Your face—it haunts my once pleasant dreams
Your voice—it chased away all the sanity in me
10.
Hermione si svegliò con uno strano sapore dolce in bocca; si sentì avvolta da un odore familiare, e quando aprì gli occhi seppe di essere a casa. Saggiò le coperte per raggomitolarvisi sotto, quando al posto di un cuscino trovò un soffice ciuffo di capelli rossi.
Si avvicinò al viso di Ron, e dopo averne respirato l'odore prese a baciarlo lievemente per svegliarlo. Il ragazzo grugnì soddisfatto, allungando un braccio per avvicinarla al petto.
La sera prima erano tornati a casa tardi, di Ginevra non si era più saputo niente ma avevano tutti liquidato l'accaduto pensando che fosse stata troppo occupata e doveva sicuramente aver perso la passaporta. L'aveva quindi accompagnata a casa, ma l'ora e il malore di Hermione lo avevano convinto a passare la notte da lei. Era rimasto sconvolto, quando la ragazza invece di tergiversare – cosa penseranno i tuoi genitori di me?- gli aveva proposto semplicemente di dormire nel suo letto. Non era da lei farsi pochi scrupoli, eppure ora sentiva finalmente la situazione in pugno. Dalla guerra ad oggi, Hermione era sempre rimasta un po' schiva e la sua riservatezza aveva spesso minato alla loro relazione. Quel cambiamento improvviso per lui significava molto; che si fosse finalmente messa il cuore in pace? Hermione gli accarezzò i capelli ancora per qualche minuto. Adorava quel contatto, adorava non svegliarsi sola nel suo letto, e soprattutto era felice di non sentire nessun peso sul cuore nell'aver agito in quel modo.
Grattastinchi saltò sul letto con uno scatto felino e venne a salutarla strofinando la fronte con la sua, e senza volerlo, quella di Ronald con la coda. Si misero a ridere e lo accarezzarono insieme, fino a che lui non richiamò l'attenzione sul fatto che era decisamente passata l'ora in cui solitamente riceveva la sua razione di cibo.
Hermione fu la prima ad alzarsi.
"Resta a letto, ti preparo qualcosa." Gli disse, sorridendo.
11.
Harry non capiva dove si fosse cacciato. Ricordava abbastanza bene di essere tornato a casa molto tardi, dato che la signora Weasley, che aveva paura per la brutta botta che aveva preso svenendo contro il mobile della cucina, aveva insistito perché restasse il più a lungo possibile. Era arrivato, aveva chiuso la porta e buttato le chiavi sul divano per andare subito a letto; in effetti, aveva dimenticato perfino di lavarsi i denti. Ricordava con certezza anche si essersi sdraiato sotto al piumone e di aver pensato che quel letto era freddo, senza Ginny. Si era anche addormentato in fretta, tutto sommato, ma poi doveva essersi perso un tasselo. Aveva appena aperto gli occhi, infatti, quando attorno a lui si delineò un'oscura radura. Il suo cuscino era diventato un masso scomodo e freddo e la sua coperta una montagna inconsistente di foglie secche. Il soffitto era scomparso assieme alle pareti, lasciando posto a un bosco dall'aspetto familiare. Gli alberi alti e fitti coprivano ogni angolo di cielo ma era notte fonda, e si sentiva solo il canto lontano di un cuculo. Si alzò appoggiandosi sui palmi, poi li strofinò sulla veste – perché indossava una veste?- e si guardò attorno infreddolito. Era convinto di essere già stato in quel posto, ma non avrebbe saputo dire quando. All'improvviso si voltò, e si mise a seguire un rumore quasi impercepibile; ogni passo gli dava un senso di déjà vu. Man mano che avanzava il rumore diventava più chiaro e diffuso, gli sembrava di ascoltarlo con le cuffiette dell'mp3 – era durato poco, il suo vecchio mp3, dato che era un retaggio di Dudley-. Ecco che gli parve di sentire con chiarezza una voce femminile soffusa e gradevole che sembrava fatta apposta per curare, rinforzare l'interlocutore. Parlava piano, carezzevole, ovattata. Harry credette di essere vittima di un muffliato; il rumore era smorzato, come quando i Ghermidori erano passati accanto a lui ed Hermione durante il viaggio alla ricerca degli Horcrux, e le loro voci seppur vicine gli apparivano lontane a causa dei sortilegi difensivi. Si sedette accanto all'origine di quel suono