"I'm gonna go far I have to be faster

Maybe I'll get there before the pain

Won't leave anything

Won't take anything"

Elisa, It Is What It Is


Naturalmente, l'acqua finì quando Raffaello era sotto la doccia. Insaponato da capo a piedi, dopo le ore di allenamento a corpo libero alle quali si era sottoposto questa mattina, tirò verso di sé il miscelatore solo per sentir decrescere rapidamente il getto d'acqua in faccia fino ad estinguersi.

In quel momento, piuttosto che considerare la fortuna di aver potuto usufruire, di questi tempi, di quasi cinque settimane d'acqua corrente, e qualche giorno in meno di energia elettrica, inveì tutte le maledizioni che conosceva prima di uscire dalla doccia e strofinarsi via di dosso con l'asciugamano la schiuma superstite.

Passando davanti alla camera, vide con la coda dell'occhio che suo fratello era ancora disteso sul letto.

Si bloccò di colpo ed entrò nella stanza.

Michelangelo non si girò a guardarlo. Continuò a osservare le dita della propria mano, a pochi pollici dal suo volto, muovendole piano, ondeggiandole tutte e tre avanti ed indietro.

Il rosso gettò l'asciugamano a terra, accanto agli altri sporchi che si erano accatastati in queste settimane.

"Non ti sei alzato affatto?"

L'arancione a questo punto si voltò piano verso di lui, gli rivolse un'occhiata distratta, e poi tornò a fissarsi le dita, come se non avesse parlato nessuno.

Raffaello grugnì un'altra maledizione e si avventò sul fratello.

"Alza il tuo culo da lì!" Lo tirò dal braccio, fino al bordo del letto. "Smuoviti, maledizione!"

Strattonando via il braccio, il mutante più giovane borbottò qualcosa d'incomprensibile, poi si alzò in piedi.

Le movenze erano ancora stanche e goffe, il suo corpo si era fatto un po' più esile. Nel tripudio multicolori del lenzuolo fatto a strisce ed utilizzato a mo' di benda, ora che la ferita si era chiusa, il braccio mozzato sfoggiava una fasciatura più leggera , che non copriva più l'articolazione della spalla. Adesso quel che restava del bicipite si vedeva chiaramente, già un po' più sottile della muscolatura dell'altro braccio.

Michelangelo passò accanto al fratello, senza guardarlo, urtandolo di proposito, e fece per uscire dalla camera.

Raffaello strinse i pugni e si costrinse a non corrergli dietro.

"Domani lasciamo, che tu sia pronto o meno" sbraitò.

L'arancione si bloccò un attimo sulla porta, senza voltarsi, poi proseguì verso il corridoio. Raffaello mollò un calcio alla sedia davanti a lui, mandandola a sbattere malamente contro una cassettiera. Era troppo furioso per fregarsene di non fare rumore.

Stipò quel poco che era restato delle scorte nello zaino che aveva trovato nella stanza della ragazza: le poche lattine di cibo rimasto, medicine e strumenti medici, altre lenzuola pulite per cambiare ancora la fasciatura e qualche piccolo utensile; perfino due pacchi di farina, anche se non sapeva se si potesse mangiare così, senza cucinarla in qualche modo: in ultima analisi, però, non voleva pentirsi di non averla portata, quando nei prossimi giorni avrebbero finto tutto il resto.

Il problema principale sarebbe stata l'acqua. Ma adesso preferiva non pensarci. Avrebbe magari razziato qualcosa in giro e, se la fortuna li avesse voluti aiutare, avrebbe piovuto, anche per lavar via un po' di questa maledetta calura di agosto. Non ricordava mai un anno più torrido di questo, nei suoi ventun anni di vita. Loro erano stati addestrati a sopportare il caldo ed il freddo, ma nei giorni chiuso in questa casa aveva sudato via pure l'anima.

Raffaello strinse i lacci dello zaino e se lo caricò in spalla.

Il fratello, seduto su una sedia e con le gambe sul tavolo, faceva oscillare pigramente uno dei suoi nunchaku.

L'altra arma, ormai inutile, era agganciata al suo solito posto nella parte sinistra della cintura.

"Sei pronto?"

Michelangelo annuì e si alzò in piedi.

