Capitolo 26

Stavano camminando sulla spiaggia, tenendosi il più possibile lontani dalla gente. Non c'erano molte persone, in realtà, ma non volevano essere notati. Erano usciti di nascosto dall'edificio nel quale si trovavano da una settimana e sarebbero dovuti rientrare quanto prima.

Giunsero al molo che separava la spiaggia dalla foce del fiume Bou Regreg e si sedettero su alcune rocce. Mentre erano lì, videro bambini rincorrere i gabbiani e farli volare. Si stavano godendo quel poco tempo che avevano a disposizione.

"Grazie Yebraim per questa passeggiata, so che stai rischiando parecchio per averlo fatto."

"Ne avevi bisogno, Jedjiga. Ne avevamo bisogno entrambi."

"Speravo che l'odore del mare, il suono dell'oceano mi aiutassero a ricordare" rispose la donna "Ma sembra tutto inutile. È frustrante."

"Devi essere paziente. Il tempo è un gran guaritore."

"Non abbiamo tempo, Yebraim. Il Capitano tornerà domani e io DEVO ricordare. Potrebbe essere necessario che io ricordi. Non mi basta sapere che sono americana."

Poco lontano da loro un uomo era seduto, probabilmente stava ascoltando della musica visto che indossava delle cuffie. Il loro sguardo fu attirato dal bastone bianco che si era appoggiato a fianco, lungo le gambe.

Jedjiga lo guardò per un po'. Era un uomo alto e muscoloso, con capelli ondulati e castani. Le lunghe gambe erano magre ma sode ed erano fasciate da un paio di jeans un po' sbiaditi. Indossava una maglietta grigia abbastanza aderente che metteva in risalto i muscoli torniti del torace. Aveva gli occhi chiusi. Jedjiga notò che non portava gli occhiali da sole, per nascondere la sua cecità. Chissà perché nell'immaginario collettivo i ciechi dovevano portare pesanti occhiali da sole. Le mani, intrecciate dietro la testa, si mossero per spostare dalla fronte i capelli scossi dalla brezza serale e Jedjiga si accorse che le sue mani erano forti e avevano dita lunghe e affusolate. Di lì a poco fu raggiunto da un uomo che si rivolse a lui chiamandolo signore, come se fosse un suo superiore. I due uomini parlarono per qualche minuto, prima di dirigersi verso la strada.

Fu proprio mentre parlavano che Jedjiga sentì le loro voci e le loro parole. In particolare sentì la sua voce. Quella voce le fece gelare il sangue nelle vene, si sentì come se il cuore si fosse fermato all'improvviso. Quella voce era la voce che ricordava nitidamente perché l'aveva sentita così tante volte nei suoi sogni. Ora sapeva per certo che quei sogni non erano solo sogni, ma erano parte del suo passato che pian piano stava riaffiorando. Jedjiga impallidì e cominciò a tremare.

"Jedjiga...cos'hai?" chiese Yebraim preoccupato.

"Quell'uomo... il cieco... la sua voce..." Jedjiga guardò Yebraim negli occhi "Devo parlare con lui, Yebraim, DEVO! Lui... " non riuscì a finire la sua frase. Si accorsero che il giovane che aveva raggiunto il cieco, li stava osservando, così Yebraim l'abbracciò e lei appoggiò la testa alla sua spalla.

"Ora calmati. Pensi di conoscerlo?"

Jedjiga annuì "La sua voce... Quando ero con Lila e la sua famiglia, spesso di notte facevo sogni strani. Pensavo fossero solo incubi, ma poi ho pensato che potessero essere ricordi che pian piano tornavano. La voce di quell'uomo... l'ho sentita spesso nei miei sogni. Io devo parlargli, Yebraim. ti prego." disse Jedjiga in tono implorante.

Yebraim la guardò e nei suoi occhi lesse la paura e la speranza. Quando si voltarono verso i due uomini, essi erano già lontani, sulla strada e stavano salendo su una macchina.

"Se ne sono andati." disse il giovane.

"E ora? Come li ritroviamo?"

"Dovremmo poter tornare qui, nei prossimi giorni. Magari li incontriamo nuovamente."

Poi la donna ebbe un'idea. Era rischiosa, ma doveva tentare.

"Ci sono delle videocamere di sorveglianza, qui in città?"

"Credo di sì. Che intenzioni hai?"

"Se è vero che ero un'agente della CIA, forse lo è anche lui. Pensi che abbiano la possibilità di controllare i circuiti di videosorveglianza?"

"Ma non siamo certi che sappiano che sei qui in Marocco."

"Lo sanno." rispose Jedjiga fiduciosa "Ricordi la comunicazione della settimana scorsa? I tuoi compagni sanno che gli Americani sono arrivati a Rabat. Quindi la CIA sa che siamo qui. Se ci facciamo riprendere dai circuiti di videosorveglianza, magari loro riescono a trovarci e..."

"Va bene, proviamoci." disse Yebraim. Il ragazzo sapeva che questo significava correre enormi rischi, perché anche il Capitano aveva i suoi informatori. Ma doveva aiutarla, voleva aiutarla.

Si diressero verso la strada che costeggiava la spiaggia e cominciarono a camminare in direzione del loro nascondiglio. Allungarono il tragitto quel tanto che bastava per passare davanti ad almeno due o tre videocamere del circuito cittadino di sorveglianza e, ogni volta, la ragazza guardò direttamente l'obiettivo con la speranza di essere ripresa. Aveva il cuore in subbuglio, la speranza di ritrovare la sua vita cominciava a farsi sentire sempre più forte e prepotente dentro di lei.

