"Hello darkness my old friend,
I've come to talk with you again"
Vains Of Jenna, Sound of silence
Finito di lavare Michelangelo, che aveva strofinato delicatamente con una spugna bagnata, Raffaello decise che era giunto il momento di sistemarlo in un posto più comodo e più pulito. L'odore pungente di urina che impregnava il divano non era affatto piacevole.
Medicata la ferita con una pomata antibiotica e cambiata per l'ennesima volta la fasciatura, il mutante mascherato in rosso si caricò addosso il fratello e salì le scale fino al piano superiore.
Era adesso il terzo giorno che li vedeva nascosti in questa casa.
Nella camera matrimoniale aveva cambiato le lenzuola che erano nel letto con un set pulito trovato nei cassetti. Quelle sporche giacevano ora in un mucchio in un angolo, insieme agli indumenti raccolti da terra in giro per la camera. Un piccolo tappeto preso dal bagno copriva la macchia di sangue.
Raffaello, piegandosi all'indietro, depositò lentamente Michelangelo sul letto, poi lo sistemò per bene, poggiandogli la testa su dei morbidi cuscini. Il fratello minore, privo della sua maschera, si mosse un po'e si lamentò piano, ma continuò a dormire.
Dalle tende entrava la luce del giorno. Del fumo s'irradiava da un edificio in fiamme ammorbando tutto il quartiere; elicotteri, droni e bot volanti continuavano a sorvolare la zona, ed ogni tanto qualche pattuglia di umani in fuoristrada neri sfrecciava per la via sotto la finestra.
I pochi civili che si arrischiavano a circolare per la strada, spinti dalla necessità di recarsi al posto di lavoro che Shredder ritenesse ancora utile o di reperire qualcosa per il pranzo e la cena, camminavano velocemente, tenendo il volto basso, senza parlare, senza guardarsi intorno.
Il mutante, sbirciando da dietro la tenda, vide una donna magra, con i capelli biondi raccolti in una crocchia disordinata, trascinarsi dietro, tenendola per la mano, una bimbetta di forse cinque, sei anni. La donna si affrettava verso qualsiasi posto dovesse andare. La piccola osservava affascinata gli scheletri delle automobili bruciate, i manifesti rossi e neri che inneggiavano al dittatore; quindi alzò gli occhi verso la finestra. Raffaello si ritrasse.
La tartaruga mutante diede un'ultima occhiata al fratello sul letto, quindi scese in cucina, dove presi una confezione di cereali, aperta ma ancora commestibile, ed un brick di latte, si preparò una fugace colazione. Evitò deliberatamente di guardare la macchinetta per il caffè che spiccava in un angolo del piano di lavoro: era quasi uguale a quella che avevano avuto nella loro tana. Quando l'aveva notata, il primo giorno, non aveva potuto fare a meno di ricordare quelle mani verdi che la mattina, per anni, avevano riempito veloci i filtri di caffè, avevano versato il liquido fumante nella tazza e l'avevano portato alla bocca soddisfatta, quella bocca dalla dentatura imperfetta, con quel ridicolo diastema, che sorrideva sotto la maschera viola. Quelle colazioni insieme, adesso preziosi ricordi confusi nei giorni mischiati tra loro, quando lui era sempre ancora troppo assonnato e Mikey troppo loquace, e Donatello si svegliava alla seconda tazza di caffè e Leonardo era già pronto e perfetto appena entrava in cucina. E Sensei, sì, a pensarci bene era ancora meglio quando c'era Sensei, e non era in camera sua o nel dojo a meditare su qualsiasi dannato pensiero che lo aveva raggiunto la notte; quando era lì e sorrideva dietro la tazza di tè ai loro scambi di battute, sforzandosi di restare serio alle buffonate di Mikey. E poi, Splinter non preparava forse a lui la colazione, e gli porgeva la tazza? La tazza che era troppo grande, nelle sue piccole mani verdi… Latte! Papà si era procurato del latte! E la macchinetta del caffè non c'era ancora…
Raffaello si sforzò di ingoiare ogni cucchiaiata di cibo, che aveva nella sua bocca il sapore del fiele, e che sembrava non volesse scendere lungo l'esofago, quasi che una nuova legge fisica lo spingesse adesso verso su; ma doveva mantenersi in forze, per poter accudire suo fratello. Dopo la disperazione che l'aveva travolto alle prime luci dell'alba, quando aveva singhiozzato fuori tutta la sua anima, maledetto il mondo e l'universo intero, pianto per tutti quelli che si era lasciato alle spalle, adesso si sentiva svuotato ed inutile, tremante di rabbia ad ogni movimento, con la testa dolorante ed il cuore vuoto.
