Capitolo 52
Natale era passato da ormai qualche giorno. Il cielo era plumbeo, quasi nero, e pioveva ormai da alcune ore, di quella pioggia sottile e noiosa. Danielle e la famiglia erano tornati in California e, ad Annie, la casa sembrava più enorme e silenziosa che mai. Anche i genitori di Auggie erano ripartiti e quindi le sue giornate trascorrevano piuttosto monotone e solitarie, se non fosse stata per la compagnia di Auggie che continuava a lavorare da casa. Annie si annoiava molto. Le sedute con Justin erano state sospese, per il periodo natalizio, benché il medico le avesse detto che voleva comunque tenerla sotto controllo.
"Abbiamo quasi un'intera settimana di vacanza, prima che tu torni al lavoro."fece notare Annie.
"Che ti frulla in questa testolina, signorina Walker?" le domandò accarezzandole i capelli.
"Niente..." rispose Annie in modo evasivo, modo che non convinse Auggie.
"Ti conosco abbastanza bene da sapere che il tuo niente equivale a molto." ribatté l'uomo.
"Pensi che dovremmo parlare con Ryan? Di noi, della nostra situazione, intendo. Mi sento un po' in colpa nei suoi confronti. So che non dovrei, ma... In fondo mi spiace molto per lui."
"Se pensi che sia giusto, possiamo farlo. Magari chiediamo a Justin quando e come farlo."
"Ok" Annie annuì poi trasse un profondo respiro.
"Che altro c'è Walker?"
"Niente."
"Niente?" le fece eco Auggie, con tono interrogativo.
"Ecco... So che avrei dovuto dirtelo prima, ma... Ho promesso a tua madre che saremmo andati a trovarli appena possibile."
"Annie!" sbottò Auggie.
"Lo so, hai ragione... ma più aspettiamo più sarà complicato per me fare lunghi viaggi... sai, il pancione..."
"Possiamo anche rimandare."
"Rimandare? Auggie, tesoro, una volta che nostro figlio sarà nato, potremmo non avere più tempo nemmeno per dormire! E poi ti immagini viaggiare con un bimbo piccolo?" disse con tono mieloso e accondiscendente.
"Non è mai stato facile discutere con te, Annie. Comunque, tu fai sempre di testa tua." ammise Auggie.
"È per questo che mi ami, vero?" ammiccò Annie abbracciandolo per i fianchi.
"Per questo e per altro ancora." le rispose baciandola con delicatezza.
Per il momento lasciò cadere il discorso di andare a Glencoe. Annie sapeva che non era il caso di insistere più di tanto, se voleva ottenere ciò che desiderava. Avevano comunque diversi giorni a disposizione per fare qualcosa insieme.
Quel pomeriggio, sul tardi, ricevettero la visita inaspettata di Joan. Annie la fece accomodare nel salotto e preparò del tè. Chiacchierarono per un po' come vecchie amiche, della gravidanza e della salute di Annie, di come avessero trascorso il Natale, della famiglia.
"Non penso tu sia venuta solo per fare due chiacchiere, Joan." chiese Auggie, seduto sul bracciolo del divano, di fianco ad Annie.
"No, in effetti no." rispose Joan guardando Annie. "Sto cercando di organizzare una sezione, all'interno della Task Force, che mi permetta di essere autonoma nella gestione delle intercettazioni e delle loro traduzioni, senza dover ricorrere agli interpreti dell'Agenzia. Vorrei rendere totalmente indipendente la mia squadra operativa. Annie, te la sentiresti di tornare a lavorare per me? Abbiamo bisogno di una brava interprete e traduttrice e tu parli fluentemente almeno sei lingue. Ci sono alcuni file che andrebbero tradotti, senza fretta ma quanto prima..."
"Joan non credo sia una buona idea far tornare..." cominciò Auggie.
"Sì, va bene!" intervenne Annie. "Auggie voglio tornare al lavoro, voglio fare qualcosa. È una noia mortale stare in casa tutto il giorno."
"Annie, non credo sia una buona idea. Non ti devi affaticare."
"Auggie starà tutto il tempo dietro una scrivania, non sarà certo pericoloso." disse Joan.
"Oh, ti prego Auggie!" supplicò Annie.
"Inizialmente potrebbe usare una scrivania nel tuo ufficio." continuò Joan. "Così potrai tenerla sotto controllo."
"Sarebbe fantastico, Joan." ribatté Annie.
"Bene, vedo che è inutile combattere con due donne coalizzate." sorrise Auggie. "Vada per la scrivania nel mio ufficio."
"Poi, col tempo, potrebbe anche essere lei stessa a gestire l'intera sezione di linguisti così avrebbe più tempo libero per la famiglia. Potrebbe anche lavorare da casa, se necessario."
