When Tears Roll Down
Il Cairo, Egitto
Novembre 2011
–Molto bene. Quindi questo è il pezzo mancante?
–Sì. Direi che combacia perfettamente… dalle foto che hai mandato. Perché non hai portato qui quello che avevamo già trovato, per fare la prova?
–Non ce l'ho più. Mi serviva… per qualcos'altro.
Uno sguardo sospettoso. –Non mi dirai che l'hai usata per qualcosa di personale? Proprio tu… una cosa simile?
–Non dartene pensiero. In ogni modo, così abbiamo recuperato completamente la quinta. Una preoccupazione di meno.
–Le preoccupazioni non saranno finite finché non avremo localizzato l'ultima, e lo sai bene. Purtroppo stiamo facendo un buco nell'acqua dopo l'altro. Sembra sparita senza lasciare traccia… sappiamo solo che probabilmente è stata consegnata ad un amico. Ma non ci sono appunti né altro che possano portare a quest'amico. Non sappiamo niente di lui.
–A parte, naturalmente, che se è ancora in circolazione diventa il pericolo numero uno. Proprio per questo sto facendo indagare in tutto il mondo sui nomi che ci sono già noti… compresi i minimi sospetti. Nel momento in cui uno di loro dovesse fare una mossa falsa, sarò là il più velocemente possibile. Io piuttosto mi concentrerei su qualcos'altro, adesso.
–Cioè?
–Hai pensato che stiamo dando la caccia da tanti anni solo a dei frammenti… mentre il grosso potrebbe ancora essere nascosto da qualche parte? E se qualcuno pensasse di ricavarne degli altri esemplari dall'originale? Ho già mandato una squadra investigativa a fare ricerche in proposito.
–Intendi dire…
–Sì, là… secondo le informazioni che abbiamo. Però non è da escludere che non trovino niente dopo tanto tempo. D'altra parte, non è neanche da escludere che il corpo estraneo di cui ci ha informato il nostro amico sia l'unico. Potrebbe saltarne fuori un altro da qualsiasi parte del mondo.
–E quindi cosa vorresti fare? Controllare in tutti i siti dove ci siano stati degli schianti? Va bene che abbiamo dei mezzi considerevoli, ma questo mi sembrerebbe troppo perfino per noi. E comunque ci metteremmo anni.
–Potremmo semplificarci il lavoro… prestare attenzione dapprima alle storie di UFO o fenomeni paranormali d'altro genere. Ma hai ragione, sarebbe lo stesso un'impresa troppo lunga e sfiancante. Perciò sto pensando di affrontare il problema da un altro punto di vista. In fondo, certe cose si sistemano in un certo modo. Ho incaricato i nostri laboratori medici di studiare se è possibile un…
Il cellulare trillò interrompendo il discorso.
–Scusa, Josuke. È il numero delle emergenze. Riprendiamo il discorso dopo.
Jotaro fece scattare il telefonino rispondendo senza dire neanche «pronto» e ascoltò in silenzio totale il messaggio dell'interlocutore. La faccia gli si fece scura come il giovane zio non l'aveva mai vista. Poi riagganciò altrettanto di colpo senza salutare.
–A quanto pare– commentò reciso –mentre noi parlavamo uno di quelli che sorvegliavo ha già fatto la sua mossa. E non era neanche quello che consideravo più pericoloso, tutto sommato. Evidentemente mi sbagliavo. Devo andare, Josuke. Subito. Prenotami il primo volo per Miami, non importa a che prezzo. Credo proprio di essere stato sfidato.
–È qualcosa di tanto urgente?…
–Anche di più. Ha coinvolto qualcuno che non avrebbe mai dovuto venire a sapere di questa storia… e quando avrò finito con lui, desidererà non averla mai toccata!
Lunedì, 13 aprile 2020
Un attimo dopo
–PAPÀ!
–NONNO!
–Jotaro! PERCHÉ NON HAI FERMATO IL TEMPO?
Il festeggiato era crollato sul tavolo senza un rumore. Tutti intorno erano balzati in piedi e il personale del ristorante si era affollato bloccando la visuale e la strada. Sembrava quasi, stranamente, che nella sala fosse calato il buio. Tra gli strilli degli altri clienti, Jotaro cercò di farsi largo verso il nonno.
