"I look inside myself and see my heart is black

I see my red door I must have it painted black"

Vanessa Carlton, Paint It Black


Un incubo. Questo era sicuramente un incubo.

Raffaello iniziò a pensare che tutto ciò che stava succedendo intorno a lui non fosse altro che uno scherzo della sua mente.

Di notte, su un ponte, circondato da nemici pesantemente armati. Suo fratello, molto probabilmente il suo ultimo fratello rimasto, che gravemente debilitato e menomato si era appena lanciato in un'azione suicida e che adesso gli stava cadendo addosso, stremato.

Un incubo che Raffaello non avrebbe saputo dire se fosse iniziato solo pochi minuti prima, o se non durasse piuttosto da mesi. Tutta la sua vita era diventata un inferno, ed i ricordi di un'esistenza passata, felice, erano ormai talmente lontani da confondersi come ombre nell'oscurità.

Afferrò Michelangelo, per evitare che cadesse a terra.

Nella sua giovane vita si era già trovato più volte in posizioni difficili, ma non ricordava mai una situazione più disperata di quella nella quale si trovava in questo momento. Sembrava che ogni scelta avrebbe portato al loro inevitabile annientamento. Non potevano più avanzare, né tornare indietro.

Forse era così, che sarebbe finito tutto.

L'unica certezza, chiara ed assoluta, che aveva, era che non avrebbe lasciato Michelangelo per tentare di fuggire e salvarsi almeno lui: il suo cervello si rifiutava anche solo di prendere in considerazione questa ipotesi assurda. Non avrebbe mai più lasciato andare un fratello, mai più.

Afferrò Michelangelo da sotto il braccio, tirandolo in piedi.

"Raph…"

Il mormorio debole del mutante in arancione si perse nel rumore di una sirena che iniziò ad urlare; un altro faro illuminò il ponte, puntando dritto su di loro, proiettando le loro ombre nere lungo la strada.

Adesso erano perfettamente visibili; le loro forme, l'uno che sorreggeva l'altro, si distinguevano da lontano. I bot in volo li avevano quasi raggiunti; i soldati dietro di loro si erano avvicinati. Un paio di veicoli dello sbarramento al centro del ponte mise in moto e si mosse contro i due mutanti.

E' finita.

Raffaello sbatté più volte le palpebre, accecato dalla potente luce. Si voltò verso Michelangelo, incontrò i suoi occhi azzurri, che sfarfallavano per chiudersi, al limite della coscienza. Grandi e non umani occhi mutanti che l'avevano accompagnato, fratelli, amici, da una vita. Che avevano saputo innumerevoli volte cambiare la sua giornata in meglio, portare giù la sua rabbia. Beh, a volte alimentarla.

Ma è questo che sono, i fratelli.

Il suo ultimo fratello. Il suo ultimo, stupido, irresponsabile fratello che li aveva condannati. Era finita.

No.

Raffaello inspirò profondamente, tra i battiti assordanti del suo cuore.

No, non è questo che gli aveva insegnato il suo maestro. Lottare, lottare sempre. Lottare fino all'ultimo respiro, non darsi mai per vinti. Soprattutto non quando un'altra vita dipende da te, come avrebbe fatto Leo. Ed anche una possibilità su mille è pur sempre una possibilità, gli avrebbe detto Donnie.

Arrendersi non era un'opzione. Se dovevano morire, dovevano farlo subito. L'idea di consegnare Michelangelo vivo nelle mani di Shredder non era concepibile. E se la fortuna per una volta non l'avesse preso a calci in faccia, quella possibilità su mille…

Con un gesto improvviso, Raffaello si piegò. Infilò una mano nella tasca della cintura e lanciò per terra il guscio d'uovo ripieno di fertilizzante, zucchero e bicarbonato che aveva preparato nella casa dove si erano rifugiati. Non aveva avuto i componenti giusti, per fare un fumogeno come gli aveva insegnato Donnie a quindici anni, ma sarebbe bastato per alzare una piccola nuvola bianca. Con lo stesso movimento si spinse contro il fratello minore e lo caricò completamente sul proprio guscio, grugnendo per lo sforzo, quindi si lanciò, più rapido che poteva, non in avanti, bensì verso la sua destra, verso l'argine del ponte sul quale si trovavano.

