Capitolo 46

Dopo che Joan, Calder e Auggie furono usciti dalla stanza di Ryan, Justin controllò nuovamente tutti i parametri dell'uomo.

"Dottore..." chiamò Ryan.

"Sì?"

"Lei si sta prendendo cura anche di Annie, giusto?"

"Sì. Stiamo seguendo un percorso di ipnosi per cercare di riportare alla memoria tutti i ricordi nel modo meno doloroso possibile."

"Come sta andando?"

"Direi abbastanza bene."

"So che non ho alcun diritto di chiederlo, non siamo più sposati, ma... Voglio essere sicuro che abbia le cure migliori possibili. Posso pagare qualunque cifra."

"Signor McQuaid, non è questione di soldi. Io sono un medico e il mio compito è di curare al meglio che posso le persone che si affidano a me. E poi, come ha detto lei, non siete più sposati. Sono tenuto al segreto professionale, non posso dirle altro."

"Sì certo. Vorrei solo sapere se sta bene."

"Sì, sta bene."

"Quando ricorderà cosa è successo quel giorno, mi odierà di nuovo." sospirò Ryan. "Avevamo quasi superato quel brutto periodo. Avevamo ricominciato a lavorare insieme, a parlare e, almeno nel lavoro, andavamo alla grande e ora..."

"Signor McQuaid, non so come potrà reagire Annie ricordando quella notte. Sarà molto doloroso e difficile per lei, questo è certo. Odiarla? Forse. O forse no."

"Lo farà. Lo ha fatto allora e succederà di nuovo. È per quello che abbiamo divorziato. Non avevamo più alcuna intimità, mi colpevolizzava. E in fondo aveva ragione. Se solo non avessi insistito per guidare, quella sera..." Ryan fece una pausa. Justin non disse nulla per non interrompere il flusso di pensieri dell'uomo sdraiato nel letto davanti a lui. "Era un brutto periodo al lavoro, dottore. Avevamo diversi problemi da risolvere con varie missioni sotto copertura e agenti in situazioni difficili. Quella sera abbiamo cenato con alcune persone dell'alta finanza per le quali stavamo lavorando. Spionaggio finanziario. Non era stata una serata piacevole. Avevo anche bevuto più del solito. Quando siamo usciti dal locale, io e Annie abbiamo cominciato a discutere animatamente, non ricordo più nemmeno il perché, sicuramente erano delle stronzate. Ma dovevo dimostrare che ero perfettamente in grado di gestire ogni situazione. Annie si era offerta di guidare, ma non le ho voluto dare le chiavi dell'auto. Credo anche di averla pesantemente offesa, quella sera." Ryan smise di parlare. Aveva ancora gli occhi chiusi. sospirò profondamente, ma non continuò la conversazione e Justin non insistette. Non doveva essere facile per Ryan portare il peso di quello che era successo quella notte. Justin provò un'infinita pena per l'uomo. Restò ad osservarlo ancora per qualche minuto. Il respiro di Ryan si era fatto profondo e regolare, segno che si era addormentato. Il sedativo nella flebo aveva fatto effetto.

Justin uscì dalla stanza di Ryan e si diresse al suo ufficio. Stava pensando alla conversazione avuta poco prima con Ryan. Dalle parole dell'uomo trapelava tutta la sua frustrazione e il senso di colpa che lo sopraffacevano. Justin si sorprese di come Ryan non avesse chiesto della propria salute, ma si fosse solo preoccupato di come stava Annie e di quello che la donna avrebbe potuto provare nei suoi confronti ricordando. Segno che Ryan l'amava ancora e profondamente. E nonostante questo, aveva chiesto a Auggie di prendersene cura. Justin era addolorato per quell'uomo, profondamente addolorato.

Quando giunse all'ingresso dello studio, trovò Auggie seduto nella salettina d'attesa.

"August Anderson! Che ci fai ancora qui?"

"Scusami, ma non volevo parlare davanti agli altri."

"Vieni accomodati."

"Non ti porterò via molto tempo."

"Tutto il tempo che vuoi, Auggie. Non ho visite per oggi."

Una volta nello studio, Justin fece accomodare Auggie nella sedia di fronte alla scrivania.

"Caffè?" gli chiese.

"No grazie. Ne ho bevuto uno poco fa e sono già abbastanza nervoso." sorrise Auggie.

"Bene. sono tutto per te, dimmi pure."

"Si tratta di Ryan. E di Annie, ovviamente."

"Cosa vuoi sapere, di preciso?"

"Dalle parole di Ryan, ho capito che lui è ancora innamorato di Annie. E che, in un certo senso, mi colpevolizza per essermene andato con Natasha, due anni fa. Forse se io non me fossi andato..."

"Auggie, per quel che ho imparato di Annie, non avrebbe fatto alcun differenza, credimi. Lei avrebbe accettato comunque di lavorare con Ryan e di sposarlo. All'epoca ne era innamorata. E voleva che tu facessi la tua vita. Quando è tornata a Washington, dopo Hong Kong, la sua priorità era il lavoro. Era cambiata, me lo hai confermato tu stesso. Non voleva legarti a sé senza avere la certezza dei propri sentimenti. E tu hai trovato altre vie per andare avanti."