Raffaello sapeva che non era pronto, che suo fratello era ancora troppo debole, troppo dolorante, per mettersi in marcia. Solo salire e scendere le scale lo affaticava. Il cammino sarebbe stato lento e difficoltoso e se fossero stati attaccati se la sarebbero ancora vista brutta.

Ma erano stati nascosti qui anche troppo a lungo. Ogni giorno che passava, il rischio di essere scoperti aumentava. Le pattuglie circolavano avanti ed indietro nella strada davanti al portone, e la notte i suoni delle sirene echeggiavano a volte troppo vicini. Dormivano a turno, lui e Mikey, sempre con l'ansia che i soldati avrebbero prima o poi sfondato quella porta. La maggior parte delle sue giornate Raffaello le aveva trascorse nascosto dietro le tende, a controllare la strada, nel timore di essere scoperti prima che Michelangelo si fosse rimesso abbastanza in forze da potersi muovere.

E nella disperata speranza di vedere, notte dopo notte, sotto la debole luce della luna, tornare qualcuno. Qualcuno che probabilmente non sarebbe ormai più tornato.

Dovevano lasciare la città. Adesso che non potevano più nascondersi nel sottosuolo, non avevano altra scelta. Raffaello aveva già annunciato la sua decisione a Michelangelo qualche giorno prima.

La tartaruga mutante mascherata in rosso fece strada dalla cucina fino all'anticamera, quindi aprì il portone. La via era buia, i lampioni in questa zona della città erano fuori uso. Michelangelo seguì il fratello oltre la soglia, e si richiuse il portone alle spalle. Restò per qualche secondo immobile, davanti al legno scuro.

"Allora?" bisbigliò il rosso al suo fianco, notata la titubanza.

"Niente. Andiamo."

Iniziarono a muoversi, nell'oscurità, tra gli edifici.

Raffaello immaginava cosa stesse pensando Mikey; ricordò la domanda che gli aveva rivolto il fratello qualche giorno prima.

"Se Leonardo torna dopo che ce ne siamo andati, come farà a trovarci?"

Le due tartarughe mutanti, adesso un po' chine, passarono davanti una bassa cancellata. Due ombre tra le ombre.

"Leonardo sa che dobbiamo lasciare la città e che l'unico posto in cui possiamo rifugiarci è la fattoria. Non trovandoci, verrà lì."

Raffaello sbirciò dietro un angolo, quindi fece cenno al fratello che la strada era libera. Continuarono ad avanzare veloci.

"Certo. Giusto. Magari arriverà a Northampton prima di noi." Michelangelo aveva guardato in basso. Raffaello si era limitato ad annuire.

Mentire a sé stessi non avrebbe potuto fare più male.

Cercando di stare nascosti il più possibile e facendo lunghi giri al minimo rumore che potesse indicare una pattuglia di bot o squadroni umani, i due giovani mutanti procedettero fino al ponte che collegava Manhattan al Bronx. Si fermarono per osservare la zona. Raffaello sentiva chiaramente che il fratello dietro di lui iniziava ad arrancare. Michelangelo si appoggiava al muro, respirando rumorosamente. Il sudore già gli impregnava la maschera arancione.

Davanti alla zona di accesso del ponte, un posto di blocco formato da una dozzina di soldati umani, da alcuni bot e da varie vetture rendeva impossibile il passaggio. Un secondo sbarramento, più massiccio, si intravedeva sul ponte. Fasci di luce dei fari correvano e ricorrevano ad illuminare la strada, le auto abbandonate, i cumuli di rifiuti. I soldati degli squadroni di Shredder indossavano le loro consuete divise nere, con il simbolo del Piede al braccio, alcuni di loro tenevano al guinzaglio coppie di grossi mastini che annusavano l'aria, con gli occhi neri resi feroci dall'addestramento crudele. Raffaello imprecò sotto voce. Sapeva che le strade erano controllate, ma aveva sperato che la situazione fosse un po' più facile. Da qui non si passava, non con Mikey in queste condizioni.

