Capitolo 50
Anche se il tragitto in auto durò poco più di una ventina di minuti, ad Auggie sembrò un tempo interminabile. Era preoccupato ed eccitato allo stesso tempo perché i suoi genitori stavano per conoscere la donna che amava, colei che portava in grembo suo figlio. "O figlia..." Il pensiero che potesse essere una bambina era sempre più forte e persistente nella sua mente. Ma al di là di tutto, a lui importava solo che stesse bene, che la madre di suo figlio, o figlia che fosse, stesse bene. Si sorprese a sorridere a questi pensieri.
Quando l'auto si fermò davanti al vialetto, Annie si fece loro incontro.
"Grapefruit Malone...il mio profumo preferito." la canzonò Auggie.
"È quello che mi hai regalato tu a Rabat, ricordi?"
"Come potrei dimenticarlo?" ammiccò maliziosamente l'uomo, beccandosi una leggera gomitata nel fianco. Abbracciò Annie per la vita, stringendola a sé con fare protettivo.
"Mamma, papà. questa è Annie Walker." poi si rivolse a Annie. "Signorina Walker, questi sono i miei genitori, Dorothy e Theodore Anderson."
"Sono molto lieta che abbiate accettato l'invito di Auggie. Siete i benvenuti."
"Grazie mia cara." le rispose sorridendo dolcemente Dorothy. Poi la prese tra le braccia, come una madre farebbe con la propria figlia.
"Grazie" le sussurrò dolcemente "per tutto quello che fai e che hai fatto per nostro figlio."
"Signora Anderson, sono io che devo ringraziarlo. Se non ci fosse stato lui probabilmente ora sarei ancora in Africa e..."
"Basta parlare." l'interruppe Auggie stringendola nuovamente a sé "Rientriamo in casa, fa freddo qua fuori."
Annie gli porse il braccio e Auggie le prese dolcemente il gomito, mentre Dorothy e Theodore li seguivano.
"Non ho raccontato loro i dettagli della tua permanenza in Africa né del tuo ritrovamento, Annie. E nemmeno quelli della nostra permanenza a Rabat, se capisci cosa intendo." le disse abbassando la voce.
Annie avvampò. ringraziò il cielo che il buio della sera nascose il suo rossore alla vista dei signori Anderson.
"August Anderson, so benissimo cosa intendi!"sibilò maliziosamente in un bisbiglio. "Ma cerca di essere meno sfacciato, per favore." i due risero di cuore.
Dorothy e Theodore si scambiarono uno sguardo d'intesa. Erano passati ormai anni da quando avevano sentito ridere così felicemente il loro figlio. Annie era una donna bella ma semplice e affabile nei modi; e, se riusciva a farlo ridere così, era decisamente la donna giusta per lui.
La cena si svolse in modo piacevole e sereno. Annie si sentiva perfettamente a proprio agio con la famiglia di Auggie e ne era felice. Aveva temuto questo incontro, aveva paura che non la ritenessero all'altezza del loro figlio. Sapeva che Auggie aveva raccontato loro parte del suo passato, del loro passato. Aveva paura di essere giudicata per tutta una serie di cose. Allo stesso modo, i genitori di Auggie avevano immaginato almeno un migliaio di volte l'incontro con questa donna e temevano a loro volta di essere giudicati troppo severamente da lei.
Dopo cena, si erano riuniti nel salottino. Il camino era acceso e riscaldava la serena atmosfera familiare che si era creata. Chloe, Katya e Annie, aiutate da Auggie, si dedicarono ad addobbare il grande albero. Dorothy, osservando i ragazzi, si mise silenziosamente a piangere. Vedeva una famiglia serena e unita, era felice per suo figlio, ma anche rammaricata. Sapeva bene che, se mai lui e Annie avessero avuto dei figli, Auggie non avrebbe mai potuto vederli, non nel senso classico della parola, per lo meno. Ciononostante, vedendolo con le nipoti di Annie, era certa che sarebbe stato un ottimo padre, premuroso e presente.
"Bene." esclamò ad un certo punto Danielle. "È passata la mezzanotte. Buon Natale a tutti voi!"
"Per noi è davvero un Buon Natale." sentenziò la signora Anderson, abbracciata al marito. "Abbiamo ritrovato nostro figlio, in un certo senso. E con lui abbiamo trovato anche una nuova figlia. Credo che sia uno dei giorni più belli della mia vita."
Auggie e Annie le si avvicinarono commossi.
"Grazie mamma." le disse abbracciandola.
"Mi spiace non avere un pacchetto da darvi e da farvi scartare." disse Annie ai genitori di Auggie. "Quando abbiamo comprato i regali, non sapevo che Auggie vi avrebbe invitato."
