"The sun is out
And it's callous and stout"
Yann Tiersen & Shannon Wright, Callous Sun
La strada fino alla fattoria in Massachusetts non era poi così lontana. Quando l'avevano percorsa con il vecchio furgoncino Volkswagen del signor O'Neil, ci avevano impiegato solo alcune ore.
Ma nelle loro condizioni, il viaggio divenne molto, molto più lungo.
Erano passate già tre settimane ed ancora erano appena entrati nel Connecticut.
Raffaello, semplicemente, non poteva camminare. Scoprì subito che mettere il peso su di una gamba con un muscolo traforato non solo era decisamente doloroso, ma rendeva interminabile il processo di guarigione. Inoltre utilizzare una tavola di legno come stampella non era propriamente ergonomico; anche spostarsi di poche miglia, la notte, diventava un'impresa. Finite le bende, quasi esauriti i medicinali, la ferita, costantemente sollecitata, ancora era lontana dal chiudersi. Era un miracolo che i blandi antibiotici che aveva preso gli avessero fino al momento allontanato un'infezione, eventualità che poteva adesso facilmente presentarsi, dal momento che né lui né Mikey erano in condizioni per avventurarsi più vicino agli umani e tentare di procurarsi altre medicine, magari setacciando vecchi ospedali e farmacie o razziando abitazioni.
Le loro avanzate si riducevano a lunghi giri per cercare strade nascoste, lontane il più possibile dai sempre più decadenti centri abitati, e cercare dei rifugi sicuri dove rintanarsi per dormire, nei giorni di un settembre ancora insolitamente caldo.
I due fratelli mutanti non avevano mai viaggiato, non si erano mai dovuti affidare alle loro scarse conoscenze stradali. Ogni bivio, ogni cittadina, la paura era sempre quella di perdere la strada, di imboccare direzioni che li avrebbero portati per miglia fuori dal loro percorso, e nelle loro condizioni ogni giorno perduto poteva essere un giorno di troppo.
Inoltre, miglio dopo miglio, prendevano sempre più coscienza che l'idea di raggiungere Northampton non fosse altro che una meta che si erano autoimposti solo per avere un posto dove andare, un luogo, in questo mondo sempre più in rovina, che potessero in un certo senso ancora chiamare casa. L'immagine della fattoria, sicura ed accogliente, vicino al bosco che avevano imparato a conoscere, era forse più che altro un richiamo per i loro animi sfiancati, una terra promessa dove poter sperare di dare un po' di riposo ai loro giovani corpi portati ormai allo stremo.
Michelangelo era ancora molto debole, lontanissimo dalla perfetta forma fisica di un tempo. Il dolore all'arto fantasma tornava a fargli visita con frequenza, in pungenti crampi che si propagavano da una mano che ormai non c'era più; si sommava all'ansia costante che sentiva nel dover camminare in posti sconosciuti verso una direzione non del tutto certa. Il mutante con la maschera arancione intonacava sul viso un sorriso stanco per il fratello maggiore, quando questi lo guardava, che non riusciva però a nascondere del tutto l'aria sempre più tirata e nervosa. Entrambe le tartarughe erano inoltre vessate da una persistente febbriciattola ed avrebbero avuto bisogno di un sano periodo di riposo e di una buona alimentazione per rimettersi in forze, e non di dormire nascosti tra rifiuti ed erbacce sotto i ponti, o dentro edifici pericolanti, o vecchi capannoni industriali abbandonati.
Acqua e cibo, poi, erano diventati in poco tempo il loro principale problema. Le scorte si erano esaurite quasi subito e la fame e la sete si presentarono come costanti compagne di viaggio.
Mancava ancora un po' al tramonto, quando i due fratelli lasciarono il loro ultimo rifugio del giorno, una vecchia costruzione che era servita da magazzino di qualche tipo, relativamente distante dalla strada ed ormai circondata da una jungla di sterpaglia; avevano inoltre per il momento placato la loro sete con l'acqua che avevano raccolto nelle loro vecchie bottiglie di plastica da un rigagnolo di una tubatura rotta, scovata nella cittadina attraversata il giorno prima, ma poiché non mettevano niente sotto i denti da ormai un paio di giorni, la fame stava iniziando ad aggredirli con ferocia.
Si misero nuovamente in marcia, Raffaello zoppicante sulla sua stampella improvvisata, Michelangelo mesto e silenzioso qualche passo dietro di lui; si avviarono per di una vecchia strada interrotta da un ponte di una carreggiata più grande, forse un'autostrada, caduto su di essa; lungo la via, come vecchie carcasse, giacevano, per diverse miglia in entrambe le direzioni, decine di auto, aperte ed impolverate, evidentemente lasciate di fretta per motivi che non sarebbero mai stati conosciuti. La strada era completamente isolata; ai lati si aprivano campi ormai abbandonati. Le abitazioni umane erano lontane; solo alcune costruzioni distrutte dal fuoco facevano capolino un paio di miglia più avanti.
