Capitolo 33

Erano in volo da qualche ora.

Come Joan aveva detto a Auggie per telefono, trovarono delle valigie con abiti più pesanti. Si cambiarono e poi si sistemarono comodamente nei sedili a loro disposizione. Annie rilesse il dossier che la riguardava. Quante cose aveva fatto, delle quali non aveva alcuna memoria! Nel fascicolo erano contenute anche le foto della sua famiglia: sua sorella Danielle, suo cognato Michael, le sue nipoti Chloe e Katia.

Trovò le foto di Ben Mercer, di Simon Fisher e di Eyal Lavin, ognuna accompagnata da un dettagliato resoconto sul rapporto che avevano avuto con lei.

C'era poi una parte del fascicolo in cui trovò raccontato la sua relazione con Auggie, il periodo in cui visse nell'ombra, l'uccisione di Henry Wilcox, la sua assenza dagli USA per quattro lunghi mesi. Trovò informazioni sull'attentato alla base segreta della CIA a Chicago e di tutta la missione alla quale aveva partecipato. Lesse della sua miocardite, a causa della quale, alla CIA, inizialmente le venne proposto un lavoro d'ufficio. Lesse poi di come, lei e Ryan McQuaid liberarono August Anderson e Natasha Petrovna, di come catturarono Belenko e di come riportarono James Deckard a Washington.

Mentre Annie leggeva, Auggie si infilò le sue cuffie e cominciò ad ascoltare un po' di musica. Non voleva disturbarla, capiva che aveva bisogno di fare i conti col suo passato senza nessuna interferenza. A lui era successa la stessa cosa quando, dopo l'esplosione dell'Humvee a Tikrit, aveva perso la vista.

Rimettere insieme i pezzi della propria vita non è mai facile, indipendentemente da quale sia stato il punto di rottura. Passo dopo passo, lentamente e faticosamente. Si ha bisogno di tempo per leccarsi le ferite, per imparare a guardare le cose da prospettive diverse, per imparare a vedere nuovamente. Il tempo è un ottimo dottore, a volte le cicatrici della vita non si rimarginano completamente, ma si impara a conviverci.

Dopo più di due ore di dormiveglia, Auggie si alzò per prendere qualcosa da mangiare, poi tornò al suo posto.

"Stai ancora leggendo il tuo fascicolo?" le chiese.

"Sì. Ogni volta è come se leggessi la vita di una sconosciuta. Ci sono particolari che mi tornano in mente come piccoli flash, ma non sono sicura che siano veri ricordi. Ho quasi il dubbio che siano solo frutto della suggestione. Forse ho letto questo documento troppe volte."

"Hai fame? Ci sono dei sandwich nel frigorifero. C'è anche del vino, se ne vuoi."

"Vada per sandwich e vino. Resta pure seduto, ci penso io." Annie si alzò, prese i sandwich, due bicchieri e il vino dal frigorifero.

"Uhm...Pinot Grigio delle colline italiane. L'Agenzia tratta bene i suoi dipendenti." osservò Annie con una punta di sorpresa nella voce.

"Regalo di Joan, suppongo."

Annie versò il vino per entrambi, poi porse il bicchiere a Auggie, toccandogli la mano.

"Non hai parlato molto, Auggie. C'è qualcosa che non va?"

"No, assolutamente." rispose sorridendole. "Ho solo pensato che tu avessi bisogno di raccogliere i pensieri. Come ti senti?"

"Forse un po' perplessa. So che quello che ho letto nel fascicolo è la mia vita, ma..."

"Ma non la senti tua." concluse Auggie al suo posto.

"Già. Non so cosa pensare..."

"Forse conosco qualcuno che può aiutarti. Dicono che la terapia ipnotica aiuti in casi come il tuo."

"Terapia ipnotica?" chiese Annie scettica.

"Sì. In fondo che abbiamo da perdere?"

Annie notò che Auggie aveva usato il plurale... noi. Sorrise, compiaciuta: era un'ulteriore conferma di quello che già sapeva per certo, che lui le sarebbe stato sempre vicino, come aveva sempre fatto.

"Auggie... posso farti una domanda personale?"

"Qualunque cosa."

"Parlami di lei, della tua vita in questi mesi lontano dalla CIA."

