PdV di Splinter. Terza persona.
Questo tè matcha che gli aveva regalato la sua allieva kunoichi proveniva direttamente dal Giappone. Certo, era una qualità commerciale, neanche lontanamente paragonabile a quello che aveva imparato a gustare dai suoi nonni, ma era sicuramente il migliore che si potesse sorseggiare qui a New York. Anche Leonardo l'apprezzava molto. I suoi altri figli, invece, neanche a parlarne. Troppo occidentalizzati. Per Donatello esisteva solo il caffè, e Raffaello considerava ogni infuso solo "acqua sporca". Michelangelo…
Al pensiero di suo figlio, ha posato la tazza sul piattino, con un sospiro.
Donatello era in cucina con lui, seduto al tavolo; una vistosa fasciatura cingeva il suo collo. Leonardo era appena tornato dalla camera di Mikey, portando indietro il vassoio. Il cibo di ieri era ancora intatto.
"Ancora niente?" ha chiesto Donatello.
"Niente." Leonardo ha scosso la testa affranto. "Beve solo un po' d'acqua. E non dice una parola."
Ieri avevano dovuto impedire a Raffaello di nutrire Michelangelo a forza. Questa storia doveva finire. Suo figlio era tornato a casa da cinque giorni, e non aveva toccato cibo.
"Donatello, pensi che tuo fratello possa recuperare la memoria?"
"Non lo so padre. - Ha sospirato - Non conosco i danni che le sostanze che gli hanno somministrato possono aver causato al suo cervello. Può trattarsi di una risposta autoindotta ad una forte sollecitazione neuronale così come una menomazione fisica alle vescicole sinaptiche dell'ippocampo, che inibiscono ai neurotrasmettitor-"
"In inglese o giapponese, ti prego, figlio mio."
"Sì, scusa. E' impossibile saperlo, padre. Sicuramente più giorni passano e più è probabile che la condizione sia permanente."
Una mosca, chissà come, era riuscita ad entrare in cucina. Qui, sottoterra. Ed adesso nel silenzio si sentiva ronzare intorno alla lampada gialla che pendeva nell'angolo.
"Come possiamo aiutarlo, Sensei?" Leonardo era appoggiato con le mani ed il guscio al lavandino.
"Non lo so, Leonardo."
Curioso, in questi casi quello che saprebbe come aiutare sarebbe stato proprio Michelangelo. I suoi figli apportavano il loro contributo al piccolissimo clan di cinque persone in base alle loro abilità. Leonardo con la sua formazione e la sua disciplina. Raffaello con la sua forza e la sua audacia. Donatello con la sua intelligenza e la sua inventiva. Michelangelo, Michelangelo con la sua eccezionale empatia e la sua capacità innata di risolvere tutte le tensioni emotive. Il suo figlio più piccolo avrebbe già trovato il modo per risolvere questo problema. Il suo amato Michelangelo, che ad uno sguardo superficiale poteva apparire inferiore ai suoi fratelli in quanto tremendamente sbadato, pasticcione, poco incline all'ordine, aveva invece delle capacità spirituali che lui stesso invidiava.
Quello che era sicuro, è che questo stato di cose non poteva continuare. Lui non poteva più sopportare l'idea che suo figlio fosse prigioniero in casa propria. Aveva sperato che in pochi giorni si sarebbe calmato, avrebbe capito di essere al sicuro, a casa.
Così non era stato.
Questa faccenda finisce adesso.
"Seguitemi, figli miei."
Era entrato in camera di Michelangelo. Solita scena. Il figlio minore sul letto, ad occhi chiusi.
Raffaello sulla sedia sfogliava un vecchio numero di Harley Village.
Si era seduto sul letto; Michelangelo non si era mosso, se non per un appena percepibile sussulto.
Ha ancora paura di me.
Donatello e Leonardo erano rimasti in piedi, sulla porta.
"Michelangelo, figlio mio, so che mi stai ascoltando. Ti ho parlato a lungo, in questi giorni, e so che non sono riuscito a convincerti di come stanno veramente le cose. Ma mi piace pensare che nel tuo cuore sia spuntato il seme del dubbio. Ciò mi basta. Ti chiedo scusa per come sei stato trattato in questi giorni. La paura di perderti nuovamente mi ha portato a comportarmi in modo indegno. Ma se ho sbagliato, l'ho fatto perché ti voglio bene.
Sei libero di non credermi. Sei libero di continuare a credere a ciò che preferisci, a ciò che ti fa stare meglio. Sei libero di scegliere un'altra strada, un'altra identità. Mi hai detto di chiamarti Yami? Benissimo, se è quello che ritieni sia più giusto per te.
Io posso semplicemente dirti questo. Ti ho amato sedici anni come Hamato Michelangelo, il figlio che ho allevato nel miglior modo di cui sono stato capace. Non ho potuto, o saputo, impedire che ti venisse fatto del male. In cuor mio temevo questo momento in cui il mondo avrebbe ferito i miei figli.
Adesso voglio solo che tu smetta di soffrire, che tu torni ad essere felice. Continuerò ad amarti anche se tu non volessi più essere Michelangelo. Sei libero di andare per la tua strada."
Così dicendo, ha sganciato il pesante lucchetto della catena. Michelangelo ha aperto gli occhi, stupito. Forse ha valutato per qualche istante l'idea di correre verso la porta.
"Venite, figli miei, lasciamolo tranquillo" ha detto alzandosi dal letto del figlio.
Ma sulla porta, si è girato ancora una volta ed ha aggiunto "L'unica cosa che ti chiedo, anzi di cui ti imploro, è di darci almeno il beneficio del dubbio. Prenditi qualche minuto, qualche ora o qualche giorno per vedere se questo posto a cui sei appartenuto per sedici anni ti può riportare qualche cosa alla memoria. Se così non fosse, e non vorrai più continuare a vivere con noi, sei liberissimo di lasciare questa casa. In tal caso, per la sicurezza degli altri miei figli, saremo costretti a spostarci anche noi, e non ci rivedrai mai più, se non vuoi."
Fuori dalla stanza sperava di aver fatto la cosa giusta. I suoi altri tre figli lo seguivano con la testa bassa, fiduciosi del suo giudizio. Anche Raffaello. Si auspicava di non doverli far soffrire ancora.
Poi, il suo udito finissimo, gradita conseguenza della sua mutazione, gli ha fatto sentire un suono dalla stanza di Michelangelo. Un suono bellissimo.
Il suono di un cucchiaio in una ciotola.