dolce e straziante al contempo; anche volendo, non poteva farne a meno; rimase immobile e l'ascoltò parlare, indeciso, ebbro: gli era terribilmente familiare, tanto da aprirgli uno squarcio nel cuore. Si sentì preda di una nostalgia senza fine, come quando pensava alla sua infanzia e sapeva di non poterne avere un bel ricordo; da piccolo si era sempre costruito dei ricordi con la sua famiglia. Conosceva i nonni, gli zii e i suoi genitori; erano tutti persone bellissime, nei suoi occhi di bambino; la sua mamma aveva una voce strepitosa e gli raccontava storie tutte le sere, nei suoi ricordi inventati, e il suo nonno paterno era il vecchietto più furbo di tutti. Si portò una mano al viso per scoprire che stava piangendo… e che non aveva gli occhiali. Sapeva, per un motivo inspiegabile, di essersi perso in un sogno e che quell'ambiente non era reale. Forse… forse era un ricordo seppellito? E quella voce femminile, così dolce, così suadente, era quella di sua madre? Che fosse riuscito a riaprire la porta dei ricordi di quando era un bambino piccolo? L'idea lo riempiva di euforia; sentì le bollicine della gioia solleticargli la gola e smise di piangere. Improvvisamente però il sogno gli si chiuse attorno fino a soffocarlo per poi scomparire nel buio di una porta di legno massiccio. Harry strinse le mani sul collo per liberarsi e tornare a respirare, ma non poté. Era appena stato chiuso fuori da una stanza, nella sua mente, in cui pensava di non essere mai entrato. Tentò invano di riaprirla, non seppe girare la maniglia e si svegliò di soprassalto nel suo letto, con i sudori freddi. Fece due profondi respiri, ancora disorientato; poi agguantò la sveglia per scoprire che erano già le undici e mezzo. Imprecò fra due sbadigli. Che razza di sogno, non era proprio riuscito a riposarsi.
La sera prima aveva avuto problemi ad addormentarsi perchè era preoccupato per Ginny, ma non aveva voluto dire niente per non inquietare la signora Weasley; inoltre, quella botta sulla nuca gli aveva impedito di mettersi comodo e aveva dormito malissimo; era sicuro che anche nel sogno lo avesse sentito, altrimenti non riusciva a spiegarsi il perché di un grosso sasso al posto del cuscino. Scosse la testa, quel sogno era davvero bizzarro, eppure l'idea che avesse un fondo di verità, che alla base di tutto ci fosse un nesso con il suo passato, magari a testimonianza dei tempi in cui viveva con i suoi genitori, quest'idea lo rese ottimista, combattivo, orgoglioso.
Si alzò con un gran mal di testa, frastornato ma deciso. Aveva tempo fino all'ora di pranzo, poi sarebbe dovuto andare a recuperare la lista degli incantesimi del mese di agosto. Niente vacanze estive, all'accademia degli Auror.
12.
Doveva essere pomeriggio inoltrato, quando Michael Corner apriva gli occhi dopo un sonno offuscante e senza fine; improvvisamente sentì un gran brivido di freddo e ricordò tutto, ma guardandosi attorno non vide nessuno. Preoccupato, si alzò malamente a sedere e si osservò le gambe; non aveva il coraggio di muoverle, il dolore che aveva provato gli faceva stringere i visceri al solo pensiero.
Essere nella grotta lo proteggeva sicuramente dal caldo pomeridiano, ma vi era un'umidità tale da rendere l'aria irrespirabile; desiderò con tutto se stesso trovarsi in un altro posto; sul torace imperlato di sudore pendeva un ciondolo a forma di pentagono. Lo scostò al di sopra di una spalla, come se quel peso sul petto fosse insopportabile. Dove si era cacciata Ginny?
Un rumore roccioso attirò la sua attenzione, e per la paura contrasse i muscoli delle cosce; inspiegabilmente, con suo gran sollievo, non avvertì alcuna fitta. Ginevra gli aveva aggiustato entrambe le gambe; si ritrovò a gattonare, ancora debole e ondeggiante nei movimenti, verso il bordo scheggiato che pendeva a strapiombo sul burrone; la ragazza era visibilmente occupata ma gli dava le spalle, avvolta nei suoi capelli come in uno scialle, così si avvicinò ancora di più e lei sobbalzò per lo spavento.
"Ti sei svegliato."
"Sto meglio, grazie."
"Grazie a te, sei praticamente guarito da solo, vero?" fu la sua risposta avvelenata.