Trovò Josuke chino su di lui, che cercava di sollevarlo. Il vecchio aveva un buco nettissimo nel petto che glielo passava da parte a parte, gli occhi chiusi ma nessun dolore o sgomento nell'espressione del volto. Era semplicemente come se si fosse addormentato. E neanche una goccia di sangue. Questa era la cosa più notevole. Qualcuno con una ferita del genere avrebbe dovuto perdere LITRI di sangue, no? Invece il foro nero era asciutto come se fosse stato praticato a un fantoccio. A parte essere DECISAMENTE troppo grande per provenire da una pallottola. Non era stato un attacco normale.
–Nessuno ha visto dov'è andato il tipo con la pistola?
Josuke aveva le sopracciglia aggrottate, evidentemente sotto sforzo fissando intensamente il volto del padre. Gli teneva la mano contratta sulla ferita e sembrava più agitato ad ogni istante che passava. –Non funziona… sto cercando di curarlo ma non funziona! Cosa vuol dire? È GIÀ morto?… SUL COLPO?…
Holly si premette violentemente le mani sulla bocca. Il cuore si era senza dubbio fermato. Anche il respiro. Pareva che non ci fosse davvero più niente da fare. Ma Jotaro, dopo aver controllato, restava calmo. –No, Josuke. Pensa. Anche se fosse morto, il tuo potere avrebbe dovuto quantomeno eliminare i SEGNI della ferita. Se non c'è riuscito è perché NON FUNZIONA. Come non funziona il mio. Per questo non sono riuscito a fermare l'assassino.
Le grida si spensero in un mormorio. Gli altri presenti si esaminarono le mani sbalorditi. Shizuka raccolse una forchetta dal tavolo e la fissò concentrandosi per un attimo. –È vero– confermò. –Neanch'io riesco ad attivare il mio.
–Chiunque sia stato… ha eliminato la possibilità che lo fermassimo. Ma perché colpire solo il vecchio, se aveva questa capacità? Perché non buttare una bomba in mezzo alla sala e ucciderci tutti?
–Jotaro! Vuoi SMETTERLA di chiacchierare come se niente fosse? Tuo nonno è…
–Non possiamo esserne certi.– Guardandosi in giro, Jotaro fermò le proteste di Josuke con la mano. –Anch'io… una volta è capitato che sembrassi morto a causa di un attacco, eppure sono ancora qui. E anche al vecchio non è certo la prima volta che capita. Potrebbe essere solo una conseguenza dell'attacco. E l'apparenza può ingannare. Dobbiamo inseguire quello che gli ha sparato e costringerlo a dirci cosa è successo.
–Allora vado io…– Josuke si alzò con decisione dal tavolo, solo per essere nuovamente trattenuto. –No. Qualcuno deve restare qui pronto ad assisterlo se i nostri poteri dovessero tornare. Magari è solo questione che il portatore esca dal raggio d'azione… perché quantomeno che si tratti di uno stand non ci sono dubbi. Non sarò più il ragazzino teppista di una volta, ma anche senza poteri credo di cavarmela lo stesso. Perciò io…
–Jotaro! Vuoi SMETTERLA di chiacchierare come se niente fosse? Tuo nonno è…
Josuke si bloccò. Aveva ripetuto esattamente la stessa frase senza rendersene conto? Gli sguardi dei due uomini conversero sulla figuretta della ragazza con le trecce che era avanzata a circondare con le braccia il nonno. –Jolly?…
–Zero pare, papo. Non so perché, ma a quanto pare il mio stand funziona ancora benissimo. Avevo notato che eravate agitati e ho fatto subito una scansione di sicurezza di tutti i presenti. E a quanto pare ho fatto bene. Voi fate quello che dovete fare. Al nonno ci penso io.
–Uhu. Per cui forse anch'io dovrei essere a posto. Facciamo una prova– mormorò Josh. Flettè le dita.
