PdV di Splinter. Terza persona.
Perdere un figlio è un dolore che non ha uguali nella vita. E' un dolore perfetto, assoluto, che ti porta via per sempre un pezzo di anima.
Lui aveva sperimentato questo dolore due volte, durante la sua esistenza. E la sua anima non ne sarebbe mai più guarita, sarebbe rimasta per sempre lacerata, a brandelli.
Anche se recentemente aveva scoperto che Miwa era ancora viva, rapita ed allevata dal suo nemico, il dolore che aveva provato circa diciassette anni prima, quando aveva cercato inutilmente il corpicino di sua figlia tra le macerie della sua casa distrutta dal fuoco, si era riacutizzato in questi diciotto giorni.
Diciotto giorni senza Michelangelo. Diciotto giorni senza il suo figlio più piccolo. La piccola luce che illuminava il suo cuore e la sua casa.
Adesso stringeva nelle mani la sua maschera arancione.
Era stata ritrovata un paio di giorni dopo che erano venuti a rifugiarsi qui, in questo buio e freddo settore fognario in disuso, a qualche ora di cammino dalla vecchia stazione della metropolitana che i suoi figli avevano sempre chiamato casa.
Quella volta Donatello era tornato dalla sua ricognizione disperato. Farneticava, andava avanti ed indietro come un matto. Aveva dovuto dargli uno schiaffo per calmarlo. Allora suo figlio aveva tirato fuori dalla cintura, davanti ai suoi occhi e davanti a Leonardo e Raffaello che giacevano sulle loro brandine di fortuna, uno straccetto appallottolato tutto sporco di sangue. La maschera di Michelangelo. Era stata ritrovata legata ad un palo di ferro sul tetto dove suo figlio era stato catturato.
Adesso era lì tra le sue mani. Come ogni giorno di queste ultime settimane.
Sapeva che avrebbe dovuto farsi forza per i suoi figli, ma non ce la faceva. Vedeva che la sua famiglia stava cadendo a pezzi, ma lui non aveva la capacità di reagire.
Michelangelo, il suo Michelangelo.
Il bambino che più di tutti da piccolo gli aveva dato delle preoccupazioni. Quando si era ammalato di bronchite. Quando si era perso nelle fogne. Quando era quasi morto soffocato…
"Donatello, finisci la tua cena." Era sempre la solita storia, questo suo figlio più magro non voleva mai mangiare.
"Ma papà, non ho più fame!"
"Non hai quasi toccato cibo. Devi mangiare."
"Posso mangiare io, papà?"
"No Michelangelo, questa è la razione di tuo fratello. Tu hai già mangiato la tua. Se hai ancora fame ti preparo un po' di vermi ed alghe."
"No no, io piselli, papà."
"Ti ho detto di no, Michelangelo. Questi sono di tuo fratello"
Non era facile procurarsi del cibo. Voleva variare il più possibile la dieta dei suoi figli adottivi, limitata solitamente a vermi ed alghe che trovava in abbondanza nelle grandi cisterne di acqua piovana. Ma quella volta aveva trovato diversi barattoli di piselli che erano stati gettati via solo perché erano un po' ammaccati. Quando era un uomo non si rendeva pienamente conto dello spreco dei suoi simili. Adesso lui aveva imparato ad apprezzare, in quanto prezioso cibo per i suoi figli, questi buonissimi prodotti "di scarto" che trovava nei bidoni dei supermercati durante le sue veloci ricognizioni notturne.
"Possiamo andare a giocare, papà?" gli aveva chiesto Leonardo.
"Sì, ma restate nella zona giorno."
Tutti e quattro i bambinetti erano balzati in piedi per correre fuori dalla cucina.
"Tu no, Donatello. Se non prima finisci i tuoi piselli non puoi alzarti da tavola." Donatello aveva fatto il broncio, ma era tornato a sedersi.
Mentre lavava i piatti, poteva sentire gli altri suoi figli giocare e ridere nell'altra stanza. A quasi quattro anni di età, le tartarughine erano un concentrato di energia che rendeva molto piene le sue giornate.
"Uhaaa!"