I due soldati dietro di loro al movimento imbracciarono ancora una volta le armi ed iniziarono a sparare alla cieca contro il fumo, che si dissipò prima che i fuggiaschi arrivassero alla ringhiera del ponte.

Raffaello afferrò la ringhiera con la mano libera e ci balzò di sopra. Colpi esplosero, assordanti, intorno a lui. Si arrampicò, veloce come mai si era mosso in vita sua. Con tutta la forza che aveva in corpo, tendendosi in uno sforzo disumano alzò di peso il fratello, con un ruggito rabbioso, portandolo oltre la rientranza all'interno dell'alta inferriata, e senza pensarci un attimo lo gettò di sotto. Le raffiche tintinnarono sul ferro della barriera. I proiettili balenavano di scintille e si scheggiavano in una pioggia di ferro, ruggine e scaglie di vecchia vernice bianca. Un colpo di dolore esplose nel suo polpaccio, un altro nel guscio, vicino alla spalla destra.

Si tuffò dall'altra parte. Cadde nel vuoto, al buio.

Negli interminabili secondi nei quali il suo corpo veniva tirato giù dalla forza di gravità, non gli restò che sperare che sotto di loro ci fosse già il canale e non ancora il duro cemento dell'argine, e che il canale eventuale fosse abbastanza profondo.

Uno spruzzo davanti a lui, e poi l'impatto con l'acqua.

Non se l'era aspettata così fredda. Né così dura. Sprofondò per diversi piedi, prima di sbattere contro il fondo limaccioso.

Per qualche secondo, stordito, si ritrovò a non capire nulla. Non vedeva niente, non aveva alcun riferimento. Fango, freddo, acqua turbinante che lo strattonava. Mosse convulsamente le braccia, nel panico. Sbatté una mano contro qualcosa di duro, forse un grosso detrito sul fondo, poi la sbatté ancora, contro qualcosa… che si muoveva.

Qualcosa che lo toccò. E poi l'afferrò.

Raffaello strinse la presa a sua volta. Capì, e strinse. Strinse così forte la mano di suo fratello come se non la potesse mai più lasciare andare.

Si sentì trascinare dalla corrente e sbatacchiare contro i rifiuti, sul fondo. Con il braccio libero, si diede un paio di spinte verso l'alto, tirando con l'altro braccio il fratello a sé, ed emerse tra i flutti. Riuscì a distinguere il ponte, illuminato dai fari, tra gli schizzi; sì sforzò di continuare a muoversi, di nuotare per allontanarsi, anche se un forte dolore alla gamba gli incendiava i nervi ad ogni movimento. Avvinghiò a sé il fratello, preoccupato che questi tenesse la testa riversa e non potesse respirare; quando una raffica di mitra dal ponte infranse l'acqua ad un palmo da loro in una linea di spruzzi, si reimmerse, trascinando ancor giù il fratello, non potendo far altro che sperare che Michelangelo fosse abbastanza cosciente da trattenere il respiro e non riempirsi invece i polmoni delle gelide acque del canale.

Anche sotto la superficie, poteva udire chiaramente lo scoppio degli spari, tra il fragore della corrente. Dopo un altro paio di bracciate, si lasciò trascinare dall'acqua; strinse Michelangelo, spaventato che potesse scivolargli via. L'acqua, nonostante la stagione, era fredda da intorpidire i sensi; tenere gli occhi aperti o chiusi cambiava poco la situazione, non si vedeva nient'altro che buio. La corrente era abbastanza forte da farlo sbattere ripetutamente contro qualcosa di duro: probabilmente le macerie di uno degli altri ponti. L'ultimo colpo, più forte e doloroso degli altri, si ripercosse sul suo guscio, ed istintivamente fece per allargare le braccia, rischiando di far scivolare via il fratello; lo strinse con più forza mentre il turbinare dell'acqua lo faceva battere ancora contro i detriti, prima con un gomito e poi col polpaccio ferito: perse conoscenza per qualche istante e questa volta lasciò davvero andare il fratello, salvo poi riagguantarlo subito, tornato in sé, prima che gli fosse sfuggito completamente.