Rimase un attimo in silenzio, osservandola far volteggiare un finissimo filo d'acqua lungo quasi un chilometro dal fiume che scorreva sotto di loro a una ciotola di foglie intrecciate fra le sue mani.
"E così, l'incantesimo acuminato non era per uccidermi… ti ringrazio."
Ma Ginny lo ignorò completamente.
"Ti sto parlando, potresti almeno fare finta di ascoltarmi."
La ragazza finì di riempire la ciotola – non era ancora pratica facile per lei quell'incantesimo- dopodiché con un gesto rapido e misurato che sembrava aver ripetuto una miriade di volte tirò fuori un oggetto tondeggiante dall'aria Babbana dalle pieghe dell'abito e lo accese con un pulsante.
"Cos'è?"
Lei lo osservò lampeggiare, con aria esultante, completamente distratta, e stava per alzarsi quando Michael le agguantò un polso. La bussola le cadde di mano e volò dritta giù nel burrone.
"Sei… veramente… un'idiota Corner! Come credi che farò adesso per trovare un'altra Passaporta? Non ci voleva… prima mi fai perdere quella per stamattina, poi distruggi ogni possibilità di trovarne un'altra!"
"Come facevo a sapere che un gingillo Babbano poteva dirti come trovare una Passaporta, perdiana? Dimmelo!"
"Quel gingillo l'aveva costruito mio padre!"
"Bene, cosa vuoi fare? Andare a prenderlo? Vacci!"
"Levati di torno, prima che ti affatturo!"
"Avanti, Weasley ..."
"Ho detto LEVATI! Vuoi che vada a riprenderlo? Adesso ci vado. Per la barba di Merlino, adesso scendo questo fottuto pendio… mi fratturo il collo… e saremo tutti contenti, OK?"
E senza preavviso, crollò sulle proprie ginocchia, in lacrime. Scagliò la ciotola d'acqua contro la parete in un impeto di rabbia, e il contenuto si riversò a terra scorrendo in rivoletti fino ai suoi piedi. Michael era rimasto immobile, non aveva idea di che cosa fare.
"Senti, so che è colpa mia."
Sì, lo è, pensava Ginevra infuriata fra le lacrime; non riusciva a pensare a come avrebbe fatto per ritrovare la bussola, e quel ragazzo l'aveva di nuovo messa nei guai. Inoltre non sopportava l'idea di avergli fatto un favore, quando si era ripromessa anni fa di non avere più niente a che fare con lui. Gli aveva aggiustato le gambe… avrebbe dovuto pestarci sopra finché erano ancora rotte e frantumargliele del tutto! Addio avventura, addio viaggi per il mondo, bastardo…
"Gin, ascoltami per favore." Mormorò lui, prendendole le spalle, "Scusa, sono stato uno stronzo."
Lei non riuscì a rispondergli dalla rabbia; si vergognava terribilmente di aver pianto davanti a lui, così si divincolò e si asciugò gli occhi. Michael Corner, il suo miglior nemico; il suo peggior amico. Raccolse la bacchetta e appellò la Bussola. Ancora. Ancora una volta. Strinse più forte sull'impugnatura. Niente da fare, o era rotta oppure la corrente del fiume l'aveva già portata così lontano da renderla irraggiungibile.
