'impulso provando ad entrare in casa, ma l'ex avvocato gli sbarrò il passo

-"Cosa pensi di fare?"-
-"Fatti da parte, ora basta, devo assolutamente vederla"-
-"Peggiorerai solo la situazione"-

Ma lui cocciuto, ancora una volta la spinse via

-"Non costringermi a chiamare Shane..."-
-"ah si... l'angelo della verità… Della salvezza"-
-"Non stiamo parlando di questo… Non rendere tutto più difficile… Tu non c'eri, maledizione…"-

Quest'ultima frase calò come una scure sulla coscienza già dilaniata dell' arciere, acuendo ancora di più, tutti i suoi sensi di colpa.
Lasciò andare la maniglia, richiudendo la porta

-"Non hai visto come era ridotta quando Rick l'ha portata qui… Beh io sì invece e posso immaginare solo lontanamente quello che ha passato… Al posto suo probabilmente sarei uscita fuori di senno!"-

Andrea rigirava il coltello nella ferita, ferocemente.
Daryl voltò le spalle e fece per andarsene, ma lei prontamente continuò

-"Quel bastardo di tuo fratello l'ha legata, picchiata, torturata, violentata"-
-"Smettila!"-urlò furioso
-"Sì violentata, violentata Cristo, Daryl… In modo talmente brutale che sanguinava ancora quando è arrivata!"-
-"Ho detto basta, stupida puttana!"-

L'arciere si fiondò rabbioso su di lei, afferrandola e spingendola con forza contro le assi di legno.
Andrea affrontò senza paura il suo sguardo per poi aggiungere:

-"E' questo che farai, quando la incontrerai?… Quando i suoi occhi ti incolperanno di non esserci stato. Quando ogni sua ferita ti ricorderà di non averla salvata… E questo che le dirai… che è una puttana mentre alzerai anche tu le mani su di lei?"-

L'uomo lasciò la presa sconvolto e fece un passo indietro sussurrando un 'no' carico di dolore. Non le avrebbe mai fatto del male…

-"Come pensi di poterla aiutare se tu per primo non riesci ad accettare quello che le è successo?"-

Un lungo silenzio calmò gli animi di entrambi.

-Scusa…- aggiunse, prima di voltare le spalle e correre via.

Aveva sentito le lacrime agli occhi ancora una volta, ma si sarebbe fatto uccidere piuttosto che lasciarsi vedere così da qualcuno del gruppo.
Si portò alla sua tenda, mentre sfogava la rabbia prendendo a pugni un albero, tanto violentemente da ferirsi la pelle delle mani.
Andrea era nel giusto.
Non riusciva ad accettare che un altro uomo avesse posseduto la sua donna, seppur contro la sua volontà e non si dava pace al pensiero che a farlo fosse stato proprio suo fratello!
Ma chi ci sarebbe riuscito al posto suo?
Non si perdonava di averla lasciata sola di fronte ad un pericolo più grande e più forte di lei.
Non si era fidato del suo istinto, non aveva prestato attenzione ai sui sospetti, accecato com'era dal suo passato.
L'aveva costretta a lasciare il gruppo facendo leva sul forte sentimento che li univa.
Lei invocava disperata il suo nome mentre lui coglieva fiori!
Questi pensieri correvano veloci mentre continuava ad infliggersi dolore, scorticando la carne viva contro la ruvida corteccia.
Mortificava il suo corpo, proprio come faceva suo padre quando, piccolissimo, gli insegnava l'obbedienza a suon di frustate.
D'altronde non aveva altro per far cessare l'assordante rumore della sua coscienza, né whisky né droga…
Se solo non avesse consegnato tutta la personale scorta di barbiturici di Merle nelle mani di Dale quel giorno in autostrada… Forse avrebbe potuto così trovare un po' di pace, sprofondando nell'irrealtà o nel sonno.
O forse avrebbe trovato il coraggio di gettarsi nudo, oltre i confini della fattoria, fra le fauci di quei mostri che si aggirano indisturbati per la strada. Passare da cacciatore a preda.
Come sarebbe stato sentire i loro denti affondare nella carne?
Avrebbe urlato mentre i suoi possenti muscoli venivano strappati via? Sarebbe svenuto alla vista delle sue viscere masticate o del suo stomaco azzannato?
Gli zombie non pensano, non hanno sentimenti.
Solo fame. Sempre fame.
Esseri in un costante stato di incoscienza, che si aggirano solitari nella notte perenne dell'anima.
Questa poteva essere una soluzione, per sfuggire al dolore del disprezzo della donna che, ora ne era certo, amava più della sua stessa vita!