L'unica ragione che gli aveva evitato di crollare e di mandare la sua inutile vita al diavolo giaceva, immobile e indifesa, sul letto al piano di sopra.
Avrebbe protetto suo fratello, l'avrebbe portato al sicuro, l'avrebbe fatto rimettere in forze. E un giorno, quando si sarebbe preso la sua vendetta contro Shredder, quando gli avrebbe affondato lentamente i suoi sai nello stomaco, suo fratello sarebbe stato al suo fianco.
Con questi pensieri, finì la ciotola di cereali, e tornò nella camera da letto, per continuare a vegliare sul malato.
Entrato in camera, due occhi azzurri si voltarono lentamente a guardarlo.
Raffaello sussultò, sorpreso, poi un sorriso idiota di gioia gli si stampò in faccia mentre correva a sedersi sul letto.
"Mikey!"
Gli occhi azzurri sbatterono più volte, poi si guardarono intorno, intontiti; tornarono quindi a fissare il fratello, a malapena coscienti.
"Mikey, mi senti?"
Michelangelo per un altro paio di secondi lo guardò istupidito, come se non riuscisse a capire quello che succedeva intorno a lui; poi lo mise a fuoco e mormorò piano, con una voce roca che non sembrava la sua.
"R… Raph…"
Il mutante più giovane accennò ad un sorriso, che però si tramutò subito in una smorfia di dolore. Strinse un attimo gli occhi, e tornò a guardarsi intorno; Raffaello stava continuando a parlare con lui, Michelangelo se ne rendeva conto, ma non capiva quello che volesse dire: probabilmente, gli stava chiedendo come si sentisse. Ma non lo sapeva proprio, come si sentiva: sapeva a malapena chi fosse, e nient'altro. Non sapeva dove fosse, non ricordava cosa fosse successo, non capiva niente. Si sentiva fluttuare in una dimensione strana e nemica, di sensazioni ovattate e luci stordenti, dove il dolore regnava sovrano, nella sua testa, in tutto il suo corpo, soprattutto nella parte sinistra, nel suo braccio.
La sua mano, la sua mano sinistra, era come se qualcuno gliela stesse strappando via con una tenaglia infuocata. Michelangelo gemette dal dolore e si ritrovò improvvisamente così debole che anche girare la testa sembrava uno sforzo troppo grande, aldilà delle proprie possibilità. Nausea e vertigini lo rimescolavano dentro, mentre Raffaello continuava a rivolgersi a lui, a guardarlo con quei suoi occhi verdi… spaventati? Sollevati?
Cos'era successo?
Chiudendo ancora una volta le palpebre alla luce assassina, prese un profondo respiro e lottò per rimettere a posto i suoi sensi. Cercando d'ignorare il dolore, si concentrò sulle altre sensazioni. Capì di essere sdraiato su un letto. Sentiva caldo, ed era sudato. Aveva sete, una sete tremenda. Provava un malessere generale, forse una febbre alta.
Ma ciò che superava tutto, che lo avvolgeva ed intontiva, era il dolore al braccio sinistro. Aprì gli occhi.
Raffaello era ancora seduto accanto a lui, sul letto, non parlava più ma lo guardava. Per adesso Michelangelo decise di non pensare al fratello. Certo, era bello, averlo accanto a sé, questo almeno lo faceva sentire in un posto sicuro.