Un bicchiere di cristallo posato sul tavolo partì immediatamente dalla sua posizione senza che nessuno l'avesse toccato e s'infranse in mille frammenti contro il caminetto dall'altra parte della sala.
–CVD. Anche Ruby Tuesday è in piena forma– commentò tranquillo il ragazzone. –Magari il potere che vi ha prosciugato non era informato su TUTTI i membri della famiglia. Questo taglia la testa al toro. Il megafesso l'inseguo IO. Voi vecchietti statevene qui buoni buoni e fate un po' la calza, eh? Largo ai giovani!
–Josh! Tu non hai mai…– esclamò Josuke tentando di fermare il figlio.
Questo gli rivolse un ghigno monellesco che gli ricordò molto se stesso a sedici anni. –Sai che storia… per tutto c'è una prima volta, no? Tranquillo, che se no ti viene un aneurisma. Ormai hai una certa età. Okay, prima che con tutte queste chiacchiere il tipo riesca ad arrivare in Cina, qualcuno ha visto da che parte è scappato?
Holly, ancora tremante, annuì con sorpresa di tutti e puntò il dito verso l'entrata delle cucine del ristorante. Josh accennò con la testa. –Grazie mille, zietta. Tranquilla, tutto ok. Vado, torno, rimettiamo a posto il rudere e continuiamo a goderci la festa prima di subito. Sorellina, qui lascio tutto a te… quando hai finito vedi di raggiungermi, ok?
E con passo atletico saltellò in due gambate fuori dal locale.
–Josh… non ha mai combattuto prima…– mormorò titubante il padre.
–Non possiamo farci niente. Ha ragione lui. Se il nemico è dotato di stand, sarebbe un suicidio inseguirlo senza poter usare i nostri. E poi… se come credo i tuoi ragazzi hanno preso da te, non è per LORO che mi preoccuperei.
Dura anzichenò nascere in quella famiglia. Una famiglia in cui TUTTI, membri legittimi o adottivi, possiedono poteri speciali… e un passato di eroici combattimenti contro mostri assassini e creature delle tenebre di cui nessun altro è a conoscenza. Dieci a uno che non puoi crescere in modo normale in un ambiente così. Specialmente se anche tu da quando hai memoria possiedi un potere del genere. Ma d'altra parte a quanto pare le persone che ne sono dotate devono incontrarsi prima o poi… che lo vogliano oppure no. È uno strano effetto di cui nessuno conosce il motivo. Cosa attira tra di loro quelli che non sono come tutti gli altri? Il destino? La volontà di qualcuno? E se un giorno dovessero trovarsi tutti nello stesso posto, cosa succederà?
Josh Higashikata, comunque, cose del genere non se le chiedeva più di tanto. In fondo, quando cresci in modo ANORMALE sei portato a pensare che quella sia la normalità e che anormali siano gli altri. Casomai, gli rincresceva di non essere nato una generazione prima per prendere a calci qualche sedere di mostro, vampiro o consimili. Era certo che in un caso del genere avrebbe dimostrato a tutti i parenti di che pasta era fatto. Per cui, sicuro che la sorella si sarebbe presa cura del ferito… be'… la situazione lo faceva sentire alquanto GASATO!
L'uomo in divisa da cameriere sformata che stava correndo verso l'uscita secondaria dovette accorgersene quando uno schianto contro l'arco della porta gli tagliò la strada spargendo cocci ovunque. Un piatto o un bicchiere. Qualcosa di piccolo ma proiettato a una velocità tale che se l'avesse raggiunto alla testa o al petto sarebbe stato MORTALE. Si girò a fronteggiare l'autore del lancio emettendo un suono che poteva sembrare un digrigno di denti. Difficile dirlo perché la sua faccia era in ombra. Stranamente, tutte le luci della cucina erano spente. E non si vedeva neanche un cuoco o un vero cameriere in giro.