Sotto un sole basso nel cielo, ma che ancora maligno e crudele sembrava incurante del disagio dei loro corpi accaldati, i due mutanti arrancavano passo dopo passo sull'asfalto caldo, nell'aria increspata dall'afa in vibrazioni quasi liquide. Nella desolazione della strada abbandonata, ispezionavano con cura le automobili che incontravano, con i loro sportelli spalancati, grotteschi cimeli di ferro. Il grido di gioia di Michelangelo, quando trovò nello sportellino di un cruscotto un pacchetto di cracker, strappò a Raffaello un sorriso amaro.
Il mutante più giovane, ancora seduto nel sedile dell'auto evacuata, aprì il pacchetto tenendolo con la mano superstite e strappandolo tra i denti quasi con ferocia: ne trangugiò metà del contenuto in pochi secondi e poi lo passò al fratello in piedi fuori dall'abitacolo, seguendolo ancora con gli occhi affamati di un cucciolo di cane; si rimise a rovistare nel cruscotto, acceso di speranza, e tirò fuori una fiaschetta di metallo. Svitata anch'essa con i denti, la portò voracemente alla bocca, solo per sputare disgustato il sorso appena bevuto e gettare con stizza la fiaschetta a terra, sull'asfalto. Raffaello la raccolse prima che il liquido si disperdesse completamente, la tappò con cura e se la mise nello zaino, senza una parola.
Proseguirono il cammino per diverse ore, ed il sole era ormai tramontato da un pezzo quando arrivarono ad un complesso di capannoni, che si ergevano neri e fumanti da un recente incendio. Decisero di inoltrarsi tra gli scheletri scuri dei fabbricati e proseguire poi dalla boscaglia che si scorgeva in lontananza dietro il complesso. Una luce rosastra si irradiava ancora da una zona delle costruzioni, ad indicare un piccolo rogo ancora in corso. Come falene attratte dalla luce, i due fratelli vi si avvicinarono, l'uno zoppicando tra la cenere ed i detriti neri, l'altro che lo seguiva, guardandosi intorno. Brunito dal fuoco, su di una parete si intravedeva ancora il disegno di una ruota scarlatta, con tanto di raggi gocciolanti vernice, ormai asciutta, come sangue.
Raffaello aveva bisogno di riposare la gamba dolente qualche ora, prima di proseguire; la tavola che usava da stampella aveva inoltre piagato la tenera carne dell'ascella, ad aggiungere ulteriore disagio al suo cammino. Si sedette su un blocco di cemento annerito, a poca distanza da un piccolo fuocherello che innalzava al cielo una spirale grigia; il cielo, in alto, era ormai completamente nero. Michelangelo si avvicinò ad un cumulo di macerie ed iniziò a spostarne alcune, con l'intenzione di sedersi anche lui; una lastra di cemento cadde dal suo precario equilibrio, provocando un piccolo crollo: un gruppetto di ratti spaventati schizzò fuori dai detriti.
Raffaello, fulmineo, estrasse uno dei suoi sai e lo lanciò.
Lo squittio agonizzante fece sussultare Michelangelo.
"Cosa… perché?" chiese sgomento al fratello che, alzato in piedi, zoppicò verso la piccola vittima.
"Tu cosa pensi?"
Il rosso si chinò sull'animale infilzato, lo ispezionò e tirò fuori l'arma. L'arancione gli fu subito sopra, sconcertato, osservò con dispiacere la bestiola morta e rivolse uno sguardo di assoluto stupore al fratello. Poi, quando questi iniziò ad incidere la pelliccia dell'animale con la punta acuminata del suo sai, unì i puntini.
"Non vorrai… No Raph, non possiamo! No!"
Gli occhi azzurri si ingigantirono, inorriditi.
Raffaello iniziò a scuoiare il grosso topo.
"Perché?" La fame faceva lavorare velocemente le mani verdi.
"Raph! Perché… Perché è un ratto!"
"Con gli intrugli che ci preparavi, non ti facevo schizzinoso." Il rosso strinse le spalle, continuando a lavorare.
"No, Raph, non capisci! È… è un ratto, come…"
Raffaello alzò di scatto la testa verso il fratello, sventolando l'arma insanguinata.
"Basta. Non aggiungere altro."
Si rimise al lavoro. Michelangelo fece un passo indietro, quasi per scappare dalla piccola profanazione che stava avvenendo ai suoi piedi.
"Dobbiamo mangiare, Mikey" aggiunse il fratello maggiore dopo un po', infilzando a mo' di spiedo il piccolo animale su un'asticella metallica trovata lì in terra. Rinvigorì il fuocherello morente con alcune tavolette sfilate dai detriti. Le fiamme avvolsero i legni sporchi serpeggiando fulgide, e l'aureola di luce intorno al fuoco si ingrandì.
Michelangelo si buttò a sedere sul blocco di cemento.
"Io non ne mangio."
Raffaello alzò di nuovo le spalle.
"Fa come credi."