Aveva sospeso per vedere cosa aveva fatto piangere Michelangelo, questa volta. Asciugandosi le zampe, aveva raggiunto i suoi figli nella fossa al centro della zona giorno. Michelangelo piangeva tenendosi la fronte, Raffaello a testa bassa si guardava il piedino che muoveva imbarazzato, con le manine dietro la schiena. Leonardo gli era venuto incontro, e tirando con il suo kimono gli aveva descritto il piccolo crimine bambinesco: "Papà, papà! Raph ha tirato un pugno in testa a Mikey."
"Raffaello! Quante volte ti ho detto di non picchiare i tuoi fratelli!"
"Ma lui mi ha detto stupid-"
"Non mi interessa! Sai che non lo devi fare." Nel frattempo aveva raccolto tra le braccia Michelangelo, che non piangeva più, e constatato che non vi era alcun danno.
"Adesso vai a sederti sul divano e restaci fino a che non te lo dico io" aveva ordinato ad un Raffaello che portava dipinta sul suo faccino un'espressione che sembrava riassumere tutta l'umiliazione e tutto il senso di ingiustizia del mondo.
Rimesso a terra Michelangelo accanto a Leonardo, lo aveva lasciato a giocare con le costruzioni che aveva trovato per i suoi figli qualche tempo prima nella vecchia discarica, ed era tornato in cucina.
Seduto al tavolo, a rigirare i piselli nel piatto, c'era ancora un piccolo e contrito Donatello.
"Donatello, non ne hai mangiato neanche un po'! Cosa devo fare con te, figlio mio?"
Si era seduto accanto al figlio, e aveva preso in mano il cucchiaio, con l'intenzione di imboccarlo per l'ennesima volta. "Donatello, apri la bocca." Le piccole labbra verdi erano sigillate a tenuta stagna.
"Donatello, ti ho detto di aprire la bocca. Ubbidisci a tuo padre." Niente.
"Donatello! Se non apri la bocca ti sequestro tutti i libri per una settimana." Il suo piccolo genio aveva spalancato gli occhi nocciola. Già sapeva leggere e si dedicava parecchie ore al giorno alla lettura dei libri che lui riusciva a procurargli.
Alla spaventosa minaccia, Donatello aveva con riluttanza aperto la bocca, svelando la sua caratteristica fessura tra i dentini, ed aveva iniziato a mangiare il cibo che gli veniva imboccato.
"Papà, papà, papà!" Leonardo e Raffaello dall'altra stanza hanno iniziato a gridare insieme. La vita di un ninja è uno scherzo rispetto a quella di un padre con quattro bambini piccoli, aveva pensato mentre si alzava per tornare nella zona giorno.
Per una frazione di secondo si era arrabbiato vedendo che Raffaello era inginocchiato per terra insieme ai suoi fratelli, contravvenendo al suo ordine. Ma poi aveva visto Michelangelo che mugolava e scalciava sdraiato per terra, tenendo le manine alla gola, tutto rosso in viso, con la bocca spalancata e le lacrime che rigavano il suo volto. Un balzo, e lo ha afferrato tra le braccia. Per un po' non ha capito cosa stesse succedendo a suo figlio. Leonardo e Raffaello lo guardavano con le faccine terrorizzate, gli occhi tremolanti oceani di blu e di verde. Poi ha notato le costruzioni a terra, e ha realizzato il pericolo. "Ha messo una di queste in bocca?" ha chiesto ai suoi figli che erano troppo spaventati anche per capire la domanda. Ma sicuramente era quello che era successo.
Adesso Michelangelo stava soffocando. Cercava disperatamente aria e si dimenava, ma sempre più debolmente. Il bambino non respirava più! Suo figlio stava morendo tra le sue braccia!
Aveva cominciato a farsi prendere dal panico. Che fare? Che fare? Non era sicuro se questa fosse o meno una buona manovra, ma ha iniziato a tenere sospeso suo figlio dai piedini, dandogli colpi sul suo guscio.
"Dai figlio mio. Dai Michelangelo. Dai, dai!" Non sapeva se i colpi erano abbastanza forti. Troppo deboli non avrebbero avuto effetto, troppo vigorosi avrebbero rotto il sottile guscio di suo figlio. Il terrore di quel momento non l'avrebbe mai dimenticato.
Alla fine, un debole colpo di tosse.