–Sarei un gran pitcher, eh? Vedo che hai capito l'antifona– disse tranquillamente il ragazzone avanzando con un saltello per schivare un pezzo di proiettile che gli era arrivato davanti ai piedi. –Quello era un colpo a salve d'avvertimento, diciamo. Prova di nuovo a scappare e il prossimo ti beccherà in pieno, e qui non mi mancano cose da tirarti. Non vedo la pistola che hai usato… suppongo sia la conferma che fa parte del tuo potere… ma se hai intenzione di sparare anche a me penso che scopriremo se è più veloce il mio stand o il tuo. E fino a oggi non ho mai dovuto temere confronti. Per cui cosa ne diresti di tornare indietro con me e rispondere a qualche domandina? Nonostante le apparenze sono fondamentalmente un pacifista e non mi va di picchiare nessuno se non devo.
La voce che gli rispose era roca, dall'accento strano… quasi il ringhio di un animale che in qualche modo ha imparato la lingua dell'uomo. –Tu… nessuno mi aveva parlato… di te.– Anche la posa della figura dinoccolata era strana, con la schiena curva e la testa tutta piegata da una parte. –Informazioni… incomplete… grossa seccatura.
–Che ci vuoi fare, è la vita. Allora, concili o devo farti la multa?
La sola risposta dell'uomo –se tale si poteva definire– fu sollevare una pistola grossa quanto un cannoncino mirando alla sua testa. Naturalmente, era comparsa dal nulla nel momento stesso in cui aveva iniziato ad alzare il braccio. Stranamente si vedeva benissimo anche nella penombra, come se emettesse luce propria. Era di colore dorato, decorata con un disegno a pesciolini e trasparente. Come Josh aveva pensato, doveva essere di fronte alla vera forma del suo potere.
–Okay. Nessuno può dire che tu non abbia fegato. Ma lascia che ti ripeta… difficilmente perfino il cugino Jotaro sarebbe più veloce di me.– Mise le mani sui fianchi come un pistolero che sta a sua volta per estrarre.
L'aria dietro di lui vibrò leggermente di verde. Si materializzò una figura traslucida alle sue spalle, alta perfino più di lui, di colore smeraldino. Visibile soltanto a chi possedeva capacità simili. La forma era umanoide –non tutti gli stand lo erano, ma pareva che in famiglia avessero quasi tutti la tendenza a quell'aspetto, con poche eccezioni– eppure in qualche modo innaturale nella postura e nelle proporzioni, più simile forse a un robot o un manichino. La testa aveva forma ellissoidale, senza lineamenti, solo con occhi scarlatti senza pupilla lucenti al buio, come se l'essere indossasse una maschera da cui, sul cranio, spuntavano protuberanze di forma strana, quasi metalliche nell'aspetto. Due cinturoni si incrociavano sul petto magrissimo terminando in fondine contenenti aggeggi simili a incroci tra pistole e bombolette spray, su cui teneva pronte le mani nell'identica posa del suo possessore. Ma la cosa più singolare… era che solo metà della figura era visibile. Tutto il corpo era costituito da una gigantesca SPIRALE inframmezzata da vuoti, come un disegno incompleto o il personaggio di un quadro surreale.
Era solo una delle molte forme in cui poteva manifestarsi l'energia psichica di una persona… una rappresentazione visibile della sua anima, della sua energia combattiva o come si volesse chiamarla. In ogni modo, quando ne possedevi uno… o questo possedeva te… non potevi più liberartene. Per questo, da quando per la prima volta erano state scoperte come armi in una guerra periodica e sempre rinascente tra il bene e il male, quelle bizzarre figure avevano ricevuto il nome di stand. Ciò che resiste o, forse meglio, ciò che non si allontana mai.
–Perché è proprio questa la caratteristica del mio Ruby Tuesday– finì il discorso Josh, ghignando e chinandosi a gambe larghe con sguardo da Far West. –Quando vuoi, amico. Il primo a colpire vince il duello. Se vuoi posso anche lasciarti l'onore di aprire le danze.
Era fin troppo sbruffone per essere la sua prima battaglia. Sia Jotaro che suo padre gli avrebbero detto di non sottovalutare così facilmente l'avversario prima di sapere esattamente di cosa fosse in grado. Ma si sentiva sicuro delle sue capacità. Pensava che sarebbe stata una passeggiata.
Per questo, quando l'altro accettò l'invito e sparò, rimase tanto più sorpreso di ciò che uscì dalla larga canna dell'arma dorata.
