"Now its time to move to the next level

Sore wet eyes that look at the devil

Tell me please that it's time to leave"

Hooverphonic, Sad Song


Una voce.

"… sei sveglio?"

Un'ombra, senza volto, sopra di lui.

Caldo. Molto caldo. Sudore e brividi.

Dolore, soprattutto dolore. Alla sua sinistra. Alla sua mano, al suo braccio.

"… mi sent…"

La voce rimbombava deformata e lontana, appena un po' aldilà del regno della coscienza.

"…bere. D'accordo?"

Liquido fresco nella sua bocca, nella sua gola. Era bello, in mezzo a quel fuoco, un po' di fresco.

"…mangiare un po'…"

Chi parlava? Cosa diceva? Lui aveva solo dolore, dolore e caldo. Ed era così stanco…

Gli avevano spinto in bocca qualcosa di morbido. No, no. Fuori dalla bocca. Via, spingerlo fuori con la lingua. Il sapore gli fece salire in gola un conato di vomito. Qualcuno era lì, vicino a lui. Ma il suo universo era solo un caos nero e rosso, di fuoco e ombra. Perché non lo lasciavano in pace?

Lui aveva tanto dolore. Troppo. Non poteva resistere. Lui era dolore. Il braccio era fiamma viva, che lo consumava…

Aprì la bocca, ed urlò. Ma venne fuori solo un gemito debole.

"Dannazione!"

Raffaello sentì l'impulso di lanciare la lattina contro il muro. Ma per fortuna, riuscì a fermarsi in tempo: quel cibo era prezioso. Leo aveva rischiato la vita, per procurarlo.

Michelangelo aveva richiuso gli occhi, ma non dormiva completamente. Emetteva flebili lamenti, e muoveva la testa da una parte e dall'altra. Continuava a non riconoscerli, a non essere pienamente cosciente, ma aveva superato le prime terribili ore dopo l'amputazione e sembrava che il moncherino suppurasse di meno. Dopo due lunghissimi giorni di snervante attesa, i due fratelli maggiori avevano potuto concedersi almeno un barlume di speranza. Leonardo si era sdraiato per terra, ed era crollato addormentato; Raffaello aveva deciso di restare lui a vegliare fino a che il leader in blu non si fosse riposato un po'. Adesso, la tartaruga mutante mascherata in rosso stava faticando per far ingoiare al fratello minore solo pochi bocconi; parte del prezioso cibo imbrattava le mani di Raffaello ed il viso pallido e sudato di Michelangelo.

Raffaello sospirò, e riposò al suo fianco la lattina. Cambiò posizione, dispiegando le gambe, che aveva tenuto incrociate, ma continuando e tenere la testa di Michelangelo sulla propria coscia, sorreggendola a mo' di cuscino. Pulì col dorso della mano il viso del malato, soffermando il gesto in una carezza. Chiuse gli occhi, e sentì pungere le lacrime nelle caruncole. L'ansia costante, la stanchezza, la paura per la vita del fratello rischiavano di sopraffarlo; si sentiva gli occhi gonfi e bollenti, ma rifiutò di lasciar cadere una sola lacrima. Nella visione appannata, nella sua mente assonnata, al viso sofferente del mutante con le lentiggini se ne sovrappose un altro. Un altro fratello minore, al quale non aveva mai più potuto dare nessun gesto d'affetto. Strinse gli occhi più forte.

Nei suoi ricordi, Donatello era stranamente più giovane dei vent'anni che aveva quando era stato catturato da Shredder. In essi era ancora un ragazzino magro ed acerbo, che tenendo la punta della lingua fuori dalla bocca, in concentrazione, alzava gli occhi dal suo lavoro a guardarlo; e poi diceva qualche battuta, o qualche frase ad effetto delle sue, o dava qualche spiegazione che Raffaello non avrebbe capito appieno, qualcosa nel suo linguaggio tecnico nerd verso il quale Raffaello si era sempre espresso in modo sprezzante ed ironico, quando, invece, provava solo un pizzico d'invidia ed una sconfinata ammirazione.

