It's true, we're all a little insane.

But it's so clear,

Now that I'm unchained.

13.

Michael camminava avanti e indietro davanti alla tenda di Ginevra, dal lato opposto dell'apertura.

"Gin, ti dispiace se parliamo? No, troppo diretto… Gin, sto per riprendere il viaggio, e volevo parlarti dei Ghermidori… no, per Merlino, no!"

Strinse i pugni, frustrato. Non mi devo vergognare… non mi devo vergognare, non devo! Solo perché ho fatto un errore… oh, insomma, due volte lo stesso errore, non significa automaticamente che io sia un'idiota…

"Gin, vorrei che tu chiedessi aiuto a Londra per identificare quei banditi, è troppo pericoloso lasciarli in circolo, potrebbero prendersela con chiunque… sì, ok."

Si arrestò a metà strada, con una mano sollevata verso il nulla.

"Gin, mi dispiace per la tua bussola…" sussurrò, a mezza voce, incapace di formularlo chiaro e forte.

"Ginevra, io-" esclamò con aria indifferente, arrestandosi immediatamente alla vista di Tia seduta sulla brandina; fra le mani aveva un pacco di pergamene che lui aveva già visto tempo addietro. Quindi non ha mai smesso di scrivere, pensò. Lesse negli occhi di Tia la verità: lui non aveva il diritto di leggere, e quella ragazza non aveva idea di come impedirgli di farlo, ma più importante ancora, quelle pupille inquiete gli dicevano che nel diario di Ginevra c'era qualcosa che lui non doveva sapere. E qualcosa scattò in lui, lasciando che per l'ennesima volta agisse d'istinto, senza curarsi delle conseguenze. Niente era più importante nell'attimo presente del sapere cosa avesse avuto in mente Ginevra in quegli anni, nonostante avesse sempre sostenuto che di lei non gli importava più niente da tempo. Doveva capirla, ne aveva bisogno, voleva staccarsi da lei una volta per tutte; tuttavia temeva la verità più di ogni altra cosa. Il sangue gli andò alla testa troppo rapidamente. Così, prima che lei potesse reagire, le prese di mano il malloppo; lei mantenne la presa, e si ruppe a metà.

"Evanesco. E ora dammi il resto, se non vuoi che ti faccia del male."

"Puoi sempre provarci." L'ammonì lui, prendendo la bacchetta "non dirlo a Ginevra, te lo riporto fra un attimo e faremo come niente fosse. Affare fatto?"

"Sei un essere insulso. Ora so perché era così turbata. Spero per te che leggi in fretta, perché altrimenti corro a dirglielo. La responsabilità è tutta tua, stronzo." Ringhiò Tia, con gli occhi leggermente lucidi. Lo guardò andarsene, quei suoi occhi scuri li odiava già.

Si sentiva in colpa per non essere riuscita a fermarlo e malediva l'amica per non aver protetto il suo diario, scusandosi mentalmente per non essere stata degna di fiducia. Preparò mille e una bugie da raccontare a Ginny, ma nessuna era plausibile; si convinse che era credibile leggere tutto in un paio di giorni, non di più; ad essere onesta, aveva letto più della metà in un'ora appena; era curiosità accesa e pura, erano emozioni, era la sensazione di déjà vu, perché tutti perdono un amico, una volta nella vita. Si dispiaceva che a Ginny fosse capitato Michael. Si mordicchiò le labbra, impaziente, preoccupata, ma si rassegnò ad aspettarlo, convinta che sarebbe tornato per leggere il resto. Era praticamente impossibile che non lo facesse.

Michael si smaterializzò qualche radura più in là, dov'era stato con Ginevra appena qualche ora prima. Si sedette ai piedi di un albero, guardandosi attorno cauto, poi cominciò a leggere.

"Dal diario di Gin. M. Weasley"

A Michael: il mio amico, il mio cuore, le mie fibre e i miei nervi vitali, cui ho sempre negato tutto pur donandogli interamente me stessa.

Ho deciso –deciso?-, parlerò con te attraverso queste pagine. Non ho molta scelta, nevvero? Tu hai ricucito le tue cicatrici, hai leccato ogni ferita e te la sei data a gambe. Avrei dovuto fare lo stesso, invece mentre tu ti voltavi e correvi verso il futuro te, io sono rimasta a guardare la tua schiena, sperando che ti voltassi. Non ti sei mai più voltato; mai più.

