Capitolo 8
Calder Michaels e la sua squadra erano arrivati a Timbuktu da un paio di giorni. Avevano già contattato la polizia locale e alcuni informatori per cercare di mettere insieme qualche altro tassello del puzzle.
Dovevano muoversi con prudenza. Le milizie jihadiste avevano occhi e orecchi ovunque e l'ultima cosa che Calder voleva, era creare un caso diplomatico con il governo locale e le forze alleate, proprio perché si avevano notizie che a breve, ad Algeri, sarebbero ripresi i negoziati di pace per la terza volta tra i gruppi indipendentisti di Tuareg e Arabi e il governo centrale maliano. Non era una situazione delle più semplici: bisognava usare tutta la cautela possibile e giocare bene le proprie carte.
Negli uffici del DPD, gli operativi tecnici stavano collaborando con quelli della Task Force di Joan Campbell per decifrare e interpretare tutte le intercettazioni rilevate, mentre venivano allertate squadre d'estrazione in caso di necessità.
"Signore, una chiamata da Washington tra cinque minuti. Linea secretata" disse uno degli uomini di Calder. Egli uscì dalla stanza nella quale avevano istituito il loro quartier generale e si diresse sul tetto dell'edificio, dove c'era un grande terrazzo soleggiato.
Il suo cellulare squillò. Sul display comparve il nome "Mingus"
"Hey, Auggie. Novità?"
"Ryan scortava un convoglio con armi e truppe"
"Ne sei sicuro?"
"Sì. Il mese scorso la Francia ha regionalizzato la propria presenza militare, sembra tra Libia, Mali e Niger. Proprio nel Niger, due giorni fa, le forze speciale francesi hanno reperito e distrutto un convoglio che trasportava armi pesanti, tra cui sistemi antiaerei SA-7. Ora sembra che vogliano aprire una nuova base militare a Madama, nel nord-est del Niger"
Calder rimase in silenzio. Queste informazioni spiegavano molte cose e, al contempo, le complicavano.
"Ok Anderson, grazie"
"Cosa pensi di fare, ora?"
"Intanto controlleremo l'accampamento di MSF e vediamo cosa troviamo"
"Bene, tienimi aggiornato Calder"
"Lo farò"
Calder tornò nella stanza dove i suoi uomini lo stavano aspettando e li informò di quanto aveva appena saputo.
"Dobbiamo muoverci velocemente ma con discrezione. Saremo turisti, visiteremo la città fino all'accampamento di MSF a Nord"
"Il resto della squadra, signore?"
"Ci raggiungerà nei prossimi giorni ad Agadèz, in Niger. Attualmente fanno parte di un convoglio turistico su alcune vie carovaniere. Al momento non siamo in contatto radio diretto, ma dal DPD stanno mantenendo i collegamenti sia con noi che con loro. Questi sono i vostri protocolli ragazzi" e consegnò ai suoi uomini delle cartellette contenenti tutte le informazioni e le coperture del caso.
Nel primo pomeriggio, con una guida turistica fornita da una agenzia locale, cominciarono il tour della città.
La prima cosa che visitarono fu la Moschea Djinguereber, edificata nel 1327, un'imponente costruzione fatta interamente di terra, paglia e legno. La guida spiegò che aveva tre grandi cortili interni e due minareti, nonché uno spazio di preghiera in grado di ospitare fino a 2000 persone.
"Questa moschea è una delle tre madrase, cioè scuole, che costituiscono l'Università di Timbuktu e dal 1988 è divenuta Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO" concluse la guida.
I "turisti" scattarono alcune foto, mostrandosi interessati a vari particolari architettonici nonché, da buone spie, ad alcuni assembramenti umani attorno alle mura della moschea.
Nel tragitto per raggiungere la seconda madrasa, la Moschea Sidi Yahya, Calder e i suoi uomini riguardarono le foto scattate, commentando lo stile architettonico e descrivendo l'abbigliamento di alcune persone, fotografate casualmente. Questo loro dialogo servì a distrarre la guida turistica, mentre Calder inviava alcune foto a Langley, dove un uccellino, un piccolo colibrì, avrebbe identificato eventuali spie o terroristi internazionali.
Visitarono poi la Moschea Sankoré, posta più a Nord, la più antica delle tre.
"In questa moschea si trovava la più vasta collezione di libri dell'Africa. Vantava qualcosa come 700 000 manoscritti" spiegò la guida.
"So che poco lontano da qui c'è un centro di Medici Senza Frontiere" chiese Calder alla guida.
"Sì, in effetti…" rispose la guida sospettosa "È a circa 15 minuti di strada da qui"
"Ci piacerebbe visitarlo se non è un problema" disse nuovamente Calder.
"Vede, io sono un medico" disse uno degli uomini della squadra "e mi piacerebbe visitare il centro. Mi sarebbe di grande aiuto nel mio lavoro" la voce dell'uomo si fece più melliflua e suadente nel tentativo di convincere la guida.