La tartaruga mutante mascherata in rosso fece dei segnali al fratello e tornarono sui loro passi. Dopo aver fatto un lungo giro, tentarono di avvicinarsi al ponte dalla parte di un piccolo parco ormai ridotto ad un cumulo di erbacce, accostandosi al posto di blocco più lateralmente, ma la zona era decisamente off limits. Neanche lontanamente immaginabile solo arrivargli a tiro, a quel dannato ponte. Inoltre Michelangelo cominciava ed essere davvero troppo stanco, e non avevano neanche lasciato Manhattan. Dopo aver esaminato la situazione, Raffaello si ritrasse nell'ombra e si sedette per terra, nella stradina buia. Michelangelo lo imitò e si sedette al suo fianco, spalla contro spalla.

Raffaello si portò una mano alla fronte e strinse gli occhi, cercando di riordinare le idee. Da questo ponte non si poteva passare. Aveva fatto fare la strada fin qui a Mikey per niente. Perché non ci aveva pensato prima? Ecco, pensò, l'ennesima prova di come lui fosse un perfetto incapace in ogni tentativo di pianificazione. Era Leo, quello che decideva il da farsi. E Donnie quello che sviluppava con lui le strategie…

Allontanò il flusso di pensieri deleteri, dandosi dell'idiota, e tornò al problema in corso. Non da questo ponte, quindi, e per quel che ne sapeva tutti gli altri erano stati fatti saltare. Restava il tunnel, a sud, ma li avrebbe costretti ad un lunghissimo giro, nel centro abitato, e poi avrebbero dovuto riattraversare l'Hudson molto più a nord… No, no, troppo lontano, non ce l'avrebbero fatta e lui non conosceva bene quelle zone, rischiavano di dover restare allo scoperto, e poi è ancor più facile che fosse controllato anche il tunnel… Sbuffò, spazientito. Non sapeva che fare!

"Posso farcela…"

Si girò a guardare Michelangelo, che aveva sussurrato piano.

"Cosa?"

"Possiamo attraversare a nuoto l'Harlem, se troviamo un punto d'accesso. In estate c'è meno acqua. Posso farcela."

Raffaello soppesò l'idea per meno di un secondo.

"No. Non puoi, le correnti sono troppo forti. E poi non ci sono altri punti per avvicinarsi al canale."

"Possiamo superare il primo posto di blocco e poi tuffarci dal ponte prima dello sbarramento."

"Cosa? Tu sei pazzo. Anche se fossi nelle condizioni di correre e nuotare, e non lo sei, le mitragliatrici ci farebbero a pezzi prima di avvicinarci al ponte."

"Invece sono sicuro che-"

"No!" gli sputò in faccia, a bassa voce ma con rabbia.

Pur nella penombra si vedeva chiaramente l'aria ferita di Michelangelo, che strinse per un attimo gli occhi a due fessure fiammeggianti e stava per rispondergli a tono, ma poi prese un profondo respiro e chiese, calmo:

"Quindi? Cosa proponi di fare?"

"Io…"

Si alzò lentamente in piedi e tornò ad avvicinarsi verso l'uscita del vicolo sulla strada che portava al ponte; Michelangelo lo seguì, fermandosi dietro di lui. Raffaello scosse la testa.

"Torniamo indietro"ordinò.

Aveva deciso. Non potevano rischiare di avvicinarsi da lì. Gli sarebbe poi venuto in mente qualcosa…

"No. Passiamo da qui."

Il rosso per un secondo restò talmente interdetto da non riuscire a muoversi: Michelangelo, appena pronunciate queste parole, si era messo al suo fianco, aveva tirato fuori dalla cintura uno dei suoi nunchaku, e si era lanciato verso la strada. Si era messo a correre, chinato, verso il posto di blocco.

Raffaello non riusciva a crederci. Non fece in tempo neanche ad arrabbiarsi, da quanto fu travolto da sgomento e paura: suo fratello si sarebbe fatto ammazzare!

A questo punto, non poteva fare altro che seguirlo; si gettò dietro di lui, verso lo squadrone di soldati.

Per un fortuito caso del destino, correndo radenti alla recinzione del parchetto che costeggiava la strada verso il ponte, riuscirono quasi ad arrivare al posto di blocco senza che nessuno dei soldati guardasse verso di loro. Ma giunti a poche decine di piedi dagli uomini, correndo ormai ben illuminati dai fari, naturalmente furono avvistati. Un soldato si girò di scatto, ne avvisò un altro, si alzarono le voci, si puntarono le armi.