Vorrei tanto che tu potessi leggermi, vorrei tanto spiegarti cosa sia andato a rotoli. Ma tu mi hai cancellata e scacciata via dalla tua vita, e io per te non sono più niente. Come spiegarsi perché siamo arrivati a tanto? Eravamo amici, nemmeno amanti. Due ragazzini di sedici, diciassette anni appena, con l'intero mondo davanti e un'irrefrenabile voglia di mettersi alla prova. Avrei voluto che tu mi vedessi crescere dopo la scuola. Avrei voluto averti accanto, a volte; mi sono abituata a non averti più. Ricordo l'ebbrezza che provavo in ogni attimo passato vicino a quei tuoi occhi luminosi, il tuo sorriso non sbiadisce nei miei pensieri, mi galleggia davanti invitante, e il mio cuore fa male e si arrotola palpitante su se stesso come un riccio.

Mi capita ancora di sognarti di tanto in tanto. Mi sveglio nel cuore della notte con le lacrime agli occhi; il mattino è rabbuiato e mi alzo con l'impressione che la giornata sia già morta. Se durante i miei sogni avessi davvero potuto chiarire i nostri problemi con te come desideravo ardentemente fare, ora sarei un'altra persona, e tu non mi faresti così male. Invece sei ancora qui, una ferita bruciante nella carne. Rivedo i tuoi occhi, no, non sono più gli stessi; sono quelli di quando già ti allontanavi da me. La consapevolezza di sapere che ti stavo perdendo mi uccideva, eppure tu non te ne accorgevi, il tuo volto cercava ancora di essermi caro. Ragazzo ingenuo sorridevi, e mi dicevi "ci rivediamo a settembre". L'avevo sentito, io, invece, che quell'estate ti avrebbe cambiato, e che ti avrebbe portato via da me per sempre.

È da circa un anno che ho smesso di sognarti regolarmente, ogni tanto spunti fra i miei pensieri o in una conversazione e mi catapulti in un mondo grigio al quale non voglio appartenere. Mi sento persa ogni volta e ogni volta mi fai vergognare, perché il mio cuore si era aperto per te e tu hai voltato lo sguardo altrove. Io lo sapevo che mentivi, e tu vedevi il mondo attraverso i miei occhi, eri a conoscenza di tutto, anche tu. Ero bugiarda perfino con me stessa. E tu, che non sei mai stato bravo a mentire, negavi tutto.

Perché non abbiamo parlato prima, non abbiamo agito, prima? Solo adesso so cosa eravamo, tu ed io. Quel "tu ed io" che tanto ti ha fatto crucciare e che ci ha separati in un istante, cancellando il passato così morbido e ricco, così familiare. Come un fuoco d'artificio abbiamo bruciato tutto attorno a noi e nell'arco di poco tempo non è rimasto più nulla. Si sa che le scintille non hanno vita lunga… così come abbiamo squarciato il cielo, splendenti di luce propria, siamo insulsamente ricaduti sull'asfalto e già non eravamo che polvere. Speravo di spiegarmi con te faccia a faccia, rivolevo quella luce nel tuo sguardo, la desideravo con ogni cellula del mio corpo, volevo che m'illuminasse di nuovo. Che brillasse per me come aveva già fatto. Non posso; mi fai troppo paura. Non reggerei il confronto, so che cercherei le tue mani che non mi spettano più, e leggerei nei tuoi occhi quel buio che vi ho letto mesi addietro, dopo che tutto era già finito. Finito come? Non ricordo, ah no, forse si, ehm… già. Ti ricordi, vero? Con un bacio.

Sono sempre stata fedele a me stessa. Una persona con idee semplici, chiare. Crescendo poi ho capito quanto quello che dicevo suonasse stupido nelle orecchie degli altri. A quindici anni ero una ragazza piuttosto serena, spesso mi instillavo coraggio da sola per l'inspiegabile paura che mi faceva il mondo.
Volevo fare così tante cose che mi perdevo nei miei pensieri e finivo per lasciarmi scoraggiare, schiacciata dalla mia incapacità di scegliere. Tu eri come me.