La carne avvicinata al fuoco iniziò a sfrigolare.
…
Michelangelo si leccò con cura le dita della mano e poi sospirò rumorosamente, osservando sconsolato il mucchietto di ossicini di topo ai suoi piedi.
"Pensi che potremmo cercare di catturarne altri?"
Raffaello storse il viso in un sorriso e si alzò in piedi, gettando l'osso che aveva in mano sul piccolo fuoco morente.
"Poi vedremo. Per adesso cerchiamo un posto dove dormire qualche ora prima di proseguire, testa di legno."
Il mutante con le lentiggini emise un altro sospiro sconsolato. La sua fame era ancora lontana dall'essersi calmata con quel po' di carne. Si alzò in piedi anche lui, sbilanciandosi appena un po': il suo corpo non si era ancora del tutto abituato alla nuova condizione, e la debolezza per la denutrizione non aiutava.
Improvvisamente, i due fratelli si tesero e, veloci, si misero con i gusci l'uno contro l'altro: nonostante il loro stato, i loro sensi allenati lungamente avevano percepito un lieve rumore nelle sterpaglie a fianco dello spiazzale bruciacchiato dove si trovavano. Raffaello, mollata la rudimentale stampella, aveva tirato fuori i suoi sai, Michelangelo l'unico nunchaku che gli fosse rimasto: entrambi però erano fin troppo consapevoli di non essere in condizioni per ingaggiare una lotta.
Diverse forme scure si intravidero dietro i cespugli. I due mutanti si scrutarono intorno, ogni muscolo del corpo teso come una corda, girando la testa da una parte e dall'altra.
Quando una delle figure si mostrò chiaramente, Raffaello poté rilasciare il respiro che aveva in gola.
"Cani. Sono solo cani" borbottò riponendo le armi.
Anche Michelangelo si rilassò vistosamente. Qualche randagio, richiamato probabilmente dall'odore della carne, non rappresentava una minaccia; ne avevano incontrati a decine, tremanti e scheletrici, in macilenti branchi, a rovistare tra i rifiuti, o semplicemente a lasciarsi morire d'inerzia lungo i bordi delle strade, lacrimando dai grandi occhi vuoti, relitti anch'essi di un passato tempo felice.
Raffaello si abbassò per riprendere da terra la tavola che fungeva da stampella.
In quell'istante ci fu l'attacco.
Si rialzò di scatto, girandosi verso il fratello: Michelangelo era stato gettato a terra da una veloce ombra nera. Non fece in tempo a capire bene la situazione che si trovò a schivare, istintivamente, qualcosa che si era scagliato anche contro di lui. Si chinò, fece una capriola, e quando si rialzò in piedi teneva stretti nei pugni i suoi sai.
Erano circondati dai cani.
Una ventina, almeno. Ma non erano semplici bastardi randagi. Grossi, simili a lupi ma più alti e massicci, col manto nero ed ispido e gli occhi due tizzoni scuri, le cui enormi pupille d'ebano riflettevano i barlumi del falò. Dalle bocche ringhianti sporgevano come lame affilate i canini lunghi un palmo.
Erano i cani delle milizie di Shredder. O meglio, un branco inselvatichito di questi feroci mastini geneticamente modificati da Baxter Stockman. I due fratelli comunque non persero tempo a postulare ipotesi sulle circostanze che avevano portato un gruppo di questi cani assassini ad organizzarsi in branco ed ad attaccare i viandanti, per giunta vicino ad un fuoco.
Raffaello schivò un altro attacco: la gamba ferita, dopo la capriola, lanciava fiamme lungo tutti i nervi, la testa girava per la debolezza; il mutante capì subito che non sarebbe stato facile fronteggiare le bestie che aveva davanti.
"Ahh! Raph!"
Michelangelo a terra si sforzò con l'unico braccio di allontanare dal suo viso la bestia ringhiante che, afferrata dal collo, cercava di scattare in avanti ed affondare i lunghi denti nella gola verde, esposta; un secondo cane si gettò sulla tartaruga, cercando, senza successo, di mordere la sua preda nel duro carapace. Il giovane mutante si dibatté sul terreno, alzando una nuvola di polvere, quando un terzo mastino lo afferrò alla gamba, affondando i denti nel polpaccio. La tartaruga urlò di nuovo, questa volta di dolore, scalciando per divincolarsi.
"Mikey!" Raffaello vedeva con la coda dell'occhio il fratello in difficoltà, assalito, ma non poteva fare altro che difendersi lui stesso dall'attacco costante delle bestie che lo avevano circondato da ogni lato. Dopo i primi colpi, con i quali aveva battuto gli animali solo con il manico dei suoi sai, la sua stessa difesa divenne più feroce. Pur nella confusione delle ombre scure che lo attaccavano, poteva vedere chiaramente che il fratello non si era ancora rialzato da terra e cercava di scuotersi di dosso i cani dimenandosi come un ossesso.