Carol aveva preso il coraggio a due mani e si era recata alla tenda di Daryl. Era molto preoccupata per lui.
Tutti lo trattavano alla stregua di un delinquente, ma lei sapeva quanto sono pericolosi i sensi di colpa.
Dopo la morte di sua figlia aveva rischiato di rimanerne seppellita ed era stato proprio l'arciere, con la sua presa di posizione, a scuoterla, a darle speranza. In realtà era sempre stata invaghita di lui. Della sua forza, del suo coraggio, della sua bontà nascosta sotto la scorza da duro.
Il ricordo più bello di questa apocalisse, rimaneva racchiuso fra i petali di una rosa Cherokee, che conservava gelosamente essiccata fra le pagine di una vecchia Bibbia, trovata in una chiesa, proprio mentre cercavano tracce di Sofia.
Ogni tanto amava riaprire il libro sacro, ma non per pregare, solo per accarezzare quel fiore e ricordare il giorno in cui lui glielo donò.
Quando le raccontò la leggenda delle lacrime delle madri indiane.
Anche lei era stata madre. Anche lei aveva pianto.
Prima per sua figlia, poi il per suo amore.
Lui l' aveva tenuta fra le braccia una sola volta, per impedirle di riunirsi alla sua bambina e divenire lei stessa una walker.
Troppe tristi e dolorose vicende, avevano impedito a quel sentimento di sbocciare.
Poi era arrivata Jessie e tutto era cambiato.
Lo aveva intuito fin dal loro primo sguardo e si era fatta da parte, tornando ad essere per lui null'altro che un'ombra.
Ma non ce l'aveva col soldato, non più almeno, dopo averla vista arrivare così debole ed in difesa, vittima di un uomo, proprio come lo era sempre stata lei. Jessie era bella, giovane, in gamba, aveva capito di non avere speranze.
Gli ultimi accadimenti però, dimostravano che tutto sommato era null'altro che una donna.
Doveva uscire allo scoperto adesso, Daryl aveva bisogno di lei.
Perché lo conosceva meglio di chiunque altro e lo capiva come l'altra non avrebbe saputo fare mai.
Era pronta a tutto: insulti, voce grossa o silenzi forzati.
Stavolta però, quando arrivò alla sua tenda e lo trovò disteso in terra delirante, non riuscì a trattenersi dal cacciare un urlo di spavento.

-" Mio Dio che succede..."-

L'uomo vaneggiava di lupi, di Merle, di zombie e volpi che corrono.
Gli toccò la fronte, scottava tremendamente.
L'arciere sudava freddo, scosso da brividi.
Corse in casa a chiedere aiuto ed Hershel arrivò poco dopo, accompagnato da Rick

-"Presto ha le convulsioni"-

Il padrone di casa coadiuvato dal capo, provava a tenere fermo il ribelle del gruppo

-"Ma che diavolo è..."-e così dicendo gli strappò la camicia macchiata da dello strano liquido giallastro
-"Se le è procurata nello scontro con Deacon, mi aveva detto che era solo un graffio"-
-"Questo stupido idiota si è ricucito la ferita da solo tanto maldestramente da farla infettare, ecco perché ha la febbre così alta e sta male...presto Rick dammi il coltello..."-
-"Che vuoi fare?"-
-"Tienilo fermo"-
-"Carol aiutami"-

La donna assisteva sconvolta.
Il fattore usò la lama per tagliare quei punti di sutura, poi infilò le dita nella ferita, che emanava un odore poco piacevole.

