"Aiutatemi a togliergli questi vestiti."

Raffaello lo teneva, Leonardo gli ha sfilato la maglia. Michelangelo gli ha tolto i pantaloni, poi ha iniziato a ispezionargli la testa. Niente, non ha trovato niente. Nessun livido, o gonfiore. Ma non voleva dire che non ci fosse un danno interno, giusto?

"Qui non vedo niente."

Michelangelo si è girato verso i fratelli. Loro non lo guardavano. Osservavano invece con occhi larghi come pugni e volti sbiancati in un verdognolo grigio, il corpo privo di sensi sdraiato sul lettino.

"Ma che cosa… ma lui…" Raffaello balbettava, ha guardato Leonardo che ha ricambiato con lo stesso sgomento; poi è tornato con gli occhi su Donatello, e gli ha passato una mano sul ginocchio, spigoloso e sporgente. Cosa diavolo aveva combinato questo perfetto imbecille per combinarsi in questo modo? Perché era così magro?

Magro, magro non rendeva l'idea. La pelle era tesa sulle ossa, i tendini si mostravano come in un'illustrazione di un libro d'anatomia, si poteva perfino vedere il solco tra i muscoli e le giunture risaltavano come gli snodi delle tubature.

"Oh Dio Santissimo." Raffaello si è buttato sulla sedia accanto al lettino, improvvisamente talmente stanco da non riuscire a stare in piedi.

Maledizione fratello. Cosa ti sei fatto?

Raffaello si è odiato, si è disprezzato. Si sentiva nauseato della propria inettitudine. Lacerato dal senso di colpa. Da mesi andava a trovare suo fratello, per cercare di tirarlo su, per convincerlo a tornare a vivere, o almeno a provarci, e non si era accorto di questo? Gli faceva la spesa, gli portava del cibo… forse non bastava? Ripensandoci, avrebbe dovuto controllare le sue dispense… Il fratello spesso gli gridava dietro che non gli serviva niente, di riportarsi via tutta la roba, e lui a volte trovava dopo giorni il sacchetto della spesa sul tavolo, dove lo aveva lasciato, non toccato. Donnie non si curava più di niente, questo gli era ben chiaro, ma non aveva capito che si stesse lasciando morire di fame...

Se quel bastardo non gli avesse fottuto un occhio, lui non si sarebbe accorto di niente. Donnie stava buttando la sua vita nel cesso e lui non lo sapeva. Un giorno sarebbe andato in quella dannata casa colonica e l'avrebbe trovato stecchito, coperto di mosche…

Ha sentito un brivido corrergli sotto il guscio. Ha stretto gli occhi con rabbia.

Dannato stupido, egoista, come poteva farsi questo e non pensare a loro? Raffaello si sentiva salire il sangue alla testa. Ha stretto i pugni tremanti di collera. Ancora, dopo tanti anni, soffriva fortemente la mancanza del padre. Non si era ripreso dalla perdita di April, alla quale voleva un bene dell'anima, l'unica amica umana che avesse mai avuto, la sorella che aveva sempre desiderato. E questo cretino adesso voleva aggiungere altro dolore al suo cuore? Non pensava cosa avrebbe significato, per lui, la sua morte? Perché, perché non lo capiva? Perché, lui che era un genio, non comprendeva qualcosa di così semplice? Che la vita non è solo la nostra, ma anche di chi ci vuole bene?

Raffaello ha guardato sconfortato Leo e Mikey che si affaccendavano intorno al macilento corpo disteso sul lettino, consultandosi sul da farsi. Michelangelo porgeva una farfallina per l'ago della flebo a Leo, poi sistemava una bottiglietta di vetro sulla piantana, mentre Leonardo cercava una vena. Avevano deciso di somministrargli una soluzione glucosata, che Donnie si era fatto portare giorni prima insieme alle altre forniture mediche.

Donatello ha ripreso i sensi proprio mentre il fratello gli inseriva l'ago nel dorso della mano. Ha girato la testa a guardare, stordito, ma non si è ritirato. Inconsciamente il suo cervello sapeva che se Leonardo faceva qualcosa, per lui andava bene.

"Donnie? Come ti senti?"

Il viso preoccupato di Michelangelo lo sovrastava. C'è voluto qualche secondo per capire dove fosse. Ha ricordato. Erano in cucina, poi Leonardo l'ha spinto, lui è caduto all'indietro. Gli faceva male la testa. Aveva sbattuto?

"Mhm, sto bene." Ha fatto per alzarsi e mettersi a sedere ma Leonardo l'ha riportato giù. Stava ancora fissando il tubicino della flebo con del cerotto.

Ha alzato gli occhi per vedere cosa gli stessero riversando nelle vene. Glucosata. Giusto. Probabilmente era stata la debolezza a buttarlo giù, più che la ridicola spinta del fratello.

Michelangelo gli ha preso il mento e l'ha costretto a girarsi verso di lui.

"Come ti chiami? Che giorno è oggi?"

Donatello gli ha scostato la mano, infastidito. "Sto bene, Mikey. Non ho un trauma cranico."

Non ne era del tutto sicuro. Aveva mal di testa. Ma non si sentiva molto confuso. Ha provato a fissare un punto. La visione non era sdoppiata. Niente gusti strani in bocca. Ha mosso braccia e gambe, tutto ok.

Si è accorto di essere nudo.

Lo sguardo è scattato verso i fratelli. Lo stavano fissando tutti e tre. Improvvisamente si è sentito invadere da una profonda vergogna. Non voleva essere visto così. Non da loro. Perché lo avevano spogliato? Come si erano permessi? Stava iniziando a farsi prendere nuovamente dalla rabbia, e tutt'ad un tratto ha ricordato il furore che l'aveva preso prima, contro suo fratello Leo, quando gli era balzato al collo.