Poi scoppiò l'inferno.

Raffaello vide la scena con assoluta chiarezza di particolari, come se l'adrenalina avesse dilatato il tempo, schiarito la visuale, focalizzato la sua attenzione su ogni cosa. Vide uomini imbracciare i fucili, altri prendere la mira. Bot si aggiungevano veloci, iniziando a correre verso di loro. Un primo soldato aprì il fuoco col suo mitra. Gli scoppi dei colpi, nelle bocche dell'arma, erano lampi di fuoco nella notte. Pallottole fischiavano nell'aria, s'infrangevano nell'asfalto, sollevando sbuffi di detriti in frantumi a pochi pollici dai piedi di suo fratello, che era ormai a portata di tiro.

Raffaello urlò tutta la sua rabbia, continuando a correre, più veloce. La seconda raffica si conficcò nella strada di un soffio accanto a Michelangelo, che correva pochi passi davanti a lui, con l'andatura sgraziata e traballante per l'evidente sfinimento.

Era un suicidio. Solo grazie alla cattiva mira dei soldati le prime raffiche non li avevano ancora falciati. Perché, perché Michelangelo l'aveva fatto? Perché? Raffaello giurò a sé stesso che, nella speranza, remota, di riuscire a farcela, avrebbe fatto pagare a suo fratello questa follia con gli interessi; ferito o non ferito, non gli interessava, una volta al sicuro l'avrebbe preso a pugni fino a fargli passare per sempre la voglia di riprovarci.

Sempre correndo in direzione del fuoco, il rosso tirò fuori due shuriken, uno per ogni mano, e li lanciò in avanti: gli ultimi due shuriken del clan Hamato lasciarono in quel momento le sue mani. Delle centinaia che gli aveva lasciato il suo maestro, non ne avrebbe avuti mai più alcuno. Le stelle d'acciaio segnate dallo stemma pentalobato volarono per l'ultima volta nella notte; ma in quel momento, Raffaello non ci pensò affatto. Era troppo concentrato ad osservare come questi due lanci fossero andati a segno: uno dei tre uomini che stava sparando loro addosso mollò il mitra e si accasciò, a premere con le mani le gambe trafitte; i due soldati accanto a lui si girarono a guardarlo, a capire cosa fosse successo, ed in quell'attimo di esitazione Michelangelo, con una mossa disperata ed assolutamente non canonica, lanciò contro di loro il suo nunchaku, che turbinò nell'aria come un disco scuro ed arrivò ad abbattere insieme i due uomini vicini colpendoli forte in testa.

I due fratelli erano arrivati nella fila dei soldati che insieme a quattro veicoli formavano il primo sbarramento, all'inizio del ponte. A questo punto, il combattimento si fece un corpo a corpo: nessuno dei soldati sparò più, per evitare nella confusione il fuoco amico, e Raffaello poté aprirsi la strada con i suoi sai, trafiggendo tessuto nero, macchine senz'anima e carne viva, atterrando bot ed umani.

Michelangelo con lo slancio scivolò col guscio sul cofano di uno dei fuoristrada neri che formavano lo sbarramento, arrivando a mettere giù i due soldati dall'altra parte dei veicoli, semplicemente balzandogli sopra: la massa dei tre corpi rotolò a terra, la tartaruga mutante gridò, di furia e di dolore, ed assestò, potenti, una gomitata ed una testata, strattonò via il mitra da uno degli uomini, e mentre si rialzava in piedi, barcollante, alzò l'arma verso un gruppo di sei soldati che stava accorrendo dal secondo sbarramento, posizionato parecchi piedi più avanti.

Sotto le luci che illuminavano il ponte, Michelangelo avanzò lentamente, lottando per mettere a fuoco la visione, che iniziava a farsi doppia. Il dolore per aver appena sbattuto il moncherino si era sommato all'estrema astenia per questa corsa e la lotta, nelle sue condizioni di debolezza. Vide i soldati bloccarsi alla vista dell'arma, poi tornare indietro, disperdendosi verso i lati del ponte. Alzò ulteriormente l'arma contro le ombre sfocate, prese la mira, infilò la punta del suo grosso dito nel grilletto, sentendo la cedevolezza del tasto di metallo. Sparò.

