Earthquake

Colin era inginocchiato sulla veranda in stile coloniale: un pennello dalle setole morbide e compatte a verniciare il legno in un flatting trasparente e la t-shirt bianca trasformata nella tavolozza arcobaleno di un pittore.

"Dovevi usare una tuta da imbianchino. Una di quelle usa e getta!"

Laynie si era appoggiata contro la bordura e aveva sprofondato le mani nelle tasche dei jeans. Suo fratello si era messo dritto, sovrastandola in altezza, un raggio obliquo del tramonto aveva reso più azzurri i suoi occhi enigmatici.

Aveva sorpassato la ragazza, senza dir niente, e aveva trangugiato un lungo sorso dalla bottiglia di birra appoggiata sulla staccionata.

"Non dovresti bere quella roba. Sai che papà si arrabbia!"

La figura muta aveva, magicamente, tirato fuori una seconda birra e l'aveva porta a Laynie.

Lei era rabbrividita al contatto con il vetro ghiacciato mentre Colin le voltava le spalle e si allontanava, dileguandosi nella luce incandescente del tramonto d'estate.

"Aspetta. Non lasciarmi qui."

"Ci rivedremo presto sorellina. Ti aspetterò."

Un dolore sordo, atroce, alla gamba destra, schiacciata sotto un cumulo di detriti le aveva fatto riprendere conoscenza.

Laynie non riusciva a respirare e aveva boccheggiato, disperatamente, alla ricerca di un filo d'aria.

Era stato come in un lungo sogno: voci che la chiamavano, mani che l'afferravano, braccia che la portavano al sicuro.

I visi impolverati, disperati e sollevati, dei suoi genitori striati di lacrime vere. Laynie aveva avvertito, calda, la mano di sua madre nella sua mentre la caricavano sull'ambulanza.

Aveva fatto uno sforzo encomiabile ma, alla fine, la voce era venuta. Flebile ed appena percettibile.

"Come sta Lucy?"