Michelangelo aveva sputato il pezzo di costruzione, ed aveva iniziato a tossire, per poi passare ad un pianto disperato, per il dolore e per la paura. La sua bocca spalancata, lacrime grandi come ciliegie bagnavano il suo visino lentigginoso. Adesso pure Leonardo e Raffaello, e Donatello sulla porta della cucina, piangevano in silenzio. Lui si era stretto forte forte il figlio al petto, sussurrandogli parole per calmarlo, e coprendo la sua piccola testa di baci…
Se quella volta aveva salvato il suo bambino, questa volta non ne era stato capace. Le macchie color ruggine della maschera arancione tra le sue mani erano ferri roventi che gli trafiggevano il cuore.
Le speranze di ritrovare Michelangelo ancora in vita si assottigliavano di giorno in giorno. Il loro vecchio covo non era stato trovato dal suo nemico, vi era stato nuovamente il giorno prima ed aveva controllato i sistemi di allarme e le riprese delle telecamere di sicurezza che aveva istallato Donatello. Questo poteva significare solo due cose: Shredder non aveva alcun siero capace di far parlare i prigionieri, quindi stava torturando il figlio in altri modi, oppure il siero non aveva funzionato, uccidendo o danneggiando il figlio. Donatello gli aveva parlato di nascosto dei pericoli di questo tipo di droghe.
Entrambe le ipotesi erano agghiaccianti.
In ogni caso, troppi giorni erano passati. Adesso che Leonardo e Raffaello stavano meglio, e potevano muoversi abbastanza velocemente in caso di fuga, avrebbero potuto lasciare questo posto sporco ed umido dove si erano rifugiati e tornare a casa. Non potevano più resistere qui, nell'apatia dell'attesa, tra queste vecchie coperte e scatolame di fortuna; i suoi figli dovevano tornare a casa.
Si, doveva pensare agli altri suoi figli. Doveva sforzarsi di allontanare il dolore e tornare ad essere una guida per i figli che gli erano rimasti. I figli che gli erano rimasti…
Yoshi, allontana il dolore. I tuoi figli hanno bisogno di te.
I suoi figli si stavano perdendo. Nelle lunghe ore in attesa, in silenzio, nel buio.
I suoi figli stavano cambiando. Non li riconosceva più.
Leonardo stava diventando l'ombra del ragazzo risoluto e disciplinato che aveva cresciuto. Sempre sdraiato sul letto di fortuna a guardare il vuoto, con il braccio rotto appeso al collo, restava giorni interi chiuso in un apatico mutismo. Raffaello invece continuava a cercare di allenarsi, nonostante il suo piastrone fasciato, ma la notte lo si sentiva gemere e piagnucolare durante il sonno; il ragazzo duro ed aggressivo sembrava fragile come un vetro incrinato sul punto di rompersi.
Donatello poi, era quello che gli destava maggiori preoccupazioni. Era quasi sempre fuori dal loro rifugio, a cercare invano qualche traccia. Non dormiva che poche ore, mangiava pochissimo e si muoveva in continuazione, incapace di stare fermo anche pochi minuti. I suoi occhi erano perennemente rossi e spiritati, la sua espressione una volta così pacifica era quella di un dannato dell'inferno.
Quelle poche ore che restava con loro, le passava allenandosi furiosamente con il suo bo in un modo che neanche il Raffaello più arrabbiato aveva mai fatto. E ripeteva i kata centinaia di volte, quando anche Leonardo che era sempre stato un perfezionista si sarebbe fermato molto prima.
Neanche le visite di April sembravano essergli di conforto. Una volta bastava che la ragazza gli rivolgesse uno sguardo, e Donatello sarebbe diventato tutto rosso e balbettante, incapace di nascondere la cotta che aveva per lei. Adesso quando lei gli parlava lui sembrava anche incapace di prestargli ascolto.
Di questo passo non avrebbe perso solo un figlio, ma tutti e quattro. I suoi figli si stavano perdendo. Soprattutto Donatello.
Doveva reagire. Doveva farcela, per loro. Riposta la maschera di Michelangelo nella tasca del suo kimono, ha ordinato a Leonardo e Raffaello di raccogliere le loro cose poiché tra poco sarebbero rientrati nella loro casa.
Nel frattempo lui sarebbe uscito a cercare Donatello, che questa volta mancava davvero da troppo tempo.