Si avvicinò intimamente al ragazzo e gli strappò di dosso un laccio per legarsi i capelli –con i capelli sciolti, non riusciva a pensare-; lui si lasciò sfuggire uno sbuffo ma non osò dirle niente. Temeva quel suo silenzio quasi più di una sfuriata, ma soprattutto era colpa sua se si erano cacciati in quella situazione, e lo sapeva bene; era colpa sua, anche, se lei era in quello stato e se lo era da prima di aiutarlo, perché lui sapeva di averla spinta a odiarlo molti anni prima di quel giorno. Lo sapeva e nonostante tutto ciò che aveva fatto per soffocarla, la vocina della verità era riemersa nella sua mente da quando aveva rivisto la strega; gli aveva tenuto a freno la lingua quando quella di Gin si era fatta tagliente, quando l'aveva vista e avrebbe voluto urlarle contro cosa ci facesse li, in quel momento, in quell'angolo di mondo perso, quando lui aveva fatto di tutto per dimenticarla e andare avanti, per soffocarla e farla scomparire; L'aveva ignorata, maltrattata, umiliata e rifiutata, esclusivamente per orgoglio. Quella stessa voce, per orgoglio, gli aveva impedito di stringerla al petto, di chiederle cosa fosse diventata, di accarezzarle il viso, di chiederle se anche lei sentiva quel vuoto, quel vuoto nel cuore che lei gli aveva lasciato dentro perché una voce simile è viscerale, assoluta, necessaria. Ma lui non l'aveva voluta, ed era per questo che la odiava; non si sentiva libero, libero di fare tutto quello che aveva sempre voluto. Gin era sempre stata la personificazione di quella sua voce interiore; all'inizio della loro amicizia gli era parsa così simile a lui da rimanerne incantato; fra loro c'era una coesione, un'intimità di pensiero perfetta… come due cellule dello stesso tessuto, come due parole dello stesso incantesimo. Gin era un'ancora per lui, in tutti i sensi; lo trascinava in superficie quando voleva, se ne aveva bisogno, ma erano legati in un modo tale che lei aveva in mano il potere di farlo sprofondare. Non voleva sentire quella voce quando sbagliava, voleva sbagliare e basta. Non voleva sentirla quando prendeva una strada perché se l'avesse sbagliata, almeno alla fine del viaggio l'avrebbe capito da sé; ma Gin questo non glielo avrebbe mai permesso, perché non sopportava che lui sbagliasse, non poteva permettere che si ferisse. Voleva proteggerlo, e all'inizio questo gli era parso una cosa meravigliosa. Poi aveva cominciato a sentire quella voce troppo spesso; e lei diceva cose scomode, verità che non voleva sentire, che non voleva vedere con i suoi occhi da sedicenne appassionato e ribelle. Si era allontanato da lei, semplicemente per questo. Non era capace di sopportarla, una voce così forte e così chiara. Forse nemmeno a ventun anni suonati.
"Gin".
"Stai zitto, un attimo. Senti anche tu delle voci?" Sussurrò lei, con la voce umida di pianto, strappandolo ai ricordi. Nel silenzioso cinguettio della giungla si sentivano distintamente il rumore delle cascate sottostanti… e una cupa, rozza voce maschile. Ginny stava per urlare e chiedere soccorso, ma Michael le tappò la bocca e imprigionandola in un abbraccio la costrinse a seguirlo in fondo alla grotta in silenzio. Le sussurrò di non fare alcun rumore e lei obbedì, non senza lanciargli un'occhiataccia. Un rumore di oggetti pesanti appena gettati a terra alla rinfusa la convinse che qualcuno, una decina di metri la sopra, aveva appena deciso di fare una pausa dopo una lunga camminata. Riuscì a liberarsi la bocca dalla mano del ragazzo con uno strattone, ma per il busto sarebbe stato un altro paio di maniche.
"Michael, si può sapere cosa ti passa per la testa? Ti sei del tutto rimbecillito a forza di vivere nella jungla?"
"Scema." Sussurrò di rimando, senza mollare la presa su di lei.
Le spalle fini e cosparse di lentiggini della ragazza non lo avrebbero intimidito se solo fosse stata più vestita e non fosse stata la prima donna che lui vedeva dopo mesi di vita da eremita. Non lei, non lei, non lei gridava la sua mente. Un'eco lontano cercava di ammaliarlo, proveniva dal torace o giù di lì, e diceva il contrario…
Deglutì, con il cuore rapido in petto, e la lasciò andare solo quando gli schiamazzi si furono allontanati abbastanza una decina di minuti dopo. Allora andò a riprendere la propria felpa e sfoderò la bacchetta. Se la ripulì sui pantaloni e li rattoppò con due colpi di Reparo. Richiamò più acqua dalle cascate, dalla zona sud dell'area scoscesa, quella opposta alla direzione presa dagli uomini; riempì una vasca immaginaria che galleggiava a mezz'aria.
"Non possiamo più restare qui. Partiamo tra dieci minuti." Disse, ancora occupato a rigirare la bacchetta in aria. Ginevra lo osservò fare con aria scettica.
"Chi erano?"
"Banditi."
"Maghi?"
"Sì." E cominciò a spogliarsi, un indumento alla volta, sotto lo sguardo confuso della ragazza.
"Cosa cercano?" tentò lei un'altra volta, lievemente in imbarazzo ma decisa a estorcergli informazioni. Lui sentì l'angolo della bocca incresparsi in un sorriso; era decisamente troppo curiosa. Curiosa, e preoccupata. Al solito, pensò con l'amarezza in bocca di un ricordo che lascia il segno.
