Chiedo scusa, di nuovo, a chi mi segue. La lunga assenza ha varie giustificazioni, più o meno plausibili. Il mio lavoro e la tristezza di non poter più avere sugli schermi il nostro programma; tristezza che lascia pian piano posto alla rassegnazione. Avevo smesso di scrivere e di rileggere la mia storia. L'ho ripresa per caso, solo qualche sera fa: ho corretto alcuni punti che mi parevano da migliorare e, forse, quella piccola scintilla di nostalgia pare abbia riacceso la voglia di provare ad andare avanti. Non so come né quando concluderò questo racconto ma spero comunque che qualcuno di voi ancora stia leggendo.
Ovviamente, come sapete, non possiedo nessun personaggio né tantomeno la storia di Covert Affairs, tranne quello che ho scritto e che ancora scrivo, che è tutto frutto della mia fantasia (se non per alcuni avvenimenti storico-politici realmente accaduti).
Capitolo 42
Le fredde giornate di Dicembre si susseguivano quasi tutte uguali: il cielo era quasi sempre coperto di nubi grigie cariche di pioggia anche se, di tanto in tanto, si poteva godere di qualche ora di sole che intiepidiva l'aria. Era in questi momenti che Annie approfittava per uscire a camminare o a fare jogging nel parco poco lontano da casa.
Le giornate erano sempre più brevi e questo procurava ad Annie un gran senso di nostalgia e di malinconia. Si sorprendeva a pensare sempre più spesso alle lunghe e calde giornate nel deserto e alle meravigliose albe che amava guardare, con i loro colori così vividi e intensi.
Annie aveva completato il ciclo di antibiotici prescritto dal dottor Dale e le era stata fatta una nuova TAC dalla quale sembrava proprio che il suo ematoma cerebrale si stesse riassorbendo, quindi era poco probabile che dovesse subire l'intervento per rimuoverlo. Ogni settimana aveva un paio di sedute con Justin, durante le quali avevano anche delle piacevoli conversazioni. Annie si sentiva meglio dopo ogni seduta. Parlare con Justin l'aiutava a ritrovare, passo dopo passo, il filo che legava i ricordi che riaffioravano in ordine sparso. Le pareva che questi passi fossero troppo piccoli e troppo lenti, avrebbe preferito ricordare più velocemente, ma doveva essere paziente. Aveva cominciato anche a recarsi da sola ad alcune sedute di terapia, non voleva sentirsi troppo di peso con Auggie, e quando era da sola, dopo le sue sedute, ogni tanto faceva visita a Ryan. Non sapeva perché, ma sentiva il bisogno di passare del tempo al suo fianco. Aveva quasi un senso di colpa nei confronti dell'uomo, in fondo lei era sopravvissuta senza lesioni all'attentato alla carovana con la quale viaggiavano, mentre lui aveva subìto ferite tali da rischiare la paralisi tetraplegica. Inoltre sperava che stare di fianco all'uomo che era stato suo marito potesse aiutarla a riacquistare completamente e più velocemente la memoria. Non aveva detto nulla, di queste sue visite a Ryan, né a Justin né tantomeno a Auggie, temeva che glielo avrebbero proibito. Le infermiere del reparto la conoscevano come l'ex moglie del signor McQuaid e quindi la lasciavano stare nella stanza senza troppe domande.
Una mattina si fermò un po' più del solito nella stanza di Ryan. Era ancora seduta accanto all'uomo quando si sentì chiamare dolcemente. Si voltò verso l'ingresso della stanza: sulla porta c'era Arthur Campbell.
"Signor Campbell... Arthur..."
"Annie, cosa ci fai qui?" le chiese avvicinandosi a lei e posandole amichevolmente una mano sulla spalla.
"In realtà non ne sono sicura. Ho come la sensazione di doverglielo. Ryan ha subìto lesioni molto gravi nell'attentato, mentre io..." fece un profondo respiro, quasi a volersi fare coraggio. "Io non ho perso nulla, Arthur, se non la memoria. Ma non è una perdita permanente, la mia."
"Come vanno le tue sedute, Annie?"
"Direi abbastanza bene. Con l'aiuto di Justin sto rimettendo in ordine il caos che ho nella testa. Ho tanti ricordi che sto cominciando pian piano a collegare, mentre prima mi sembravano semplicemente eventi casuali. Justin dice che potrei cominciare anche a rivedere mia sorella e le mie nipoti."
"Bene. Direi che stai davvero facendo grandi progressi."
"Sì, bhè... a volte mi sembra di fare un passo avanti e tre indietro, ma forse è normale così. Vorrei solo ricordare più velocemente."
"Non avere fretta, Annie. La tua vita negli ultimi anni è stata piuttosto movimentata e non sempre senza rischi, anzi. Sei stata un'ottima operativo, finché sei stata alla CIA. E sono certo che hai fatto un ottimo lavoro anche quando lavoravi alla McQuaid Security. "
"Grazie signore."
Arthur le sorrise. Annie era stata una delle agenti migliori che avessero avuto alla CIA. Gli ricordava molto sua moglie Joan, quando anche lei era un'agente operativo sul campo.