Ma questo tremendo dolore…
La giovane tartaruga mutante abbassò lo sguardo al proprio piastrone, e poi lo girò verso il braccio, che tentò di sollevare.
A questo punto, qualcosa di strano accadde.
Michelangelo sentiva il suo braccio, sentiva che doleva come l'inferno. Eppure… non lo sentiva. E non lo vedeva.
Il suo braccio si fermava sopra il gomito, in una fasciatura bianca.
Improvvisamente fu spaventato a morte. Qualcosa non andava. Non era possibile. Questo era un incubo, sicuramente. Un corpo, un oggetto, o c'è o non c'è, non è possibile che sia entrambe le cose. Il suo cervello confuso non riusciva a capire. Ed aveva paura. E dolore. Ed improvvisamente mancava l'aria…
"Mikey!"
Raffaello vide suo fratello allargare gli occhi, sconvolto, poi fare uno strano suono con la bocca, come un lamento, ed iniziare ad ansimare, allucinato.
"Mikey, calmati, va tutto bene. Sei al sicuro."
Lo afferrò per le spalle, e Michelangelo gli piantò in volto gli occhi terrorizzati, continuando ad iperventilare.
"Mikey! Mikey mi senti? Sono qui, calmati!"
Raffaello si allarmò a sua volta, non sapendo bene come fare a tranquillizzare suo fratello, che sembrava stesse iniziando ad avere una crisi di panico. Continuò a parlargli e gli accarezzò il volto.
"Mikey? È tutto a posto, fratello. Guardami. Va tutto bene. Mikey?"
A sentire la voce di Raffaello che lo chiamava, ed a vedere il suo volto preoccupato che adesso incombeva su di lui, il mutante più giovane iniziò a calmarsi. Si costrinse a ricomporsi, avvertendo che aveva fatto spaventare suo fratello. Completamente sveglio dalla scarica di adrenalina, comprese tutto d'un colpo la sua situazione.
Doveva aver avuto un incidente, un terribile incidente. Questo spiegava tutto: il fatto di essere a letto, con suo fratello a vegliare su di lui, la sua debolezza, il dolore, e… e…
Si voltò ancora a guardare verso il suo lato sinistro.
Raffaello vide l'angoscia riempire gli occhi della giovane tartaruga che si osservava il moncherino. Gli lesse in viso la comprensione e lo smarrimento. Una lacrima scorse dagli occhi azzurri fino al cuscino, poi gli occhi tornarono a Raffaello, e Michelangelo, coraggiosamente, sorrise.
Raffaello si sentì strappare il cuore fuori dal petto.
"Ehi…" gracchiò debole Michelangelo.
"Ehi, Mikey. Come ti senti?"
"Sete…"
La tartaruga mascherata in rosso afferrò il bicchiere con l'acqua che teneva sul comodino e glielo porse, sorreggendogli la testa per aiutarlo ad inghiottire. Michelangelo bevve un paio di sorsi, poi allontanò la bocca.
Il silenzio aleggiò nella stanza per qualche secondo. Il mutante più piccolo aprì e chiuse più volte la bocca, come per cercare di formulare le parole per dire qualcosa.
"Raph…"
Raffaello lo invitò con un cenno a proseguire, con un'espressione morbida ed affabile, quasi inconsueta per i suoi lineamenti, ormai da mesi sempre più duri.
"Io… – Michelangelo si voltò ancora verso il moncherino, lo sollevò leggermente, sussultò per il dolore, poi guardò di nuovo a Raffaello. – Il mio braccio… Raph, ho perso… un braccio…"
La voce era così ingenua, infantile, così carica di doloroso stupore. I grandi occhi celesti si riempirono di lacrime. Il mutante in rosso sentì un nodo formarsi in gola, un groviglio nero e pungente.
Michelangelo aprì il volto in un sorriso triste.