"Dipende da cosa c'è da rubare… è la seconda volta che li incontro da queste parti, ed entrambe le volte mi hanno portato via tutto…"
"Potresti smetterla di…" soggiunse Ginevra, cercando di guardare altrove mentre lui restava in mutande. Si portò i capelli dietro un orecchio sbuffando.
"E tu potresti raccogliere la tua bacchetta e sorreggermi l'acqua mentre mi lavo? Mi do una sciacquata veloce perché non resisterei a mezz'ora di marcia in questo stato."
Lei non rispose, ma obbedì, e quando Michael fu sicuro che lei sostenesse la massa d'acqua di circa un metro cubo, posò la bacchetta a terra, nudo, e vi ci si immerse. L'acqua era fresca, lo rinfrancò; si muoveva lentamente al suo interno, come avvolto di una sostanza eterea; le cicatrici sulle sue gambe erano arrossate, ma non erano le uniche sul suo corpo. Ne era smisuratamente carico. Ginny non riuscì a impedirsi di sbirciare almeno una volta; l'intero corpo del ragazzo era un fascio di muscoli, ma quelle cicatrici la segnarono dentro; un tempo, avrebbe fatto di tutto, se fosse stata accanto a lui, per impedirgli di farle apparire. Erano frutto di quelle situazioni che lui voleva, in cui a decidere era la sorte, e che lei disprezzava. Per lei era impensabile gettarsi a capofitto in qualcosa che non fosse minimamente stato pensato; per lui lo era il contrario. E quelle cicatrici erano un muto ritratto del loro diverbio.
Tuttavia si ritrovò ad arrossire, a pensare a tutt'altro; perché quelle cicatrici erano sue, sue di Michael, ed erano quasi… quasi belle. Espansioni del suo carattere, della sua forza vitale, del suo coraggio e della sua intrepidità.
"Cosa mi avevi detto che facevi, di lavoro?"
"Non te l'avevo detto" le sorrise lui senza pudore, scoprendola a guardarlo. Con un ghigno soddisfatto si voltò di schiena e continuò a sorridere fra sé.
Ginny mosse la bacchetta, e in un attimo lui si ritrovò in una massa gelida che si apprestava a solidificarsi attorno al suo corpo nonostante i quaranta gradi all'ombra che vigevano nella grotta. Prese a tremare incontrollatamente, le sue labbra divennero spaventosamente viola e il suo viso pallido.
"Raccolgo legno magico e sostanze per bacchette… ora mi lasci andare, per favore?"
Con una risata, Ginevra lo avvolse in una nube di acqua calda e vapore, provocando un grido di frustrazione. Gli si avvicinò beffarda e gli fece una linguaccia; lui scoppiò a ridere e lei, non riuscì a impedirselo, rise con lui; per un tempo limitato, era stata in stretta confidenza con quel ragazzo, il tutto si era concluso in modo brusco – un brutto ricordo da spazzare via- e in quel momento erano soli in mezzo al nulla; chi avrebbe potuto dir loro qualcosa? Chi avrebbe potuto giudicarla, se fosse stata cedevole innanzi al suo stesso cuore? Gli alberi? Ginevra non volle pensarci, non volle riflettere un attimo. Lo avrebbe fatto dopo, ne era certa. Non sapeva se avrebbe rimpianto quella giornata, ma era sicura invece di una cosa… si scontravano di continuo, come presi da una strana febbre adolescenziale, incapaci di ragionare; eppure non lo avevano mai fatto, non si erano mai comportati così; lui non era mai stato così freddo e distante, e lei così spiritosa e provocante… quel loro legame, strano, ambiguo come lo era sempre stato, sembrava non essere scomparso e con esso la loro intimità reciproca.
"Brucia, per dio! Vuoi fare qualcosa? Ahi… muoviti!"
"Così impari a buttare la mia bussola giù da un dirupo." Disse lei, sciogliendo istantaneamente la bolla d'acqua e rimandandola verso il fiume. Si fermò a mezz'aria quando il ragazzo, ora seminudo, le si avvicinò rapidamente con aria fintamente bellicosa, per solleticarle i fianchi e farla cadere.
"E così, io avrei buttato giù la tua bussola?"
Si ritrovarono a terra, la bolla d'acqua esplose su di loro infradiciandoli dalla testa ai piedi, e rotolarono ridendo sul pavimento della grotta.