Auggie trasse un profondo respiro. Non era un cosa che gli piacesse particolarmente, parlare di Natasha e della loro vita, ma aveva promesso a Annie che le avrebbe detto sempre tutta la verità. Rimase in silenziò qualche minuto, quasi a voler raccogliere i pensieri, poi cominciò a raccontare. Si accorse che parlare con Annie era facile come era sempre stato. Si sentiva meglio man mano che i suoi pensieri si concretizzavano attraverso la sua voce, era come esorcizzare quella parte del suo passato che gli aveva lasciato l'amaro in bocca. Il suo rapporto con Natasha era sempre stato complicato, prima contrastato dalla stessa CIA e poi finito male.

"Il giorno in cui Joan mi chiamò per dirmi che tu eri dispersa, Tash se la prese molto perché avevo deciso di tornare a Washington per aiutarla a cercarti. Mi derise dicendomi che ero il cagnolino di Joan. L'ho schiaffeggiata e non ne vado fiero. Ma forse è stata la scintilla che ha aperto gli occhi a entrambi, per così dire. Lei era stanca di me e della mia cecità e io ero stanco di sentirmi un peso per lei."

"E tu avresti schiaffeggiato una donna solo perché ti ha chiamato cagnolino?" domandò Annie incredula. Non era questo l'uomo che era sicura di conoscere. non quello che le aveva detto di amarla, che l'aveva fatta sentire sicura e protetta nei giorni precedenti, che le aveva parlato con tanta dolcezza.

"Non solo per quello, credo che quella sia stata la scusa." ammise Auggie. "Lei... bhè, diciamo che anche tu sei stata argomento di conversazione. Una brutta conversazione, in effetti."

Anni si sedette di fianco a lui e gli strinse la mano, appoggiando la testa sulla sua spalla. "Grazie, Auggie." gli sussurrò.

Era ormai buio quando, dopo quasi dodici ore di volo, videro le luci di Washington, nel tardo pomeriggio.

Una volta atterrato, l'aereo si diresse verso l'hangar privato usato dalla CIA. Qui, si fece loro incontro un uomo.

"Signor Anderson? Mi manda Joan Campbell. Ho l'incarico di portarvi a casa. Seguitemi."

L'uomo sistemò le valigie di Annie e Auggie nel bagagliaio di una Chrysler Voyager nera, li fece accomodare sul sedile posteriore e partì.

Giunti in una zona residenziale, in un quartiere a Nord di Washington, l'uomo consegnò una busta a Auggie.

"Cos'è?" chiese.

"Non saprei signor Anderson. Ho avuto ordini da Joan Campbell di consegnarvi il plico solo una volta che fossimo giunti all'appartamento che vi è stato assegnato."

"Grazie."

Auggie aprì la busta. All'interno c'era la chiave della porta blindata e un biglietto in braille.

Queste sono le chiavi di una delle case sicure che l'Agenzia usa in caso di emergenza e che è stata assegnata alla mia Task Force. Nessuno sa della sua esistenza tranne me e Calder.
Ho pensato che sia tu che Annie avreste avuto bisogno di tempo e di spazio per voi stessi. Prenditi pure tutti i giorni che ti servono. Per qualunque cosa, chiamami.

J.C.

Auggie sorrise, tra sè e sè.

"Buone notizie, suppongo." disse Annie vedendo il suo sorriso.

"Penso di sì. Queste sono le chiavi dell'appartamento." disse Auggie porgendole le chiavi. "È una casa sicura dell'Agenzia."

Scesero dall'auto e l'uomo li accompagnò all'entrata. Annie aprì la porta ed entrò. L'ingresso era ampio e arredato sobriamente: c'era un attaccapanni con uno specchio a muro e un piccolo mobile. Sulla destra si apriva il soggiorno sul quale si affacciava la cucina con un'isola e una parete attrezzata con pensili ed elettrodomestici. In fondo all'ingresso c'era un salottino con due divani chiari posti davanti ad un caminetto; a sinistra e a destra del salottino si trovavano le due camere da letto, ognuna con il proprio bagno privato. I muri bianchi davano luminosità all'appartamento. Non c'erano che pochi quadri alle pareti, tutti raffiguravano paesaggi dalle tonalità chiare e tenui. A destra del camino, verso la finestra, c'era una credenza color crema, con un giradischi e una piccola vetrina nella quale si trovavano un paio di bottiglie di Patron.

