Non possiedo i personaggi di CA, tranne alcuni di carattere secondario che mi sono serviti per scrivere la mia storia. Spero che vi divertiate a leggerla; lasciatemi i vostri commenti, sono uno stimolo per continuare a scrivere. Grazie

Capitolo 13

Lila si svegliò di soprassalto. Jedjiga dormiva, ma si lamentava molto, evidentemente stava sognando qualcosa che la turbava. La bambina la osservò preoccupata.

"Mi spiace"

"Non è colpa tua, torna a casa"

"Non posso"

Nel suo sogno, Jedjiga era la telefono con qualcuno, mentre si trovava in un ascensore. Poi l'ascensore si fermò, le porte si aprirono, lei estrasse la pistola e sparò. Nello stesso momento sparò anche l'uomo che lei si trovò di fronte. Lei cadde a terra.

"È morta. L'operativo Walker è morta"

Jedjiga si svegliò di colpo portandosi le mani al petto. Stava sognando, ma tutto le era sembrato così reale. E se fosse successo veramente? Sotto le dita, attraverso il sottile tessuto della veste che indossava per la notte, sentì la cicatrice che aveva sul petto. Forse… poteva essere la cicatrice dovuta ad uno sparo. Forse era stato proprio quell'uomo del sogno a spararle. Ma perché l'avrebbe fatto?

"L'operativo Walker è morta"

Quelle parole le rimbalzavano nella testa… operativo Walker… le sembravano importanti, molto importanti, ma ancora non aveva chiaro il perché.

Lila era seduta di fianco a lei che la guardava con aria preoccupata.

"Tesednan… Ti senti bene?"

"Sì Lila, sto bene. È stato solo un brutto sogno."

Jedjiga si concentrò su quelle parole: operativo Walker. Perché le sembravano familiari?

Lila la osservò a lungo e Jedjiga se ne accorse: l'abbracciò per tranquillizzarla e le accarezzò i capelli.

"Torna a dormire, Lila. Non ti preoccupare."

Si sdraiarono una a fianco all'altra e si riaddormentarono.

L'indomani mattina, nell'oasi c'era fermento: un'altra carovana di turisti era in arrivo.

Ogni tribù nell'oasi di Taoudenni era piuttosto indaffarata: la presenza di turisti significava incrementare le vendite di piccoli manufatti artigianali e, per le popolazioni nomadi, questa era una più che discreta fonte di sostentamento.

La carovana arrivò verso mezzogiorno. I bambini circondarono le auto e i dromedari, curiosi di vedere i nuovi arrivati che, spesso, portavano piccoli oggetti da distribuire loro.

Jedjiga sorrideva osservando la scena dalla tenda di Ghumer e Khennuj.

"I bambini sembrano molto curiosi." osservò Jedjiga.

"I turisti portano sempre qualche piccolo regalo per loro: delle penne, piccoli giocattoli, dei colori." disse Khennuj.

Marito e moglie rientrarono nella tenda e Jedjiga li seguì pronta ad aiutare Khennuj nell'allestimento di una semplice bancarella per poter vendere i propri oggetti. Khennuj era un'abile conciatrice: col cuoio produceva borse, portafogli, collane e braccialetti. A questi aggiungeva spesso dei ciondoli d'argento o alluminio che suo marito e suo cognato cesellavano abilmente. Jedjiga si era spesso soffermata nelle settimane scorse ad osservare come le mani di questi artigiani si muovevano con maestria creando oggetti con rapidità e precisione.

La folla dei turisti si stava sparpagliando in tutta l'oasi, osservando tutto quello che le tribù nomadi mettevano in vendita. Jedjiga osservava con curiosità e stupore: sembrava un vero e proprio suq, nel quale si mescolavano vivacemente i colori e i profumi delle merci, nonché le voci confuse di venditori e compratori che trattavano sui prezzi. Le sembrava di aver già vissuto momenti simili e, in un flash, si rivide a Marrakech.

"Forse posso cominciare a ricordare." pensò, ma temeva che i sogni potessero essere solo sogni e non frammenti del suo passato.

Appena i turisti della nuova carovana furono arrivati, le guide mostrarono loro come e dove sistemare le proprie cose per i prossimi quattro o cinque giorni. Poi furono lasciati liberi di curiosare tra le bancarelle.

Dalla sua tenda, Mike osservò con calma i nuovi arrivati finché non incontrò casualmente lo sguardo di uno di essi: ora la squadra era al completo, avevano solo bisogno di potersi riunire quanto prima per scambiarsi le informazioni raccolte.

Si incontrarono casualmente alcune volte: vicino ad una bancarella che vendeva collane e bracciali, poi di nuovo alle miniere di sale, poi di nuovo la sera durante la cena.

Fu proprio durante la cena organizzata per i turisti che Mike, Ethan e Jack poterono parlare finalmente con il loro capo, Calder Michaels. Calder informò Mike e il resto della squadra di quanto avevano scoperto a Timbuctu.

"Dunque Ryan è vivo." concluse Ethan.

"Sì, ma è ancora tenuto in coma farmacologico. Justin tornerà con lui negli Stati Uniti, per assicurargli tutta l'assistenza medica." disse Calder "Se non ci sono intoppi, in un paio di giorni dovrebbero poter raggiungere il Memorial Hospital, a Washington."

Ethan annuì pensieroso.

"Voi avete novità?" chiese Calder.