Raffaello girò i sai di punta ed urlando tutta la sua ferocia, egli stesso belva tra le belve, iniziò a trafiggere pelliccia, carne, muscoli degli animali; guaiti si alzarono nella notte, alcuni cani si ritrassero, altri, seppur feriti, continuarono ad attaccare, folli dalla fame. Appena vide uno spazio, la tartaruga in rosso si volse verso il fratello, infilzando i due animali che gli erano di sopra e, scostandoli con un ruggito dal mutante caduto, li gettò lontano.
I mastini pugnalati caddero con un tonfo tra la polvere; gli altri, ormai lontani di qualche passo dal feroce mutante, continuarono a muoversi per un po' avanti ed indietro, rapidi e guardinghi, ringhiando e girando ancora intorno ai due ninja; le bestie ferite per terra mugolavano pietosamente e Raffaello poteva chiaramente sentire, nei suoi respiri affannosi, l'odore ramato del sangue caldo che gli imbrattava le mani e gli era schizzato su viso e piastrone. Quando si lanciò lui stesso, con un urlo, all'attacco dei cani, questi finalmente fuggirono e si dileguarono nella notte.
Raffaello si piegò sulle ginocchia, a riprendere fiato, poi si asciugò il sudore sulla fronte col retro di una mano, impugnando ancora i sai. Michelangelo si rialzò lentamente in piedi e claudicante gli si avvicinò.
"Stai bene?" chiese il rosso, drizzandosi. L'arancione si limitò ad annuire, con gli occhi ancora dilatati dall'adrenalina, e si squadrò intorno, soffermando lo sguardo sulle bestie per terra.
Una decina di cani giacevano sul terreno, alcuni immobili, altri feriti, forme brune illuminate dal fuoco morente. Uno guaiva forte, scuotendo il corpo nelle convulsioni, riversando da una profonda ferita tra le costole il suo sangue scuro ad imbrattare il suolo.
Raffaello fece alcuni passi nella direzione dell'animale in agonia; Michelangelo chiuse gli occhi, e li strinse ancor più forte quando udì l'affondo bagnato ed i guaiti cessarono di colpo. Continuò a tenerli serrati, ascoltando i battiti del proprio cuore martellare nei fori auricolari e pulsare dolorosamente nelle piccole ferite alle gambe ed alla mano, fino a che il fratello tornò accanto a lui: quando li aprì, nessuna bestia ormai si muoveva più.
"Andiamocene da qui."
Anche questa volta Michelangelo si limitò ad annuire e lasciò che il fratello aprisse la strada. Si introdussero tra i capannoni, adesso alla luce della torcia, fino a raggiungere una zona risparmiata dal fuoco. Un pick up era parcheggiato al limitare di uno spiazzo: Raffaello provò la serratura e, trovandola chiusa, la colpì col suo sai. Aprì lo sportello, salì sul sedile dal lato del guidatore, si allungò e tirò su il pulsante sotto il finestrino dal lato passeggero; Michelangelo si sedette ed i due fratelli richiusero gli sportelli.
Raffaello poggiò la torcia sul cruscotto. Dentro, l'aria calda e stantia puzzava un po' di fumo. Spinse dietro il sedile, poi si voltò verso Michelangelo.
"Fa' vedere." Gli fece cenno con le mani alle gambe.
Il mutante più giovane spostò anche lui indietro il sedile, agendo sulla levetta sotto la seduta, poi lo reclinò al massimo e, muovendosi di lato, mise le gambe sulle ginocchia del fratello.
"Non è niente…" mormorò, mentre Raffaello le controllava tenendole con delicatezza. Diverse piccole ferite da morsi segnavano di rosso la pelle verde; un morso profondo al polpaccio sanguinava ancora. Michelangelo porse quindi al fratello la mano, anch'essa leggermente ferita, e Raffaello la rigirò tra le sue, accigliato.
"Servirebbe un'antitetanica… un'antirabbica… o dio sa cosa, maledizione…" mugugnò il rosso tra i denti. Non avevano niente di tutto questo, e sapevano entrambi che non li avrebbero certo trovati per strada. Lasciò la mano del fratello, si sfilò lo zaino e tirò fuori la fiaschetta di liquore.
"Raph, cos…ahh!"
Raffaello versò l'alcol sulle ferite di una delle due gambe, bloccando con tutta la forza il piede che Michelangelo istintivamente cercò di ritirare a sé.
"Mghh… okay, fratello, stop, stop…" piagnucolò Michelangelo, stringendo i denti e dimenandosi leggermente.
"Non fare il bambino." Raffaello irrorò l'altra gamba, provocando un'altra escalation di lamenti, poi fece cenno per la mano, insistendo con un colpo sulla ginocchiera del fratello minore quando questo nascose la mano sotto l'ascella del braccio mozzato.
Quando il fuoco liquido sulle ferite si spense e Michelangelo tornò a respirare normalmente, Raffaello, dopo essersi disinfettato con quel sistema di fortuna anche lui qualche piccolo graffio, reclinò pure il suo sedile e spense la torcia.