Ormai quasi a corto di fiato, e temendo per Michelangelo, lottò ormai allo stremo delle forze e riemerse ancora: rotto il ciglio dell'acqua annaspò l'aria affannosamente, sollevato di sentire il fratello, avviluppato a lui, ansimare e muoversi piano per stringersi meglio con l'unico braccio. La corrente li stava avvicinando verso l'argine, in prossimità di una piccola curva: i detriti di cemento dei ponti fatti saltare più a monte, insieme a cumuli si spazzatura ed alghe, avevano ristretto in quel punto il corso dell'acqua. Raffaello sentì che adesso i piedi sfioravano i cumuli di detriti, ricoperti qui di morbida e viscida fanghiglia. Cercò di spostarsi ancora più verso il bordo, spingendo anche con le punte dei piedi contro il fondo, ed al limite delle energie si allontanò dalla corrente. Con la mano libera, ed adesso le ginocchia, si trascinò sull'argine, tra il putrido liquame e l'immondizia. Si tirò fuori dall'acqua, a fatica, ansimando dallo sforzo, sempre tenendo abbracciato il fratello a sé, finché non furono distesi, l'uno accanto all'altro, su una piccola ansa terrosa. Michelangelo giaceva supino sul suo guscio respirando pesantemente, con gli occhi chiusi; Raffaello gli si appoggiò di sopra, portando il viso sopra il suo, a controllare; Michelangelo aprì gli occhi un attimo, li fissò, opachi e sfiniti, in quelli del fratello e li richiuse.

Raffaello si poté allora gettare disteso anche lui, con le braccia aperte, boccheggiando contro il cielo nero.

Non erano ancora al sicuro, neanche lontanamente. Lo sapeva. Non si erano allontanati molto e sicuramente i soldati stavano già setacciando gli argini del canale. Ma si concesse due minuti di riposo, per il semplice motivo che non ce la faceva più a muoversi. Anche così, riprendere a spostarsi fu un'impresa. Si rotolò su un fianco, e poi lentamente si tirò su. Calato il livello di adrenalina nel suo sangue, il dolore in tutto il corpo rivendicava la sua attenzione. Sentiva la pelle delle braccia e delle gambe in fiamme, escoriata dall'attrito contro i detriti, e sicuramente i colpi l'avrebbero reso il giorno dopo un pasticcio di lividi neri. Alzò una mano, pesante come il piombo, a toccare il bordo del suo guscio, tra la spalla ed il collo: tracciò il bordo con i polpastrelli fino a dover tirare via la mano, con un sibilo di dolore: una parte del guscio era saltata, infranta dal proiettile. Un paio di pollici, e sarebbe stato un pezzo del suo cranio.

Infine fece un passo, malfermo, per provare la gamba ferita, che irradiava dolore in tutto il suo corpo: quando appoggiò lentamente il peso su di essa, dovette mordersi il lato della bocca per soffocare un urlo. Dal pungere feroce contro la carne, capì che molto probabilmente la pallottola era ancora conficcata dentro; era troppo buio per darci una buona occhiata, ma il liquido caldo che sentiva riversarsi sulla pelle indicava che stesse ancora sanguinando. Un motivo in più per muoversi subito.

Iniziò a sollevare Michelangelo, che arrancando a fatica si mise in piedi, senza una parola, barcollando intontito, e si appoggiò al fratello, per farsi guidare e portare in salvo, troppo stordito per pensare, per capire che in realtà era il fratello maggiore che si stava aggrappando a lui per camminare.