-"Devo far uscire tutto il pus. Se l'infezione si propaga al rene o al fegato, non basteranno tutti gli antibiotici che abbiamo per salvarlo"-

Il terrore si dipinse sul volto della casalinga.
Sapeva che lui si sarebbe chiuso in se stesso, ma addirittura evitare di farsi medicare una ferita, risultava da pazzi.

-"Presto giralo sul lato ed ora state pronti a bloccarlo"-

Hershel premette forte sul taglio.
Un indicibile dolore scosse il corpo dell'uomo che reagì provando a divincolarsi.
Una parte del liquido infetto venne fuori, ma il veterinario dovette reincidere la ferita per liberarla del tutto.
Daryl urlò, svenendo definitivamente.

-"Meglio così… Ora dobbiamo portarlo in casa. Devo disinfettare e ricucire. Ed ha bisogno delle medicine o la febbre non scenderà"-


Un paio di giorni a riposo assoluto, gli antibiotici e le attente cure di Carol, sommate alla forte fibra dell' arciere, l'avevano ricondotto sulla via della guarigione.
Daryl fissava il soffitto della stanza, sentendosi ancora un po' debole, ma tutto sommato il pericolo era passato.
Durante quel tempo, alterato da uno stato di dormiveglia, non aveva fatto altro che invocare il nome di Jessie e quando stamattina si era svegliato mano nella mano di una donna, la speranza che il suo desiderio fosse stato esaudito, aveva rischiarato i suoi sensi.
Ma la lucidità mentale aveva rivelato la dura realtà: c'era un altra al suo capezzale.
Carol lo aveva vegliato per tutto il tempo, mentre il soldato non si era nemmeno avvicinata alla stanza, chiaro segno di quanto lo detestasse adesso.
La porta si aprì e richiuse gli occhi.
Chiunque fosse stava disturbando.
Non vedeva l'ora di tornare alla sua tenda per starsene da solo.
Sia chiaro, era grato a tutti per avergli salvato la vita, ma ora più che mai sentiva di non far più parte di quella famiglia.
Udì dei passi lievi e il letto si piegò sotto il peso di un corpo.
Poi accade qualcosa di inaspettato.
Due labbra si avvicinarono timide e per un attimo credette che la sua donna fosse tornata.
Appassionatamente dischiuse le sue per poi accorgersi subito dopo che quella bocca aveva un sapore nuovo e sconosciuto.
Stava assaggiando la timidezza, la dolcezza, la confusione di un'altra.
Daryl aprì gli occhi e si scostò bruscamente.
C'era Carol sopra di lui e ora lo guardava imbarazzata.

-"Che cazzo stai facendo?"-ma si morse la lingua per non ferirla

Doveva a lei se respirava ancora.
Al suo affetto, alla dedizione dimostrata non lasciandolo solo nemmeno per un attimo

-"Io… Io… Credevo dormissi"-rispose arrossendo
-"Non più"-le disse, dandogli le spalle
-"E' questo che farai? Ti volterai ancora una volta dall'altro lato per non vedere? Per far finta di non capire?"-

La voce della donna fu rotta dall'emozione.
L'arciere si risollevò, vincendo la sua solita riservatezza

-"Ti sono grato per esserti sempre presa cura di me e per il tuo affetto. Sei importante ma non posso darti quello che cerchi."-

Lei tentò di nascondere le lacrime sentendosi una ragazzina sciocca

-"Meriti un uomo migliore"-
-"Non voglio nessun uomo migliore…"- Gli urlò senza sapere nemmeno da dove gli fossero uscite quelle parole
-"E' la mia dannazione. Far soffrire sempre chi mi ama"-
-"Non dire così"-
-"Carol io ti voglio bene sul serio, ma quello che sento per Jessie va al di là di ogni mia stessa comprensione. Mi è entrata dentro con una forza tale che sento di non riuscire più nemmeno a respirare senza di lei. Se la perdo, diventerò nulla di più di uno di quegli esseri la fuori"-

Solo a lei avrebbe potuto fare quella confessione.
L'aveva sempre sentita vicina, unita a lui da un intimo dolore, un passato comune.
Carol sospirò, sentendosi però in un certo senso, sollevata.
Ora sapeva la verità e poteva mettersi finalmente l'animo di pace.