Non aveva mai sparato con un mitra. Il rinculo della prima breve raffica gli sbatté dolorosamente il calcio contro la spalla. Mollò il dito dal grilletto, stava per lasciar cadere l'arma invece mirò ancora. Adesso sapeva cosa aspettarsi. Vide con la coda dell'occhio un'ombra al suo fianco, ma la riconobbe subito come quella di suo fratello. Sparò di nuovo verso gli uomini.

Il frastuono dei colpi gli riecheggiò in testa. Il fuoco, il lampo della raffica di denotazione lo affascinarono. Una strana sensazione di potenza, nei proiettili che schizzavano via dall'arma guidata dalla sua mano, gli travolse i sensi ormai sull'orlo dello svenimento. Terribili ed ammiccanti messaggeri di morte, le pallottole segnavano l'aria, impercettibili, come raggi di una forza potente e letale, orribile e seducente nello stesso tempo. L'effimero confine tra la vita e la morte, tra l'esistere ed il non esistere, balenava assordante in uno strumento così semplice che anche un braccio solo poteva gestirlo.

Le sei forme in fuga, sdoppiate e ondeggianti, cambiarono bruscamente direzione, come bloccate nel movimento da un filo invisibile teso nell'aria. E caddero a terra.

Il giovane mutante abbassò l'arma. I suoni intorno a lui divennero echi vibranti, le immagini informi visioni oniriche. Respiro. Si girò lentamente verso i fratello, che lo guardava con gli occhi sbarrati, l'espressione cristallizzata in una smorfia d'angoscia, lo sguardo incredulo, le iridi verdi più grandi, con le pupille ristrette ad un puntino. Respiro. Si girò ancora, per osservare i nemici alle sue spalle: un paio degli uomini atterrati prima si stavano già rialzando. La vernice nera delle vetture rifletteva le luci del ponte, piccole stelle e grandi soli nello spazio, tremolanti. Respiro: ed era un rimbombo stordente, l'aria stessa era dura contro il suo palato, nella sua bocca ansimante, e prendeva a pugni i polmoni che sembravano adesso troppo stretti, troppo piccoli.

Tornò infine a voltarsi avanti, verso il secondo sbarramento, quasi al centro del ponte, dove uomini si stavano già mettendo in posizione, barricandosi dietro gli sportelli dei veicoli, le armi lucenti nelle mani, e due bot si alzavano in volo.

Questo secondo blocco aveva più uomini, più mezzi.

Non potevano farcela. Non capiva perché fosse arrivato a questo punto. Proprio non capiva per quale motivo avesse fatto qualcosa di così stupido. Perché aveva perso la testa così? Forse perché era debole e stanco e l'ipotesi di dover tornare indietro per cercare un'altra strada gli era sembrata in quel momento peggiore che correre in avanti verso il posto di blocco. No, no, chi cercava di ingannare. In verità, non ci aveva pensato affatto su, era solo stato stupido. Alla fine, anni a cercare di dimostrare il contrario, ma avevano sempre avuto ragione i suoi fratelli: era uno stupido. Stupido, stupido, a buttarsi tra i nemici in quel modo. Stupido ad aver gettato via l'unica cosa bella che gli fosse rimasta: la vita di suo fratello.

Raph l'aveva seguito, e Raph sarebbe morto a causa sua.

Michelangelo sentì il petto stringersi d'angoscia, le gambe farsi deboli. Mollò l'arma, adesso troppo pesante da tenere.

Aveva rovinato tutto, per l'ultima volta. Ma forse… forse… Beh, sì, forse, in fondo, sarebbe stato meglio così. Adesso avrebbero potuto rincontrarsi con la loro famiglia ed i loro amici. Che bello, rivedere Sensei e Donnie! Ed April, e Casey, e Leatherhead e tutti gli altri… E Leo? Non anche Leo?

Era per questo che aveva fatto quest'ultima pazzia? Voleva morire? Lui? Che idea ridicola! No, sicuramente no. No?

Bene, ormai, in ogni caso, non poteva più farci niente.

Si girò l'ultima volta verso Raph, per chiedergli scusa.

Ma le forze gli vennero meno e si accasciò contro di lui.