Subito ai limiti dell'argine sabbioso, dietro cespugli incolti e cumuli di rifiuti, si apriva una zona di vecchi magazzini abbandonati. I fratelli si introdussero nell'oscurità, fino a non percepire nient'altro che ombre, avanzando con l'unico intento di allontanarsi senza neanche una direzione e incespicando sui propri passi più volte. Sotto i piedi, alla sabbia ed al cemento si intervallavano a volte vecchi binari: forme di vagoni s'intravedevano nel buio, decine e decine di vagoni abbandonati. Le erbacce erano a volte alte quanto un uomo, sterpi, spini e spazzatura varia avevano reso la zona ormai inaccessibile.

All'ennesima caduta a terra di entrambi, Raffaello capì che non sarebbe stato possibile proseguire oltre. Non si erano allontanati molto dal canale, ma non poteva farci niente. Prima di svenire tutti e due per la strada, decise che era meglio nascondersi: guidò il fratello ad accostarsi ad uno dei vecchi convogli, che ispezionò più a tentoni che altro, dato il buio quasi totale della zona; quando gli sembrò di toccare la porta scorrevole, spinse di lato. Non successe nulla. Spinse ancora, con tutto il proprio peso.

Il metallo cigolò e si spostò lievemente svelando una fessura. Facendo forza oltre il suo limite, riuscì ad aprire la porta del vecchio vagone merci abbastanza da passarci attraverso. Come un automa, Michelangelo dietro di lui lo seguì e si arrampicò nel vagone. Raffaello con le ultime forze rimaste richiuse lo sportello, quindi crollò per terra, con il guscio allo sportello stesso.

Dentro, il buio divenne assoluto. Solo dopo che gli occhi si furono abituati all'oscurità, fu possibile intravedere appena lievissimi barlumi di luce, solo variazioni di grigio nell'oscurità, tra le dissestate assi di legno del vecchio vagone merci. Avvertì che il fratello era sdraiato e che iniziò subito a respirare in modo più profondo e più lento: si era addormentato all'istante.

Raffaello fu tentato di lasciarsi andare anche lui, ma capì di non potersi concedere questo lusso; non subito, almeno. Prima doveva prendersi cura della ferita che iniziava a pulsare in modo sempre più doloroso.

Sfilò lo zaino della ragazza, inzuppato d'acqua, da dietro il suo guscio, e cercò a tentoni la torcia. Per fortuna, l'aveva riposta insieme ad altro materiale dentro ad un sacchetto di plastica. Quando cliccò sull'interruttore, il fascio di luce che investì la parete fu accecante.

Il giovane mutante poté adesso guardare l'interno del vagone, che a parte alcune casse rotte e una montagnola di vecchi sacchi, era vuoto. Osservò il fratello, che dormiva profondamente.

Doveva fare in fretta. Temeva che dal di fuori, se qualcuno si fosse avvicinato al vagone, si potesse vedere tra le assi la luce della torcia. Rimescolò nel sacchetto che aveva tirato fuori dallo zaino e, tra i pochi medicinali rimasti, tirò fuori un involucro di stoffa che aveva portato Leonardo dall'ospedale. Lo srotolò, sul polveroso fondo del vagone, rilevando il suo contenuto.

Tutta una serie di bisturi, pinze e strumenti chirurgici rilucevano nel loro gelido acciaio. Ancora, estrasse dal sacchetto dei medicinali una scatoletta con ago e filo da sutura, ed un flaconcino di alcol.

Prese un profondo respiro, inalando forte dalle narici. Non sarebbe stato divertente.

Piegò verso l'esterno la gamba ferita: il foro di proiettile, sul lato del polpaccio, non rendeva la posizione molto comoda. Il sangue imbrattava tutta la gamba e stava formando una piccola pozza sul fondo del vagone. Premette con delicatezza la carne indolenzita: come aveva intuito, non vi era alcun foro d'uscita. Il proiettile era ancora dentro. Il dolore era troppo intenso e generalizzato per capire se fosse arrivato o meno all'osso. La ferita, in ogni caso, sembrava già per fortuna sanguinare di meno.