"Ah ... smettila ... Micki , smettila ! "
Michael la sovrastava. Non aveva mai voluto vedere quanto era bella; si limitò a fissare i suoi occhi smeraldini per qualche istante, estasiato da quello spettacolo; illuminavano l'intera grotta… ma lui fece bruscamente ritorno alla realtà. L'aveva appena chiamato Micki. Una miriade di pensieri e ricordi senza data gli affollavano la mente; e quella voce, quella voce senza tempo gli strinse la bocca dello stomaco. Non sapeva quanto l'averla allontanata da sé l'avesse poi ferita, o forse non aveva mai voluto saperlo per non danneggiare se stesso; ma non poteva permettersi di riaprire una ferita in lei che forse sanguinava ancora. Si allontanò per sedersi un po' più in là, leggermente scosso. Nel cielo passavano rapide nubi, e come da una finestra poterono osservarle tutte attraversare l'entrata della loro grotta. Michael rimase seduto a lungo, con lei accanto, senza voltarsi più a guardarla; fissava un punto vuoto all'orizzonte. Dal canto suo, Ginny non mosse più un dito. Sentiva di aver appena sprofondato entrambi i piedi in un deserto di sabbie mobili. Non stava andando nella direzione giusta, lo sapeva, e il battito frenetico del suo cuore ne era un'ulteriore conferma. Quelle risate, quel dolceamaro pizzicore al cuore erano un campanello d'allarme… non doveva aprire le porte ai ricordi felici. Inspiegabilmente, tutto il male che si erano fatti le sembrava lontano anni luce; desiderava essere in quel luogo, lo desiderava con tutto il cuore, perché lui era una persona luminosa e appassionata, perché le era proibito, e il senno l'aveva lasciato a chi il cuore non voleva seguirlo. In quelle terre, lontano da casa, lontano da Harry, non poteva soffermarsi a lungo sui suoi pensieri; agiva d'istinto, si riposava poco e bene, respirava aria nuova, saggiava la cruda realtà del mondo e se rimaneva invischiata in situazioni improbabili le affrontava di petto, anche se queste potevano significare la sua rovina. In quel momento, si sentì per la prima volta vicina ai pensieri di Michael.
"È ora di andare, sei pronto?"
Michael squadrò la ragazza che con aria risoluta gli tendeva una mano.
"Ci puoi contare."
Ginevra fece per usare la bacchetta ma fu preceduta dal ragazzo. Michael si posizionò a gambe larghe, in posizione stabile, sull'orlo del burrone e sollevò la bacchetta al di sopra del fiume.
Cominciò un complicato movimento di mani che finì per continuare con la sola bacchetta; arrancando all'indietro, i capelli spazzati sulla fronte da un vento che proveniva dal basso, prese la ragazza per l'avanbraccio e l'avvicinò a sé. L'odore del fiume riempì loro le narici e ben presto l'acqua, in un turbine alto e imponente, li raggiunse e li sollevò fino a dieci metri più sopra.
Atterrarono senza troppi danni con i piedi sul suolo, ma stavolta erano bagnati sul serio. Michael ebbe un po' di vertigini per la fatica ma tenne duro, e si voltò verso di lei, con una mano sulla fronte a mo' di visiera; la luce del Sole era bassa, aranciata, potente e s'infiltrava senza problemi fra i rami degli alberi, attingendo un colpo all'uno, un colpo all'altro dei suoi occhi scuri.
Un paio di metri più in là, completamente illuminata dal tramonto, Ginny si strizzava la chioma in una lunga, interminabile treccia bagnata. Si scambiarono uno sguardo silenzioso. Distolsero entrambi gli occhi nello stesso istante, scottati dagli stessi pensieri e dagli stessi ricordi.
"Per la miseria, guarda che spreco."
Una bracciata di legna anonima giaceva bagnata ai suoi piedi.
"Che roba è?"
"Legno magico. Quello che ho raccolto io cercando quel dannato albero per settimane in questa dannata jungla… e ora è fradicio. Quel babbeo non è stato capace di…"
"…raccoglierlo tutto quando se n'è andato? Ma ti sei fatto mettere nel sacco da un Troll?"
"Non mi sono fatto mettere nel sacco da nessuno!" ringhiò lui, scaldandosi.
"Sono stati loro a spezzarti le gambe?" chiese lei, intimorita da quello che aveva appena pensato. Lui non disse niente ma annuì, scalciando la sua merce ormai inutile giù dal dirupo.
"Chi sono, Michael?"