–C'è qualcosa che non va– stava dicendo nello stesso momento Jolly nella sala grande, china sulla figura del ferito. –Non riesco a richiamare i dati.
I presenti nella stanza potevano non essere in grado di usare le loro capacità paranormali al momento, ma perlomeno sapevano di non averle completamente perdute perché tutti riuscivano distintamente a vedere l'immagine rossastra che fluttuava salendo e scendendo alle spalle della ragazza. Maniac Monday, il suo stand, aveva l'aspetto di una carta da poker da cui si affacciava il busto di un buffone con una corona in testa attorno al berretto coi campanelli, e strani ricami a forma di circuito sul costume a quadri irregolari. Ai quattro angoli della carta stavano i simboli J, K, Q e la stella del joker. E tra le mani lo strano figuro non reggeva scettri o fiori, ma qualcosa di molto simile a una tastiera di computer e a un mouse di cui si serviva velocemente digitando e spostando mentre sembrava tenere sotto controllo uno schermo invisibile. Nella forma della testa e nell'espressione degli occhi verdi luminescenti ricordava moltissimo lo stand del fratello, ed anche questo era formato da una spirale che gli dava solo metà corpo… solo, in senso inverso.
–Cosa significa?– chiese Josuke chinandosi verso la figlia che sudava per lo sforzo e la concentrazione. Non ricordava di averla mai vista così tesa. Il buco nel petto del vecchio stava gradualmente SBIADENDO. Non come una ferita che guarisce, ma piuttosto come un'immagine cancellata sotto cui ce n'è un'altra. Sembrava un'ottima notizia, ma l'espressione di Jolly contraddiceva il tutto.
–Significa roba pesa, papo. Maniac Monday può fare copie di backup dello stato fisico o psichico di un individuo… e poi, in caso di necessità, RICARICARE il salvataggio precedente. Finora l'ho usato soprattutto per fare scherzi o per aiutare quando qualcuno si faceva male. Non guarisce le ferite, è ancora meglio: fa in modo che non ci siano MAI STATE. Però… in questo caso, è come se ci fosse qualcosa che mi BLOCCA. Non era mai successo prima. Il nonno non vuol tornare com'era. Non tanto il corpo quanto la mente… oppone resistenza. Il flusso è lento. Come se il sistema non volesse riaccettare i dati e reinstallarli.
–Può darsi che non abbiamo a che fare con un semplice blackout ma con un vero e proprio HACKER– commentò Jotaro con la solita freddezza. –Ha RUBATO qualcosa. Una sorta di spionaggio industriale. O di virus informatico.– Non rammentò agli altri che tempo prima gli era successo qualcosa di poco diverso… e ci aveva quasi lasciato le penne.
–Qualcuno che voleva impadronirsi dei nostri poteri? Ma in questo caso… ancora una volta, perché sparare solamente a lui? Non è certo il più potente in questa stanza.
–Sto solo facendo delle ipotesi. Forse non c'entrano i poteri. Forse è qualcosa riguardo l'annuncio che stava per farci… in questo caso, sarebbe ancor più vitale ripristinarlo al più presto possibile. Un backup fatto bene in teoria può ripristinare anche un file completamente perduto. Nel caso di Maniac Monday, forse non è lo stesso?
–Non ne ho idea– esclamò nervosamente la ragazza. –Non ho mai provato a resuscitare un morto, se è quello che intendi. In TEORIA, come dici tu, dovrei riuscirci… ma chi può dirlo? Non so neanche COSA ne uscirebbe. Non conosco NESSUNO che possa farlo. Però… questo non è un furto di files. Non avrebbe senso. È come se lottassi contro una specie di forza d'inerzia. Mi ingolfa la memoria RAM. Non posso dirlo con certezza… ma forse è lo stesso effetto che ha tolto a VOI i vostri poteri. In tal caso, abbiamo più di un nemico all'opera qui.
–Puoi verificarlo?
–Non senza interrompere la reinstallazione. Non posso operare su più di una persona per volta. E non so cosa succederebbe se mi fermassi adesso.