L'orgoglio che sentiva, nell'avere un genio per fratello, nonostante tutto, nonostante il loro stato, la loro vita, ebbene, lui non l'aveva mai manifestato. Non glielo aveva mai detto, a Donnie, quanto fosse fiero di lui, quanto lo apprezzasse e lo stimasse.

Quanto gli volesse bene.

Ed adesso, non glielo avrebbe mai più potuto dire.

Raffaello si piegò in avanti, verso Michelangelo, e gli tirò le spalle verso di sé, per stringerlo: il calore che irradiava superava quello della notte. Con un ringhio, deviò tutta la propria tristezza, tutta la disperazione, verso qualcosa di più noto e confortante: lasciò scorrere dentro il cuore la sua rabbia, giurando a sé stesso che un giorno avrebbe fatto pagare tutto questo al responsabile, avrebbe ucciso Shredder con le proprie mani, costi quel che costi, ad iniziare dalla propria vita.

Quando rialzò la testa e riaprì gli occhi, percepì qualcosa di stonato. Nel silenzio, nell'aria stantia, qualcosa non quadrava. Trattenne il respiro, sbatté un paio di volte le palpebre, a scacciare un po' di fastidiosa umidità, abbassò un attimo lo sguardo ancora a Michelangelo, che respirava gemendo flebilmente ed era lucido di sudore, quindi lo rialzò a squadrarsi intorno e comprese la discordanza.

C'era nell'aria una strana luminosità rosata; eppure, mancava ancora un po' all'alba.

Spalancò gli occhi di colpo quando capì di cosa si trattasse: era la luminescenza di un rilevatore a raggio laser di un drone di ricerca. A giudicare dalla luce, doveva essere in volo sul vicolo.

Si spostò, allarmato, prendendo con delicatezza la testa di Michelangelo e poggiandola a terra; si alzò velocemente in piedi e si avvicinò verso la finestrella in alto. Questa, a differenza della finestra della stanza accanto, dalla quale erano entrati per nascondersi in questi seminterrati, presentava ancora lo sporco vetro che di giorno faceva entrare un po' di luce da fuori. Il mutante la raggiunse con un agile balzo, e restò aggrappato per un paio di secondi al davanzale interno, giusto il tempo di vedere che la sua supposizione era purtroppo esatta: un raggio rosa scansionava dall'alto le macerie dei muri crollati nel vicolo.

Raffaello ricadde giù senza il minimo suono, e mentre il cuore gli martellava nel petto gettò lo sguardo ai suoi due fratelli sdraiati per terra.

Non fece neanche in tempo ad avvicinarsi a Leonardo per svegliarlo, che il raggio di luce entrò dalla finestrella ad irradiare la stanza. Si proiettò delineandosi in una sottile quadrettatura, e corse veloce sul pavimento, fino a trovare il corpo disteso del leader in blu.

Raffaello vide i fasci luminosi fermarsi su Leonardo. Il fratello, ignaro, sdraiato di fianco, dormiva profondamente: le spalle ed il piastrone si alzarono e si abbassarono una volta nel respiro sotto il reticolato di luce rosa.

Poi Raffaello scattò.

D'istinto, si gettò sul corpo del fratello maggiore, travolgendolo. Con la spinta, lo spostò di qualche piede.

Il fascio di proiettili infranse il vetro della finestra e si conficcò nel pavimento dove un secondo prima era distesa la tartaruga con le katana, proiettando in aria una miriade di schegge.

Gli occhi blu di Leonardo si aprirono di scatto, a pochi pollici da quelli verdi di Raffaello, il quale ancora lo stringeva, mentre una cascata di frammenti cadeva su di loro. In un secondo Raffaello lesse negli occhi blu, nell'ordine, la mancanza di coscienza del sonno, poi intontimento, stupore, paura, ed infine gli occhi erano completamente svegli.

I due fratelli balzarono in piedi.

"Ci hanno trovati!" gridò il rosso, tornando da Michelangelo e afferrandolo da sotto le spalle per avvicinarlo al muro; Leonardo fece lo stesso alzandolo dai piedi, mentre una seconda scarica di proiettili attraversò tutta la stanza, fino a salire sulla parete opposta alla finestra.

