«Vuoi dirmi perché stiamo andando a Strasburgo insieme?» domandò Irene, nervosamente.
Odiava non avere la situazione sotto controllo.
Sherlock, dal canto suo, non rispose.
Se ne stava ad occhi chiusi, apparentemente addormentato, sul suo sedile.
«Sherlock. So che non dormi. Mi hai detto, appena venti minuti fa, che non ne senti il bisogno»
«Io ti ho detto che non ne sento il bisogno la maggior parte delle volte. E' diverso» borbottò l'uomo senza scomporsi e senza aprire gli occhi.
Irene si voltò corrucciata verso il finestrino.
Improvvisamente venne colta da un pensiero, un dettaglio che inizialmente le era sfuggito.
«Aspetta un attimo. Prima, nel mio appartamento... Tu mi hai chiamata...»
«No» replicò velocemente lui.
Irene scoppio a ridere.
«Invece sì!».
Sherlock aprì gli occhi, borbottando: «Per l'amor del cielo!».
La donna rise di gusto.
«E' la mia parola contro la tua» sibilò il detective, a mezza voce.
«Non sai quante volte ho sentito questa frase, Sherlock»
«Non ne dubito affatto».
«Potrei aver registrato la conversazione»
«L'hai fatto?».
«No. Ma potrei averti mentito»
«Non l'hai mai fatto»
«Non puoi esserne sicuro».
Sherlock si voltò verso di lei, il viso a pochi centimetri dal suo.
«Tu dici?» sussurrò, per poi allontanarsi con un ghigno.
Irene si diede mentalmente dell'idiota.
L'aveva giocata di nuovo.
«Ti fidi troppo di me» disse lei, riprendendo il tono di sempre.
«Mi fido di quello che vedo; di quello che percepisco sotto le mie dita. E poi, tu non mi hai mai dato veramente modo di pentirmene, o sbaglio?».
[***]
Tre anni prima, Parigi.
Passava costantemente la mano sulla vistosa fasciatura che spuntava da sotto i riccioli scuri dell'uomo. Si era finalmente ripresa, dopo lo shock iniziale dovuto al trovarsi davanti alla porta quello che fino a qualche ora prima lei credeva essere un uomo morto.
Sherlock si era addormentato da qualche ora oramai, la testa sulle sue gambe; e sembrava non curarsi del tocco delicato della donna.
Irene sorrise.
Prima di Karachi sarebbe stato impossibile vederli così vicini.
Ma quella notte erano cambiate molte cose.
Specialmente tra loro due.
«Stavo per andare alla polizia» disse improvvisamente, senza smettere di carezzare quella fasciatura.
Conoscendolo, voleva essere certa che lui dormisse.
Il detective non rispose e non si mosse.
Dormiva veramente.
Si alzò con cautela, attenta a non svegliarlo, e lasciò che l'uomo posasse la testa sul cuscino.
Andò nella sua camera, vedendo per la prima volta la sua immagine riflessa nello specchio.
I suoi occhi, di solito tanto penetranti, erano ancora rossi e gonfi.
Aveva pianto molto da quando aveva scoperto che Sherlock si era suicidato, qualche mattina prima.
Ed era in lacrime che lui l'aveva trovata, quella sera.
Ma non le importava.
Lui era l'unico che potesse vederla in quello stato.
Presa dalla gioia di rivederlo vivo e vegeto davanti a lei, aveva abbandonato ogni logica e l'aveva stretto in un abbraccio, singhiozzando e ignorando l'iniziale rigidità di lui.
Non era ancora abituato a certi slanci affettivi, e Irene sapeva che non lo sarebbe mai stato.
Sherlock si era addormentato quasi subito, spossato dalla miriade di cose accadute negli ultimi giorni.
Non avevano avuto molto tempo per parlare.
«Non capirò mai perché tu abbia tutta questa necessità di truccarti. Hai un viso per cui qualunque uomo impazzirebbe ».
Irene si voltò, posando la matita per gli occhi.
«Misteri femminili. Non credo ti interesserebbe conoscere davvero la risposta. Non sarebbe utile al tuo lavoro».
«Perché hai detto di star per andare alla polizia?».
«Non dormivi!»
«Ho solo percepito questa frase».
«Lavoravo per Jim Moriarty. Volevo riabilitare la tua memoria come potevo» rispose lei, semplicemente.
«Sarebbe stato stupido».