Il buio della notte invase tutto, prima che gli occhi si abituassero al lieve riverbero della luna per poter distinguere le forme dell'abitacolo e quelle, nere e imponenti, dei vecchi capannoni abbandonati, cattedrali in rovina di un mondo attivo e fiorente ormai passato. I due fratelli si sistemarono sui sedili, cercando una posizione più comoda possibile per i loro corpi, per i quali le sedute umane non erano mai del tutto ergonomiche, e rimasero in silenzio, ad accezione del rumore lieve dei loro respiri stanchi.
Dopo qualche minuto, quando Raffaello era quasi addormentato, la voce di suo fratello lo riportò indietro dal confortante mondo dell'incoscienza.
"Raph?"
"Uh?"
"Dovevi proprio ucciderli?"
"Uhm… – Raffaello si sistemò meglio, provocando un cigolare lamentoso dalle molle del sedile. – Dormi, ché voglio proseguire prima che faccia giorno."
"Sì, però… voglio dire… bastava tramortirli…"
Raffaello si spostò ancora. "Cristo, Mikey, dormi. Li ho uccisi, allora? Ti stavano sbranando vivo o sbaglio? Non ci pensare. Dormi."
Michelangelo si assestò a sua volta sul sedile. Ma dopo un minuto, parlò ancora.
"Ne hai uccisi parecchi… Erano solo affamati… Insomma, non era colpa loro…"
Raffaello si alzò a sedere.
"La finisci? Ma che ti prende? Erano solo cani! I cani assassini di Shredder, per giunta. Ci hanno assalito, ci siamo difesi. Stop. Adesso basta. Dormi, maledizione, che tra poche ore dobbiamo riprendere il viaggio, va bene?"
"Va bene, va bene, calmati. Capito. Hai ragione." Michelangelo alzò la mano a far segno di resa. "Ci hanno attaccato, ci siamo difesi. Come sempre. O noi o loro. Lo diceva pure Splinter: 'Non esitare mai nella difesa'."
Girò la testa a guardare fuori. In alto, forse, a osservare bene, si potevano vedere le stelle.
Proseguì, a voce più bassa.
"O noi o loro. Così deve andare. Okay, basta. Non pensiamoci; non serve a niente, pensarci. Sono andati, giusto? Certo, non era colpa loro, erano costretti ad attaccarci, ma è colpa nostra? Dimmi, Raph, è colpa nostra? Che possiamo fare noi?"
La voce si fece ancora più flebile, quasi rotta.
"Non è che uno in quei momenti ci pensa. Dopo, magari, ci pensa, ma in quei momenti… Lo fai e basta…"
Raffaello lo ascoltava, in silenzio. L'angoscia delle parole permeava lo stretto abitacolo. Nonostante il caldo, rabbrividì. Suo fratello non stava parlando più dei cani, non più. Il fantasma che li seguiva, silenzioso ed ignorato, da quella notte sul ponte, prese corpo, strisciando gelido sulla sua pelle, a spazzar via con un colpo l'assurda illusione che qualcosa di puro ed innocente potesse ancora esistere su questa terra, che almeno l'anima più candida che conoscesse fosse rimasta tale, che fosse stato solo un incubo, un ricordo distorto.
"Il fatto è che, Raph, a volte… a volte non capisco più qual è la cosa giusta da fare. Era tutto più semplice, prima. Tutto era al suo posto. Sensei ci aveva spiegato cos'è bene, cos'è male, ci aveva indicato la strada giusta da seguire, ed era tutto okay. Tutto era facile… Io ero quello carino, tu eri il duro, Donnie era il genio, Leo era il leader. Ci difendevamo da chi voleva farci la pelle, cercavamo di rendere il mondo un posto migliore, sistemavamo un po' le cose. Facile. – Deglutì – Io non sparavo alle persone, tu non cucinavi ratti per mangiare, e Donnie e Leo…"
Un singhiozzo incrinò la voce, che si fece sempre più flebile, quasi che parlasse ormai solo a sé stesso, in un mormorio mesto.
"Il mondo era a posto. Tutto era a posto. Ma adesso, adesso che io e te dobbiamo cercare di portare il guscio in salvo e poi, poi, io monco e tu zoppo, sconfiggere un impero, beh, adesso, sembra così difficile non perdere la strada, così difficile…"
Sì, erano proprio stelle, lì in alto, oltre il parabrezza sporco, su, a trapuntare il cielo, punture di luce contro la volta nera.
Anche con gli occhi appannati, Raffaello le poteva vedere.
…
Era ancora notte inoltrata, quando ripresero il cammino. Ancora più lenti, ancora più doloranti. Si trascinarono per tutto il giorno, facendo frequenti pause, senza incontrare costruzioni umane se non poche case disabitate. A mano a mano, la vegetazione si fece più rigogliosa. Ai campi abbandonati subentrarono arbusti ed alberi. La calura anomala dei giorni scorsi si era placata, ed un vento tiepido accarezzava le piante facendo frusciare le foglie.