Il drone tondeggiante, volando silenzioso, entrò dalla finestra; ruotando su sé stesso, inquadrò i tre fratelli. Raffaello mollò Michelangelo a terra e con un movimento fulmineo estrasse una manciata di shuriken e li scagliò contro la macchina; questa si mosse a velocità impressionante e fu solo sfiorata da una delle stelle da lancio, che proiettò una scintilla nello stridere di metallo contro metallo.

Il drone ruotò la canna del mitra nella feritoia della sua struttura di acciaio lucido, e puntò al ninja in rosso: inseguì con un'altra raffica di proiettili Raffaello che corse verso l'altro lato della stanza, mentre Leonardo si gettava su Michelangelo per proteggerlo col proprio corpo. Raffaello con una capriola rotolò a terra, per evitare gli ultimi colpi; il drone si avvicinò al rosso, rigirò l'arma, e riprese la mira: l'ottica meccanica inquadrò il mutante ansimante, che si spinse indietro con i talloni, fino a toccare il muro col guscio, ed alzò istintivamente una mano davanti a sè, contro i colpi mortali che l'avrebbero inevitabilmente investito.

"Yaaah!"

Il kiai di Leonardo riecheggiò tra le pareti. Con un balzo, il mutante in blu si lanciò al volo contro la macchina, che in una frazione di secondo si era girata verso questo nuovo aggressore ed aveva preparato le armi: ma due riflessi incrociati di luce segnarono l'aria e le lame gemelle distrussero il drone che ricadde al suolo subito dopo Leonardo. Al fragore di metallo seguì uno strepitio elettrico, poi più nulla.

Raffaello si alzò in piedi, prima che Leonardo, che aveva riposto le katana e gli stava zoppicando incontro, avesse anche il coraggio di porgergli una mano per aiutarlo; si diressero quindi verso Michelangelo.

"Dobbiamo andarcene subito da qui."

Raffaello annuì in risposta, iniziando a sollevare il fratello ferito: anche lui sapeva benissimo che un drone distrutto richiamava sul punto uno squadrone di bot. Si rese conto che non poteva più caricarsi Michelangelo sul guscio, tenendolo dalle braccia, come aveva fatto quando erano fuggiti e si erano nascosti in questo vicolo. La tartaruga mascherata in rosso iniziò a svolgere le fasce che teneva ai polsi.

"Facciamo un'imbracatura" rispose semplicemente allo sguardo interrogativo del blu, che subito iniziò a srotolare anche le proprie protezioni. I due fratelli li avvolsero rapidamente insieme, passarono la specie di corda che avevano creato intorno al guscio ed alla spalla sinistra del mutante privo di sensi, e Raffaello se lo issò sulle spalle. Salirono sulle casse, lo sollevarono insieme attraverso la finestra, poi tra le macerie del vicolo, il più delicatamente ma velocemente possibile. Poi iniziarono ad allontanarsi via da lì, tra le strade buie.

All'esterno, la prima luminescenza dell'alba s'intravedeva nel cielo tra i palazzi. L'aria, calda e brumosa, era pesante ed appiccicosa, puzzolente di asfalto e macerie, dei cumuli di immondizia disseminati ai bordi delle strade. I due fratelli si fermarono ad un incrocio, dove un'autovettura capovolta ed incendiata fumava ancora, e si guardarono velocemente intorno. Da una parte già s'intravedevano, in volo in lontananza tra i tetti, un paio di squadroni di bot volanti, rapidi flash scuri tra le alte ombre di cemento. Un'altra direzione portava verso uno dei quartieri generali degli squadristi di Shredder. Delle altre due strade, i fratelli imboccarono quella più buia e tranquilla.

Entrambi i mutanti arrancavano faticosamente, già ansimanti ed affaticati, l'uno per il peso sul guscio, l'altro per l'infortunio alla caviglia, che lo costringeva a zoppicare stringendo i denti ad ogni passo.

Avevano percorso appena pochi isolati, quando Leonardo, accanto al fratello, lo bloccò mettendogli una mano sulla spalla: a Raffaello che si voltò verso di lui, si limitò ad indicare con un cenno lo spazio in alto tra gli edifici nella direzione verso la quale si stavano dirigendo.

