Capitolo 45

"Non puoi scappare per sempre, Auggie."

"Non sto scappando."

Annie aveva ragione e le sue parole echeggiavano ancora nella sua testa.

"Non sto scappando. Ora ho cose più importanti da fare." pensò cercando di giustificare a se stesso il suo comportamento.

"Ma nemmeno stai affrontando il problema."

"Un problema alla volta, Annie. Il mio pensiero più grande, ora, sei tu. Sto aspettando come l'inferno il giorno in cui ricorderai che..." Non riuscì a concludere il suo pensiero, era doloroso per lui e chissà come sarebbe stato per lei. Scosse la testa cercando di non pensare al passato di Annie. Era un passato pesante e quando sarebbe arrivato il giorno in cui lei avrebbe ripreso il controllo dei suoi ricordi... ed era cosa certa che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi... Auggie temeva quel giorno. Si sentiva impotente a causa della sua cecità. Non poteva vedere il viso di Annie e cogliere le sfumature emotive che lo attraversavano, non poteva avere nessun indizio visivo di quelle che potevano essere le emozioni della donna che amava. Non poteva che starle vicino, farle sentire che era presente. Ma temeva che non sarebbe stato abbastanza. Sperava che quel giorno non sarebbe stato solo. Se solo fosse successo in questi giorni, con Danielle e i Brooks per casa... In fondo erano la famiglia di Annie, chi meglio di loro avrebbe potuto aiutarlo?

La famiglia...

La famiglia di Annie era presente, la sua no. Non l'aveva cercata.

La sua famiglia era lontana. Lontana fisicamente poiché i suoi vivevano ancora a Glencoe, in Illinois, a quasi 750 miglia da Washington. Ma erano lontani anche emotivamente.

Da quando era diventato cieco, a Tikrit, si era allontanato da tutti loro. Li aveva volutamente allontanati. Sentiva la pietà nelle loro voci, nelle loro conversazioni, o per lo meno così credeva. Non era ciò di cui aveva bisogno. Era già difficile accettare di essere cieco, di non riuscire più a vedere il viso delle persone care, ma poteva provare a vivere una vita normale. L'aiuto che i suoi fratelli gli davano, che lui aveva scambiato per pietà e commiserazione, non lo aiutava a trovare in se stesso la forza di tornare ad essere indipendente. Così, dopo i mesi di convalescenza, quando ricevette la telefonata da Joan per riprendere il suo lavoro alla CIA, non ci pensò due volte e partì. I suoi genitori si dissero contenti per lui, ma percepiva la loro preoccupazione. La cecità aveva affinato in lui gli altri sensi.

L'unica persona che aveva cercato di mantenere i contatti con lui era sua madre. Auggie sorrise, ripensando a lei. La ricordava perfettamente, con quel suo sorriso caldo, i capelli scuri raccolti in una lunga treccia e le mani sempre in movimento. Dopo anni, si stupì di come ancora avesse vivo nella mente il suo ricordo.

Dorothy Hill Anderson era una donna non molto alta e di corporatura minuta, ma decisamente energica. Doveva esserlo con 5 maschi in casa. Era molto giovane quando conobbe Theodor Anderson, colui che nel giro di pochi anni sarebbe diventato suo marito e padre dei suoi cinque figli. Dorothy aveva sempre tempo per tutti, in famiglia. Aveva sempre una parola gentile e una carezza per asciugare le lacrime dei figli, ma era anche ferma e decisa nella loro educazione.

Auggie la ricordava china in giardino, coi capelli spettinati sotto un cappello di paglia, a potare le sue amatissime rose. Ne aveva almeno una ventina, tutte diverse.

La ricordava seduta nel patio con una tazza di caffè fumante tra le mani, mentre osservava i suoi figli e i loro amici giocare. Era sempre sorridente quando li guardava.

La ricordava con i capelli ribelli e raccolti sulla nuca, mentre preparava il pranzo del Giorno del Ringraziamento per l'intera famiglia Anderson: il marito aveva tre fratelli e una sorella, tutti sposati con figli. E tutti, ogni anno si ritrovavano a casa di Theodor Anderson. Era un giorno caotico, il Giorno del Ringraziamento. Gente che entrava e usciva di continuo dalla cucina e dalla sala da pranzo con piatti e vassoi carichi di ogni sorta di cibi.

La famiglia Anderson. Quanti erano in tutto? Auggie fece un calcolo veloce. Se le cose non erano cambiate negli ultimi mesi, tra i suoi fratelli, gli zii e i cugini erano poco più di una trentina. Certo, avrebbero potuto limitare l'invito ai suoi genitori, ma preferiva comunque aspettare. Ci sarebbero state troppe domande alle quali non poteva, e non voleva, dare una risposta. Non ancora, per lo meno.

Il suono del telefono, lo distolse dal fiume in piena dei suoi pensieri. La voce metallica della suoneria comunicò "Chiamata da Justin Muller."

"Anderson."

"Buongiorno Auggie. Dovresti venire in ospedale. Ryan è uscito dal coma e chiede di Annie."

"Arrivo." chiuse la telefonata, poi si rivolse all'autista del taxi: "Al Memorial Hospital, per favore."