"Sì, forse. Ma sapevo che erano tutte scuse per cercare di non pensare a lei."

"Glielo hai mai detto, questo?"

Auggie scosse la testa. "No, come potevo? Mi accontentavo di averla accanto, come migliore amica. Mentivo a me stesso, dicendomi che in fondo era quello che voleva lei e io dovevo accettarlo. Poi è ricomparsa Natasha nella mia vita e ho creduto che anch'io potessi guardare avanti e avere qualcosa di più del mio lavoro alla CIA. Annie mi aveva nascosto più di una volta la verità sulle sue condizioni di salute in quel periodo e io mi sentivo offeso e usato. Dovevo farmene una ragione. Forse in qualche modo volevo farla sentire in colpa. Ora mi rendo conto che probabilmente le mie scelte erano solo un modo per cercare di attirare la sua attenzione, per cercare di riconquistarla."

"Il modo che hai usato non è stata una grande idea." osservò Justin.

"È stata una pessima idea. Ci siamo persi. Abbiamo perso noi stessi e ci siamo persi l'un l'altro."

"E ora?" chiese Justin a bruciapelo.

"Ora cosa?" rispose Auggie sorpreso.

"Ora come ti senti. Nei suoi confronti, intendo."

"La verità? Non lo so. Quello che so è che l'amo, anche se a volte mi sento inadeguato per lei, ho paura di non essere abbastanza pronto per gestire le sue emozioni. A volte mi sento colpevole per averla lasciata sola."

"Non era sola."

"Ma se fossi restato, come ha detto Ryan, forse lei non..."

"Auggie, non puoi cambiare il passato. Quel che è stato, è stato. Dovete andare avanti. Devi starle vicino. Lei ha bisogno di te."

"E se non fossi in grado di aiutarla?" chiese Auggie con una profonda preoccupazione nella voce. "Se non te ne fossi accorto, sono cieco."

"E allora? Sei cieco, mica scemo. Sei stato capace di pianificare e gestire il ritrovamento di Annie in Marocco, di coordinare una squadra di uomini in un paese straniero e hai paura di non essere abbastanza per lei? Noi uomini siamo proprio dei coglioni quando si tratta di donne!" rise Justin.

"Non è così semplice, Justin." ribatté Auggie.

"E cosa c'è di complicato nell'amare ed essere riamati? Ti ha mai fatto sentire il peso della tua cecità? Ti ha mia fatto sentire meno vivo, meno uomo per questo?"

"No, mai." rispose di getto Auggie. Mai si era sentito meno di un uomo, con lei. Mai aveva sentito di essere un peso, per lei. Mai aveva pensato di essere un diverso, vicino a lei. Annie lo faceva sentire vivo e completo. Il fatto che fosse cieco non era mai stato un ostacolo per Annie, anzi. Da lei accettava scherzi e battute sulla sua cecità, cosa che non aveva mia permesso a nessuno.

Aveva imparato a sfruttare la sua condizione per far colpo sulle ragazze, suscitando in qualche modo la loro compassione. E per la compagnia di una notte, gli andava bene. Ma con Annie era tutto diverso. Erano stati amici, sviluppando tra loro quel cameratismo e quella complicità che solo tra buoni amici si poteva avere. Lei era diversa, diversa da tutte le altre. Sentiva che con lei poteva parlare, poteva confidarsi. Poteva essere se stesso fino in fondo, senza nascondersi.

"Allora, amico mio, accetta la fortuna che hai. Lei ti ama e tu ami lei. Non c'è altro da capire."

"Forse hai ragione." ammise Auggie.

"Certo che ho ragione!" esclamò Justin. Guardava l'uomo davanti a sé e leggeva sul suo viso ogni sorta di emozione, dalla preoccupazione, al rammarico, alla gioia.

"Tu non hai idea di cosa darei per poterla vedere, per poterla guardare dritto negli occhi, anche solo una volta. Mi accontenterei di una volta soltanto." disse Auggie con la voce bassa, quasi un sussurro.

Justin non aveva parole per questo. Doveva essere terribile per quell'uomo non poter vedere la donna che amava, non poter vedere negli occhi di lei tutto l'amore che aveva per lui.

"Auggie... Hai ragione, non posso capire. Ma devi credermi quando ti dico che lei ti ama. Ti ama profondamente. Quando siete insieme non ha occhi che per te, il suo sguardo ti segue ovunque. E quando parla di te, la sua voce cambia. Diventa più dolce e profonda."

"Sì, me l'hanno detto." rispose Auggie sorridendo. Pensava ad una conversazione avuta con Danielle, molto tempo prima, seduti al tavolino di un bar mentre bevevano un caffè insieme.

"Bene. Allora stai sereno August Anderson e goditi ogni momento con lei. E godetevi la famiglia, in questi giorni."

"A proposito di questi giorni... se non hai altri impegni vorremmo averti con noi per Natale. Ci farebbe davvero piacere. E poi Danielle è un'ottima cuoca."

"Grazie, ma non vorrei davvero disturbare."