–Allora continua a tentare. Anche se non puoi completare il processo, perlomeno potrai tenere il nonno tra noi fino alla fine della battaglia. Nel frattempo…
–C'è dell'altro– esclamò la ragazza sollevando la testa vivacemente verso il proprio stand. Il giullare sembrava in allarme e aveva distolto lo sguardo dal monitor immaginario per puntare in una direzione ben precisa gli occhi che lampeggiavano a intermittenza come spie. –Una volta scansionato qualcuno, MM può monitorarlo costantemente. E reagisce alle minacce. Non so cosa stia succedendo esattamente, ma da qualche parte… Josh dev'essere in guai grossi!
–No, dico, è uno scherzo, vero?
C'erano poche possibilità di sbagliare. Aveva sentito uno schianto… più come di legno spezzato che di una pallottola esplosa. Il proiettile si era diretto precisamente contro la sua fronte così veloce che nessuno sarebbe riuscito a vederlo, com'era prevedibile. O meglio, QUASI nessuno. Per Josh una cosa del genere era come guardare un filmato al rallentatore. Aveva semplicemente emesso una mezza imprecazione di sorpresa e sollevato una mano. E l'oggetto si era bloccato quasi all'istante nell'aria, rimanendo come congelato a metà del suo volo.
Allo stesso tempo, il cowboy taciturno era stato centrato in pieno da un piatto di porcellana che gli si era frantumato sulla fronte, facendogli scendere un rivolo di sangue tra gli occhi. Senza che il ragazzo l'avesse nemmeno toccato. Primo scontro tra stand, un punto a zero.
–Questo è il potere di Ruby Tuesday. Agisce sull'energia cinetica e sulla percezione della velocità. Posso rallentare qualsiasi cosa fino a fermarla o accelerarla a velocità accecanti partendo da zero. Il tuo proiettile non può neanche cadere perché non gli resta abbastanza energia nemmeno per questo. Ora però me lo spieghi… CHE MI SIGNIFICA questa forma? Mi stai prendendo per i fondelli o cosa? Come cavolo funziona quella tua pistoletta?
Già, perché quella non era una pallottola… era un ammasso sferico di ROVI che non si contorcevano fermi al loro posto in aria solo perché era stata loro sottratta anche la velocità necessaria per farlo. Qualcosa di molto simile… anzi, di praticamente IDENTICO… a Hermit Purple, lo stand del nonno. A giudicare almeno dalle poche volte che Josh l'aveva visto. L'unica differenza: questi tentacoli spinosi non erano violetti ma color oro.
–Cosa fai, copi i poteri di quelli a cui spari? Mi rispondi, bastardo? Sai, dal mio punto di vista questa è l'essenza di essere sleali! E quando qualcuno è sleale, allora sì che mi ARRABBIO!
–Tears…– echeggiò roco un sussurro indistinto nella stanza, che poteva provenire o no dall'uomo in ombra.
–Cosa? Che stai dicendo?
–Tears for Fears… ricordatelo bene. È il nome di ciò che hai appena visto. Non lo vedrai una seconda volta. perché mi basterà un solo colpo del mio stand per farti fuori!
–Se c'è più di un avversario in gioco… quello che ha sparato al vecchio e quello che ci ha tolto i poteri… allora non è solo Josh ad essere in pericolo. Dobbiamo metterci in moto. Josuke, tu vai all'altra porta. Io intanto ispezionerò ogni angolo di questo posto. Gli altri si radunino al centro della stanza. Non sappiamo quando…
–Io credo di sì– mormorò inaspettatamente Shizuka.
–Cosa?
–Stand o no, sai benissimo che sono piuttosto brava a notare quando qualcosa SPARISCE, giusto? E le pareti della stanza… non le vedo più da almeno qualche minuto. Non è colpa del buio. È proprio che NON CI SONO. E non avete notato che i camerieri e il resto della gente intorno a noi… è da un po' che non emettono alcun rumore?