L'inconfondibile ed odiosa luce rosata dei droni di ricerca illuminava il cielo.

I due fratelli si guardarono per un paio di secondo, in dubbio sul da farsi: negli occhi smeraldo di Raffaello era chiara la richiesta di un'indicazione; in quelli oltremare del leader l'angoscia dell'incertezza si tramutò in risolutezza un attimo prima di voltarsi verso uno dei portoni che affiancavano la strada del vecchio quartiere vittoriano.

"Entriamo qui!" comandò al mutante in rosso dirigendosi verso il portone.

Leonardo, come tutti, sapeva che ormai la città aveva perso più di un terzo dei suoi otto milioni di abitanti: in numero di abitazioni abbandonate cresceva di giorno in giorno. Tra fughe e rastrellamenti, anche la città più importante al mondo stava facendo i conti con questa nuova, violenta, assurda situazione. Il mondo era impazzito in pochi mesi, e la perdita della libertà in America aveva il nome di un feroce dittatore giapponese, il Distruttore, lo Shredder.

Il nuovo padrone di tutto, l'incubo incarnato. Il nemico che aveva strappato a pezzi la loro vita e la loro famiglia, che aveva distrutto la loro nazione, la loro città, tutto ciò che di buono e sano poteva esserci ancora nella loro esistenza.

Presa una breve rincorsa, il mutante mascherato in blu arrivò duramente di spalla e di guscio contro il portone, per sfondarlo: aveva quindi una possibilità su tre che l'abitazione fosse libera. In ogni caso, avevano bisogno di togliersi dalla strada immediatamente.

Il portone di legno cigolò al colpo, ma non si aprì: carico di adrenalina, incurante di questo nuovo dolore alla spalla che veniva adesso a sommarsi a quello alla caviglia, Leonardo fece nuovamente un paio di zoppicanti passi all'indietro per tentare nuovamente di abbattere la porta.

Raffaello lo fermò bruscamente, alzando una mano, e scaricato il fratello che aveva sulle spalle, lo porse a Leonardo, che lo afferrò a fatica, passandogli le braccia intorno al guscio, mentre il rosso caricava a sua volta la porta: questa volta, il legno cedette con uno schiocco, scassinando la serratura. Raffaello aiutò quindi Leonardo a trascinare dentro Michelangelo ed i fratelli si chiusero velocemente l'uscio alle spalle.

Dentro, era quasi buio. Come ad un segnale, Raffaello riprese tutto il peso del fratello esamine mentre Leonardo, sguainando le katana, si avventurò nella penombra alla ricerca di eventuali occupanti. Silenzioso e rapido quanto l'infortunio lo permettesse, s'intrufolò prima nelle camere al piano terra, poi salì le scale interne per controllare al piano superiore; sebbene molte case fossero ormai state abbandonate, i newyorkesi rimasti non avrebbero esitato, nel terrore costante nel quale vivevano negli ultimi mesi, a sparare contro ogni ombra in movimento.

Dopo appena un minuto, ridiscese piano le scale e si avvicinò a Raffaello, che aveva adesso poggiato provvisoriamente a terra il fratello svenuto.

"Non c'è nessuno. Voi due potete restare qui."

Raffaello si irrigidì. "E tu?" chiese, aggrottando la fronte, irritato.

"Se non ci vedono più, perlustreranno tutta questa zona casa per casa. Ho intenzione di farmi seguire lontano da questo posto."

Il mutante in rosso scosse la testa ed alzò una mano, afferrando il fratello dal braccio ed avvicinandosi a lui.

"Assolutamente no. Tu non ci lasci" quasi gli urlò in faccia.

Leonardo abbassò un attimo lo sguardo verso la mano che lo stringeva, poi piantò i suoi occhi in quelli del fratello, serio e determinato.

"Mikey non può muoversi, e noi siamo troppo lenti. Dovete restare nascosti in questa casa. Io tornerò presto."

"No, tu-"

"Raph, - continuò, più dolcemente, ma con urgenza – tornerò appena possibile. Aspettatemi qui."

Raffaello scosse ancora la testa, poi strinse forte gli occhi e rilasciò un profondo respiro.