Eravamo a scuola insieme da qualche anno, non ti avevo notato. Si, certo, ti conoscevo. Ragazzo scalmanato, facevi parte di quella fetta di Hogwarts che vive per creare caos. Ti trovavi bene con i miei fratelli, infatti; io avevo Luna, la mia più grande amica. Eri bello già allora, ma io non ti guardavo. La tua pelle, tesa sullo zigomo chiaro e vellutato, una pelle di bambino, non chiamava il palmo della mia mano, e no… il tuo sorriso non mi faceva stringere il cuore. Non ancora. È con orrore che mi chiedo come reagiresti sapendo queste cose. Se solo tu potessi leggermi…

Era appena finito il quarto anno, quando ci siamo avvicinati. È stato per caso. Non ricordo con precisione quando ho cominciato a pensare che tu potessi essere un amico per me, un amico speciale. Forse era una gita a Hogsmeade, ai Tre Manici di Scopa, in cui gli amici in comune ci hanno trainato senza troppi complimenti. Tu eri là, brillavi della tua luce, e solo standoti vicino mi sono accorta di quanto ogni tua parola fosse giusta, succosa, interessante.

Abbiamo cominciato a parlare fra noi; per un paio di giorni, quando passavamo del tempo con gli amici –ora riuniti in un unico gruppo-, io e te ci siamo accostati impercettibilmente e abbiamo imparato a conoscerci. Eri un ragazzo pieno d'ideali, mi sembravi un pacco da scartare, ma ancora non ti prestavo abbastanza interesse per capire chi tu fossi veramente. Caspita, è simpatico, però. Così mi dicevo, quando la sera andavo a dormire e tra le coperte ripensavo alle giornate appena trascorse con te. E subito m'invadeva quella sensazione di essere su una nuvola, neanche fossi la persona più potente del mondo. Parlare con te… mi dava le ali per viaggiare al di là dei muri. Ogni mattone di ogni muro, un briciolo di paura che con orrore scompare dalla mia mente e la lascia libera. Tu questo eri per me; prima ancora di conoscerti bene, prima di capirti. Come ero io? A quindici anni avevo un fisico snello e fine, sapevo che i ragazzi si giravano per guardarmi, ogni tanto. Io arrossivo ma facevo sempre finta di essere una dura, una di quelle che uccidono con lo sguardo. Niente di più falso, ma questo già lo sai. Ero una ragazza con dei capelli luminosi che danzavano sulle spalle, il sorriso spontaneo che si arricciava sulle labbra come una molla senza nessun ritegno; due ciocche sempre davanti agli occhi, uno sguardo timido ma pulito e sincero. Lo stesso sguardo che ti ha fatto scappare via da me. Mi odiavo; non me lo perdono ancora adesso.

Tu avevi quei capelli che andavano in tutti i sensi, color cioccolato al latte; sembravi un istrice, qualsiasi cosa cercassi di fare per metterli a posto. Non lo sapevo, ma eri un fascio di muscoli per il Quidditch sotto quelle vesti scure, quella camicia, quella cravatta. Mi pare ancora di sentire il tuo profumo. Fa male. Lo sentivo anche solo a stare seduta accanto a te per chiacchierare fra una lezione e l'altra. Avevi sempre un maglione di troppo e le tue braccia erano calde, quanto fredde erano invece le tue mani. Arrossivi facilmente senza perdere il buon umore e senza nasconderti. Cominciavi a balbettare, se imbarazzato, e cambiavi discorso con quell'espressione strana e ridicola che mi viene in mente ora. Gli occhi ridevano e le guance erano rosse e tirate; le labbra di sbieco sui denti piccoli e regolari –miseriaccia, io ho dovuto mettere l'apparecchio per ottenere un fac simile del tuo sorriso!

Anche tu non risparmiavi i sorrisi, anzi ogni parola l'accompagnavi così. Chissà se gesticoli ancora come allora? Era una cosa terribilmente divertente vedere nei tuoi occhi quello che non riuscivi ad esprimere a parole e che cercavi invano di far intendere a gesti. Sì, mi sono affezionata a ogni dettaglio; a distanza di anni me ne ricordo ancora. Non ti vergogni, Gin! Così mi diresti, se solo… Se solo io non avessi rovinato tutto in partenza.