"Sì, certo. Capisco perfettamente. Voi medici non andate mai in vacanza, vero?"
Raggiunsero la zona in cui si trovava la base medica in circa mezz'ora. Si trattava di una sorta di piccolo villaggio nella città: c'erano alcune tende di varie dimensioni, sotto le quali si trovavano alcuni bambini che giocavano o leggevano, e adulti che chiacchieravano tra loro seduti a dei tavolini.
Una donna si fece loro incontro. Non era molto alta e i suoi lunghi capelli neri erano raccolti grossolanamente in un chignon. Aveva lo sguardo attento ed indagatore di chi era abituato ad avere a che fare con la diffidenza e la malafede della gente. Si asciugò velocemente le mani in una salvietta che teneva nella tasca del camice e si avvicinò sorridendo gentilmente
"Buongiorno. Posso esservi utile? Sono Diana Reeves, una delle volontarie del centro"
"Buongiorno Diana. Sono Calder Quinn e questi sono dei miei amici" disse Calder. Aveva mantenuto il suo nome anche sotto copertura poiché pensava che così sarebbe stato più facile non sbagliarsi durante i colloqui. Poi uno alla volta presentò i suoi compagni "Fred Smith, Bryan Gordon e Justin Muller"
L'uomo presentato come Justin Muller le strinse vigorosamente la mano "Buongiorno Diana" le disse "Ci perdoni se siamo capitati qui. Siamo in vacanza e stavamo visitando la città, ma io sono un medico e mi farebbe davvero piacere visitare la vostra base medica"
"È proprio vero che i medici non smettono mai di pensare al lavoro!" esclamò Diana sorridendo "Venite. Potete accomodarvi sotto una di quelle tende mentre io vado ad avvisare il dottor Thompson. Vi farò portare qualcosa da bere"
Non dovettero aspettare molto. Diana stava tornando con un uomo piuttosto alto, coi capelli brizzolati e spettinati, un paio d'occhiali dalla montatura sottile e scura e la barba incolta.
Calder guardò Justin facendogli un gesto impercettibile con gli occhi. Ora toccava a lui. Justin si alzò e andò incontro alla coppia.
"Dottore, questo è un suo collega" disse Diana.
"Sono Jordan Thompson, medico di questa piccola base di MSF"
"Io sono Justin Muller. Lavoro in un piccolo ospedale di Helena, nel Montana"
"Bei posti quelli" rispose il dottor Thompson "Almeno così mi dicono. Non sono mai stato da quelle parti"
"Un vero peccato, mi creda. Se mai vorrà visitare il Montana, sarà mio gradito ospite" rispose Justin che, ovviamente sapeva tutto del dottor Thompson. Tutta la sua copertura era stata costruita attorno alla figura e alla storia del medico: età, famiglia, studi, viaggi, lavoro.
"Bene dottor Muller. In cosa posso esservi utile?"
"Mi chiami Justin, per favore. Siamo colleghi, no?" sorrise l'uomo "Se possibile vorrei visitare il vostro centro. Chiamiamola deformazione professionale"
"Bene dottor Muller"
"Justin" sottolineò di nuovo l'operativo di Calder
"Justin" convenne il dottor Thompson."Andiamo, ti mostrerò come lavoriamo in questo avamposto dimenticato dal mondo"
"Grazie Jordan, lo apprezzo molto"
"I tuoi amici? Pensi che vogliano venire con noi?"
"Chi? Oh, no non loro! Fred e Bryan sono facilmente impressionabili. Forse Calder. Posso invitarlo?"
"Sì certo"
Justin si voltò e lo chiamò con un cenno del capo. Cominciarono il loro giro entrando in piccoli edifici.
Gli studi e la laurea in medicina, aiutarono Justin ad essere totalmente credibile nella sua copertura.
Stanza dopo stanza, mentre Justin e Jordan discutevano di terapie e medicine, Calder osservava attentamente ogni dettaglio che potesse aiutarlo a svolgere la sua missione. Con la scaltrezza e l'abilità che gli venivano dall'essere una spia, scattava foto e le inviava a Langley.
"In questo reparto abbiamo le stanze di degenza"
C'erano persone di razze diverse in condizioni più o meno serie. "La guerriglia in queste zone è una sfida continua" disse Thompson
"Immagino. Il vostro lavoro in queste zone è fondamentale dottore" intervenne Calder
Giunsero ad una stanza più piccola, all'interno della quale vi erano due letti vuoti. Gli altri due erano occupati da due uomini bianchi che attirarono l'attenzione di Calder. Uno sguardo a Justin e l'uomo capì: doveva distrarre Thompson quel tanto che bastava perché Calder potesse entrare nella stanza, fotografare gli uomini e uscirne.
L'invio a Langley delle foto, fu preceduto da un brevissimo messaggio diretto a Auggie. Una sola parola: RYAN.