"Cosa pensi di fare, una volta riacquistata la memoria?"
"Non saprei davvero. Credo che ora sia un po' prematuro fare qualunque progetto. Non so cosa mi aspetta, sto solo cercando di vivere la mia vita giorno dopo giorno, incollando i cocci con tanta pazienza. E la pazienza non è il mio forte!"
"Sì, ricordo bene" sorrise l'uomo.
"Come stanno andando le cose alla McQuaid Security? Avete trovato tutte le talpe?"
"Ci stiamo lavorando, Annie. La Task Force di Joan sta strettamente collaborando con noi, quindi sono fiducioso che questa brutta storia si chiuderà al più presto nel migliore del modi."
"Arthur... avrei una cortesia da chiederle. Né Justin né Auggie sanno che vengo qui di tanto in tanto..."
"Tranquilla Annie. Da me non sapranno niente."
"Non c'è bisogno che Arthur dica nulla, Annie."
Annie si girò di scatto. Justin era davanti a lei e le stava sorridendo.
"Hai dimenticato, mia cara, che sono uno dei medici che seguono Ryan nel suo decorso ospedaliero. Le infermiere mi dicono chi entra e quando."
Annie abbassò lo sguardo, si sentiva terribilmente colpevole.
"Mi spiace Justin. Speravo che stare qui mi aiutasse a ricordare più velocemente. E poi mi sento un po' in colpa verso Ryan."
"Annie, non so quanto questo possa aiutare te, ma a Ryan sta facendo sicuramente bene. Da quando hai cominciato a venire a fargli visita, i suoi esami si sono stabilizzati su valori positivi. Evidentemente, anche se ancora sotto blando coma farmacologico, sente la tua presenza."
Annie non sapeva cosa rispondere. Era contenta che Ryan stesse meglio. Erano divorziati, è vero, ma i suoi sensi di colpa non erano solo per le ferite da lui riportate nell'attentato. Egli era lì, paralizzato in un letto mentre lei aveva ripreso una vita tutto sommato normale. E soprattutto aveva accanto a sé un uomo che l'amava e che la rendeva felice. Ryan era solo. Non aveva più una famiglia. E in un certo senso, Annie si sentiva responsabile di questo. Nella sua mente aveva ben presente il sogno che spesso aveva fatto e nel quale riviveva se stessa e Ryan in quel terribile incidente stradale in cui qualcuno aveva perso la vita. Nella sua mente e nel suo cuore aveva la sensazione che Ryan potesse aiutarla ad andare oltre quell'ostacolo, quel dolore che le aveva chiuso così profondamente i ricordi.
Guardando l'uomo dormire così profondamente sì sentì più tranquilla, ma al contempo le sembrava che un leggero senso di rabbia si stesse impadronendo di lei, una rabbia che sembrava stesse lentamente aumentando e che pareva toglierle un po' il respiro. Non capiva il perché di questo suo malessere. Decise di uscire dalla stanza, di lasciare l'ospedale e tornarsene a casa. Justin l'accompagnò all'uscita e prima che potesse salire sul taxi la fermò.
"Annie, vorrei che la prossima volta venissi accompagnata." le disse dolcemente. La donna si limitò ad annuire, salì in auto, diede il suo indirizzo al taxista e se ne andò.
Justin rimase per qualche secondo ad osservare il taxi che si allontanava, poi prese il suo cellulare dalla tasca del camice, compose il numero di telefono di Auggie e restò in attesa che rispondesse.
"Anderson."
"Sono Justin. Credo che ormai sia questione di poco perché Annie riacquisti completamente la memoria. Vorrei che la prossima volta ci fossi anche tu con lei, potrebbe aver bisogno di entrambi."
"Ci sarò. Ma se succedesse prima?" domandò Auggie.
"Se dovesse succedere, chiamami. A qualunque ora."
Quando Annie arrivò, Auggie era già a casa. La telefonata di Justin lo aveva messo in allerta e non voleva che la donna fosse sola dato che ogni momento poteva essere quello buono perché i ricordi, anche i più dolorosi, riaffiorassero. Come questo sarebbe successo, non si poteva certo sapere, né tantomeno prevedere, ma Auggie voleva essere pronto ad ogni evenienza.
"Sei già a casa?" gli chiese vedendolo seduto al suo tavolo da lavoro.
"Sì. Joan mi ha dato l'intero weekend libero. Ho solo alcune pratiche da archiviare e poi sono a tua completa disposizione."
Annie gli si avvicinò e si sedette sullo sgabello di fronte a lui.
"Com'è andata oggi la tua seduta?"
"Credo bene."
"Credi?" chiese Auggie, smettendo di lavorare. Annie rimase in silenzio, con lo sguardo basso, e cominciò a giocherellare con dei fogli appoggiati sulla scrivania.
"Annie, tutto bene?"
"Non lo so Auggie." gli rispose sospirando. "Justin mi ha detto che vuole che dalla prossima seduta qualcuno mi accompagni."
"Per me non è un problema farlo, lo sai vero?"
Annie annuì, poi alzò lo sguardo verso l'uomo "Devo confessarti una cosa, prima che te la dica Justin."