Si strofinò le mani con l'alcol, poi prese delle lunghe e sottili pinze chirurgiche e irrogò di alcol anche esse.

Contò mentalmente fino a tre, per prepararsi, e versò l'alcol sulla ferita.

Lo shock gelido e doloroso fu molto peggiore di quanto si aspettasse. Sbatté inavvertitamente la testa contro il metallo del vagone al quale era appoggiato, grugnì e sbuffò, digrignando i denti, mentre un fuoco liquido s'irradiò in tutta la zona, straziandogli i nervi. Ed ancora aveva solo disinfettato la parte.

Adesso che l'alcol aveva dilavato il sangue, il foro scuro spiccava visibile nella pelle verde. Il bordo era abbastanza nitido, rosso e sanguinolento, appena un po' frastagliato. Avvicinò le punte delle pinze alla carne viva. La mano gli tremava. Forzando ogni sua difesa, lottando contro l'istinto e preparandosi a soffrire come un cane, affondò le punte dello strumento dentro la ferita.

Soffocò un urlo tra i denti, inarcando la schiena, e lasciò cadere le pinze.

Il dolore era insopportabile. Tutta l'aria fu gettata fuori dai suoi polmoni come se avesse preso un pugno sul piastrone e lampi bianchi balenarono davanti agli occhi; aprì e chiuse convulsamente le mani, in attesa che lo strazio passasse.

Ci volle quasi un minuto, solo per ritornare a capire qualcosa. Si voltò a guardare Mikey, che non si era neanche svegliato .Poi lasciò sfuggire un gemito disperato e si prese la testa tra le mani. Non ce la faceva. Non era un'operazione che poteva fare da solo, su sé stesso. Sapeva che se non avesse tolto la pallottola, la ferita non sarebbe guarita, e lui non avrebbe potuto portare in salvo Mikey fuori da New York, ma non vedeva alcuna soluzione. Rimescolare con delle pinze di ferro all'interno della propria carne per cercare un proiettile non era possibile; un altro tentativo e sarebbe probabilmente svenuto dal dolore. Non aveva, d'altronde, alcun anestetico…

D'improvviso, s'illuminò al pensiero. Frugò ancora nel sacchetto con i medicinali e trovò il ghiaccio spray che aveva preso Leonardo. Dio benedica suo fratello.

Sapeva, ancora per merito delle vecchie e noiose digressioni di Donnie, che il ghiaccio spray non andava mai e poi mai usato sulle ferite aperte. Avrebbe potuto peggiorare la situazione, e provocare ancora più dolore. Ma il dolore che aveva provato era stato tanto che non credeva proprio che potesse esistere un livello successivo. Cercare di anestetizzare un po' la parte con il freddo era l'unico tentativo che poteva fare.

Sperando di non danneggiare i tessuti più di quanto non lo fossero già, diresse contro il foro nella pelle il beccuccio del flaconcino e spruzzò. Anche in questo caso il dolore fu lancinante, al limite della sopportazione. Nonostante questo continuò a spruzzare, fino a che non temette di essersi completamente congelato tutto il muscolo. Quindi, rapidamente, prima di poterci anche pensare, affondò nuovamente le pinze. Si morse il lato della bocca, a sangue. Mugolò, ma continuò ad immergere il ferro nella ferita per diversi pollici, fino ad incontrare il proiettile. Strinse, e tirò fuori.

Un rivolo di sangue scuro sgorgò dalla ferita. Lasciò cadere le braccia a terra, mollando pinze e proiettile sul fondo del vagone. Ansimò pesantemente, tra i denti. Si sentiva sull'orlo del collasso. Soffocò un paio di singhiozzi, muovendo la testa da una parte e dall'altra. Le lacrime scendevano ad inzuppare il tessuto della maschera, senza che neanche se ne rendesse conto.

Non aveva ancora finito. Quando si calmò ancora, versò nuovamente dell'alcol sulla ferita, quindi applicò tre punti di sutura, ed avvolse la gamba con le bende. Tutto il vagone girava intorno a lui.

