Natale
–Questo è per te.
–Fammi indovinare… una pipa?
–Sei un mago!
–No, sei tu che fai schifo a fare i pacchetti! Si vede lontano un miglio!
–Grazie di avermi accompagnato, piccola… non sapevo proprio cosa comprare…
–Di niente. Però stavolta possiamo sperare che ci farai conoscere la signorina per cui l'hai preso?
–Ehm… in realtà è per TE…
–Sei una frana. Eh eh.
–Ah, allora TU per chi hai comprato le poesie di Hölderlin in edizione extralusso, furbone?
–Ti piacerebbe saperlo.
–Be', alla fine ci siamo accompagnati TUTTI… tanto si sa che ormai qua la riservatezza è andata a farsi friggere…
–E io ho FAME… sbrighiamoci a tornare che qui fuori si GELA!
–Il tuo regalo io l'avevo prenotato in anticipo…
–Anch'io il tuo. Ma non chiedermi cos'è. Lo scoprirai stasera.
–Se sono fragili non metteteli nello scatolone… in totale dovrebbero essere 99...
–…e PESANO! A volte ho il sospetto che mi portiate solo per fare il FACCHINO!
–Ma nooooo.
–Cosa te lo fa pensare?
–Attento a non farlo cadere.
–Perché 99?
–Fate un po' il conto… 9 per ogni abitante della casa… più ALTRI 9 di compleanno!
–Vi ho detto tante volte che per me non…
–Sì, sì. I tuoi sono quelli impacchettati in rosso, tra parentesi, quindi non confonderli con gli altri, ok?
–Dici sempre così ma lo sappiamo che ti fa piacere, BAMBINONE!
–No, davvero. Mi piace l'atmosfera delle feste e so che per voi è importante, ma la mia gente… non festeggia i compleanni… per me è soltanto una coincidenza. E poi intanto fate portare a ME anche i pacchetti che mi avete comprato VOI…
–Va bene, va bene, fai sempre il lagnoso.
–È una bella coincidenza comunque, no? Perché non dovremmo festeggiarla?
–È vero. Così abbiamo un altro motivo per essere allegri a Natale.
–Uh! La pasticceria! Fermi tutti! Nessuno si muova finché non avrò fatto il pieno di INGREDIENTI!
–Poveri noi… poi a casa non ci farai cucinare dolci TUTTA LA NOTTE mentre i regali ammuffiscono sotto l'albero, eh? La vedo nera…
«I soliti bambini», pensò tra sé scuotendo la testa. Ma era allegro a sua volta. Non si era mai sentito molto credente in certe cose… però era bello vederli tutti così sereni e spensierati, in certi giorni dell'anno. Avrebbe voluto che lo fossero sempre. E in fondo, credente o non credente, sapeva per cosa stavano quelle giornate, e gli piaceva. Il ritorno della luce dopo le lunghe ombre. La gioia per la vita che si rinnova, per una morte che è solo apparente. La nascita del sole dal grembo della mezzanotte. Speranza per tutto il mondo. Come poteva non essere d'accordo? Un mondo più giusto per tutti… anche per loro. Non gli dispiaceva essere nato in quel periodo.
E in fondo non gli dispiaceva neanche fare da portapacchi e partecipare a tutte le loro sciocchezze della vigilia. Anche se a volte potevano essere FIN TROPPO travolgenti… eh eh…
–Sigh… sniff…
Il lamento molto flebile lo distrasse dalle sue riflessioni. Gli altri sembravano non averlo notato. Si guardò intorno tra i passanti che superava tutti con la testa per trovare un bambino di tre o quattro anni, i capelli arruffati, in lacrime, all'imboccatura di un vicolo. Teneva un pupazzo di pezza mezzo rotto con un braccio e con l'altra manina si asciugava gli occhi e il naso. Nessuno gli dava attenzione. Con uno sguardo ai compagni che continuavano a ridere tra loro, silenziosamente scavalcò la calca e in due passi fu da lui.
–Ehi, bimbo– disse più gentilmente che poté, piegandosi su un ginocchio per non spaventarlo con la sua stazza, continuando a tenere lo scatolone in spalla. Il piccolo lo fissò tra le dita, dimenticando momentaneamente di piangere per la sorpresa. –Ciao– mormorò poi ingenuamente, tirando su col naso.