Nonostante non fossero del tutto sicuri se la direzione fosse ancora quella giusta, fu con enorme sollievo che, calate nuovamente le tenebre, poterono ascoltare il mormorio lento e rassicurante di un fiume. Raffaello suppose che potesse trattarsi del fiume che scorreva non molto distante dalla tenuta O'Neil, nel quale più volte avevano fatto il bagno durante il loro soggiorno forzato in fattoria, anni prima. In ogni caso, il fiume portava più in profondità nella foresta che si estendeva davanti a loro, e foresta voleva dire nascondiglio dagli umani. Inoltre un fiume era una potenziale risorsa di alghe e vermi e per i loro stomaci vuoti non esisteva niente di più allettante.
Nei giorni successivi, l'estate finalmente si vestì d'autunno. La pioggia fresca lavava alberi e tartarughe, increspava le acque del fiume in infiniti cerchietti. I due fratelli camminavano, cercavano sotto le pietre, scavavano. Si fermavano a riposare sotto le fronde, stretti vicini, nelle notti silenziose e scure.
Forse, erano nella direzione giusta. Forse, era proprio la zona dove Mikey si era spinto quella volta, anni fa, durante il loro allenamento in solitario, per ritemprare gli spiriti prima del ritorno a New York. Sì, gli alberi potevano essere quelli. O forse semplicemente la foresta era tutta uguale, con i suoi fusti centenari e le sue farfalle effimere, sempre muta ed immutabile, sacrario verde benigno eppur indifferente, così lontano dalla follia dell'uomo.
…
"Svegliati, Mikey."
Michelangelo aprì gli occhi a fatica. I deboli raggi di luce tra le fronde degli alberi gli rivelarono che dopo l'ennesima notte nella foresta, un altro giorno era arrivato. L'ombreggiatura si proiettava tremula sul piastrone del fratello, dove la propria testa era appoggiata; il collo non era contento.
Il fratello lo stava scuotendo dalla spalla e mormorava sottovoce.
"Svegliati, c'è qualcuno."
La tartaruga in arancione costrinse le membra doloranti a muoversi, nel modo più silenzioso e rapido possibile. Ma si sentiva goffo, lento, ingessato dalla debolezza, ed il solito dolore al moncherino gli rubò l'ennesimo sibilo tra i denti quando lo mosse troppo velocemente.
Si mise in piedi, accanto a Raffaello, scrutando tra gli alberi. Non vedeva niente, non sentiva niente… No, vero, c'era qualcosa. Chiuse gli occhi, si concentrò. I suoi sensi da ninja, non del tutto disabilitati dalla spossatezza, avvertirono tanti piccoli spostamenti nel fogliame del sottobosco… tutt'intorno a loro.
Cercò per un secondo gli occhi smeraldo di Raffaello, che silenziosamente gli diedero conferma della propria deduzione: erano circondati.
Sfilò piano il nunchaku. La catena cigolò, perfettamente udibile; ma tanto chi li circondava li teneva sott'occhio. Per l'ennesima volta, Michelangelo sentì il proprio cuore sbattere ferocemente contro le costole; per l'ennesima volta, cercava di prepararsi, con la forza della disperazione, ad una battaglia che sapeva di non essere in grado di gestire.
"Chi c'è?"
La voce di Raffaello era dura e feroce; ma Michelangelo lo conosceva troppo bene per non sentirci anche un lieve tremore.
Il cerchio si strinse ancora intorno a loro: adesso, tra i cespugli, s'intravedevano forme umane.
Qualche decina di piedi davanti a loro due figure, le più vicine, si fecero avanti, da dietro un albero.
Avanzando piano, con due archi di legno impugnati nelle loro braccia tese, corde vibranti e freccia incoccata, due ragazzini, un maschio ed una femmina, si stagliarono nettamente in una chiazza di luce del bosco. Capelli tagliati corti, vestiti logori, espressioni troppo dure per la loro età: forse dodici o tredici anni.
Come ad un segnale, tutte le figure avanzarono verso i due mutanti, tutte mirando ai due fratelli Hamato con i loro archi rudimentali; si fermarono, immobili, ad una distanza di sicurezza. Michelangelo e Raffaello li squadrarono velocemente: erano una dozzina, maschi e femmine, maculati dalle ombre della foresta.
Tutti ragazzini. Alcuni, proprio bambini.
Michelangelo sbatté le palpebre, sorpreso, osservando una bambina alla sua sinistra: sembrava la più piccola del gruppo, dimostrava appena sei anni, forse sette; eppure, anche lei teneva tra le piccole mani sporche un arco di legno. Il giovane mutante lampeggiò i suoi grandi occhi azzurri e cercò ancora quelli del fratello.