Così, tutto questo, io lo leggevo noi tuoi occhi. Sei stato il mio primo specchio umano: in te c'erano i miei sogni e le mie paure, in me i tuoi. Non passava giorno senza che provassi brividi nel sapere che avrei fatto una passeggiata con te e avrei potuto parlarti. Era quello che sapevamo fare meglio! Chi siamo? Da dove veniamo? Cosa faremo più tardi? Ne vale la pena? È giusto? È sbagliato? Mi piace… no, questo no. Era come gridare in una stanza vuota e sentire l'eco. Nelle stanze l'eco non esiste. Nella tua sì. Esisteva. Ero stupita dal nostro affiatamento. Mi sei piaciuto subito; eri così interessante.

Ti ricordi quel giorno che siamo finiti in punizione perché Macmillan ha fatto finta di non sapere dove fossimo quando la prof l'ha mandato a chiamarci? Mi bolle ancora il sangue! Una bella fattura non gliela toglie nessuno, se me lo trovo davanti adesso. Io avevo degli ottimi voti, ma non parlavo mai in classe. Tu invece accantonavi una pila di Deludente e Troll sul fondo del baule, ma chiedevano sempre a te di leggere i testi ad alta voce. Adoravo ascoltarti leggere ad alta voce; intonavi ogni parola con la giusta rapidità e modulavi la voce con sorprendente maestria. Ti ammiravo, e ti invidiavo. Io leggevo bene solo per me stessa, nel mio letto caldo, alla luce di una lampada soffusa nel cuore della notte. Ci piaceva anche parlare di libri, tu mi parlavi di Tolkien e io di Pullman. Ci siamo scoperti a vicenda ed eravamo colmi di gioia, di aspettative.

"Un amico, un amico vero!" Gridava il mio cuore cercando di scoppiarmi in petto.

Poi è venuta l'estate. L'ho passata a casa con la mia famiglia, ero felice, eccitata. Mille promesse nella mia testa. Con lei arrivò il mio compleanno. Era attorno al dieci settembre, se non sbaglio. Una domenica. L'abbiamo festeggiato tutti insieme, mi ricordo di essermi emozionata molto. Gli amici erano tanti, il buon cibo abbondante e i giochi divertenti. Poi, durante l'ennesima pellicola di film babbano trito e ritrito –illegale, a scuola, e fornito dai miei fratelli- io ho continuato a fare come se tu non ci fossi. Come se fossi solo uno fra i tanti. Non ho fatto nessun calcolo pensando a te. Non ho fatto nessun calcolo pensando a lui; forse, invece, pensando a lui ne ho fatti troppi. Ho baciato Dean Thomas. E tu sei diventato il mio migliore amico.

Come avrei potuto saperlo? Dimmelo. Forse dal tuo sguardo? Dal tuo sorriso, quello che rivolgevi sempre a me, solo a me? Perdonami. Ma cosa diamine sto dicendo? Non sei tu che sei sparito con una voragine al posto del cuore. Tu sei sparito, e basta. Non sei tu quello che ancora non ci dorme la notte. Io so cosa fai di notte: sogni. Oppure vai a ballare, adesso, da quando hai scoperto quanto ti piace la musica moderna… o meglio, da quando i tuoi nuovi amici te l'hanno fatta scoprire. Quello che sogna del passato, come se il tempo di mezzo, quello che ci separa adesso, non esistesse affatto, non sei tu. Quasi fosse tutto come prima... quella sono io.

Forse più che a te dovrei chiederlo a me stessa. Ginny, perdonati per le stronzate che hai fatto. Per gli errori che hai commesso. Per le persone che hai scelto, per le situazioni che hai compromesso. Ti odio, Michael. Si, ho baciato Dean quella sera. Stupido. Disgraziato. È-colpa-tua! No, anche mia… anche mia, è vero. Soprattutto mia. Dannazione! Ci siamo ritrovati vicini, erano mesi che mi stava accanto, è con leggerezza che mi sono sciolta fra le sue braccia, senza pensarci un attimo. Immagino che mi piacesse davvero, in un qualche modo, quel ragazzo. Era molto alto, e molto attraente. Trovavo confortante il calore della sua pelle e della sua anima vicino alla mia. Sorrideva sempre, all'inizio, mi sembrava un'ottima isola per il mio naufragio personale. È durata troppo, tra me e lui, perché ero incapace di chiudere la storia. Accantonavo scuse su scuse. Ma niente. Era di coccio, di legno, di ardesia. E io invece ero di aria, e tu eri come me. Ero incapace di ammettere che stavo con lui per comodità, per parlare di qualcosa, per non starmene sola. Non lo amavo, e lui non amava nessuno al di fuori di se stesso.