"Allora andrò io. Tu con quella caviglia non puoi farcela."

"Io non ce la farei a spostare Mikey, nel caso dovessimo muoverci. Devi restare tu, con lui."

"No, non se ne parla. Cammini a malapena, non ti lascio uscire lì fuori. Resteremo insieme e… noi…"

"Raph, Raph, ascoltami. Per una volta in vita tua, ascoltami. Non c'è altra soluzione. Non possiamo lasciare Mikey. Tu e lui dovete restare qui. Io li semino e torno. Non c'è tempo, Raph, ti prego."

Gli occhi zaffiro tradivano la sua fretta, e l'ansia, mentre si sforzava di mantenersi freddo e controllato. Di essere il leader che la situazione richiedeva. Il capo clan che suo padre avrebbe voluto.

"Andrà tutto bene. Fidati di me" disse ancora, stringendo a sua volta la spalla del fratello mascherato di rosso.

Raffaello distolse lo sguardo e gli lasciò andare il braccio: Leonardo aveva ragione. Ma cedere, questa volta, non era facile. Un fratello infortunato voleva andare incontro all'esercito di Shredder, un altro giaceva gravemente ferito, ai suoi piedi. Un fiume di rabbia e disperazione lo investì: doveva davvero fare una scelta su qualcosa del genere? Stava permettendo a Leonardo di mettere seriamente in pericolo la sua vita, lo stava lasciando uscire da quella porta, nelle sue condizioni? Stava anteponendo un fratello ad un altro? Era vero, Mikey aveva bisogno di lui… Ma Leo ce l'avrebbe fatta, questa volta? E se avesse perso anche Leo, come Donnie? Il pensiero era atroce. E che ne sarebbe stato di lui e Mikey? Sempre che Mikey si fosse ripreso… Respirare divenne stranamente difficile, un sudore freddo scorse sulla pelle sul suo viso, i pochi secondi che passarono sembrarono lunghi una vita: sapeva anche lui che bisognava fare in fretta.

Quando alla fine annuì, lentamente, già si odiava.

Il sollievo fu visibile nel giovane volto di Leonardo, che annuì a sua volta, stringendo la bocca nella sua tipica espressione determinata; senza ulteriore indugi, aprì nuovamente il portone e, dopo essersi squadrato intorno, diede un ultimo veloce sguardo prima al fratello svenuto per terra, poi a quello in piedi accanto a lui. Gli occhi blu, determinati, regalarono un ultimo cenno incoraggiante, si ammorbidirono nell'accenno di un sorriso di conforto, prima di rivolgersi alla strada. Quindi la tartaruga mascherata in blu si mosse più velocemente possibile e, zoppicando, si trascinò a fatica verso il fondo della via.

L'alba aveva ormai rischiarato il cielo.

Mentre richiudeva il portone, Raffaello poteva già vedere l'esiziale luce di un drone che si stagliava in alto. Restò col guscio appoggiato al legno, chiudendo gli occhi, per un paio di minuti, respirando rumorosamente, cercando di calmarsi, come la situazione richiederebbe ad ogni ninja che si rispetti.

Ma da quando era morto suo padre, non sapeva più se avesse ancora il diritto di chiamarsi in questo modo, dalle innumerevoli volte che si era allontanato dal suo insegnamento, in battaglia come nella vita. Il mondo era cambiato e le vecchie regole, se mai avessero avuto valore per Raffaello, adesso non ne avevano sicuramente alcuno. Combatti, con ogni mezzo, o muori. Questa era ormai l'unica legge che governava la sua vita.

Spalancò di botto gli occhi, quando avvertì una raffica di mitra, in lontananza. Per un attimo, fu tentato di aprire quel maledetto portone e di correre fuori, a controllare. Poi, abbassò ancora lo sguardo per terra.

Michelangelo, immobile, sembrava respirare appena. Mollemente sdraiato sul pavimento, di fianco, così come Raffaello l'aveva messo giù, appariva misero e fragile come un burattino rotto. Sul volto pallidissimo le poche lentiggini che avevano superato l'adolescenza spiccavano quasi grigie.