"Ma?" disse Dorothy. "Perché c'è un ma, giusto?" chiese poi, osservando attentamente Annie e Auggie, mano nella mano.
Non le era sfuggito come Annie guardasse suo figlio. Lo aveva seguito con lo sguardo tutta la sera, cercando continuamente il contatto fisico, seppur lieve, con lui. Era come se fosse un loro linguaggio personale e segreto, il modo che Annie usava per far capire a Auggie che lei era vicino a lui. E Auggie rispondeva a quei lievi tocchi di Annie con piccole strette di mano, con carezze sulla schiena, con ammiccamenti quasi impercettibili. Dorothy capì che era il loro modo di vedersi. Osservando attentamente Annie, vide nei suoi occhi una luce particolare, chiara e vivida. Ricordava di aver già visto quella luce negli occhi di un' altra donna molti anni prima. Si rivide, improvvisamente giovane, in piedi davanti al marito, il giorno in cui gli disse di aspettare il loro primo figlio. Allora capì. Si portò la mano tremante alla bocca.
"Annie, mia cara... tu... tu aspetti un bambino, vero?" chiese con voce tremante.
Auggie restò ammutolito. Annie sorrise dolcemente a quella donna che tanto assomigliava al suo amato Auggie. Non rispose, annuì semplicemente.
Le due donne si abbracciarono.
"Sì, è decisamente uno dei giorni più belli della mia vita." disse Dorothy tra le lacrime.
"Mamma, come lo hai capito?"
"Dal suo sguardo, figlio mio. Le brillano gli occhi di una luce intensa e vivida."
Auggie rimase in silenzio. Quanto si sarebbe ancora perso dei particolari del volto della donna che amava, a causa della sua cecità? Un velo di tristezza passò velocemente sul suo viso. Non vedeva, era cieco. Non avrebbe mai visto il viso di Annie, né quello dei suoi figli. Non poteva cambiare le cose, ma poteva cercare di vivere al meglio ogni istante con lei, la donna con la quale voleva formare una famiglia.
Annie si accorse del velo di malinconia e rammarico che passò sul suo viso. Gli si fece ancora più vicina e lo abbracciò.
"Sarai un padre meraviglioso, Auggie. Ne sono sicura." gli sussurrò dolcemente.
"Ma non vedrò mai né te né i nostri figli." le rispose con voce profondamente triste, contraccambiando il suo abbraccio.
"Io vi chiedo scusa, ma credo sia ora che andiamo. Tu Annie, devi riposare assolutamente." disse Theodore.
"Sì, hai ragione Theodore. Sono piuttosto stanca anch'io." aggiunse la moglie. "E domani sarà un'altra giornata piena di emozioni."
"Vi chiamo l'autista." disse Auggie.
Una volta che i signori Anderson se ne furono andati, Danielle spedì letteralmente Annie e Auggie a dormire.
Una volta a letto, Annie si accoccolò al fianco di Auggie, appoggiando la testa sul suo petto, come si era abituata a fare nelle ultime settimane. Non avrebbe potuto immaginare un altro modo di addormentarsi se non quello di stare così vicina a lui. Egli l'abbracciò, accarezzandole i capelli e baciandole più e più volte la fronte e la testa. Benché ormai abitudinari, quella sera, i gesti di Auggie, le sembravano ancora più delicati e gentili. Lo sentì particolarmente protettivo nei suoi confronti.
"Auggie, tesoro, il fatto che io sia incinta non mi rende né più fragile né più delicata. Puoi stringermi, se vuoi. Non mi romperò, te lo prometto." lo canzonò dolcemente.
"Immagino che sia così. Ma ho come l'impressione che tu abbia bisogno di più coccole del solito."
"Uhm... bisogno di coccole... dici?" Annie lo baciò provocante sul collo e dietro l'orecchio, gli mordicchiò il lobo e poi prese possesso della sua bocca.
"Annie..."
"Sì?"
"Annie, dovresti riposare..."
"Uhm... ti è rimasto ancora un po' di dolce sulle labbra... non vorrai che vada sprecato, vero?" la sua voce si fece voluttuosa e la sua lingua più esigente.
"Annie... ti prego... "
"Non mi succederà nulla di male, stai tranquillo..."
"Quindi non sei più arrabbiata con me..." scherzò Auggie.
"Forse... conosco un modo per farti perdonare..." rispose mentre le sue mani accarezzavano il suo torace e poi gli scesero lungo i fianchi.