Eppure avevo te! Come ho fatto a non notare subito la differenza? Quella tra lui e te? Ci ho messo un anno, ad accorgermene. Ti ricordi? Ci siamo avvicinati ancora di più, con la scusa che entrambi eravamo innamorati di qualcun altro. Parlavamo sempre di loro, quando mettevamo un freno ai nostri bellissimi, rammaricati viaggi mentali. Tra due pensieri puri, ci ficcavamo loro. Tu eri, testuali parole, pazzo di Calì Patil, una ragazza dell'anno di Harry e Ron. Io ero, testuali parole, davvero innamorata di Dean Thomas. Ci divertivamo a trovare in loro cose che non c'erano. Lei era perfetta ai tuoi occhi, ma nonostante le tue mille avances non ti ha mai degnato di uno sguardo. Lui era l'uomo della mia vita, ma non abbiamo mai scambiato più di due parole; eravamo su due pianeti lontani anni luce. E senza accorgercene, io e te eravamo così vicini.

Parlavamo piano, accoccolati ai bordi del Lago, su una panchina, sugli scalini del Castello, in un pub malfamato di Hogsmeade. Su di un prato, le teste vicine, sussurravamo strappando steli d'erba per solleticarci il naso a vicenda, come due bambini. Ridevamo, scherzavamo sempre, eravamo poi seri, ci guardavamo negli occhi qualche istante. Tu arrossivi; io non avevo il coraggio di guardarti più di quel poco tempo che mi accordavano i tuoi occhi. Avevo paura. Di cosa? Di innamorarmi di te?

Adoravo ascoltarti quando partivi in quarta in uno di quei tuoi discorsi strambi sulla politica, quelli che riservavi ai nostri momenti perché nessun altro ti ascoltava mai come me. Sapevo che avevi, in un modo un po' contorto, bisogno di me per questo motivo. Io ti ascoltavo e ti rispondevo. Era piacevole come scambio. Nessuno era così disposto a starti accanto come me. Spesso ti davo anche consigli su come avvicinarti a Calì. Tu volevi sempre fare di testa tua e ogni volta finiva che tornavi da me deluso e mi raccontavi tutto quanto come se il mondo intero ti fosse crollato addosso. Avevo capito da tempo che lei non voleva stare con te, nonostante non ti rifiutasse apertamente. Me lo chiedevo anch'io, come faceva a non vedere quanto vali (valevi?). Tu per me eri divino. Ti trovavo bello, interessante, pieno di risorse, così luminoso.

Perché lei non vedeva la tua luce? Non sono riuscita a impedirmi di odiarla, per questo. Semplicemente, invece, non eravate fatti per stare insieme. Eppure avevo paura di dirtelo, come se facendo così potessi scoprirmi troppo, aprirmi troppo. Sapevo anche che tu probabilmente non l'avresti accettato e avresti fatto finta di non sentirmi. C'erano certi tipi di discorsi che non potevamo affrontare, nonostante tutto. Nel frattempo, quando Dean tornava a casa per le vacanze e noi invece restavamo a Hogwarts… e Calì non si sa bene dove fosse andata a finire… ecco che abbiamo avuto tutto lo spazio e il tempo necessari per avvicinarci. Era arrivato il culmine della nostra amicizia… ci siamo dati spazio, quel poco che bastava per farci cozzare come sassi nello spazio e creare scintille sempiterne. Non siamo mai stati così vicini, come durante quelle vacanze. Restavamo sempre soli, passavamo un sacco di tempo insieme. Mangiavo in fretta per venire a trovarti; ci davamo appuntamento nei luoghi più disparati. Solo per stare vicini, solo per chiacchierare, per sentirsi come accarezzati dall'aura che l'altro emanava e per l'effetto benefico che ne ricavavamo entrambi… un tepore piacevole che distendeva le pieghe del cuore. Ho cominciato ad allontanare Thomas per i suoi comportamenti sempre più equivoci ed aggressivi, tu invece, forse per l'aria di vacanza che tirava, non parlavi più tanto di Calì. Siamo andati a una festa in maschera insieme, ti ricordi?