Raffaello si inginocchiò accanto a lui e gli mise una mano sulla fronte: la febbre era ancora alta. Si alzò in piedi e si avvicinò verso la prima stanza che si apriva nello stretto ingresso nel quale si trovavano. Vide che si trattava di una specie di soggiorno, con tanto di poltrone e divano, televisore e librerie, un tavolo da pranzo e un camino: la classica abitazione umana che ci si sarebbe aspettati in quella zona. Un cavallo a dondolo di legno giaceva riverso in mezzo alla stanza. Tende coprivano le grandi finestre che davano sulla strada, dalle quali già iniziava ad entrare la debole luce da fuori. Il mutante tornò dal fratello, lo sollevò, non senza una certa fatica, nonostante la propria forza, e lo portò sul divano, tirando un calcio al dondolo che gli intralciava la strada. Adagiò Michelangelo sul divano, gli sistemò un cuscino sotto la testa, quindi si drizzò e si guardò intorno.

La stanza, nonostante un certo disordine, alcune sedie rovesciate ed un vaso rotto, sembrava pulita, senza polvere. Come se fosse stata abitata fino a pochi giorni prima. Raffaello decise di fare un giro dell'abitazione per cercare qualcosa di utile, e possibilmente dell'acqua e del cibo.

Ormai, era prevedibile che avrebbe dovuto aspettare lì tutta la giornata fino alla prossima notte, perché era improbabile che Leonardo tornasse mentre era ancora giorno. Adesso che a causa dei tombini e dei canali fognari minati non era più possibile accedere al sottosuolo, e che i tetti erano costantemente monitorati da sciami di droni, solo le strade di notte potevano essere ancora percorse, seppur con altissimo rischio, sfruttando tutta la loro formazione, la loro abilità e furtività.

Quindi, pensò Raffaello, Leonardo sarebbe tornato la notte successiva.

Perché sì, sarebbe tornato. Lui era il migliore di tutti loro. Se c'era qualcuno che poteva mettere nel sacco gli squadroni di Shredder anche con una caviglia slogata, questo era Leo. Suo fratello Leo. Che a volte era una spina nel fianco, un rompicoglioni a cui avrebbe mollato volentieri un paio di pugni, un sedicente e saccente capo pieno di boria, con quella sua calma da santone anche quando infuriava la battaglia.

Ma era il migliore. Era sempre stato lì, per loro, per lui. Sì, era il loro leader, l'unica guida che gli fosse rimasta. Era la persona che sentiva più vicina al mondo, era tutto ciò che gli restava, oltre Mikey. Era dotato di un coraggio, di una nobiltà d'animo, di una forza interiore che Raffaello non avrebbe mai potuto sperare di possedere.

Era suo fratello, suo fratello maggiore, il suo migliore amico, e gli voleva un bene dell'anima.

Leo, Leo sarebbe tornato quella notte.

Raffaello allontanò i pensieri e si diede da fare. Al piano terra, oltre che ad uno sgabuzzino, una lavanderia ed un piccolo bagno, trovò una cucina ancora abbastanza rifornita. Se aprire il frigorifero gli procurò solo una zaffata leggermente maleodorante, negli armadietti e nei pensili trovò invece abbondanti approvvigionamenti. Bottiglie d'acqua e tetrapak di latte e succhi di frutta giacevano anche nello sgabuzzino che fungeva da dispensa.

La casa era stata davvero abbandonata solo da pochi giorni, una settimana al massimo.

Ed era stata lasciata di fretta e non in modo pacifico. Suppellettili e sedie rovesciate, oggetti rotti e indumenti per terra narravano una storia di violento rastrellamento.

Gli oppositori, in questa Nuova America, semplicemente sparivano, con tutta la loro famiglia.

Le famiglie O'Neil e Jones non erano state che le prime.

I grossi piedi a tre dita non fecero rumore, salendo le scale interne, in legno, listate da una striscia di moquette colorata. Raffaello si fermò a raccogliere un orsetto di peluche, nel corridoio tra le camere da letto. In una stanza, giocattoli per due età diverse giacevano vicino a due letti disfatti, con le lenzuola per terra; la sorella adolescente dei due bambini aveva occupato la cameretta adiacente, dove poster scuri di band metal si sommavano ancora alla lampada di Hello Kitty.