Lungo il tragitto, mandò un messaggio a Joan, avvisandola che Ryan si era svegliato. Ora, se McQuaid era in grado di rispondere alle loro domande, potevano cominciare a chiudere il cerchio attorno a Dimitri Diachkov. E tanti dei suoi dubbi avrebbero trovato risposta. Ricordò la conversazione avuta con Joan nel suo ufficio, tempo addietro, quando tutti le informazioni raccolte sembravano dire che Ryan ed Annie erano coinvolti sia nel traffico di armi coi guerriglieri jihadisti che con la guerriglia che i guerriglieri stavano portando avanti contro i governi locali. Auggie non aveva creduto a queste coincidenze già allora. Adesso poteva chiarire ogni cosa con uno dei diretti interessati.

Quando giunse in ospedale, gli si fecero incontro Joan e Calder.

"Auggie, ti stavamo aspettando." le disse la donna porgendogli il dorso della mano perché lui potesse trovarle il gomito.

"Justin è con Ryan e sta controllando i suoi parametri. Sarà con noi per tutto il tempo della nostra visita, per tenerlo monitorato." aggiunse Calder.

Auggie si limitò ad annuire. Aveva così tanti pensieri che gli si affollavano nella mente, tante domande che si susseguivano velocemente. Da dove avrebbe potuto cominciare? Si rese conto che molte di quelle domande sarebbero state inopportune, in quel momento. Riguardavano la sfera privata di Annie e Ryan e non sarebbe stato il caso di parlarne davanti a Joan e Calder.

Quando entrarono nella stanza di Ryan, Justin si fece loro incontro.

"È ancora piuttosto debole, per cui siate cauti. Non deve affaticarsi. Soprattutto non sa ancora delle sue reali condizioni di salute."

"Grazie Justin." rispose Joan.

Si avvicinarono al letto di Ryan e aspettarono che l'infermiera finisse di controllare i vari monitor.

"Buongiorno Ryan." lo salutò Joan. "Come ti senti?"

"Joan... dove sono?"

"Ti trovi al Memorial Hospital di Washington."

"L'assalto alla nostra carovana..."

"Sì. È passato qualche mese da allora, Ryan. Ti ricordi come è successo?"

"Vagamente. È tutto molto confuso." rispose l'uomo chiudendo gli occhi. Poi li riaprì e fisso Joan.

"Annie?"

"Sta bene, Ryan. Ha solo perso la memoria a causa dell'attacco subìto. Ora è in cura col dottor Muller che sta seguendo il suo recupero."

"Vorrei vederla."

"Non è possibile per il momento, Ryan. Dobbiamo cercare di essere cauti. Ogni emozione potrebbe riportarle alla memoria fatti piuttosto dolorosi che potrebbero minare il suo recupero. Sai a cosa mi riferisco."

Ryan chiuse nuovamente gli occhi, poi si rivolse nuovamente a Joan.

"Così sapete." sospirò "E mi state giudicando, suppongo."

"Nessuno ti giudica Ryan. Non siamo qui per parlare del tuo... vostro passato. Dobbiamo ricostruire i vostri spostamenti in Mali e sapere cosa stavate facendo. I servizi segreti francesi ci hanno chiesto collaborazione per la cattura di Diachkov. Lo abbiamo preso in effetti, ma crediamo ci siano ancora dei suoi simpatizzanti che potrebbero prendere il suo posto nel traffico d'armi con i guerriglieri jihadisti."

"Sì, quello era il nostro obiettivo, in effetti. Catturare Diachkov ed evitare possibili rimpiazzi. Stavamo lavorando sotto copertura per il DGSE."

"Sai che c'era una cellula jihadista nella tua compagnia?"

"Sì, lo sapevamo. Noi avevamo fatto finta di nulla per cercare di catturare tutto il gruppo di Diachkov."

"Noi?" chiese Calder.

"Io, Annie e un paio di nostri fidati collaboratori."

"Qual era la vostra copertura?" chiese ancora Calder.

"Inizialmente, Annie era in Sud Africa con un servizio di scorta in occasione del Mandela-Day. C'erano numerosi capi di stato e le autorità locali hanno chiesto la nostra collaborazione. Doveva sembrare che finito questo lavoro, tutti i miei dipendenti, Annie compresa, sarebbero tornati in patria. Annie doveva passare da turista per poter assoldare alcuni mercenari che avrebbero preso il posto dei miei uomini nel servizio di scorta alla carovana."

"E poi?" incalzò Calder.

"Attraverso vari giri per non destare troppi sospetti, Annie e un gruppo di sei uomini ci hanno raggiunto a Timbuctu, dove abbiamo preparato il servizio di scorta per la carovana. Doveva sembrare un semplice trasporto di aiuti umanitari, in realtà stavamo rifornendo di armi le milizie francesi. Abbiamo usato ogni precauzione perché non ci fossero fughe di notizie."

"Evidentemente qualcosa è andato storto, però." osservò Auggie.

"Evidentemente."