"Yebraim, dovrei chiederti un favore. So che mi hai conosciuto come Jedjiga, ma... Il mio nome è Annie. Potresti chiamarmi così, per cortesia?"

Yebraim la guardò. Capì che ella stava cercando disperatamente il suo passato dentro di sé, che aveva bisogno di trovare il suo passato, la sua vita. Non rispose, semplicemente annuì.

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Avevano trovato la base jihadista da dove partivano i contatti con la McQuaid Security, Joan aveva detto loro che la vecchia squadra di Lena Smith aveva ancora un paio di contatti in Marocco, ma dopo queste prime buone notizie, non erano riusciti a sapere più nulla. Nessun messaggio era stato più inviato dal Museo Archeologico, né ne erano arrivati, nessuna immagine di Annie o di Dimitri Diachkov era stata rilevata dai sistemi di videosorveglianza collegati al software Colibrì e nemmeno le risorse marocchine di Lena avevano portato novità. Auggie cominciava a sentirsi impotente ed era una sensazione che non gli piaceva affatto.

Avevano fatto tornare in America gli uomini della squadra di Michaels, con l'aiuto dell'Ambasciata Americana e avevano organizzato la cattura di Dichkov e l'estrazione di Annie, e di tutti gli altri uomini, nei minimi dettagli. Ora non restava che aspettare una mossa da parte dell'avversario. Una mossa che tardava ad arrivare.

Auggie decisa di andare fare due passi sulla spiaggia, che era poco lontana dalla loro casa sicura. Aveva fatto quella strada diverse volte con Eric nei giorni scorsi. L'odore della sabbia e dell'oceano lo avevano aiutato a tranquillizzarsi e lo avrebbero fatto anche quel giorno.

Gli ci vollero circa 20 minuti per arrivarci. Si tolse le scarpe e le calze, le infilò nella sua borsa e cominciò a camminare. In lontananza sentiva le voci di alcuni bambini e le grida dei gabbiani. Giunse al piccolo molo che delimitava la spiaggia sull'estuario del fiume Bou Regreg e si sedette su delle rocce, godendosi il tiepido sole pomeridiano. Si infilò le sue Grados e iniziò ad ascoltare la musica che preferiva, la musica che, subito dopo i suoi tacchi da gatta, gli aveva fatto amare Annie Walker.

Poco lontano da lui ancora sentiva il vociare di bambini che correvano e giocavano, così alzò un po' il volume per sentirsi completamente isolato dal resto del mondo, almeno per un po'. Aveva bisogno di essere solo con se stesso, in quel momento, per cercare di ritrovare la serenità e la concentrazione necessarie.

Dopo più di mezz'ora fu raggiunto da uno dei suoi uomini.

"Signore, è quasi il tramonto. Dovremmo tornare alla casa sicura."

"Sì, certo." rispose Auggie "Dev'essere davvero bello qui. Sento il rumore dell'oceano, il calore della sabbia e le grida dei gabbiani."

"Sì signore, è davvero bello."

"Smettiamola con queste formalità, chiamami Auggie, per favore."

Auggie rimase in silenzio per un po', ancora assorto ad ascoltare il silenzio rotto solo dal frangersi delle onde. Poi si rivolse al giovane che era con lui: "descrivimi il luogo, per favore. Il colore della sabbia, dell'oceano, del cielo. Dimmi tutto quello che vedi. Io posso solo immaginarmeli, ma tu..." fece una breve pausa, sospirando, poi riprese: "fammi vedere ciò che vedi tu. Per favore."

Il ragazzo rimase colpito dal tono così pacato e quasi supplichevole di Auggie.

Cominciò a descrivergli tutto ciò che vedeva. L'oceano stava assumendo delle tonalità piuttosto cupe di blu e verde scuro, dovuto al calar del sole che, a sua volta, tingeva il cielo di calde tinte di arancione e giallo intenso. Presto il cielo sarebbe diventato prima rosa-rosso, poi viola e infine blu, il blu della notte. Volgendo lo sguardo a Est, si potevano intravedere le prime stelle e una pallida falce argentata.

"Ci sono due persone poco lontane da noi, un uomo e una donna. Stanno parlando piuttosto sommessamente. La donna..." il ragazzo lasciò il discorso in sospeso e si concentrò sulla coppia, fissando la donna.

"La donna, cosa?" chiese Auggie incuriosito.

"Nulla di che, signore. Mi era parso non si sentisse bene, ma forse mi sono sbagliato. Col buio che sopraggiunge è difficile distinguere bene le cose, però sembrano piuttosto innamorati. O per lo meno, lui lo è di sicuro. La sorregge e le tiene le mani quasi con riverenza."

Auggie sorrise di quella descrizione, ma provò una fitta al cuore. Avrebbe voluto che lui ed Annie fossero al posto di quella coppia.

"Forza, soldato. Torniamo alla base. non facciamo preoccupare gli altri più del dovuto."

Impiegarono poco più di 15 minuti per tornare a casa. Nel momento in cui entrarono, il software Colibrì emise il segnale di riconoscimento. Tutti si voltarono verso il PC giusto in tempo per sentire l'applicazione vocale pronunciare il nome di Annie Walker.