-"E non permettere che accada. Va da lei e diglielo!"-
-"Se solo potessi..."-
-"E' nelle scuderie adesso"-
-"Cosa?"-
-"Si, l'ho vista io stessa"-

L'uomo scivolò dal letto seminudo, vestendosi in fretta sotto gli occhi ancora carichi di desiderio della donna.
Un ritrovato vigore lo spinse a correre fuori, sebbene ancora claudicante.
Ma prima di uscire da quella stanza abbracciò la sua amica e fu lui stavolta a posare un ultimo lieve bacio sulle sue labbra.

-"Sei meravigliosa. Non permettere mai più a nessuno di dire il contrario"-


E lì la trovò, nelle scuderie.
In piedi accanto ad un cavallo bianco cui carezzava la criniera.
Stentò a riconoscerla: i capelli corti poco sotto l'orecchio, un viso pallido ed emaciato, la facevano apparire tanto fragile

-"Jessie"-

Quel richiamo le arrivò dritto al cuore.
Ma lei non si voltò.
Fu solo quando lo sentì avvicinarsi che alzò lo sguardo.
Istintivamente si portò la mano collo, per coprire la vasta cicatrice tenuta scoperta dalla canottiera che indossava.
Hershel le aveva detto che gli altri segni sarebbero spariti col tempo, tranne quella. Doveva imparare a conviverci.
Quel gesto dettato dal residuo di una vanità puramente femminile, intenerì l'arciere.
Avrebbe voluto stringerla fra le braccia e si mosse verso di lei, che invece indietreggiò impaurita.
Fissò la sua mano, istintivamente portata a stringere il manico del coltello al suo fianco.
Questo è quello che aveva fatto Deacon: li aveva annientati!
Abbassò lo sguardo senza più trovare la forza di dire nulla, c'era una distanza incolmabile a dividerli ormai.
Stettero così in silenzio per un tempo indefinito, finché fu lei a parlare

-"Daryl..."- e lui puntò il blu dei suoi occhi-"...non è stata colpa tua!"-
-"Cosa posso fare…"-Le sussurrò - "ti prego dimmi solo cosa..."-
-"Nulla. Nessuno può fare niente… Voglio solo che tu sappia che non ce l'ho con te. Ma ora… Non lo so…non so più niente, non so nemmeno più chi sono e ho bisogno di stare da sola…"- mentì

Jessica non avrebbe voluto piangere.
Ma ormai le lacrime venivano giù da sole, nei momenti più disparati delle sue giornate.
Forse volevano vendicarsi di tutte le volte che in passato le aveva ricacciate indietro, per non sembrare debole agli occhi dei suoi uomini o di questo gruppo.
L'arciere sentiva su di sé il dolore della sua donna e si sarebbe gettato nel fuoco se fosse servito a non vederla soffrire così.
Acconsentì con un lieve gesto della testa

-"Come vuoi tu"-

Lei si voltò guadagnando l'uscita, ma ancora una volta la voce dell'uomo la bloccò

-" Io ti aspetterò… Si aspetterò tutto il tempo che ci vorrà, anche il resto della vita se necessario..."-

Poi inspirò profondamente.

Aveva affrontato ogni sorta di pericolo, sfuggendo mille e più volte alla morte, ma gli sembrò nulla di fronte al coraggio che ci volle per far ciò che stava per fare.
O meglio, per dirle ciò che stava per dire.
Quelle parole che mai aveva pronunciato in vita sua.

-"Jessie...IO TI AMO!"-