–Ciao– rispose serio, come da pari a pari. –Cosa ci fai qui tutto solo? Cosa c'è? Hai perso la tua mamma?
–È caduto– frignò il bambino. –Lo hanno spinto ed è caduto.
–Lo hanno spinto? Chi? Il tuo fratellino? Dov'è?
Una manina assurdamente piccola gli prese il pollice, tirando con la forza di un uccellino. –Vieni a vedere.
Lo seguì, piegato in due in modo quasi ridicolo per non lasciargli la mano, coi regali in collo. Il faccino bagnato di lacrime era molto intento e determinato, e sembrava sapere esattamente dove andare. Le file di clienti natalizi intenti allo shopping si aprivano davanti a loro lasciandoli passare; forse, se avesse sollevato gli occhi, avrebbe potuto vedere sguardi curiosi o lievemente scandalizzati di signore impellicciate, ma non gli sarebbe importato un granché più di quanto gli importasse adesso. Concentrato sulla sua piccola guida, non faceva caso alle strade che stavano prendendo. Si accorse solo che a un certo punto le luci ammiccanti delle vetrine e dei lampioni avevano lasciato il posto al buio.
Si raddrizzò. Era una viuzza solitaria, che non aveva sicuramente mai visto nei suoi vagabondaggi per la città. C'era odore di sporco e di umido. L'oscurità era totale, interrotta solo da un debole raggio proveniente dalla porta aperta di una minuscola e poverissima casa in fondo, incassata in un muro, senza finestre… e, accanto alla porta, da un presepe fatto appena di uno sfondo di carta stagnola e qualche pecora e pastore sbrecciati, sverniciati, del tipo più economico, poggiato sui resti di un armadietto gettato via da qualcuno.
–Chi hanno spinto?– chiese di nuovo. Non vedeva nessun altro né sentiva rumori da nessuna parte. Se avesse voluto trovare gli altri, non avrebbe saputo come tornare indietro…
–Il Bambino. Sono stati i gatti. Guarda.
La statuina di plastica era gettata sul selciato non troppo pulito, tra una cartaccia inzuppata di pioggia e un resto di nastro d'oro avanzato da qualche regalo. Teneva le braccine aperte quasi per chiedere aiuto anziché benedire, e la corona di raggi attorno alla testa si era piegata, ma niente aveva potuto scalfire il suo sorriso. –I gatti sono saltati sull'armadietto– continuò a piagnucolare il bimbo. –Lo hanno fatto cadere.
–Ma perché non lo hai rimesso a posto da solo?…– domandò stupito.
–Non posso. È troppo pesante.
Pesante?… Macchinalmente allungò due dita verso la statuetta. Non poteva essere più grande di pochi centimetri… la prese tra pollice e indice, attento a non schiacciarla inavvertitamente. In fondo gli pareva quasi un bambino vero… tirò, non aspettandosi di incontrare alcuna resistenza.
Non si mosse di un millimetro.
Gli si dipinse uno stupore incredulo in volto. Era come se avesse afferrato la maniglia della paratia di un transatlantico!
–Lo vedi?– mormorò il suo piccolo accompagnatore, tra resti di singhiozzi. –Tu pensi di poterlo sollevare? Il Bambino soffrirà se non torna dalla sua mamma.
Come poteva una cosa così piccola essere così inamovibile? Provò di nuovo a tirare, stavolta con più energia. Non ottenne un risultato migliore. Era come se il Bambino fosse saldato al suolo. Sbatté gli occhi. Stava sognando? O forse si era ritrovato in qualche strana situazione ai limiti del sogno? Comunque il ragazzino piangente, che lo fissava con speranza, era molto reale. –Ci provo– promise. Tirò un profondo respiro e tese i muscoli.