"Sì, ne abbiamo" rispose Mike guardandosi attorno con noncuranza ma osservando attentamente ogni persona attorno a lui. A Calder non sfuggì lo sguardo di Mike sui vari turisti presenti, intuendo che non fosse il momento adatto per continuare la conversazione. Così si concentrarono sul cibo che veniva servito loro, sugli ultimi avvenimenti politici in Mali e sull'economia statunitense.

Mike si alzò e si diresse verso uno dei banchi dove servivano il mechoui, un piatto a base di carne di pecora cotta in un apposito forno. Prese anche del cous-cous con verdure e scambiò alcune parole con uno dei turisti presenti. Calder e il resto del gruppo osservarono il loro compagno.

"L'uomo con cui parla Mike è un trafficante d'armi ed ex spia del KGB." disse sottovoce Ethan a Calder.

Servendogli del vino, Jack indicò a Calder una zona dove si trovavano le tende di una tribù berbera.

"Due berberi di quella tribù ieri hanno avuto contatti con l'uomo con Mike per un carico d'armi."

"Sappiamo chi sono?"

Jack annuì "Abbiamo ricevuto da Langley tutti i file che hanno a riguardo."

"Calder, dovresti parlare col capo di quella tribù." intervenne Ethan "I due berberi sono i suoi figli, ma non credo che lui sia a conoscenza di quello che fanno. Inoltre potresti trovare interessante conoscere una loro ospite."

Calder guardò Ethan con aria interrogativa ed Ethan indicò una donna che in quel momento si stava avvicinando ai banchi alimentari con una bambina. Il viso della donna era seminascosto da un velo, ma i suoi occhi… Calder Michaels la riconobbe immediatamente. Dunque era viva: Annie Walker era viva.

Calder cominciò a fissarla e a seguirla con lo sguardo. Gesticolava molto con la bambina, come se stessero usando una sorta di codice segreto.

"È muta" intervenne Ethan, intuendo il pensiero di Calder "O per lo meno così dicono i berberi che la ospitano. Si è salvata nell'attentato alla carovana, forse perché la credevano morta. La bambina l'ha trovata sotto le lamiere di una Jeep del convoglio."

"Avete stabilito un contatto con lei?"

"Negativo, capo. Jack ha provato ad avvicinarla ma la sua famiglia ospite fa cerchio attorno a lei."

"Dovremo trovare un modo. Forse parlando col capo tribù… Comunque dopo cena mi metterò in contatto con Langley per stabilire un protocollo d'azione. Ci troveremo nei miei alloggi tra un paio d'ore"

Quando la squadra si riunì nel piccolo alloggio a disposizione di Calder, gli uomini cominciarono a sistemare tutte le loro attrezzature e in poco tempo il salottino divenne una base operativa.

Erano passate da poco le 10 a Taoudenni, quindi a Langley gli uffici erano ancora in piena attività.

"Signore, siamo in grado di effettuare una videochiamata, al momento la ricezione satellitare è buona"

"Bene" disse Calder "Jack e Mike, voi terrete d'occhio la situazione all'esterno. Conoscete l'oasi e ormai i berberi vi conoscono. Darete sicuramente meno nell'occhio." I due uomini uscirono.

"Ethan, voglio i dettagli di quanto avete saputo in questi giorni. Bryan, mettimi in comunicazione con Langley il più presto possibile."

A Bryan bastarono pochi minuti per attivare la connessione, il tempo che a Ethan bastò per ragguagliarlo sulle Intel ricevute dal DPD.

"Calder, Joan Campbell è in linea." disse Bryan.

"Buona sera Joan."

"Calder. Ci sono novità?"

"Non molto al momento. I ragazzi mi hanno passato tutte le informazioni che avete dato loro riguardo Garrett e i due attivisti berberi. Domani mattina parlerò con il capo della loro tribù per cercare di capire quanto sa di questo traffico d'armi. Notizie di McQuaid?"

"Justin ha contattato il proprio gestore al DPD. Il loro volo di rientro partirà domani mattina alle 8,00 ora locale con un jet privato dell'Agenzia. Il viaggio sarà abbastanza lungo poiché le rotte aeree prevedono uno scalo a Parigi."

"Bene, quindi se non ci sono intoppi dovrebbero arrivare a Washington in giornata."

"Calder…" Joan non completò la domanda ma Calder la intuì

"Sì, Joan. L'ho vista ma non le ho parlato. Sta bene. Se riusciamo, domani cercheremo di stabilire un contatto per capire cosa sta succedendo. I berberi che la ospitano dicono che è muta."

"Muta?" chiese Joan sorpresa

"Già, dovrò verificare. Ad ogni modo, Joan, aspetta che io abbia informazioni certe prima di parlare con Anderson. È inutile preoccuparlo inutilmente."

"Certo, Calder. Sarà comunque contento di sapere che sta bene. Lo siamo tutti."

"Ci aggiorniamo domani." così dicendo Calder chiuse la comunicazione.

Pochi minuti dopo rientrarono dal loro giro Jack e Mike.

"Calder, credo che aspettare domattina potrebbe essere troppo tardi." disse Jack

"Crediamo che Garrett sospetti qualcosa."continuò Mike "Sembra sparito dall'oasi insieme ai suoi due compagni berberi. C'è uno strano movimento attorno alle tende della loro tribù."

"Ok ragazzi, allora ci muoviamo. Io e Ethan andiamo a parlare col capo tribù. Raccogliete le nostre cose e mettetevi in contatto con il DPD perché organizzino una squadra per la nostra estrazione se le cose dovessero mettersi male."