Raffaello valutò in pochi secondi il da farsi. Mettendo da parte l'ipotesi, seppure non del tutto inverosimile, che si trattasse di qualche visione indotta dalla fame e dalla stanchezza, stava cercando di capire se queste armi puntate verso di loro rappresentassero effettivamente una minaccia, se le piccole braccia che le impugnavano sapevano effettivamente usarle, o se non potesse lui metterli tutti velocemente fuori gioco, pur nelle sue condizioni, poiché in fondo non si trattava che di bambini. Ma poi, ancora, capì che non poteva combatterli proprio perché si trattava di bambini.
Con un sospiro, ripose i sai che aveva tirato fuori.
"Chi siete?" chiese.
"Siamo cacciatori!" cinguettò la bambina più piccola.
Michelangelo non poté fare a meno di sorridere.
"Zitta!" la rimproverò la ragazza che si era mostrata per prima.
"Chi siete voi, e cosa fate qui?" chiese a sua volta il ragazzo al suo fianco, invece di rispondere. Sembrava che lui e la ragazza fossero gli anziani del gruppo e probabilmente erano alla guida.
"Non vogliamo farvi del male" iniziò Raffaello, alzando le mani in modo conciliante. "Non dovete avere paura."
"Non abbiamo paura."
Alle parole della ragazza, stavolta fu Raffaello a sorridere. In gamba, questi ragazzini. Ma cosa ci facevano qui, da soli?
"Guardate, dobbiamo solo arrivare a… a casa di un'amica. Cerchiamo riparo."
"E cibo" aggiunge Michelangelo.
"E cibo." Raffaello lanciò al fratello un'occhiataccia, poi proseguì. "Voi… cacciatori, siete da soli? Non ci sono i vostri genitori o qualcuno?"
"Siamo soli" rispose rude il ragazzo. Continuava a tenergli l'arco puntato contro e Raffaello iniziava ad esserne seriamente infastidito.
"Bene. Senti, non sono affari nostri. Perché non ci lasciate passare e proseguite la vostra caccia? Come vedi, noi non siamo selvaggina" grugnì, facendo un passo avanti.
I bambini tutt'intorno si ritrassero di un passo.
Il ragazzo e la ragazza al comando si guardarono, scambiarono alcune parole sottovoce e poi abbassarono gli archi.
Raffaello non si aspettava questo. A dire il vero, non si aspettava neanche un gruppo di bambini armati in mezzo al bosco di mattina presto, che per giunta non sembravano per niente intimoriti di trovarsi davanti due tartarughe mutanti. Ma Raffaello ormai non sapeva veramente più cosa aspettarsi, da questo mondo sempre più assurdo.
"Venite con noi. Vi porteremo dal nostro capo" disse il ragazzo, con un cenno della testa; tutti i bambini abbassarono gli archi.
Raffaello sbuffò. Era troppo stanco e troppo snervato per farsi "prendere prigioniero" da un manipolo di bambini.
"Senti, ragazzo. Non mi hai capito. Noi stiamo andando a casa. Tornate ai vostri giochi e lasciat-"
"Il nostro capo è come te" disse ancora la bambina più piccola, alzando un braccio ad indicare Michelangelo; non aveva staccato gli occhi dalla tartaruga più giovane, fissando sfacciatamente il suo moncone per tutto il tempo.
"Vuoi dire, con un braccio solo?" Il mutante sorrise amaro verso la piccola.
"No, vuol dire una tartaruga" disse la ragazza più grande.
Raffaello sentì l'equivalente di una doccia di diversi galloni d'acqua gelata sulla pelle. Si voltò di scatto verso Michelangelo, che lo guardò a sua volta con la bocca aperta ed un'espressione che in un'altra situazione avrebbe trovato comica.
"Cosa… cosa hai detto?" articolò il rosso a fatica.
"Il nostro capo è una tartaruga gigante, come voi due. Vi porteremo da lui. Se volete" si affrettò ad aggiungere il ragazzo più grande, improvvisamente spaventato dall'espressione di Raffaello.
Nella mente del mutante come una vertigine turbinarono mille domande. Questi ragazzi stavano dicendo la verità? Possibile… possibile che ci fosse qualche altra tartaruga mutante in circolazione oltre a loro due e… Leonardo? Quindi, Leo era vivo? Era qui? Una parte del suo cervello voleva credere, un'altra gli intimava di non cadere in facili inganni, di non prestare fede a ciò che il cuore voleva, poiché era improbabile, sì, dannatamente improbabile, che Leonardo si trovasse qui, sano e salvo, vivo, e per di più a capo di un gruppo di ragazzini umani che vagavano nei boschi come cacciatori! Tutto era troppo assurdo, troppo irreale…
Si avventò verso il ragazzino, incurante del fatto che tutti i bambini, spaventati, avessero rialzato le loro armi. Con un paio di balzi, gli fu addosso e lo prese dalle braccia.
"Stai dicendo la verità? C'è un'altra tartaruga mutante come noi?"
Il ragazzo allargò gli occhi, spaventato; la ragazza al suo fianco, atterrita, puntò l'arco contro il mutante.
"Sì, sì, è vero, lo giuro!" ansimò il ragazzo. "È come te!"