"Qualunque cosa, pur di lavorare." disse con trasporto Annie.
Auggie pensò che questa poteva essere davvero una buona soluzione, anche a lunga scadenza, per entrambi. Annie sarebbe stata abbastanza occupata da non annoiarsi, sentendosi utile, e, al contempo, lui non avrebbe dovuto preoccuparsi più di tanto per lei, soprattutto se avesse lavorato sempre in ufficio, senza tornare sul campo.
Annie, in cuor suo, era felice dell'opportunità che le veniva offerta.
"Quando posso cominciare?" domandò a Joan.
"Direi dal prossimo Lunedì. Fino ad allora, siete entrambi in vacanza." rispose Joan alzandosi e dirigendosi alla porta d'ingresso, seguita sia da Annie che da Auggie.
"Grazie di tutto, Joan." disse Annie stringendole la mano.
"È un piacere riaverti al lavoro con noi." le rispose Joan sorridendole affettuosamente. "Godetevi questi ultimi giorni di riposo."
Quando Joan se ne fu andata, Annie guardò Auggie.
"Allora? che ne pensi?"
"Potrebbe funzionare."
"Funzionerà. Ho voglia di tornare al lavoro, ne ho bisogno. Non ne posso più di stare chiusa in casa tutto il giorno. Almeno nel deserto..." Annie lasciò cadere il discorso.
"Almeno nel deserto?" chiese Auggie, alzando un sopracciglio.
"Almeno nel deserto avevo sempre qualcosa da fare. Khennuj mi dava sempre qualche piccolo incarico, quindi avevo qualcosa con cui far passare il tempo senza sentirmi di peso. Non sono abituata a stare ferma, Auggie. Non sono mai stata capace di farlo."
"Lo so, Walker." le disse prendendole la mano e portandosela alle labbra. "Hai ragione. Farà bene ad entrambi questo piccolo cambiamento. E poi ti avrò vicina, così potrò tenerti d'occhio... si fa per dire!" scherzò strizzandole l'occhio.
"Allora, signor Anderson, che ne dici di approfittare di questi giorni per fare un breve viaggio? Dopo potremmo rimpiangere di non averlo fatto."
"Accidenti Annie, sei peggio di un mastino. Quando mordi l'osso, non molli proprio, vero?" la voce di Auggie era seria e profonda.
"Lo sai che ti amo..."
"Non cambiare discorso!" l'ammonì lui.
Ci fu qualche minuto di silenzio, poi Annie azzardò: "Allora, cos'hai deciso?"
"Ne possiamo parlare domani?"
"Sì, certo. Ma non dobbiamo andare per forza a Glencoe. Ci sono tanti altri posti da vedere. Mi basta essere insieme a te."
Auggie non le rispose, annuì semplicemente, poi si diresse allo studio chiudendosi la porta alle spalle. Annie capì che aveva bisogno di stare solo in quel momento. Sapeva che per lui, rivedere tutta la famiglia, richiedeva uno sforzo enorme e non voleva forzare la mano. Preparò una cena leggera a base di verdure e legumi stufati, come le aveva insegnato Khennuj, uno dei pochi piatti che aveva imparato a cucinare in modo soddisfacente.
Dopo cena, Annie sistemò la cucina poi prese un libro e si diresse in salotto. Si stese sul tappeto, davanti al camino acceso, con la sua tazza di tè bollente. Era talmente assorta nella lettura che non si accorse che Auggie era entrato nella stanza finché non si sedette accanto a lei: allora chiuse il libro, prese il plaid dal divano e si mise a sedere davanti a lui, appoggiandosi al suo petto e avvolgendosi la coperta sulle gambe. Rimasero in silenzio. In quei momenti di intima vicinanza, non avevano bisogno di parole, ma solo del contatto fisico reciproco. Era una sensazione di pace interiore per entrambi. In questi momenti, che stavano diventando una piacevole routine, la loro mente era libera di seguire i loro pensieri. Annie, pian piano, dava ordine ai propri ricordi; Auggie dava ordine agli avvenimenti della giornata, soprattutto se, al lavoro, aveva dovuto seguire più di un caso. E, in quel periodo, ciò che più lo impensieriva, era capire se c'erano altri infiltrati nell'agenzia di Ryan e cercare di catturare tutti coloro che erano coinvolti con Dimitri Diachkov. Non voleva correre il rischio di eventuali ritorsioni, erano già passati in una situazione molto simile quando Belenko aveva fatto uccidere quasi tutti gli uomini della sua squadra a Tikrit.
Con gli occhi chiusi, appoggiato al divano, si era assopito di quel sonno non profondo ma che può essere pieno di sogni. Nella sua mente si affollavano i ricordi e, fra i tanti ricordi, uno in particolare stava riemergendo, quasi prepotente.