Auggie sentiva la sua pelle bruciare e fremere sotto le mani di Annie, che si fecero sempre più audaci mentre esploravano ogni centimetro della sua pelle. Gli accarezzò i fianchi, le cosce e si fermò insistente all'altezza dell'inguine, infilando le mani nei suoi boxer. Auggie sentiva il sangue pulsare più forte, sentiva crescere dentro di sé la voglia di fare l'amore con lei. La desiderava più di ogni altra cosa.
"Annie, ti rendi conto di cosa mi stai facendo?" le chiese con la voce roca carica di desiderio, mentre Annie continuava a baciarlo, a disegnare piccoli cerchi attorno ai suoi capezzoli con la lingua, a stringere tra le dita la sua virilità gonfia ed eretta.
"Assolutamente sì, August Anderson. Ti voglio. Voglio fare l'amore con te. E mi sembra che anche tu non desideri altro."
"Annie, sei incinta... non so se... non voglio farti male..."
"Non succerà assolutamente nulla, amore mio. Fidati."
Vedendolo insicuro, Annie prese l'iniziativa. Si mise a cavalcioni su di lui, guidandolo dentro di sé e inarcandosi su di lui perché potessero sentirsi reciprocamente più in profondità. Cominciò a muoversi su di lui ritmicamente finché Auggie non seppe più resisterle. La prese per i fianchi premendosela addosso perché potesse sentire tutto il suo più intimo calore muovendosi all'unisono con lei. Premette il suo viso tra i suoi seni baciandoglieli e succhiandole i capezzoli; Annie affondò le dita tra i suoi capelli prendendo di tanto in tanto possesso di quelle labbra calde che la stavano bruciando ovunque.
"Dio, Annie...sto per esplodere..."
"Non fermarti... ti prego, non fermarti..." gli sussurrò, poi affondò il viso nell'incavo del suo collo baciandolo avidamente finché per entrambi esplose prorompente il sussulto dell'orgasmo.
Annie si accasciò su di lui, respirando affannosamente; Auggie l'abbracciò delicatamente, tenendola su di sé e sentendo contro il proprio petto il suo cuore che batteva velocemente e all'unisono col suo.
"Annie..."
"Sì?"
"Tutto ok dolcezza?"
"Assolutamente sì." gli rispose col sorriso nella voce, sistemandosi al suo fianco.
Erano entrambi pienamente appagati.
"Ti amo Auggie."
"E io amo te, signorina Walker. Sei la mia vita. Sei più di quello che io potessi desiderare, nella vita. Non riesco a fare a meno di te, non riesco a pensare di non averti al mio fianco, O nel mio letto." le disse maliziosamente.
Annie sorrise divertita. Come in un flash, lo immaginò a letto con Parker, con Helen e con Natasha. Una forte fitta di gelosia le strinse il petto e si irrigidì. Auggie sentì quel suo movimento, anche se quasi impercettibile.
"Annie... tutto ok?"
"Sì, certo...Cioè, non lo so...io sto bene, solo... sono un po' gelosa." ammise.
"Gelosa? Non capisco..."
"Del tuo passato, Auggie. Delle donne con le quali hai diviso il letto, prima di me. Parker, Helen, Natasha... so che è stupido, ma..."
"Walker, il passato è passato. Nessuna di loro è stata importante per me come lo sei tu. Dovrei essere geloso anch'io, allora..."
"Oh, lo sei stato Auggie! Ricordi ad Amsterdam, quando abbiamo liberato Eyal? Quante volte mi hai chiesto se ero innamorata di lui?"
Come poteva non ricordare? Sì, era terribilmente geloso allora.
E lo era ancora perché ricordava che aveva avuto un figlio da un altro uomo. E per avere un figlio avevano dovuto condividere il letto.
"Sei ancora geloso, Auggie?"
"È stupido, vero? Essere gelosi del passato di chi amiamo, intendo. Ma sì, credo di essere un po' geloso anch'io del tuo passato."
"Hai ragione. È stupido, terribilmente stupido. Ma possiamo far finta che la nostra vita cominci da adesso e dimenticarci di quello che è stato."
"Sono d'accordo. Noi siamo fortunati. Io ho te e..."
"E tu hai me." concluse Annie.
"E io ho te." ripeté Auggie. "Ora però, cerchiamo di dormire. È stata una giornata meravigliosamente intensa, per entrambi. Ma non voglio che tu ti affatichi troppo, futura signora Anderson. Perchè sarai la mia futura signora Anderson, vero?" le domandò con la speranza nella voce.
"Sì, August Anderson. Sarò felice di essere la tua futura signora Anderson."
Ora egli non aveva davvero più bisogno di altro.