"Penso siano gli stessi Ghermidori che scorrazzavano per il mondo alla ricerca del tuo fidanzato durante l'Occupazione del Signore Oscuro. Non avendo più un lavoro veramente remunerativo si sono ripiegati su qualcosa che non implicasse direttamente la loro pellaccia…"
"Dubito che siano venuti qui per caso."
"..."
"Michael… ti hanno seguito?"
Lui non rispose, le piantò gli occhi addosso con rabbia e timore assieme. Ginny si avvicinò piano piano e gli posò una mano sulla guancia; lui non si mosse, ma guardò altrove, infastidito. Si vergognava di qualcosa. Ginevra non aveva idea di cosa gli fosse successo, ma di sicuro l'avrebbe messo sotto torchio e appena tornata a Londra avrebbe sottoposto il tutto a un'inchiesta del Ministero e avrebbe calcato sia con Harry che con Ron; era decisamente un lavoro da Auror. Chi erano quei ladri? E soprattutto, erano organizzati? Michael le aveva detto di essere stato braccato due volte da quegli individui e questo la convinse che non c'era niente di casuale nella loro apparizione in Brasile.
Doveva assolutamente vederci più chiaro.
"Gin." Mormorò il ragazzo, indicando con lo sguardo la sua mano. Lei si riscosse e la ritirò immediatamente. Poi gli sorrise.
"Andiamo."
Stava per fare buio, quando s'incamminarono lungo il sentiero a ritroso che portava all'accampamento dei maghi. Gin era silenziosa, fin troppo.
Michael sentiva la gola secca e non sapeva cosa dire; si era sentito così libero, fino a quel momento. Al solito lei aveva guastato tutto; camminava davanti a lui, a piedi nudi e con le sue scarpe eleganti in mano assieme alla bacchetta, mentre il vestito le scivolava addosso completamente fradicio. Le onde di quel corpo fine erano un miraggio per gli occhi; Michael cercava di guardare la strada per non inciampare in qualche pianta, ma non la smetteva di perdersi nel verde sbagliato. Gin aveva un fisico tremendamente invitante. Il mago si sporse in avanti per raggiungerla e le prese la mano. Sapeva che non poteva averla, perché non gli apparteneva e mai gli era appartenuta; non l'aveva neanche mai voluta, ma aveva bisogno di quella sua mano; non poteva farne a meno. Ignorò con determinazione lo sguardo confuso della ragazza e allungò il passo, con lo stomaco che oramai gorgogliava sonoramente.
Ginevra rise sommessamente; non si capacitava ancora della fortuna che aveva avuto. Il suo migliore amico era di nuovo con lei. Quella sua mano calda, ruvida e umida però le aveva annodato lo stomaco; aveva paura dei suoi sentimenti, del suo passato e di quello che poteva scaturirne se non imparava a trattenersi prima di oltrepassare la linea sottile su cui camminano tutti gli amici; un uomo e una donna che condividono tutto, o che l'hanno condiviso, sono destinati a una forma di collisione. Stava a lei decidere quale; non ne aveva prevista nessuna, ma stava semplicemente ignorando la sua mente; non voleva sentire ramanzine, non voleva sentirsi in colpa; era da anni che sentiva il bisogno di vuotare il sacco, spiegarsi con Michael e chi tirava i fili nell'ombra del mondo le aveva appena dato una possibilità inaspettata quanto attesa.
Arrivarono al campo, dove trovarono i ragazzi intenti a preparare da mangiare. Tia si precipitò verso la sua compagna, con ancora il cucchiaio di legno in mano, felice di ritrovarla. Era una giovane strega di colore, bella come un narciso e buona come il pane. Si erano volute bene subito, perché condividevano la stessa passione e gli stessi sogni. Ginny l'adorava; era quasi come se l'avesse conosciuta da sempre, e parlare con lei era facile, razionalizzava sempre ogni cosa e le sembrava tutto più chiaro quando poi ci ripensava da sola. La strinse a sé quando se la ritrovò addosso, un po' sorpresa e un po' no, per l'entusiasmo.
"Ginny, pensavo saresti tornata domani! Allora? Raccontami! Com'è andata a casa? Te li hanno dati quei famosi dolcetti inglesi di cui parlava tua mamma?"
"Tia…" cercò di fermarla lei, con un sorriso bieco.
"E Harry, vieni ha reagito?"