Stava frequentando il primo anno di college ed era tornato a casa per le vacanze di Natale. Entrando in cucina, vide la madre seduta a terra con le braccia attorno alle ginocchia e gli occhi lucidi.
"Mamma..."
"Auggie! Sei già qui? Non ti aspettavo prima di stasera." rispose la donna asciugandosi gli occhi. Il ragazzo si chinò premuroso accanto a lei.
"Mamma, stai bene?"
"Sì, ragazzo mio. Sto solo invecchiando e a volte mi faccio prendere dalla malinconia."
"Tu non stai invecchiando, mamma. Sei ancora una splendida ragazza." scherzò.
"Adulatore. Ti va un tè?"
"Ho cominciato a bere caffè, ormai."
"Vada per il caffè. Ne ho preparato da poco, deve essere ancora caldo."
"Ci penso io, mamma." le disse aiutandola ad alzarsi.
Si sedettero in cucina con le loro tazze di caffè fumante e dei biscotti. Rimasero in silenzio per un po', poi la donna sorrise tra sé e sé. Auggie la guardò un po' perplesso.
"Mamma?"
"Pensavo... hai cominciato a bere caffè alla mia stessa età."
Sorseggiarono il loro caffè, con calma e in silenzio.
"L'anno dopo che nascesti, rimasi incinta un'altra volta. Io e tuo padre volevamo una bambina. Non ero molto convinta di avere un altro figlio, eravate già cinque. Ma l'idea di avere una femmina..." disse Dorothy all'improvviso, poi fece una pausa, respirando profondamente.
Auggie rimase in silenzio, ascoltando attentamente la madre.
"Tutto proseguiva per il meglio, non avevo avuto nemmeno tanta nausea nei primi mesi." la donna fece un'altra pausa, quasi a voler raccogliere i propri pensieri, come se fosse incerta se continuare o meno.
"Che è successo poi, mamma?" la incoraggiò il figlio.
"Era andato tutto bene, Auggie. Tutto bene fino al momento del parto." la donna parlava con le lacrime agli occhi, le mani quasi livide per la forza con cui stringevano la tazza. "È stato un parto difficile. Ero in travaglio da quasi 18 ore quando finalmente si sono decisi a farmi il cesareo, ma ormai era tardi... il cordone ombelicale aveva soffocato il mio bambino."
Auggie prese le mani della madre.
"Era una bambina, August. La femmina che tanto avevamo desiderato... La nostra Rose, come era venuta, se ne era andata..."
"Non sapevo niente di tutto questo, mamma."
"Oh, Auggie, tesoro, come potresti ricordare?Non avevi ancora due anni quando è successo. Nemmeno i tuoi fratelli ne hanno memoria. Eravate ancora così piccoli."
"Se mai avrò una figlia la chiamerò Rose, mamma. Te lo prometto."
"August Anderson, è un po' prematuro non credi? E se tua moglie fosse contraria?"
"Se mai avrò una moglie, mamma, quando saprà perché vorrò chiamare mia figlia Rose, non si opporrà di certo."
Gli era sembrato tutto così reale, così vivo. Poteva vedere la madre, ancora giovane. Nel dormiveglia, si ritrovò al buio, quindi spalancò gli occhi all'improvviso, come se la sua cecità fosse stata solo un'illusione, per scoprire che era cieco davvero. C'erano momenti che gli sembrava impossibile non poter più vedere. I suoi movimenti repentini misero Annie in allarme.
"Auggie..." chiamò sottovoce.
"Sto bene. Stavo solo sognando. Credo..."
"Vuoi parlarne?"
"No, non stasera." rispose scuotendo leggermente la testa.
"Sarà meglio andare a letto." gli disse dolcemente. "Il fuoco è quasi spento e un materasso è sicuramente più comodo del pavimento per dormire."
Una volta a letto, Auggie rimase sveglio a lungo ripensando a quel ricordo improvvisamente così vivido. Ripeteva silenziosamente, nella propria mente, il nome di Rose, quasi fosse una preghiera. Perché ricordare proprio ora quel fatto, rimasto nell'oblio per così tanti anni? Si ripromise di parlarne con Annie, l'indomani mattina e così fece.
Davanti ad una tazza di caffè, seduti in cucina, Auggie raccontò con calma quel suo ricordo a Annie.
"Non so perché mi sia tornato in mente solo ora quel fatto. Sono passati così tanti anni da allora."
"Dunque, se mai avremo una bambina, vorresti chiamarla Rose?" gli chiese. sorridendo.
"Non so, Walker. Lo avevo promesso a mia madre, ma poi chissà se lo ricorda ancora. Comunque dovremmo decidere insieme, non credi? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi."
"Rose Anderson... Non suona male..."