Con le sue ultime forze, guidò una mano tremante a cliccare l'interruttore della torcia. Si adagiò sul fondo duro, scosso dai brividi, e finalmente poté perdere conoscenza.

"Raph?"

Raffaello aprì a fatica gli occhi. In controluce contro un raggio di sole che entrava dalla fessura tra due assi, c'era la forma di suo fratello, chino su di lui.

"Fratello, mi senti?"

La voce di Michelangelo era esitante, un po' roca.

"Mhm… sì, Mikey…"

Il rosso distolse lo sguardo dalla striscia di luce, piegando la testa. Un forte senso di nausea lo travolse: aveva la bocca amara come il fiele.

Cercò di alzarsi a sedere, ma un dolore pungente si propagò dalla gamba ferita. Involontariamente, emise un forte gemito; Michelangelo, sbatté le palpebre, guardò per un attimo la gamba del fratello e poi tornò a puntargli in volto i grandi occhi azzurri carichi di rimorso e preoccupazione.

"Come stai, Raph?"

Raffaello strinse i denti e muovendosi piano si costrinse a sedersi. Guardò a sua volta il fratello, inclinando un po' la testa di lato; lo scrutò con attenzione, per vedere se stesse bene. Notò che respirava normalmente, con calma, e la sua postura era normale. A parte qualche livido e delle escoriazioni un po' dappertutto, sembrava a posto. Quindi, invece di rispondergli, gli molò un rumoroso ceffone in faccia.

Sock!

Michelangelo, che era inginocchiato, proteso verso di lui, poggiando l'unica mano per terra, fu sbilanciato dal colpo fino a cadere di lato, fortunatamente non sul moncone.

Si rialzò a sedere, a gambe incrociate, e si massaggiò la guancia che già iniziava ad arrossire, movendo la mandibola dolorante.

"Uhm… beh, credo di essermelo meritato…"

Raffaello sentì crescere nelle tempie una rabbia pulsante e calda.

"Tu… – sbuffò come un toro. – TU!" Scuro d'ira, alzò un pugno ed iniziò ad inveirgli contro.

"Idiota! Cosa ti è passato per la testa! Stupido bastardo! Argh!"

Fece per muoversi verso di lui, strisciando di lato; Michelangelo sussultò e facendo leva con la mano a terra indietreggiò di un po', sempre restando seduto.

"Raph, io…"

"Tu cosa? TU COSA?" sbraitò, rosso in volto, prima di darsi una rapida occhiata intorno. Come se si fosse appena reso conto che gridare non era la migliore delle idee, prese un profondo respiro e si sforzò di calmarsi. Michelangelo abbassò lo sguardo e prese a fissarsi le dita.

"Scusa…"

"Scusa? Pensi che basti dirmi 'scusa'?" Strinse il pugno fino a sbiancare le nocche e poi lo sbatté per terra. Sussultò per il dolore quando lo scossone si ripercosse per il corpo, ma incurante continuò la sua furiosa invettiva. "È un miracolo se siamo vivi, Mikey! Volevi farci ammazzare? È questo, che volevi?"

Michelangelo si chinò un po' di più, si fece ancora più piccolo. Strinse la mano al pugno, e la portò al piastrone.

"Sei un imbecille, Mikey, un fottuto imbecille! Di tutte le cazzate che hai fatto, questa è la peggiore! Perché, maledetto stronzo, PERCHÉ?"

Raffaello si passò una mano sul viso, premendosela sugli occhi. Rilasciò un profondo sospiro. La gamba ferita palpitava. La testa girava. La furia stava scivolando in un senso amaro e doloroso di sconforto, che gli chiudeva il petto e trafiggeva l'animo come un chiodo.

"Se fossimo morti… Leonardo…"

Leonardo si sarebbe sacrificato per niente.

Il fratello maggiore non finì la frase, che si pentì subito di aver accennato. Fissò ancora, duro, il fratello che continuava a guardare in basso. Dalla sua aria contrita e mortificata si capiva chiaramente la vergogna che provava per sé stesso ed il senso di colpa che gli danzava nel petto come un folletto impazzito.