Ti eri travestito da me e io avevo addosso la tua divisa di Quidditch, Merlino sa quant'ero ridicola! Io facevo le tue smorfie strambe e tu continuavi ad andare in giro gridando: "io sono Ginny, io sono Ginny! Guardate che so fare! La secchioncella s'arrabbia facilmente, attenti a voi o vi scateno contro l'inferno con una fattura Orcovolante da brivido!" Facevi quella voce strana e acidula, così orribilmente femminile, e sghignazzavano tutti. Eri l'anima della festa. Io invece stavo in disparte, come al solito. Ti guardavo da lontano, sorridendo, sentendo quel calore all'anima che infuriava ogni volta che mi lanciavi uno di quegli sguardi rapidi e carichi di affetto tra una battuta e l'altra, dall'angolo opposto della stanza. Così lontani, così vicini…

Alla fine delle vacanze eravamo più uniti che mai. Improvvisamente gli altri amici sono passati in secondo piano. Ogni attimo che non passavo con te era un attimo perso. Quando mi eri lontano mi mancava il respiro e ti cercavo con gli occhi. Cercavo la tua mano e tu me la concedevi, apertamente, davanti a tutti. Perché? Perché eravamo amici, di quelli veri, di quelli che farebbero di tutto l'uno per l'altro. Era così chiaro per noi, nessun sentimento equivoco.

Quando la persona accanto a te brilla di ogni luce e tu ne rimani abbagliato, cosa puoi fare? Quando una calamita vi costringe a stare pelle contro pelle, come se ogni attimo fosse l'ultimo, cosa puoi fare? Mi riservavi sempre quello sguardo affettuoso, quell'abbraccio stretto ogni mattina per salutarmi, e il mio cuore scoppiava di gioia. È il mio amico. Mio. Mio?

Mi ricordo di un giorno, in quel periodo bellissimo, uno fra tanti, uno fra molti. Un giorno che ho custodito a lungo e protetto nel groviglio della mia mente. Ero seduta in biblioteca con Luna, Neville e qualcun altro. Tu sei arrivato dietro di me e mi hai coperto gli occhi con le mani. Le ho riconosciute subito: fredde, secche, ruvide. Profumate di te. Un odore così familiare da farmi girare la testa, da provocare un enorme moto di affetto nei tuoi confronti. Non me l'aspettavo. Ho perso un battito. Il mio cuore è inciampato. Un bacio sulla fronte. Il mio cuore è rimasto a terra, incapace di continuare la corsa. Ora palpitava sconcertato, incapace di stare al passo con i miei sentimenti. Ho avvertito chiaramente un senso di svenimento, come quelle dame del passato che avevano bisogno di essere rinsavite con i sali. Una cosa così ridicola. Luna, Neville, gli altri. Tutti mi hanno guardata. Ho letto nei loro occhi la verità. Adesso sì, c'era qualcosa di equivoco. Ma né io né te volevamo vederlo. Abbiamo continuato così per settimane, come se fossimo irraggiungibili, come se la nostra amicizia non potesse mai avere una fine. Sei diventato sempre più necessario, sempre più vitale. Cercavo la sicurezza nei tuoi occhi. E tu non ti sei mai tirato indietro. Era doloroso. Era bellissimo.

Poi un giorno…

"Sai, Gin. Al tuo compleanno, quando hai baciato Dean Thomas."

"Mh, che cosa?" Giocavo con i tuoi riccioli, quelli sulla nuca, più tondi, più a molla.

Parlavamo del tempo che avevamo trascorso insieme, ripercorrevamo i sentieri, le scelte, il passato, alla ricerca di non si sa bene cosa. Era piacevole passare il tempo così.

Eravamo sdraiati in riva al lago, sul lato della Foresta, in modo da non avere seccature. Ci piaceva parlare, ma ci piaceva anche ascoltare il silenzio della natura. Così quello era il nostro covo segreto, il nostro posto preferito a Hogwarts.

"Sai, quando ho visto che l'hai baciato non ti ho detto niente; riesco a dirtelo solo adesso, perché sai… adesso non provo più la stessa cosa, siamo amici. Adesso è diverso."

"Cosa è diverso?"

"…"

"Eddai! Non puoi pretendere che io non insista… non dopo quello che mi hai detto!"