"Mi perdo… sempre tutto…"
Alle battuta, mormorata piano, seguì una risatina nervosa, che si trasformò subito in singhiozzi. Il mutante giovane prese a piangere come se ridesse, in modo soffocato e lieve, stringendo stretti gli occhi. Raffaello si chinò su di lui, l'abbracciò delicatamente; Michelangelo piegò il viso nell'incavo del suo collo e si mise a singhiozzare, prima piano poi via via più forte. Disperato e tremante, lasciò uscire paura e dolore. Il fratello maggiore gli carezzò la testa, aspettando che si calmasse.
Quando dopo qualche minuto il respiro del minore tornò tranquillo, Raffaello si staccò da lui e indicò il suo moncherino con un cenno del capo.
"Ricordi quello che è successo?"chiese.
Il fratello tirò su col naso ed annuì. Adesso ricordava la battaglia, ricordava di essere stato ferito, ricordava il sangue, il dolore. Ricordava di aver capito, subito, sentendo i suoi muscoli e le sue ossa fatte a brandelli, che per il suo braccio non ci sarebbe stato più niente da fare. Ricordava di essere andato in shock, e poi più niente di chiaro. Poi nella sua testa solo una confusione di ombre e sofferenza.
"Fa male?"
Michelangelo annuì ancora.
"Quanto?"
"Per non esserci… – Il mutante con le lentiggini si asciugò il viso con l'unica mano rimasta. – Direi che fa… parecchio male."
"Ti darò un antidolorifico. Riesci a buttar giù qualcosa?" gli chiese. "Non mangi da giorni."
"C'è una pizza all'Advil… con un bicchiere di morfina on the rock?" si sforzò di scherzare ancora il più giovane, storcendo suo malgrado ancora un po' il viso nell'evidente patimento.
Raffaello gli strinse una spalla, fiero di lui.
"Spiacente, solo una minestra in lattina. Ma abbiamo le Advil."
"Vada per l'Advil, allora, magari una libbra…"
Raffaello si alzò in piedi, per andare a prendere il flacone di ibuprofene che aveva lasciato al piano inferiore, ma il fratello lo fermò prima che uscisse dalla stanza.
"Raph…"
"Sì?"
"Dove… Dov'è Leo?"
Il rosso congelò, alla domanda, ma si riprese subito, senza darlo a vedere. Sfoggiando un talento all'inganno che non aveva mai creduto di possedere, degno della miglior tradizione ninja, rispose tranquillamente al fratello, come se questi gli avesse chiesto che ore fossero.
"Era qui fino a poco fa. È andato a prendere dei rifornimenti. Tornerà presto."
Il fratello minore gli credette, e annuì, tranquillizzato. Quindi chiuse gli occhi.
…
Nei due giorni seguenti, Michelangelo continuò a dormire quasi sempre. La febbre scese ed il mutante riuscì a mangiare qualcosa ed ad alzarsi in piedi, sorretto dal fratello, per essere portato in bagno. Si sentiva ancora molto debole, e nonostante la dose massima di analgesico, estremamente dolorante.
La ferita si stava chiudendo bene e non suppurava quasi più; i punti che aveva dato Leonardo stavano facendo saldare la pelle verde intorno al bicipite troncato a metà.
Era la sera del secondo giorno da quando si era svegliato, e Michelangelo era adesso ormai pienamente vigile da alcune ore. Con il braccio superstite piegato dietro la testa, l'espressione mortalmente seria, teneva lo sguardo fisso in alto. Dei sorrisi che aveva regalato a Raffaello quarantotto ore prima non era rimasto che il ricordo.
Raffaello rientrò in camera da letto, portando sul vassoio un piatto fumante di salsa di pomodoro che aveva appena preparato in cucina, dei crostini di pane ed una ciotola di frutta sciroppata. Si avvicinò al letto del fratello, che continuava a fissare il soffitto, e posò il vassoio sul comodino.
"Ho preparato una zuppa di pomodoro - iniziò, sedendosi sulla sedia accanto al letto. – Ho seguito le indicazioni sulla scatola, ma sai che io-"
"Raph."
Raffaello bloccò di colpo il suo cianciare falsamente allegro all'intonazione seria di Michelangelo.