Non ricordava di aver mai fatto uno sforzo simile. Aveva sostenuto montagne intere… impedito il crollo di palazzi… tirato catene di leghe infrangibili spesse come tronchi fino a spezzarle, ma tutto sembrava uno scherzo a confronto di questo. Le braccia dolevano, la schiena sembrava sul punto di rompersi, il sudore gli scorreva su tutto il corpo gelandosi subito all'aria della notte invernale. Forse era questo che voleva dire… portare su di sé tutto il dolore del mondo? In fondo quel Bambino non doveva sopportarlo? Ed era solo una sua impressione… o sembrava diventare sempre più grande? Non solo il Bambino… ma il vicolo… le cartacce… il muro… l'armadietto… tutto era gigantesco, nascondeva la vista delle stelle, e lui che era sempre stato abituato a guardare le cose dall'alto in basso ora si sentiva minuscolo sotto tutto quel peso, cercando di spingerlo, spingerlo, sollevarlo, in alto, verso una luce così flebile, una luce che non riusciva a vedere bene… ruggì… gonfiò i bicipiti…
–Grazie.
Aveva di nuovo le sue normali dimensioni. Era davanti al presepe come prima. E stava posando delicatamente il Bambino nella grotta tra i suoi genitori, con due dita. Non era nemmeno un po' sudato. Il bimbo stava al suo fianco tutto felice, battendo le mani, dimentico del pianto. –Grazie, signore. Grazie. Ora il Bambino sarà felice.
–Di niente– rispose, incerto, sbattendo le palpebre. Era stata solo una sua impressione? Ma allora perché si sentiva stanco come se avesse appena tirato su un milione di tonnellate? Non era che…
Forse non c'era bisogno di spiegarselo. I vecchi dicevano che non tutto quel che si vede è reale. E che non tutto quel che si crede di vedere è irreale.
Si rivolse di nuovo al bimbo, con un sorriso. –Di'… tu abiti lì? Siete in tanti in famiglia?– Ricevette un cenno d'assenso in risposta, le dita di una mano masticate nella boccuccia, la testolina calata. –Ce l'avete dei regali da farvi per Natale?
Non attese la risposta. Lo scatolone era ancora dove l'aveva lasciato. Lo trascinò accanto alla porta della casupola con un solo strattone come se fosse stato di polistirolo. –Adesso ne avete 99. Tanti auguri.
Il bimbo rimase a bocca aperta. –Ma signore… questi non sono tuoi?
–E non solo miei. Ma non ho il tempo di mettermi a cercare solo quelli in carta rossa. Sicuramente quei matti mi grideranno dietro per almeno un paio di mesi, ma non è che ci manchino i soldi per ricomprarli. Mentre un'occasione così non mi ricapiterà più nella vita. Prendili. Io adesso– grugnì raddrizzandosi –devo vedere di trovare la via del ritorno.
–Tu sei Babbo Natale, signore?– esclamò il piccolo minuscolo prima di gettarsi sulla montagna di doni.
–Non credo proprio di rispondere alla descrizione…– rise, tonante. E si sgranchì la schiena, guardando in alto. –Certo che… senza tutte quelle luci… da qui si vedono molte più stelle…
Chinò la testa ancora una volta per godersi il sorriso del bimbo. Ma non c'era più. Era sparito. E con lui lo scatolone dei doni. E la casetta in fondo al vicolo. Il muro era liscio e nero. Non c'era neanche una porta chiusa. Era un vicolo cieco. Non sembrava che a parte lui ci fosse mai stato nessuno. Solo il piccolo presepe improvvisato sul suo sostegno traballante rimaneva– due pastori sverniciati, qualche pecora e una capanna con una lampadina ammiccante che pareva strizzargli l'occhio, proprio sopra il visetto sorridente del Bambino.
Rimase perplesso solo qualche istante. Poi scrollò le spalle e sorrise leggermente, abbassandosi a ricambiare la strizzata d'occhio. –Oh, be'. Buon compleanno a te– mormorò. –E buon compleanno anche a me.
E calcandosi il cappello a cencio che aveva raccolto da terra, s'incamminò fischiettando verso l'altra estremità del vicolo. C'era da sperare che ovunque fossero andati quei regali… chi li avrebbe ricevuti sapesse cosa farsene di una pipa. O delle poesie di Hölderlin rilegate in pelle vera.
25/12/06
Merry Keshmish
Happy Birthday