Giunto nella camera matrimoniale, Raffaello, senza troppo convinzione, cliccò sull'interruttore, e fu stupito di vedere la stanza irradiata dalla luce della plafoniera, segno che non era stata ancora staccata l'elettricità; anche qui, vestiti sul pavimento e confusione.

Una macchia di sangue per terra; alcuni piccoli schizzi sulla parete, vicino all'interruttore.

Il solito rigurgito di rabbia investi Raffaello allo stomaco.

Entrò in bagno e scoprì che come per miracolo anche l'acqua corrente era ancora presente in quest'abitazione. Posò l'orsetto su uno sgabello, e lasciò scorrere un po' il prezioso liquido freddo tra le dita della mano, ormai prive di fasce di protezione: sporcizia bruna e sangue secco si dilavarono e vorticarono nello scarico. Raffaello si sfilò la maschera, lasciandola intorno al collo, premette un po' di sapone dal dosatore e si insaponò le mani, quindi salì a sfregare il viso, che poi sciacquò con vigore. L'odore fiorito gli riempì i fori di respirazione, riportando memorie di una vita passata, di rituali bambini di pulizia e di prezioso sapone, da centellinare con attenzione, ma che non era mai mancato, fino a poco tempo fa, nella sua strana vita.

L'immagine che lo specchio svelò, quando l'asciugamano finì di strofinare la pelle verde, era quella di un viso mutante ancor giovane seppur precocemente invecchiato nell'espressione stanca, negli occhi rossi, nelle borse scure che li cerchiavano.

Il peluche con i suoi occhi stupidi e sbarrati giaceva insolente sullo sgabello. Il mutante l'afferrò, ridiscese le scale, rientrò in soggiorno, si sedette per terra, a gambe incrociate, vicino al divano.

Michelangelo non si era neanche mosso.

Raffaello si rigirò per un po' l'orsetto tra le grosse mani, accarezzò lo scuro pelo sintetico, sfiorò il naso di stoffa; quindi lo poggiò sul bracciolo del divano, accanto alla testa di suo fratello.

Michelangelo ne aveva avuto uno simile, da bambino. Raffaello ricordava come il fratello se lo trascinasse sempre dietro. Già adolescente, aveva ancora voluto portarlo con sé, nonostante fosse ormai logoro ed incollato con il nastro adesivo, quando anni fa avevano dovuto lasciare New York per qualche mese.

Per tutta la giornata, Michelangelo non riprese conoscenza. Raffaello riuscì a fargli ingoiare ancora gli antibiotici con un po' d'acqua, nella quale questa volta aveva disciolto dello zucchero, poi un po' di succo d'arancia. Il mutante ferito aveva mugugnato un paio di volte durante tutte quelle ore, e si era urinato addosso. Raffaello non ne era stato disgustato, quanto piuttosto sollevato. Anzi, quel liquido puzzolente che aveva impregnato i cuscini del divano era stato per lui un regalo di Natale in pieno luglio.

Le ore passarono lentissime. Raffaello non lasciò il fianco del fratello che per pochi minuti in tutta la giornata. Un orologio alla parete segnò l'arrivo della sera, poi della notte. Alla mezzanotte, il mutante mascherato in rosso avvertì chiaramente un forte bruciore allo stomaco ed un intenso senso di nausea.

La lancetta dei minuti era percepibile anche nella penombra; non sarebbe stato sicuro accendere la luce. Ogni minuto, un piccolo movimento. Finché giunse, nuovamente la luce dell'alba.

Il giorno successivo, Michelangelo continuò a dormire. Nel primo pomeriggio il caldo divenne insopportabile, e Raffaello effettuò delle spugnature al fratello incosciente. La febbre c'era ancora, ancora Michelangelo non si svegliava.

La sera Raffaello vomitò nel water le gallette che si era sforzato di mangiare.

Quando giunse anche la seconda alba, era ancora seduto per terra accanto al fratello.

Guscio contro il divano e ginocchia al piastrone, Raffaello abbassò il volto tra le braccia incrociate.

E pianse.