"Nessun disturbo. Allora è deciso. Ti aspettiamo a casa per il pranzo di Natale. E puoi portare qualcuno, se ti fa piacere."

"Grazie, allora accetto volentieri. Ma sarò solo. Non c'è nessuno nella mia vita che potrei portare. Non al momento almeno."

"A presto Justin. E grazie di tutto."

"Grazie a te."

Auggie uscì dallo studio di Justin e mandò un messaggio a Annie per avvisarla che Justin aveva accettato l'invito. Poi raggiunse Calder e Joan al parcheggio.

"Tutto a posto Auggie?" chiese Joan.

"Sì, Joan. Possiamo andare."

Una volta giunti a Langley, Joan si mise in contatto con Arthur che ancora lavorava alla McQuaid Security per chiedergli di Cape Canaveral. Era una directory secretata che Arthur aveva già visto tra i documenti informatici di Ryan tempo addietro e che inviò agli uffici di Langley perché venisse aperta e studiata.

Auggie e Barber si misero subito al lavoro. Molti dei files contenuti nella directory erano informazioni delle quali erano già a conoscenza: i movimenti delle milizie francesi in Niger e Mali, alcuni alias di Diachkov con i relativi documenti di riconoscimento, i nomi di alcuni contatti di Diachkov, tra i quali comparivano Ybraim e Mebruk Abu-Mokhammed, trascrizioni di alcune intercettazioni. Dovevano concentrarsi su tutti gli altri files.

Il lavoro richiese tempo e concentrazione. Soprattutto tempo. Quando il telefono di Auggie squillò erano ormai le 3 del pomeriggio.

"Chiamata da Annie."

"Ehi, Walker! Come sta andando lo shopping?"

"Buongiorno signor Anderson. Noi abbiamo finito. tu per quanto ne hai?"

"Non credo che sarà una cosa breve." disse Auggie toccando il suo orologio e pensando al numero di documenti che ancora dovevano analizzare.

"Oh..."

Auggie colse la delusione nella voce di Annie.

"Annie, tutto ok?"

"Ecco... io Danielle e le ragazze siamo al centro commerciale di Georgetown Park, pensavo ci potessi raggiungere per un caffè. Però se devi lavorare..."

"Mi spiace Walker." la voce di Auggie era sinceramente dispiaciuta. Dio sapeva se avrebbe davvero voluto essere con lei, in quel momento.

"Pazienza. Ricordati di invitare Eric e Andrew. E Calder!"

"Agli ordini!" scherzò l'uomo.

"Ci vediamo stasera." rispose Annie prima di riagganciare.

"Che ne dici di una pausa, Barber?" domandò Auggie stiracchiandosi sulla sedia.

"Buona idea. Ho bisogno almeno di un caffè."

Mentre stavano uscendo dall'ufficio furono raggiunti da Calder.

"Ehi, ragazzi. Come sta andando?"

"Al momento non abbiamo trovato nulla che già non sapessimo. Ci sono degli algoritmi che ancora non abbiamo utilizzato per la decodifica. Dopo pranzo proveremo anche con quelli." disse Barber, mentre si dirigevano alla mensa.

Presero il loro pranzo al self-service e poi si sedettero a un tavolo, chiacchierando senza un argomento preciso.

"Ragazzi, avete impegni per Natale?" chiese poi Auggie a entrambi. "Annie e io avremmo piacere se vi uniste a noi per pranzo. Ci sarà anche la famiglia di Annie e devo dire fortunatamente, perché Danielle è un'ottima cuoca!"

"Oh, capo... grazie... ma non vorrei disturbare..." balbettò Eric.

"Nessun disturbo, Eric. Annie vorrebbe avere le persone care attorno, coloro che l'hanno aiutata. E io sono d'accordo."

"Ah.. bhè... allora Ok."

"E tu Calder? Sarai dei nostri?" chiese poi Auggie.

"Grazie Anderson. Ci sarò di sicuro."

"Non mi resta che avvisare Hollman. Gli ordini di Annie sono stati chiari e perentori!"

scherzò Auggie.

"Possiamo pensarci noi, Anderson." aggiunse Calder. "Perché non te ne vai a casa? Dovresti essere con lei adesso."

"È al centro commerciale con la sorella e le nipoti. Mi ci vedi circondato da quattro donne in piena frenesia da regali di Natale?" ribatté Auggie sogghignando. "Ne faccio volentieri a meno!"

"Le donne sono tremende quando si tratta di spendere soldi!"

I tre uomini risero di gusto. La loro risata, però, fu interrotta dallo squillo del telefono di Auggie.

"Chiamata da Danielle Brooks."

Il viso di Auggie si fece buio e tirato. Poi rispose alla chiamata.

"Danielle..."

"Auggie... Annie è... siamo in ambulanza, stiamo andando al Memorial Hospital. Ho già avvisato Justin."

"Dannazione, cosa... arrivo." chiuse la telefonata, poi si rivolse ai suoi amici "Devo andare. Annie non sta bene. Vi aggiorno più tardi."

"Ti accompagno io." si offrì Calder. "Al Memorial?"

Auggie annuì. Uscirono e in men che non si dica erano per strada.