Auggie era rimasto in piedi nell'ingresso, mentre Annie osservava l'appartamento con interesse.

"È davvero carino, Auggie." disse tornando vicino a lui "Elegante e sobrio allo stesso tempo."

"Sono contento che ti piaccia. Sistemati pure come credi. Ho contattato il dottor Muller per chiedere informazioni sulla terapia ipnotica. Ci aspetta domattina, anche se è domenica. Passiamo a prenderti alle 10" Così dicendo, si girò verso l'uomo che li aveva accompagnati e fece per uscire quando Annie lo prese per mano.

"Ma... Tu dove vai?" gli chiese sorpresa.

"A casa mia."

"Non puoi rimanere? C'è un giradischi e ci sono due bottiglie di Patron, non vorrai che me le beva da sola." scherzò Annie "E poi c'è tanto spazio, qui."

Era la cosa che più desiderava stare con lei, ma aveva paura che si sentisse in qualche modo sopraffatta dalla sua presenza.

"Annie, non è questione di spazio." trasse un profondo respiro. "Credo che tu abbia bisogno di tempo per te stessa, per riflettere e capire cosa vuoi veramente. Questi giorni con te sono stati la cosa più bella che mi sia mai capitata, ma vorrei che tu fossi sicura di chi sei e di ciò che desideri prima di..."

"Non mi importa chi sono. Non lo so da mesi e sopravvivo comunque. Io so che non voglio stare sola." lo interruppe con tono serio e profondo. "Non voglio svegliarmi nel cuore della notte per sentire il silenzio di questa casa enorme. Sei stato nella mia mente per così tanto tempo senza che io sapessi con certezza chi tu fossi. La tua voce è stata una presenza rassicurante ogni volta che mi svegliavo in preda agli incubi. Era l'unica cosa buona che mi teneva legata al mio passato, alla vita. Era la mia forza per guardare avanti ogni giorno. Sentivo la tua voce ogni volta che chiudevo gli occhi e ogni volta mi dava sicurezza. Pensare alla tua voce mi faceva sentire a casa. Avevo paura che fosse tutto frutto della mia immaginazione. Ora so che era tutto vero. Tu sei reale, la tua voce è reale e io voglio sentire la tua voce che mi da il buongiorno ogni mattina."

Gli si era avvicinata così tanto che Auggie poteva sentire il suo respiro sul viso.

"Ho solo te qui a Washington. Non ha senso stare qui senza di te, potrei stare in albergo allora. Casa è dove sei tu, dove siamo noi. Voglio poter far colazione insieme, chiacchierare. Voglio sentire il tuo respiro e le tue braccia che mi stringono."

"Annie... ti prego, è già difficile così per me."

"Allora resta."

"Non voglio in alcun modo che tu ti senta..."

"Mi stai allontanando?" gli chiese con tono provocatorio. La voce di Annie era un sussurro, ma gli pareva che le sue parole gli esplodessero nella mente.

"Mai, Annie. Non potrei." le rispose con voce grave.

Non servirono altre parole. Annie lo baciò delicatamente e lui rispose con passione. Lei si stava donando a lui. Perché resistere? Lei era il fuoco che alimentava il fuoco, che scaldava l'anima, che bruciava la pelle. Lei era l'acqua fresca che dissetava il cuore e leniva le ferite. Lei era la donna che aveva sempre amato, la donna che voleva accanto a sé. Lei era Annie, semplicemente e completamente. In seguito avrebbero trovato il tempo e il modo per sistemare ogni cosa, ma ora non voleva altro che lei. Dalla sua mente scomparvero Joan, la CIA, Ryan. Scomparvero Tash e ogni altra donna. Scomparve il passato di Annie. Ora erano solo loro, Auggie e Annie. Ed egli aveva la sensazione che lo sarebbero stati per sempre.