Questi girò lentamente la testa a guardarlo, con i movimenti rigidi di un automa. I suoi occhi avevano un riflesso, adulto e doloroso, che Raffaello non aveva mai visto prima. Aveva sì letto negli occhi del giovane fratello, nei mesi scorsi, il dolore e la disperazione per l'uccisione del loro padre, la scomparsa di Donatello e la notizia della morte di quest'ultimo; ma mai, mai li aveva visti così stanchi, svigoriti, consapevoli. Era come se suo fratello si fosse svegliato invecchiato di parecchi anni in un solo colpo. Come se alla fine tutta la sua gioia di vivere e la sua esuberanza si fossero esaurite, e stessero languendo tremolanti come una fiamma morente. Sembrava strano che sotto quello sguardo ci fosse stato fino a poco tempo fa un'espressione ingenua ed infantile ed un sorriso bambino. Raffaello e Leonardo avevano tentato invano di proteggere l'ultimo barlume di innocenza che si rifletteva ancora in quegli occhi cielo: avevano tenuto nascosto a lui i particolari della scoperta dell'esecuzione di Donatello; non gli avevano mai raccontato della macabra esposizione al pubblico del guscio seviziato. Ma alla fine, questi ultimi giorni sembravano essere arrivati con il colpo d'ascia finale per abbattere l'albero colpito più e più volte: la luce si era spenta, così come la speranza in questo mondo martoriato.
"Raph, dov'è Leo?"
Raffaello sospirò, e si passò una mano sul retro della testa. Temeva questo momento da due giorni. Non aveva senso continuare a mentire ed in ogni caso Mikey non gli avrebbe più creduto. Aprì la bocca per parlare, trovandola improvvisamente secca come se fosse piena di sabbia.
"Lui…- Si fermò, e sospirò. - Io non so dove sia."
Distolse lo sguardo, consapevole dei dolorosi raggi azzurri che lo stavano trafiggendo. Proseguì, a voce bassa, quasi un mormorio roco.
"Quando sei stato ferito, ci siamo rifugiati per qualche giorno in uno scantinato qui vicino. Ma un drone ci ha rintracciati e ci siamo dovuti spostare ancora. Abbiamo trovato quest'abitazione vuota, tu non potevi muoverti… Leo avrebbe dovuto attirarli lontano da qui, per tenerci al sicuro, e poi tornare…"
Strinse gli occhi ed inalò profondamente, rilasciando poi l'aria con una specie di lamento, in fondo alla gola. Non aveva più niente da dire; questo era tutto. Leonardo non era tornato.
"Da quanto manca?" chiese ancora Michelangelo, dopo qualche secondo.
"Quattro giorni."
Raffaello senti il fratello minore gemere. Poi, ancora una volta, il silenzio invase la stanza. Quando Raffaello si decise a girarsi verso il fratello, questi stava fissando nuovamente il soffitto.
"Perché mi hai mentito?"
Raffaello si alzò in piedi, si avvicinò alla finestra. Un'altra notte iniziava a coprire la città. Le sirene del coprifuoco risuonavano per le strade scure.
Non gli rispose. Sapeva che Mikey conosceva già il perché avesse dovuto mentirgli: si era appena svegliato, ed aveva quasi avuto una crisi di nervi, non era nelle condizioni di sopportare ulteriore stress. Forse aveva fatto bene, forse no. Forse Mikey lo avrebbe capito, o forse non glielo avrebbe perdonato mai.
Non aveva importanza.
Niente più aveva importanza. La loro vita si era in pochi mesi sgretolata in mucchietti di macerie, di ricordi dolorosi. L'unica cosa che ancora importava alla tartaruga mutante, era portare il più velocemente possibile il fratello lontano dalla città. In salvo. Tenerlo al sicuro, almeno per un altro po'. Prendersi cura di tutto quel che restava nella sua vita.
Prima di uscire dalla stanza, rivolse l'ultimo sguardo al degente.
Michelangelo stava zitto, tranquillo, serio.
Suo fratello non era mai stato tranquillo e serio. Non lo era mai stato, nella loro vecchia vita.