"Indossa una maschera, come noi? Come si chiama?" Raffaello strattonò piano il ragazzo. La ragazza tese ancora di più il suo arco, che adesso tremava a pochi pollici dal piastrone del mutante.
"Lui… No, non indossa nessuna maschera… Si chiama Wheel [Ruota], o almeno, tutti lo chiamano così" farneticò il ragazzino, di fretta, con la voce stridula. Raffaello strinse di più le mani sulle braccia del giovane umano.
"Raph…" Michelangelo mise a sua volta la mano sulla spalla del fratello.
La tartaruga mascherata in rosso lasciò andare il ragazzo.
"Va bene." Guardò Michelangelo, che in questo momento aveva gli occhi più grandi che avesse mai visto, talmente carichi di speranza da fare male. "Portateci da lui."
Senza altre parole, s'incamminarono nella foresta, i ragazzi avanti, i due mutanti a chiudere la fila. Ogni tanto, qualcuno dei bambini si girava a guardarli, con un misto tra timore e curiosità.
"Raph… Il ragazzo, lui non mentiva" sussurrò Michelangelo, in fermento. Irradiava un senso di eccitata aspettativa. A Raffaello quasi sembrava di guardare il fratellino di qualche anno fa, tanto il suo viso era luminoso.
Raffaello annuì piano. Sì, anche a lui il ragazzo era sembrato sincero. Ma non voleva illudersi. Tutto sembrava troppo bello per essere vero. Che Leonardo avesse raggiunto Northampton prima di loro dopo tutto era un'ipotesi, seppure poco probabile, non impossibile. Certo, ancora meno probabile era il fatto che si fosse messo improvvisamente a capo di un gruppo di ragazzini. D'altronde, poteva ancora trattarsi di un'altra tartaruga mutante. Anche se Spike, no, Slash era morto ormai da qualche anno, non era detto che non esistesse qualche altro mutante in circolazione, magari frutto degli esperimenti di Stockman e degli altri scienziati del Piede. Quindi, non voleva farsi illusioni. Ma era difficile non lasciarsi cullare almeno da una piccola speranza.
"Se mentiva, era dannatamente bravo - rispose al fratello, a bassa voce. - Staremo a vedere. Ma restiamo in guardia."
Camminarono nella foresta, faticando a tenere il passo con i ragazzini. Erano sì sfiancati, ma questa situazione sembrava aver tirato fuori dell'energia residua che non sapevano di possedere. Le due tartarughe mutanti si guardarono in viso più volte, a mano a mano che avvistavano qualche posto noto. Adesso, iniziavano a riconoscere con sicurezza alcune zone della foresta: si stavano avvicinando alla fattoria O'Neil.
La speranza si rinvigorì e infiammò i cuori delle due tartarughe: se questo fantomatico capo di ragazzini si trovava nella fattoria di April, la possibilità che si trattasse del loro fratello divenne improvvisamente talmente concreta da far salire le lacrime agli occhi. In qualche modo, il loro fratellone si era salvato, e lo avrebbero incontrato a breve.
Lo strano convoglio di ragazzini e mutanti proseguì in silenzio tra gli alberi, con i giovani umani che si scambiavano sottovoce dei commenti e continuavano a lanciare di tanto in tanto occhiate incuriosite ai mutanti, e questi ultimi ormai allo stremo delle forze ma sempre più eccitati. Infine, la casa colonica appartenuta alla famiglia O'Neil, si stagliò, bianca, nella radura alla fine degli alberi.
Il ragazzo al comando corse avanti, salì i gradini del portico ed entrò per primo nella casa colonica, mentre l'altra ragazza più grande raccoglieva intorno a sé i bambini. All'interno della casa, si sentirono delle voci concitate: due adulti, uomini di mezza età, si stagliarono sulla porta. Entrambi imbracciavano un mitra.
Raffaello e Michelangelo si bloccarono un attimo, a pochi passi dal portico. Improvvisamente, l'ipotesi che potesse trattarsi di una trappola riprese vigore tutta d'un colpo. Altre voci e confusione si percepivano dentro la casa. Alcuni bambini entrarono, mentre i due adulti si facevano la parte, fissando le tartarughe; altri ragazzini rimasero fuori. Il ragazzino a capo, che li aveva condotti lì ed era entrato subito nella casa, uscì nuovamente fuori. Un'altra donna, armata, uscì anche lei sulla porta.
I due mutanti si strinsero, alzando piano le mani alle loro armi. La situazione era strana, non sapevano cosa pensare.
La donna si tolse dalla porta, spostandosi di lato sul portico, per fare spazio ad un'altra ragazza ancora, che spingeva qualcuno su una sedia a rotelle.
Raffaello sussultò, imprecando ad alta voce. Michelangelo portò la mano alla bocca, e dimenticò per qualche secondo come si facesse a respirare.
Sul portico, seduto su una sedia a rotelle, che si riparava con una mano la luce dal viso, c'era, vivo e vegeto, il loro fratello.
Donatello.
