Capitolo 5

Era l'alba di un nuovo giorno, nel deserto.

La tribù berbera di Aku-Mokhammed era ferma da alcuni giorni in una delle oasi della via Carovaniera, nei pressi di Taoudenni.

Jedjiga aveva approfittato della calma e della tranquillità dell'oasi per avere tempo per se stessa. Lila non l'abbandonava mai anche se capiva il bisogno di solitudine della donna e, quindi, se ne teneva a debita distanza.

Jedjiga, seduta su un basso sgabello davanti alla sua tenda, ripensò al colloquio avuto nei giorni scorsi col capo berbero che parlava un po' di francese.

Era riuscita così a sapere cos'era successo al suo convoglio. Aveva provato a chiedere perché non avevano portato anche lei al centro di MSF ma, come le aveva detto Abu-Mokhammed, significava perdere quasi quattro giorni di cammino e per la sua gente, che viveva di commercio, ogni giorno era prezioso.

"Non sai mai cosa può aspettarti nel deserto. Una tempesta di sabbia può arrivare all'improvviso e se non siamo più che pronti…" il berbero lasciò il discorso in sospeso in modo che la donna potesse trarre le sue conclusioni.

Era riuscita a sapere che a parte alcuni feriti, sei in tutto, lasciati all'accampamento medico, non c'erano altri sopravvissuti. Eccetto lei. Non le avevano trovato documenti addosso quando l'avevano rinvenuta sotto la Jeep, per cui non poteva sapere chi fosse. E la sua mente era ancora avvolta in una fitta nebbia.

Si era stupita di conoscere il francese, il persiano e il turco. Si era stupita anche di ricordare che aveva visto l'alba in altri luoghi.

"Quindi, potrei conoscere altre lingue " pensò "potrei anche dare un lavoro che mi porta in giro per il mondo. Magari sono una hostess o una guida turistica. In questo caso si spiegherebbe perché ero in quel convoglio"

I pensieri, nella mente di Jedjiga, si susseguivano aggrovigliati e senza un'apparente logica.

"Jedjiga" Dassin, moglie di Abu-Mokhammed la stava chiamando. Jedjiga si alzò e andò verso la donna che la fece entrare nella propria tenda. All'interno c'erano Lila e Khennuj che le sorrisero rassicuranti.

"Accomodati Jedj" La donna si sedette accanto alla bambina.

"Il colore dei tuoi capelli ti tradisce, è troppo appariscente per una donna berbera. Dobbiamo tingerli. È per la tua sicurezza. Ci sono tribù che potrebbero desiderare donare al loro capo una donna occidentale." Dassin fece una pausa e guardò Jedjiga.

"Se tu fossi rapita, noi non potremmo far niente per aiutarti, lo capisci?"

Jedjiga annuì.

"Bene. Se tu cadessi nelle mani di predoni del deserto non oso pensare a cosa potrebbe accaderti, ma chérie"

Lila e Khennuj l'aiutarono a sciogliere i capelli e le prepararono la tintura.

Quando ebbero finito, le fecero indossare il boubou, una veste ampia e scura con maniche larghe e fluttuanti, e le avvolsero i fianchi con una pagne, un tessuto stampato con disegni dai colori vivaci.

Le insegnarono come truccarsi per assomigliare il più possibile ad una donna Tuareg e poi le mostrarono come fissare il velo sulla testa.

Le fecero indossare sobri monili d'argento e poi le diedero dei comodi sandali nuovi. Le donne berbere erano decisamente soddisfatte del loro lavoro.

"Non resta che imparare la nostra lingua" osservò Lila.

"Oh, mon Dieu!" esclamò Jedjiga "parlo molte lingue, ma la vostra… è piuttosto complicata"

"Signora" disse Khennuj rivolgendosi a Dassin "potremmo fingere che Jedjiga sia muta"

"Oh, mâma! Questa è una buona idea!" esclamò Lila "basterà inventare alcuni segni per le cose più importanti come dormire, mangiare, bere… "

"Sì, Lila. È una buona idea" convenne Dassin, poi si rivolse alla straniera "Jedjiga dovrai anche tenere il volto un po' coperto quando siamo in presenza di altre tribù"

Jedjiga annuì.

Quando finalmente potè nuovamente uscire all'aperto, Jedjiga si diresse in una zona dell'oasi dove numerose palme creavano un invitante angolo fresco.

La donna si sedette su un tappeto steso sotto una palma e si appoggiò al tronco. Lila, poco distante da lei, la osservava attentamente, cercando però di non farsene accorgere. Le piaceva la bionda signora. Era gentile e buona. Ed era anche molto bella.

Jedjiga guardò la bambina e le sorrise, poi lasciò nuovamente vagare la sua mente finchè si assopì.

Il suo sonno non fu proprio tranquillo. I sogni si susseguivano in un apparente disordine.

C'erano due bambine con lei, su un'auto che sfrecciava sulla strada, in piena notte. Poi si era ritrovata in una cucina e le due bambine si rincorrevano mentre una donna le si avvicinava esclamando "dolci!"

Poi ci fu uno sparo, in quella cucina. Jedjiga sentì il cuore fermarsi nel mezzo del petto mentre, nel suo sogno, sognava un'auto azzurra.

Poi ci fu il nulla nella sua mente che, pian piano, si riempiva di una voce calda e profonda "Non ho mai bisogno di nessuno. Ma di te ho bisogno" Una mano grande, forte e calda stringeva la sua. E quel calore l'avvolgeva e la tranquillizzava, penetrando in lei attraverso tutti i sensi.

Si svegliò con una forte sensazione di pace nell'animo. Lila era in ginocchio davanti a lei con sguardo interrogativo

"Tesednan… signora chi sono Kate e Chloe?"

"Non saprei, Lila. Perché me lo chiedi?"

Li hai chiamati nel sonno"

Jedjiga non rispose. In effetti non sapeva cosa rispondere.

Fissò il cielo tra le fronde delle palme. Era di un azzurro intenso ed avvolgente. E lasciò ancora la mente rincorrere disordinatamente i suoi pensieri che, forse, potevano essere ricordi. Ma lo erano davvero?

Intanto ricordò che doveva inventare dei segni per poter far credere di essere muta.

"Muta. Devo essere muta" pensò "Certo che saremmo proprio una bella coppia: io muta e lui cieco". Sorrise a questo pensiero. Ma chi era lui?