L'indomani mattina si svegliarono molto presto a causa del cambiamento di fuso orario. La casa sicura era in una zona tranquilla, vicino a Rock Creek Park, nel quartiere di Hawthorne. La giornata era nuvolosa e piuttosto fresca. Fecero colazione e uscirono per una passeggiata, avevano più di due ore prima dell'appuntamento col dottor Muller. Entrarono nel parco e girovagarono per un po' senza meta, poi decisero di tornare verso casa. Si fermarono in un bar, si sedettero ad un tavolino e ordinarono caffè e cupcakes.

"Così questa è Washington." osservò Annie. "È lontana da qui la CIA?"

"Sono quasi 10 miglia. In auto ci vogliono circa 30 minuti."

"Chissà se tornare alla CIA mi aiuterebbe a recuperare la memoria."

"Può darsi. Ma preferirei che tu prima vedessi un medico."

"Il dottor Muller, giusto?"

"Sì. Ho avuto modo di conoscerlo quando Ryan è stato portato al Memorial Hospital. È uno dei nostri operativi e Arthur lo conosce da tempo. Me ne ha parlato molto bene."

"Come medico o come spia?" chiese ridendo Annie.

"Entrambe le cose. Si è laureato in medicina con il massimo dei voti all'Università di Seattle e passa i suoi periodi di ferie partecipando a varie missioni umanitarie in giro per il mondo. Non fa il dottore a tempo pieno, ovviamente. E nemmeno la spia a tempo pieno, ovviamente." Auggie sorrise e fece una pausa "Era in Africa con la squadra di Calder per cercarti."

"Dovrò ringraziarlo anche di questo, allora."

"Annie, posso chiederti com'è stato vivere nel deserto?"

"Bhè, ecco... direi affascinante. Ogni cosa è lenta e tranquilla. La cosa che più mi manca è la possibilità di vedere l'alba. L'alba nel deserto è qualcosa di magico, quasi irreale. È questione di attimi. Il cielo cambia colore così velocemente e intensamente. Passi dal buio della notte, al violetto-arancione dell'aurora finchè ad un certo punto, la luce del sole è come se esplodesse e il cielo si schiarisce così tanto da sembrare bianco. Poi man mano che passano i minuti e il sole sorge, riprende il suo colore azzurro."

"Sei diventata mattiniera." osservò Auggie.

"Nel deserto lo diventi per forza. Le ore del mattino sono le più fresche per spostarsi. La tribù berbera si spostava subito dopo l'alba e ci si fermava un po' prima di mezzogiorno per poi ripartire nel tardo pomeriggio. Viaggiavamo per circa cinque/sei ore al giorno, non di più. Il caldo è davvero soffocante nelle ore centrali del giorno e la notte è piuttosto fresca." Annie continuò a parlare della sua vita presso la tribù berbera e Auggie ascoltava in silenzio, memorizzando ogni parola, ogni descrizione che Annie faceva. Gli raccontò di come incontrò Calder e della reazione che ebbe nel vederlo, di come venne rapita dai due fratelli berberi, di come e perchè Yebraim uccise il fratello e del viaggio fino a Rabat. Ascoltando questa parte del racconto di Annie, Auggie si fece cupo in viso e serrò i pugni. Annie se ne accorse e allungò le braccia sul tavolino per prendergli le mani.

"Auggie, non è successo nulla. Poteva succedere, ma non è successo. E devo ringraziare Yebraim, per questo."

"Sì, lo so." rispose Auggie con voce bassa.

"Spero che ne tengano conto, quando lo giudicheranno."

"Credo che Calder abbia messo una buona parola, in questo senso." disse Auggie toccando il suo orologio. "Sarà meglio che andiamo a casa, tra poco verranno a prenderci."

"Casa..." ripetè Annie. "È una bella parola, casa."

Uscirono dal bar, camminando fianco a fianco, la mano di Auggie sul gomito di Annie. Una volta giunti alla casa sicura, ebbero pochi minuti prima che arrivasse il taxi che avevano chiamato. Salirono entrambi sul sedile posteriore senza parlare; Auggie prese la mano di Annie stringendola leggermente.

"Sei pronta?" le chiese.

"Sì, credo di sì."

"Non ti lascio sola. Mai."

"Lo stiamo facendo, giusto?"

"Sì, insieme."

"Insieme." rispose Annie. "Andiamo signor Anderson."