"Ti ascolto."
Annie rimase in silenzio ancora una volta per qualche minuto e Auggie non sapeva come interpretare questo suo mutismo. In questi momenti odiava se stesso, odiava essere cieco e non poter vedere il viso di Annie per cercare di capire cosa stesse provando.
"Annie..."
"Ho visto Ryan oggi. In realtà vado a trovarlo quasi sempre, quando ho finito la seduta con Justin. Ho come la sensazione di doverglielo. Io sono uscita indenne dall'attentato, mentre lui..." Annie fece ancora una pausa, quasi a voler raccogliere i suoi pensieri. Auggie attese pazientemente.
"Oggi però è stato diverso... strano..."
"Cosa intendi?" chiese Auggie, temendo la risposta che poteva ricevere.
"Non lo so con certezza. Mentre ero seduta accanto a lui oggi ho provato quasi un senso di rabbia e di sconforto. Era come se... ecco, non so spiegartelo, ma mi sono sentita arrabbiata con lui, quasi furiosa..." Annie tacque nuovamente per un po', poi guardò dritto negli occhi l'uomo davanti a sé percependo il suo disagio.
"Auggie, mi sai dire perché mi sono sentita così? Perché questo senso di tristezza misto a rabbia?" chiese singhiozzando.
"Non lo so, Annie." la voce di Auggie era bassa e carica di preoccupazione.
"Però tu sei preoccupato..."
"Certo. Non voglio che tu ti senta così, anche se non posso impedirlo. Vorrei poterti aiutare, darti tutte le risposte che vuoi, ma non ne ho la possibilità."
"Già..." rispose poco convinta Annie.
"Ho tutto il weekend libero, Annie" disse Auggie, cercando di distrarla dai suoi pensieri "Hai voglia di fare qualcosa di particolare?"
"Tra poco è Natale." osservò la donna. "Vorrei comprare dei regali per mia sorella e le ragazze. E vorrei incontrarle, Auggie."
L'uomo sorrise lievemente. Sapeva che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Decise che avrebbe accontentato la sua donna almeno in questo. Forse l'avrebbe distratta da altri pensieri, ma soprattutto, forse, l'avrebbe distratta da Ryan.
"Anch'io devo confessarti una cosa, Walker." le disse sorridendole dolcemente, con quel suo sorriso accattivante e sornione che Annie tanto amava. La donna lo guardò con fare interrogativo e sospettoso.
"Quando siamo tornati dall'Africa ho contattato tua sorella e le ho raccontato cosa ti è successo. Voleva venire a prenderti per portarti in California e prendersi cura di te, ma le ho spiegato che non era opportuno, visto cosa pensavano i medici."
Chissà perché, Annie non ne fu sorpresa più di tanto. L'uomo che amava era una persona sempre così imprevedibile e piena di risorse che ormai si aspettava di tutto da lui.
"Signor Anderson, niente ormai mi sorprende più di te."
"Che ne dici se ci organizzassimo per trascorrere il Natale con loro?"
"Non stai scherzando, vero Auggie?" chiese Annie con la voce trepidante. La sua famiglia... poteva rivedere la sua famiglia e cominciare a dare un volto vero ai suoi ricordi. L'idea la stava eccitando. "Allora, dici sul serio?"
"Certo. Durante la prossima seduta chiediamo a Justin cosa ne pensa e poi ci organizziamo."
Annie si alzò di scatto e volò letteralmente tra le sue braccia e lo baciò con passione.
"Ti amo August Anderson, ti amo."
"Davvero? Non lo avrei mai detto." la canzonò lui.
"Auggie! Sii serio!" lo rimproverò scherzosamente lei.
"Anne Catherine Walker" le disse con un tono di voce improvvisamente caldo e profondo "Farei qualunque cosa per te, lo sai questo vero?" prese il viso della donna tra le mani e appoggiò la sua fronte a quella di lei.
Annie sentiva il caldo respiro di Auggie sul viso. Lo guardò dritto negli occhi, in quegli occhi così profondi che a volte non poteva credere che fossero ciechi. E cominciò silenziosamente a piangere. Auggie sentì le lacrime sulle sue dita.
"Annie..."
"Sto bene, amore mio. Sono solo molto felice, tutto qui."
Auggie la strinse a sé, accarezzandole i capelli e la schiena. Sentiva sotto le sue mani che la tensione stava lasciando la donna e questo lo rese un po' più sereno.
"Che ne pensi di prepararci e andare a comprare i regali per le tue nipoti?"
"Potrei stare tra le tue braccia in eterno, Auggie."
"Confesso che nulla mi farebbe più piacere, Walker, ma poi potrei non rispondere delle mie azioni. Starti così vicino mi fa uno strano effetto." replicò con tono malizioso. Annie rise alle sue parole, di quella sua risata fresca e cristallina che gli scaldava il cuore. Amava quella risata. In realtà, di quella donna, amava tutto oltre ogni umano limite, se mai fosse possibile amare così intensamente una persona. E si sentiva pronto ad affrontare ogni cosa, con lei e per lei.