"…"

"Miki?"

"Ero pazzo di te, Gin."

"Wow, queste sono notizie" ho ridacchiato, me lo ricordo, mentre il cuore ha accelerato, allora inspiegabilmente. Qualcosa in me si era destato, qualcosa di sconcertante e forte.

"Non fare la stronza" ti sei subito offeso, rosso in viso e imbronciato per la mia reazione.

"Miki, perché ti piacevo?"

"Beh, eri… forse era l'estate, non so, comunque i tuoi capelli erano assurdi, chiarissimi, profumavano di aranci… e ti ho trovata stupenda. Appena ti ho rivista mi sei piaciuta da matti. Per giorni e notti non ho smesso di pensarti… fino al tuo compleanno…"

Sul tuo viso crucciato l'ombra del ricordo di ciò che hai provato per me, in quelle giornate tiepide di settembre. Rivivo ancora l'entusiasmo nei tuoi occhi e l'aria disinteressata con cui mi hai detto che era solo acqua passata.

"Però sono contento che tu sia con lui, alla fine. Altrimenti non saremmo mai diventati amici"

"Già."

Qualcosa mi si era spezzato dentro, ma non lo sapevo in quel momento, non l'avevo riconosciuto. Come una cuticola squarciata dentro alla quale si nascondeva chissà che. Qualcosa di piccolo, con un gran potere, che se n'è rapidamente tornato nel suo rifugio dopo essere stato preso a bastonate.

"Sono sicuro che insieme non saremmo durati più di due mesi"

"Davvero?" Ti ho chiesto io, convinta del contrario. Non me lo spiegavo quel nostro rapporto ambiguo, così altalenante, così esclusivo.
Eppure non escludevo che, se fossimo stati innamorati uno dell'altra, e insistevo bene sul SE, nella mia mente, beh non avremmo avuto difficoltà. Sarebbe stato un gioco da ragazzi andare d'accordo. Solo immaginare di baciarti, però, mi faceva girare la testa per l'imbarazzo. No, non ero innamorata di te, mi dicevo. Impossibile, eri come un fratello, come un cugino, come un amico. Eppure…

Ovviamente… avevi ragione tu.

"Mh-mh, si, certo." Hai annuito sicuro, come a voler dare conferma a me e anche a te stesso "Non siamo mai d'accordo su niente!"

"Ma cosa dici, Miki! Abbiamo solo argomentazioni diverse. Tendiamo sempre alla stessa direzione. Pensavo che fossimo amici, proprio per questo… non ho mai potuto dialogare e imparare così tanto con un'altra persona. Lo sai."
"E anch'io, Gin. Certo che siamo amici per questo, perché ci piace parlare. Ci piace molto! Ma le nostre idee sono sempre diverse" Hai sostenuto tu, con determinazione.

Ti vedevo autoconvincerti e ciò non ha fatto che confermare il contrario in cuor mio, ma la bestiolina nel mio petto non accennava a tornare fuori, era terrorizzata. Mi hai sconquassato l'anima quel giorno, angustiato di dubbi, con le tue affermazioni hai fatto nascere in me un sentimento nuovo. La paura di perderti. Eri ostinato a strapparmi il cuore dal petto il giorno stesso. Ma io non ti avevo mai chiesto nulla di più della nostra amicizia. Non avevo mai preteso niente di più. Mi bastava quello che avevo. A te no? Tu ci hai portati in questo discorso, quel pomeriggio di maggio a scuola! E hai battuto tu la terra per il bivio, quello che ci ha costretti a prendere due strade parallele che non si potranno mai più incrociare.

Siamo tornati al Castello vicini ma distanti. Stavolta erano le nostre menti ad essersi allontanate. Quella notizia mi aveva elettrizzata. Una scossa mortale da diecimila volt. Se io non avessi baciato Dean, Michael si sarebbe fatto avanti. Saremmo stati insieme? Cosa saremmo stati? Due amanti? Un amore da adolescenti? Un amore da adulti? O due innamorati? L'avrei amato? L'avrei respinto? Ci saremmo lasciati dopo due mesi, come diceva lui?

Una cosa era sicura. Se l'avessi saputo, quel dieci settembre, che tu eri pazzo di me, non avrei mai baciato Dean Thomas. E tu non saresti mai stato il mio migliore amico.