Per qualche minuto, i due fratelli mutanti rimasero in silenzio. Poi Michelangelo parlò.

"Scusa, Raph. Non so cosa mi sia preso. In quel momento… mi sembrava la cosa giusta da fare." Alzò lo sguardo ed accennò ad un sorriso. "Non ho pensato."

Raffaello stava per rispondergli con un altro paio di ingiurie, ma poi prese ancora un profondo respiro, per calmare il tumulto che sentiva dentro.

"Quando mai hai pensato in vita tua, Mikey."

Contento che il fratello avesse accettato il suo invito ad alleggerire i toni, Michelangelo allargò ancora di più il suo sorriso.

"A volte è capitato. Per sbaglio."

"Sei un idiota" sbuffò il rosso, scuotendo leggermente la testa.

"Quindi, non si perdona un fratellino idiota?" chiese l'arancione con tono volutamente infantile.

Raffaello emise una specie di ringhio.

"Prova a rifarlo ancora, e ti mollo tanti pugni sui denti da costringerti a mangiare zuppa d'avena per il resto della tua vita, stronzo." Ma la rabbia aveva lasciato i suoi lineamenti.

Il fratello minore annuì, col suo sorriso sciocco appena un po' amaro. Poi tornò più serio. L'accenno al fratello in blu gli aveva riportato un nodo in gola. Spostò lo sguardo, a disagio, deglutì, e si trovò a chiedere, ancor prima di pensarci.

"Leo… Lui credi che ci troverà, Raph? Lo credi davvero?"

Fuori, il rumore di un'esplosione risuonò, lontano. I due fratelli si girarono entrambi verso quella direzione. Quindi Michelangelo tornò a guardare Raffaello, che ancora fissava nel vuoto, lo sguardo perso oltre la parete.

"Sì, Mikey. Lui tornerà."

Il mutante con le lentiggini si trovò a doversi asciugare gli angoli degli occhi, che iniziavano, impertinenti, a farsi umidi.

"Non come Donnie."

"No, non come Donnie." Raffaello sospirò.

L'aria dentro il capannone era molto calda. Il sole aveva ormai compiuto il suo percorso nel cielo e volgeva al tramonto. Raffaello iniziò ad aprire lo zaino, per tirare fuori le strisce di tessuto che aveva portato: voleva controllare la fasciatura di Michelangelo, e poi rifare la propria. Le strisce erano inzuppate d'acqua, ma per fortuna aveva ancora un paio di garze sigillate.

Michelangelo si avvicinò e cominciò ad aiutarlo a tirar fuori le fasce di tessuto per poi accumularle in mucchietti bagnati sul pavimento.

"Mi mancano, tutti" mormorò in un soffio, svelando i suoi pensieri. Gli occhi azzurri tremolavano lucidi. Lo stress della sera prima, l'aver visto in faccia così da vicino la morte, dopo il mese di dolore e convalescenza, stavano alla fine richiedendo il loro scotto al suo animo. Un'ondata di tristezza lo avvolse, travolgendolo.

Desiderava che Leo fosse lì con loro. Leonardo avrebbe preso in pugno la situazione, li avrebbe portati rapidamente al sicuro. Non che non avesse assoluta e completa fiducia in Raph, nella sua forza, nel suo coraggio, ma Leonardo era sempre stato per lui quel faro verso il quale si era diretto ogni volta che le situazioni si facevano più complicate, sia per i problemi grandi, che per i piccoli.

Anche Donnie lo aveva sempre aiutato, in ogni circostanza. Donnie lo ascoltava, lo incoraggiava, magari a volte si arrabbiava ed a volte lo prendeva un po' in giro, ma alla fine risolveva tutto. Donnie riusciva a capirlo come nessun altro.

