PdV di Splinter. Prima persona.
Per la seconda volta in meno di due mesi sono corso ai tornelli dell'ingresso per soccorrere un figlio ferito.
Questo è il mio karma. La punizione per aver rubato l'infanzia ai miei ragazzi trasformandoli in dei guerrieri.
Ma non volevo questo, non volevo questo.
Io volevo prepararli a difendersi in un mondo che non li avrebbe mai accettati. Volevo insegnargli a proteggersi da un nemico che mi dava la caccia. Volevo trasmettere loro la centenaria tradizione della mia famiglia.
Adesso il destino mi puniva per i miei errori. Mi consideravo un uomo… no, non più, un mutante, ancora giovane e forte. Nella piena maturità del mio corpo. Ma gli avvenimenti di questi quarantuno giorni mi avevano invecchiato, nell'anima, se non nel corpo.
Questo, era forse il colpo di grazia.
Leonardo è entrato gridando il mio nome"Sensei, Sensei! Donnie è ferito!"ed è corso in infermeria. Dalla sua espressione ho capito subito la gravità della situazione. Leonardo aveva il viso rigato di lacrime.
Col cuore in gola ho scavalcato i tornelli e sono andato incontro a Raffaello, che ormai senza fiato, teneva in braccio Donatello.
Tutto il mio autocontrollo e la mia disciplina mentale si sono dissolti quando ho visto lo stato di mio figlio. Ho bestemmiato ad alta voce, nel mio giapponese. Non l'avevo mai fatto, non davanti ai miei figli.
Donatello era completamente coperto di sangue.
L'ho preso in braccio e portato in infermeria. "Il collo, il collo…" farfugliava Leonardo, mentre prendeva bende, disinfettante, ago e filo da sutura. Con le dita tremanti, ho sciolto il nodo del tessuto rosso che fasciava il suo collo.
Il tessuto all'interno del nodo era blu. Era la maschera di Leonardo.
Il medico nella nostra famiglia è Donatello. Lui avrebbe saputo cosa fare in questi frangenti. Io non avevo che una leggera infarinatura di primo soccorso. In questo momento avrei dato i miei occhi per poterlo portare in ospedale.
Ma adesso Donatello non poteva aiutare nessuno. Giaceva sul lettino, in stato di semicoscienza. Aveva perso moltissimo sangue. Ne era praticamente intriso. Sono rabbrividito.
Intorno a me, Raffaello girava come un matto, cercando di fare qualcosa, ma non sapendo neanche lui bene dove mettere le mani.
Ho inspirato profondamente, cercando di concentrarmi. La ferita al collo sanguinava, ma forse l'emorragia stava rallentando. Se fosse per la normale coagulazione, o perché mio figlio era ormai quasi dissanguato, non potevo saperlo.
Ho controllato il polso. Debole.
Quello che sapevo, è che aveva bisogno urgentemente di sangue. Ho ordinato a Raffaello di prendere le sacche del sangue di Donatello dal frigorifero. Per fortuna il mio figlio mascherato in viola aveva insistito qualche mese fa che tutti noi tenessimo una scorta del nostro sangue. Non potevamo ricorrere a trasfusioni dagli esseri umani, neanche volendo.
Le sacche erano gelate. Ho chiesto a Raffaello di tenerle per qualche minuto in acqua tiepida.
"Solo leggermente intiepidita, non calda!" Ho urlato le mie indicazioni ad un Raffaello che chiamare agitato sarebbe poco. Anche il mio cuore batteva nel petto fino quasi a scoppiare.
Nel frattempo con la coda dell'occhio vedevo Leonardo armeggiare al computer.
Dopo la pulizia, ho visto che per fortuna la ferita al collo non era molto profonda. Dovevo suturare. Non sapevo suturare le vene. Ho pregato tutti i miei antenati che non ce ne fosse bisogno, che non avesse nessuna vena recisa ma solo leggermente lesionata.
Si, l'emorragia stava diminuendo.
Ho suturato velocemente la pelle di mio figlio. Lui gemeva piano. Non era completamente svenuto. Questo era un bene.
"Ossigeno! Dobbiamo dargli ossigeno!" ha detto improvvisamente Leonardo da dietro il computer. Vero, adesso ricordavo. Dovevo aver letto che in caso di forte emorragia serviva anche l'ossigeno…
"Come lo sai?", gli ha chiesto Raffaello che era rientrato portando le due sacche di sangue. Io stavo fasciando il collo sopra la sutura.
"Ho controllato su internet."
"Cosa?" Raffaello ha sbottato mentre attaccava la sacca di sangue alla piantana per la flebo. "Stai guardando su Wikipedia come aiutare Donnie? Ma sei pazzo?"
"Cos'altro dovrei fare! Tu-" Leonardo ha sbottato alzandosi in piedi.
"Basta!" la mia voce è stata un tuono. Stavo cercando si inserire l'ago della flebo nella spessa pelle del braccio di mio figlio, e non avevo intenzione di sentirli discutere proprio adesso.
Nel silenzio che era sceso tra di noi, si poteva sentire solo il respiro di Donatello nella maschera dell'ossigeno. Leggero, irregolare.
Per adesso non potevo fare altro. Ho dato un'occhiata preoccupata alla sacca scarlatta a lato del letto. Forse due sacche non sarebbero state sufficienti. Potevamo solo aspettare, e sperare.
Mi sono seduto su una vecchia sedia di metallo, l'ho avvicinata accanto al letto.
Ho preso la mano di mio figlio nella mia. Era così fretta, umida. Era pallidissimo, ed aveva gli occhi chiusi. Alla fine aveva perso del tutto conoscenza. Adesso sembrava così infantile, così vulnerabile.
Mi sono girato verso gli altri miei figli. Raffaello era appoggiato allo stipite della porta. Leonardo sedeva a gambe incrociate sulla scrivania. Stavano guardando Donatello con un espressione stanca e disperata.
Prima Michelangelo. Adesso questo. Perché il destino si stava accanendo anche contro quest'altra mia famiglia. Perché l'odio di una persona doveva portare tanto dolore?
"Cos' è successo?" adesso potevo chiedere. Leonardo ha guardato per un attimo Raffaello, poi mi ha risposto.
"E' stato Michelangelo, padre."
