Capitolo 4
"Joan…" ripetè Auggie.
"Avrei voluto chiamarti prima, Auggie. Ma sapevo che avevi bisogno dei tuoi spazi e dei tuoi tempi dopo quell'esperienza. Non volevo farti pensare che intendessi in qualche modo costringerti a tornare all'Agenzia" fece una pausa assicurandosi di non far trapelare alcuna emozione dalla sua voce.
"Come stai Auggie?"
"Abbastanza bene, Joan. E tu?"
"Bene, anche se un po' stanca. Conosci il nostro lavoro. E poi con un bambino piccolo…"
"Mackenzie…" sospirò Auggie "Sarà piuttosto vivace, immagino"
"Oh, sì" sorrise Joan "Vivace e precoce" Fece un profondo respiro e poi riprese: "Perdonami Auggie se non ti ho chiamato prima, anche solo per farti un saluto"
"Non preoccuparti Joan, va bene"
"Auggie…"
L'uomo colse la preoccupazione nella voce della donna, preoccupazione che non era riuscita a celare questa volta.
"State tutti bene, vero? Tu, Arthur…"
"Sì, Auggie, tutti bene, ma…"
"Annie?" chiese con ansia Auggie
"Non ho sue notizie da circa un anno" rispose "Sai lavora con Ryan McQuaid, ora. Comunque, in effetti qualche notizia recente della McQuaid Security l'abbiamo, risale a tre settimane fa. Ma dobbiamo verificare l'esattezza delle informazioni e…"
"Joan" l'interruppe Auggie "Dimmi chiaramente cosa..."
"Non per telefono. Dove sei?"
"Indonesia"
"Bene. Organizzo il volo e sarò da te appena possibile"
"Lascio il GPS attivo, Joan. Fai rilevare le coordinate del mio cellulare da Eric"
"Grazie Auggie"
"Ci vediamo presto"
Rimase in silenzio e con gli occhi chiusi per minuti che parevano interminabili. Nella sua mente e nel suo cuore le emozioni sembrava che facessero a pugni.
Rabbia, preoccupazione, disperazione.
Rientrò nel cottage velocemente e si diresse all'armadio. Prese la sua borsa e ne estrasse il portatile. Lo accese, indossò le cuffie e cominciò a digitare alla ricerca di notizie su qualunque cosa riguardasse la McQuaid Security. Il brutto tempo, su quest'isoletta indonesiana, non aiutava la connessione internet.
Il sito statico dell'agenzia di Ryan era costantemente aggiornato sui vari tipi di servizi che venivano offerti. Investigazioni private, scorte armate, guardie del corpo e molto altro.
Ma Auggie sapeva leggere anche tra le righe, a lui serviva sapere qualcosa riguardante le attività di spionaggio.
Natasha lo osservò silenziosamente per qualche minuto. Da quando era rientrato dopo la telefonata, lei aveva capito che era cambiato qualcosa. Il suo viso era molto serio e preoccupato, la tensione che lo attraversava faceva risaltare le leggere rughe sulla sua fronte.
Lo raggiunse alla scrivania e gli posò una mano sulla spalla. Auggie tolse le cuffie.
"Chi era al telefono?"
"Joan"
"Joan? Joan Campbell della CIA?"
Auggie annuì. Tash sospirò sarcasticamente.
"Sì certo. Basta che la padrona schiocchi la lingua e cagnolino Auggie è lì pronto al suo servizio"
"Tash" l'ammonì Auggie
"Tash che?" urlò lei "Se sono io a chiederti di fare qualcosa per me non sposti una paglia, ma basta che sua maestà Joan Campbell ti faccia un fischio e corri ai suoi piedi"
"Questo è ingiusto da parte tua"
"Ah, davvero? Quando mai tu hai fatto qualcosa per me? Non sia mai che il povero cieco August Anderson faccia qualcosa con o per la sua ragazza"
"Ho lasciato la CIA per te, Tash"
"Un notevole sforzo, direi! E poi? Che altro?" lo canzonò lei
"Ci ho provato, Tash, lo sai. La calca e la musica mi fanno star male. Ho provato anche a seguirti nelle tue folli imprese con gli sport estremi ma…"
"Folli?" lo interruppe lei "Non sono folli, Auggie. Sono vive. IO sono viva. DEVO sentirmi viva, ne ho bisogno"
"Se te lo fossi scordata, sono cieco" la rimproverò lui
"Ah, davvero?" urlò sarcasticamente " E come pensi che me lo possa dimenticare? Non fai che ripetermelo, caro mio. Puttanate Auggie, la tua ciecità ti fa comodo per mettermi i bastoni tra le ruote. Tu NON vuoi che io mi senta viva. Tu vuoi chiudermi in una casa magari a sfornare figli. I tuoi figli" aggiunse queste parole quasi con disprezzo.
Ora erano in piedi uno di fronte all'altra. Le parole della donna ebbero l'effetto di una doccia fredda. Stavano litigando. Finalmente, dopo mesi di silenzi carichi di tensione, stavano tirando fuori tutto quel che avevano dentro.
"Tash…"
"Taci Auggie. Io non reggo più questo tuo modo di fare, di mettermi sempre da parte. Mi lasci sempre sola. Sei un bastardo, August Anderson"
"IO ti lascio sola?" Auggie alzò la voce sorpreso ma lei ignorò la sua domanda.
"E che voleva la signora CIA? Bhè, che importa, torna pure da loro"
"Natasha, non mi hanno chiesto niente. O per lo meno non ancora." Cercò di spiegarle Auggie "Joan sarà in Indonesia il prima possibile. Vuole parlare di alcune intercettazioni relative a certi avvenimenti in Mali che coinvolgono la McQuaid Security e…"
"Eccola la padroncina che richiama il suo cane! Vai, vai Auggie. Torna da lei se questo ti fa sentire meglio. Torna a lavorare con loro"
"Tash non ho detto che l'avrei fatto" Auggie cercò di mantenere la calma.