Infine, voleva suo padre. Voleva i suoi consigli, voleva abbracciarlo e sentire il tocco della sua pelliccia contro la propria faccia. Voleva provare ancora una volta, solo una nella vita, quel conforto caldo nel sentirsi protetto, al sicuro, nel potersi lasciare andare completamente in qualcuno più grande, più forte di lui. Voleva quella sensazione di gioia assoluta che provava quando era bambino, quando non aveva niente eppure aveva tutto, quando viveva felice con suo padre ed i suoi fratelli.

Dopo ormai quasi un anno dalla scomparsa di metà della sua famiglia, la mancanza si era fatta intensa, feroce. Quando aveva saputo che Donnie era stato catturato dalle milizie di Shredder, aveva sentito per la prima volta in vita sua una paura così grande che non credeva fosse possibile provare qualcosa di simile. Era stato spaventato dalla propria paura. Poi aveva visto morire suo padre, davanti ai propri occhi. Il fotogramma di quell'istante tremendo non aveva mai più lasciato il suo cervello, era rimasto congelato lì, immobile, perfetto. Col sangue, il proprio urlo e tutto. Ricordava bene quella notte; avevano cercato di liberare Donnie. La battaglia era stata spaventosamente impari: un pugno di mutanti, contro un esercito di centinaia di robot ed umani. Avevano rischiato di morire tutti. Ed alla fine, Splinter si era sacrificato, per salvarli.

Le notti abbracciato ai suoi fratelli, riprendendosi dalle ferite di quella tremenda battaglia, piangendo fino allo sfinimento, erano rimaste nella sua memoria come ricordi diafani e torbidi, sfumati ed incoerenti. Poi, un giorno, Leonardo, tornando da una sua ricognizione con Raffaello, lo aveva guardato dritto in faccia, serio, troppo serio, e freddo, paurosamente freddo, e gli aveva comunicato che Donnie era morto, che ne aveva una prova sicura, ma che non poteva dirgli quale.

Michelangelo non aveva mai saputo come i suoi fratelli avessero saputo la notizia; nonostante le sue scenate, la sua rabbia, le sue preghiere, non glielo avevano mai voluto dire. Ma dallo sguardo di Raph, dal viso tetro di Leo, aveva capito che loro ne erano sicuri.

E lui aveva pregato tante, tante volte che i suoi fratelli si fossero sbagliati. Alla fine, aveva smesso di chiedere, perché, in fondo, aveva deciso di non sapere: per lui, forse, tutto poteva essere solo uno sbaglio. Forse Donnie era ancora vivo, rinchiuso in qualcuna delle innumerevoli prigioni del nuovo regime, o no, meglio ancora, era riuscito a scappare, ed era come loro nascosto da qualche parte, che pensava a lui, a loro, e, sicuramente, ad April. E forse anche April era ancora viva!

Michelangelo tirò su il moccio che si era formato nei fori di respirazione.

Sì, era bello, pensare così.

"Li vendicheremo." La voce roca di Raffaello ruppe i suoi pensieri, e lo riportò sulla terra. Il fratello stava finendo di svuotare lo zaino intriso d'acqua. Aveva impilato le lattine accanto a sé ed adesso stava tirando fuori due sacchetti di farina. Impiastrati e mollicci, li gettò contro la parete.

Guardò fissò verso Michelangelo, con i due occhi smeraldo duri come l'acciaio, e continuò.

"Staremo nascosti alla fattoria fino a quando non ci saremo rimessi in forze, poi uccideremo Shredder e tutti quelli che sono dalla sua parte. Ideeremo un piano e distruggeremo quel maledetto porco una volta per tutte. Magari ci vorrà un po' di tempo, ma torneremo. Non stiamo scappando, Mikey, Shredder non ha vinto."

Michelangelo strinse le labbra in un'espressione decisa, annuendo serio al fratello.

"Li vendicheremo tutti, Mikey. Io e te, insieme, li vendicheremo."

Michelangelo annuì ancora.

"Io, te e Leo" corresse al fratello.

"Io, te e Leo… certo."

Raffaello distolse troppo presto lo sguardo.