Michael le scoccò un'occhiata insofferente. Era rimasto in disparte, ma accanto a Gin fino a quell'istante. Scostò la mano dalla sua e si avvicinò agli altri per chiedere se ci fosse qualcosa da mangiare anche per loro. Si ritrovò a chiacchierare con Daniel mentre egli cucinava; era un ragazzo solare, ambizioso e gentile; parlava con voce stentorea del loro percorso e non la smetteva di fargli domande. Era sinceramente affascinato dallo stile di vita di Michael, che nonostante dicesse di essere un lavoratore stagionale trascorreva una vita da nomade in giro per i vari paesi, alla ricerca di oggetti rari e sostanze magiche. Nel frattempo, Ginny aveva trascinato la ragazza verso la loro tenda, e mentre si spogliava e si metteva dei vestiti puliti ma slavati la rimbrottava senza remore.
"Come avrei potuto immaginare che tu avessi perso la Passaporta? Insomma, Ginny… io non ti capisco… e sai qual è la parte peggiore? Non mi sembri nemmeno tanto delusa di esserti persa il compleanno del tuo fidanzato."
"Questo non è vero!" l'aggredì Ginny, che si morse il labbro subito dopo.
Era verissimo. Era talmente presa dal presente che non si era affatto preoccupata di ciò che avrebbero potuto pensare Harry e la sua famiglia di quello che le stava succedendo.
"E poi, che razza di storia è mai questa? Ti ritrovi sul ciglio di un pendio per una giornata intera con questo tipo che conosci già, insomma una possibilità su un milione… lui… chi è?"
"Tia, tu devi promettermi una cosa…"
"Gin, questo ragazzo cosa rappresenta per te?"
"Era il mio migliore amico, ma…"
"Sì, ma ora. Ora, cosa rappresenta? È una minaccia, per voi due? Per tu ed Harry?"
"Tia, non…"
"Ti teneva la mano."
"Sì. Ma anche da amici, eravamo molto intimi."
"Che cosa intendi dire?"
Ginevra dubitò per la prima volta del suo rapporto con Tia. Non perché lei fosse una persona inaffidabile o stupida ma nemmeno insensibile… semplicemente, perché non aveva mai parlato a nessuno del suo rapporto con Michael, nemmeno a Harry. Si vergognava, era ancora confusa, dopo tanti anni. L'idea che qualcuno la sapesse così fragile l'aveva sempre spaventata. Fra lei e Harry, poi, era successo tutto un po' di fretta; non le era stato così difficile avvicinarsi a lui quando con Michael avevano preso strade diverse… certo, non l'aveva scelto lei questo… ma, insomma, diamine! Cosa stava pensando? Ed era sempre stata innamorata di Harry. Di questo non aveva mai dubitato nemmeno un secondo; ma nei momenti più neri della guerra, del suo dolore, non c'erano stati né Harry né Michael. Aveva sopportato tutto da sola.
"Tia, non saprei spiegartelo a parole," cominciò, e pronunciò una frase sottovoce con la bacchetta in mano, poi "ma se vuoi posso farti leggere questo."
Una montagna di pergamene dall'aria curata, cucite da un lato in una specie di manoscritto le si materializzò in mano. La tese all'amica, con un po' di timore negli occhi. Tia lo capì immediatamente e le sorrise, cercando di rassicurarla.
"Ti prometto che non ti giudicherò."
"Grazie, amica."
"Dai, fila a mettere qualcosa sotto ai denti."
"Ne parliamo dopo, ok? Se avrai finito di leggerlo."
"Certo, ma ho una domanda. Non hai paura che te lo leggano? Non hai messo né tolto nessuna protezione."
"È un frammento del mio diario, ma lo tengo in un posto che non conosce nessuno e posso evocarlo solo io, quindi non mi è mai successo che lo leggessero. Se volevo che fosse letto, bastava farlo apparire. E viceversa." Le sorrise, prima di uscire dalla tenda.
Tia guardò l'amica andarsene con un po' d'apprensione; sentiva addosso l'inquietudine con cui la ragazza le aveva teso il diario, quasi fosse un pezzo del suo cuore. Mettersi a nudo in quel modo davanti a un'amica significava molto, e soprattutto significava che Ginny non poteva più portare quel peso da sola, e che aveva bisogno di un suo consiglio. Sperò in cuor suo che non ci fosse nulla di troppo complicato, ma vista l'espressione di quel ragazzo temeva il peggio; sembrava così forte, combattivo, e al contempo così fragile… le ricordava proprio Ginny.