Tutti si voltarono stupefatti verso la ragazza. Allo stesso tempo si udì un'esclamazione soffocata provenire come da molto lontano. Josuke era scattato subito alle parole del parente, ma non era arrivato dove si era aspettato. –Per la miseria! È vero!– esclamò. –La porta… non riesco a trovarla! E neanche la parete! È come se la sala continuasse semplicemente all'infinito! Che sia soltanto un'illusione? Forse se CORRO…
–Josuke! Fermo! È pericoloso!
Ma l'avvertimento arrivò in ritardo. I passi frettolosi dell'uomo si persero nel silenzio. Tempo pochi minuti, e un altro suono di passi giunse in avvicinamento dalla direzione opposta, per concretizzarsi alla fiochissima luce in Josuke sbalordito quanto tutti gli altri che lo fissavano. –Come?… Ho corso in linea retta… ne sono sicuro… e mi sono ugualmente ritrovato qui. Questo significa…
Jotaro non rispose. Si avvicinò ad una delle figure immobili dei camerieri, prendendola per la spalla. Fece scattare un accendino e trascinò l'uomo alla luce.
Holly gettò un grido sottovoce. Il cameriere non aveva volto. La testa era una palla liscia priva di lineamenti. Guardandosi fugacemente intorno, Jotaro poté verificare che era così anche per tutti gli altri. Prima che la fiammella si spegnesse a sua volta come se qualcuno vi avesse soffiato sopra… o l'avesse cancellata.
–Bene. Quindi eravamo anche noi sotto attacco fin dall'inizio. Proprio come pensavo… l'autore di questa piccola sceneggiata ci vuole tutti. Siamo intrappolati in una specie di dimensione parallela tascabile… dove esiste solo quello che vuole lui. Non che non mi sia già successo altre volte. Se vogliamo uscirne, l'unica soluzione è trovare il portatore e pestarlo di brutto.
–Pestarlo o pestarla, prego, signor Jotaro Kujo– esclamò una voce dal nulla apparente che li circondava. Una voce inequivocabilmente femminile. –Comunque complimenti per l'analisi davvero acuta. Lei è all'altezza della sua fama. Sarà tanto più un piacere averla come avversario.
Uno strano chiarore si accese improvvisamente a poca distanza rivelando una figura che senza dubbio non c'era fino a un attimo prima. Una ragazza minuta e bruna, dall'aria totalmente inoffensiva… a parte per quel briciolo inequivocabile di pazzia negli occhi che avevano visto fin troppe volte. –Piacere. Il mio nome è Pink. E voi avete l'onore di essere le prime vittime del fantastico potere di Take On Me. Ditemi, come desiderate che vi metta in condizione di non nuocere… prima di portarvi con me a casa nella mia collezione?
–Tu SOGNI, amico– esclamò Josh a metà tra una risata e un ringhio. –Non so se l'hai notato, ma il tuo stand non può fare praticamente NIENTE contro di me… altro che abbattermi con un colpo! Qualunque cosa, anche l'arma più potente, diventa inerte se la privi del movimento… e il tuo pallottolone non fa eccezione! È lì fermo come una statua e ti assicuro che ci rimarrà finché…
Qualcosa come un CIGOLIO lo avvertì che forse avrebbe dovuto guardare meglio prima di spararle grosse. Sbatté gli occhi e fissò incredulo il grumo di rovi bloccato in aria nello stesso punto di prima. Che però NON era esattamente come prima. La FORMA era cambiata. Aveva… dei rami in più? Non era possibile che avesse spostato foglie e spine… non sarebbe dovuto essere in grado di muoversi nemmeno in minima parte. Eppure… sotto i suoi occhi, una GEMMA spuntò da una delle liane. Si spiegò e si svolse lasciando uscire una foglia di un giallo rilucente che crebbe a vista d'occhio. Altre gemme simili stavano sbocciando a ripetizione su tutta la superficie di quella cosa. Di certo NON si trattava di una semplice copia di Hermit Purple… quello stand non aveva mai avuto le foglie! E poi…
–Vedi, sfortunatamente per te– commentò la voce roca da somaro col raffreddore –Tears for Fears può CRESCERE anche senza bisogno di muoversi realmente. E tra pochi istanti sarà abbastanza grande per attaccare. Goditeli. Saranno gli ultimi momenti della tua stupida vita.