"I componenti della cellula jihadista nella tua società sono stati arrestati." proseguì Auggie "Abbiamo sequestrato tutti i loro computer e li stiamo ancora analizzando. In alcuni di essi ci sono dei sistemi di criptazione molto sofisticati che stiamo ancora tentando di decifrare."

Ryan chiuse gli occhi per qualche secondo. Poi, quando li riaprì fissò Auggie molto intensamente per un solo istante ma Joan colse quello sguardo e capì. I due uomini dovevano parlare, avevano delle cosa da chiarire.

"Che ne dici di una pausa Calder? Ryan non deve affaticarsi e io ho bisogno di un caffè. Continueremo più tardi." poi si rivolse a Auggie. "Caffè? Te lo possiamo portare, se vuoi."

"Sì, grazie."

Calder e Joan uscirono dalla stanza; il silenzio si fece pesante.

"Così sei tornato a lavorare per la CIA." osservò Ryan dopo un po'. Auggie annuì.

"Come ti hanno convinto a tornare?"

"Joan mi ha contattato mentre ero a Bali. Mi ha detto che un convoglio di aiuti umanitari era stato attaccato e che gli uomini della scorta, tutti americani, erano stati gravemente feriti. Avevano saputo che la scorta era stata organizzata dalla McQuaid Security."

"E dove ci sono io, di solito c'è anche Annie." ironizzò Ryan.

"In realtà di lei non sapevamo molto."

"Ma questo ti è bastato per lasciare le tue vacanze e tornare alla CIA. Come l'ha presa Natasha? Non è gelosa?" chiese Ryan in tono provocatorio.

"Suppongo che lo fosse."

"Cosa intendi?"

"Abbiamo rotto quel giorno."

"Capisco." fece un'altra pausa. Parlare a lungo lo stancava. Poi riprese: "Annie era con noi nel convoglio quando siamo stati attaccati. Come avete fatto a trovarci?"

"Una tribù berbera, che ha trovato i rottami della carovana, ha portato te e alcuni degli uomini della scorta all'accampamento di Medici Senza Frontiere a Timbuktu. Nel riprendere la loro strada, si sono fermati a depredare quello che restava dei vostri mezzi e hanno trovato Annie ancora viva sotto una Jeep. L'hanno presa con loro e curata."

"E le armi?"

"Quelle erano già state rubate da coloro che vi avevano attaccato."

"Quindi Annie ha perso la memoria."

"Sì. Ha dei flash del suo passato dai quali il dottor Muller sta cercando di aiutarla a ricostruire la sua vita. Ma ha bisogno di tempo."

"Si ricorda di me?"

"Vagamente. Sa che siete stati sposati e che lavoravate insieme."

"Ricorda il divorzio?"

"Non esattamente. Lo ha letto nel suo fascicolo. Ha solo ricordi di brevi momenti."

"Quindi sa anche dell'incidente in cui..."

"Non completamente." lo interruppe Auggie. "Quella parte l'ho cancellata dal fascicolo che le ho dato. Ricorda che avete avuto un incidente in auto, ma quello che è successo a causa di quell'incidente... non lo ricorda ancora."

"Con chi è ora?"

"È con sua sorella e la sua famiglia."

"Vive con loro?"

Auggie negò, scuotendo la testa. Ryan sorrise tra sé e sé.

"Allora vivete insieme, tu e lei. Alla fine te la sei ripresa. Me l'hai portata via."

"L'avevi già persa Ryan."

"Non l'hai mai scordata, vero? Non hai mia smesso di amarla." disse Ryan a Auggie con la voce carica di rammarico. "Perché allora te ne sei andato con Natasha?"

"A volte si fanno scelte credendo che siano quelle giuste, ma poi, col tempo, ti accorgi che non lo erano. Dopo Hong Kong, Annie voleva solo tornare al lavoro, voleva essere una brava agente operativa. Ho rispettato la sua decisione. In quel periodo non c'era posto per me nella sua vita. Ho cercato di farmene una ragione e andare avanti."

"Noi siamo stati felici, per un po'. Lo eravamo davvero finché..." Ryan non finì la frase. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Auggie si avvicinò al suo capezzale e gli posò una mano sulla spalla.

"Se tu non te ne fossi andato, lei probabilmente non avrebbe accettato di sposarmi e forse..."

In quel momento tornarono nella stanza Joan e Calder.

"Il tuo caffè, Auggie." disse Joan porgendo il bicchiere all'uomo.

"Ryan cerca di rimetterti. Avremo bisogno del tuo aiuto per stanare tutte le persone coinvolte nella rete di Diachkov." disse Calder.

"Hai detto che avevate un paio di persone fidate alla McQuaid Security." affermò Auggie. "Potrebbero aiutarci a completare le indagini e chiudere finalmente tutta questa storia."

"Chiedete ad Arthur di Cape Canaveral. Lì troverete tutto quello che vi serve."

"Ora basta, ragazzi." disse Justin entrando nella stanza "Ryan deve riposare. Per oggi direi che è abbastanza."

"Hai ragione Justin. Ci vedremo presto Ryan." ribatté Joan.

"Auggie." chiamò Ryan. "Abbi cura di lei."

"Lo farò."