"No, non l'hai detto ma non serve. Ti si legge in faccia"
In quel momento il cellulare di Auggie squillò brevemente: era arrivato un messaggio. Aprì il testo e l'applicazione vocale lesse "Sarò all'aeroporto di Bali alle 7:00 di domani mattina, ora locale, con aereo privato dell'Agenzia"
"Bene, sarai contento ora! La tua padroncina sta per arrivare!"
"Ora basta Tash"
"Basta? E perché? Mi sto divertendo a vedere come scodinzoli!"
Auggie strinse i pugni e si appoggiò alla scrivania.
"Che hai, cagnolino Auggie? La verità ti fa male, vero?" Ora stava esagerando e lo sapeva. Ma ferirlo era proprio quello che lei voleva.
"Quindi preparerai i tuoi bagagli e tornerai a casa al guinzaglio"
Auggie strinse le labbra per non risponderle, ma la rabbia stava aumentando. "Come può non capire?" pensò "Se non fosse stato per l'Agenzia non sarebbe viva, né avrebbe avuto il passaporto americano che le permette di andare ovunque nel mondo"
Si girò verso l'armadio e cominciò a preparare le sue cose. Calcolò mentalmente quanto tempo gli occorreva per arrivare a Bali dall'isola dove si trovavano. Considerò ogni possibile contrattempo e capì che doveva fare le cose velocemente. Dopo il tramonto non c'erano collegamenti di nessun tipo con Bali e la mattina seguente il primo viaggio utile sarebbe stato comunque non prima delle 8.
Mentre preparava la sua borsa, Tash lo fissava in silenzio. Dopo una lunga pausa si decise a parlare
"Allora hai deciso" chiese nervosamente
"Sì Tash. Glielo devo"
"Tu non devi proprio niente a tutta quella gente! E comunque vai, posso cavarmela benissimo da sola"
"L'hai sempre fatto Tash" sottolineò Auggie.
"Sì certo! Torna pure dalla tua Joan. Magari all'aeroporto ci sarà pure la puttanella bionda che ti sei sbattuto per un po' e…" Non riuscì a completare la frase nel suo tono sarcastico e provocatorio perché Auggie la schiaffeggiò.
Lei lo fissò incredula. E anche lui non riusciva a credere al suo gesto. Si ritrovò a tremare dallo stupore per aver fatto una cosa di questo genere.
"Tash… " cominciò " Ti prego, perdonami. Non volevo. Io…"
"Bene, grand'uomo. Questo spiega molte cose"
"Cosa intendi dire?"
"Sono due anni che vivi con me, ma il tuo cuore e la tua mente sono sempre stati legati alla CIA"
"No, non è vero. Ho provato a seguirti. Ti ho seguito ovunque tu abbia voluto andare e non è sempre stato facile per me, lo sai"
"Diciamo allora che ho torto in parte, forse per quanto riguarda la tua mente, ma il tuo cuore…" Tash sorrise e sospirò "Il tuo cuore, Auggie, è sempre rimasto a Langley, lo sai. Non puoi negarlo"
No, non poteva. Ora vedeva più chiaramente dentro di sé. Lo schiaffo dato a Tash, benché si vergognasse enormemente di aver compiuto un gesto così meschino, aveva aperto finalmente quella gabbia che si era costruito intorno al cuore.
"Auggie, tu non puoi fare a meno della CIA. E a quanto pare la CIA non può fare a meno di te"
"Già. Tash mi dispiace per lo schiaffo, non volevo, davvero. Mi vergogno tremendamente e …"
"Non ti preoccupare. Ne avevo bisogno in fondo. Ora lo so per certo Auggie"
"Cosa sai?"
"Tu l'ami. Non hai mai smesso di amarla. Lei ti è entrata dentro, fino all'anima. È talmente parte di te che non so nemmeno come tu abbia fatto senza di lei in questi due anni"
Lui rimase in silenzio. Avrebbe voluto dirle che non era vero, ma sarebbe stata una menzogna. Ora lo sapeva con certezza.
Sentì i passi di Tash dirigersi alla porta, aprirla e uscire sotto la pioggia.
Si sedette pesantemente alla scrivania e rispose al messaggio di Joan "Ci sarò" poi appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si prese la testa tra le mani.
Tash aveva ragione. La sua mente aveva spesso viaggiato verso Langley, immaginando cosa sarebbe stata la sua vita con la Task Force di Joan. Forse se lui fosse rimasto alla CIA, Annie sarebbe tornata e avrebbero potuto lavorare ancora insieme.
Annie. Sì, lei era ancora lì, nel suo cuore, reclusa in un angolo ingabbiato per due lunghi anni. Ma ora che aveva aperto la gabbia, gli sembrava di poter respirare meglio, di cominciare nuovamente a sentire il sangue pulsare nelle vene. Stava vivendo. Si sentiva vivo, estremamente vivo.
Finì velocemente di fare i bagagli e lasciò un biglietto a Tash "La verità è complicata. Perdonami"
Quando l'ebbe scritto e riletto mentalmente, si mise a ridere, ricordando quello che Annie gli aveva mostrato un giorno di qualche anno prima.
"Solo persone complicate nella tua vita, Walker" disse piano ridendo.
Prese la sua borsa col portatile, il suo bastone, la valigia e uscì dal cottage.
Aveva smesso di piovere. Sorrise, col cuore finalmente leggero, e si diresse incontro alla sua vita.