«Facciamo sempre cose stupide. Specialmente quando siamo ferite»
«Sì, lo so. Come per esempio usare il nome dell'uomo a cui tenete come password per un cellulare» disse lui, estraendo dalla tasca un cellulare.
«Non ci sono più le informazioni o le foto. Ma credevo ti avrebbe fatto piacere riaverlo».
Irene riprese il suo vecchio telefono.
«Grazie».
Lo guardò.
«Stai bene?».
Sherlock scrollò le spalle.
«Sono vivo. Non è poi così scontato come si può credere. E sono confuso. Molto. Mi sento la testa vuota, come dopo che tu mi drogasti».
Lei sorrise al ricordo.
«Vuoi dirmi come hai fatto a salvarti?»
«Ho chiesto aiuto a Molly Hooper, ad alcuni senzatetto e a mio fratello».
«Molly Hooper... Ah, sì. Quella ragazza del St. Bartholomew's Hospital».
Irene seguì Sherlock in salotto, dove l'uomo si lasciò cadere esausto sul divano, gli occhi chiusi.
«Chi sa che sei vivo?».
Il detective si stropicciò gli occhi.
«Quelli che mi hanno aiutato, mia madre e ora tu».
La donna si sedette accanto a lui, guardandolo.
«E John Watson?»
«Lui no»
«Perché no? E' il tuo migliore amico»
«Appunto. Non me lo avrebbe permesso».
Irene si mise più comoda.
«Quindi sono una delle poche persone a sapere che sei vivo. Devo esserne lusingata?»
«Avevo bisogno di contattare qualcuno "morto", dato che dovrò esserlo anche io per un po'».
«E hai pensato a me»
«Non conosco persona migliore».
Irene sorrise sorniona.
«Quindi è un caso che il tuo appartamento sia a meno di un isolato dal mio?»
«Ovviamente» sorrise lui.
«Ora che Moriarty è morto, come pensi di scoprire tutti i suoi complici?».
Sherlock sospirò.
«Non lo so ancora».
La donna si alzò, pensierosa.
«Posso darti una mano io».
Lui la guardò indagatore.
«E come?»
«Li conosco quasi tutti. Posso contattarli. Non sarà difficile spiegare il mio "non essere morta". L'ho già fatto in passato»
«Lo so».
Un silenzio imbarazzato calò nella stanza.
Sherlock si alzò, avvicinandosi a lei.
«E perché lo faresti, comunque?» chiese cauto.
Lei lo fissò.
«Mi hai salvato la vita a Karachi»
«E questo basta per tradire tutti i tuoi "vecchi colleghi"?».
Irene avvicinò il viso a quello dell'uomo.
«Basta per me».
Sherlock notò ancora che le pupille della donna erano dilatate, poi si chinò e posò le labbra sulle sue.
«Grazie».
[***]
«Non hai ancora risposto alla mia domanda» incalzò Irene.
«Sul serio?» chiese lui, disinteressato.
«Sì»
«Che volevi sapere, a proposito?».
«Perché mi trovo su questo aereo con te? Perché devo venire a Strasburgo anche io?».
Sherlock congiunse le dita.
«Ieri notte…»
«E' stato straordinario» lo interruppe lei.
Sherlock la fissò in tralice, ma con una scintilla divertita negli occhi chiari.
«Ieri notte, - riprese - mentre andavamo nel tuo appartamento, mi sono accorto che due uomini ci stavano pedinando. Così stamane mi sono alzato prima e ho fatto qualche ricerca tra i criminali più ricercati del Continente».
«Ebbene?» chiese lei interessata.
«Hai mai visto questi due?».
Le mostrò le foto segnaletiche di due uomini dall'aria poco raccomandabile.
«Aspetta un momento… Si sono trasferiti nell'appartamento accanto al mio qualche settimana fa».
«Sono due criminali da quattro soldi che lavoravano per quel folle. Non avevo ritenuto necessario sprecare le mie energie e il mio tempo per cercarli, date le loro scarse capacità. Ma una volta che li ho visti sulle nostre tracce ho deciso di portarti con me».
Irene guardò fuori dal finestrino.
Più in basso il parlamento europeo era già ben riconoscibile.
«Una volta che tuo fratello mi vedrà mi farà arrestare sicuramente».
Sherlock le toccò delicatamente il polso, costringendola così a guardarlo.
«Non permetterò che ti accada nulla, Irene. Ti chiedo solo di fidarti di me».
La donna annuì.
«Va bene».