Leonardo adesso si era seduto nell'altra sedia accanto al lettino, alla sua sinistra. Donatello l'ha guardato, infuriato. I suoi occhi nocciola a cercare quelli blu.

E quando li ha trovati, è stato un colpo di frusta all'anima. Gli occhi mare, grandi, umidi, tremanti, riflettevano tutto il dolore del mondo. Vi si leggeva dentro, inciso chiaramente, il senso di colpa e di impotenza che stava tormentando il fratello maggiore. La rabbia di Donatello si è dissolta, scivolata via come sabbia tra le mani. Suo fratello gli voleva bene, ed adesso stava soffrendo a vedere come lui si era ridotto. Lo stesso sguardo che aveva letto qualche giorno fa negli occhi di Michelangelo. Ma questo in più aveva da consapevolezza del dolore.

Leonardo sapeva quello che il fratello stava passando. Poteva immaginare cosa avrebbe provato lui a perdere Karai. Adesso che Donatello si era ripreso e lo guardava, prima con rabbia, ora con un'espressione impenetrabile, Leonardo ha deciso. Sarebbe restato accanto a suo fratello, l'avrebbe aiutato ad uscire da questo tunnel scuro, sperando che non fosse troppo tardi. Sarebbe stato al suo fianco, lo volesse o meno, per tutto il tempo necessario. Anche a costo di stare lontano da sua moglie e sua figlia. Avrebbe chiamato subito Karai, e gliel'avrebbe detto. Sperava di non ferirla, e che lei capisse subito. D'altronde lei l'aveva sempre capito.

"A che pensi?"

Lei si era svegliata e si era accorta che lui non dormiva, ma stava disteso sul guscio, mani incrociate dietro la testa, a fissare il soffitto. Anche nella lieve luminescenza lunare che entrava dalle tende di raso, lei aveva potuto vedere la sua espressione triste.

Leonardo si è girato a guardarla. Le ha sorriso. Poi ha tolto una mano da dietro la sua testa e l'ha allungata verso di lei, ad accarezzarle il volto. Lei ha piegato il viso verso la mano di lui, ed ha chiuso per un attimo gli occhi dorati.

Leonardo ancora una volta è rimasto incantato, stupito, turbato dalla bellezza di lei. Una bellezza strana, non classica. Lineamenti lievemente irregolari, che senza il trucco appariscente che solitamente portava le facevano risaltare le caratteristiche asiatiche. A volte sembrava una bambina. A volte più vecchia dei trent'anni che aveva. Se la prima volta che l'aveva vista, tra i tetti, acerba adolescente, magra e minuta, con quella pettinatura assurda, l'aveva considerata bella, adesso la trovava stupenda. Non più bocciolo ma rosa, splendida nella delicatezza vellutata dei suoi petali come nell'acuminata durezza delle sue spine.

Con le dita le ha accarezzato i lunghi capelli neri.

"A niente."

"Pensi alla missione di domani?"

"Sì."

"Bugiardo."

Adesso lei gli aveva preso la mano nella sua, e l'aveva avvicinata alla bocca, per baciarla piano.

Lei sapeva quando lui mentiva, lo capiva dall'inflessione della sua voce. Aveva sempre saputo quando lui diceva il vero e quando no. E lui, se le mentiva, lo faceva solo per proteggerla. O per non riversarle addosso la malinconia che portava nel cuore. Solo una volta, da ragazzi, da nemici, lui l'aveva ingannata; aveva approfittato della sua proposta di un accordo contro i Kraang per tendere una trappola a Shredder. Lei ne aveva sofferto a lungo, non riuscendo a spiegarsi il perché, vergognandosi delle sue stupide lacrime contro il cuscino. Solamente dopo, ha capito il perché. Ha capito che non era stato il fallimento a bruciare, ma il tradimento di lui.

Ha allungato anche lei la mano, a sfiorargli il bicipite tornito.

"Stai pensando ai tuoi fratelli."

Lui ha sorriso di nuovo. Lei gli leggeva dentro come un libro aperto.

"Sì."

"C'è qualcosa che ti preoccupa?"

"No. E' solo che mi mancano, tutto qui. E non posso fare a meno di chiedermi che cosa stiano facendo a quest'ora, se non si stanno cacciando nei casini."

"A quest'ora sono a casa a fare pratica, a New York è mezzogiorno."

"Lo sai cosa intendo."

"Lo so."

Lei gli si è avvicinata, ha messo una gamba tra le sue, ha posato la testa sulla sua spalla, col mento poggiato sul bordo del piastrone. Con gli occhi chiusi, sentiva l'odore di lui. Muschiato, morbido. Non era l'odore degli esseri umani. Raccontava storie di forze primordiali e selvagge. Amava questo odore. Amava tutto di lui. Dal colore della sua pelle alla luce dei suoi occhi. Dalla forza delle sue dita all'ultimo disegno dei suoi scuti. E pensare che quando si era accorta di essere innamorata di lui, tanti anni fa, si era stupita di provare questo sentimento per un mutante: adesso al ricordo sentiva una profonda vergogna di sé stessa. La durezza d'animo ed i pregiudizi che gli erano stati inculcati dall'uomo crudele che credeva suo padre, l'avevano fatta inquietare al pensiero di amare un "mostro". Come se fosse un atto immondo, contro natura.

Poi, aveva imparato a distinguere quali fossero i veri mostri. Ed il suo cuore si era sentito finalmente libero di riversare il suo desiderio su questa creatura forte e stupenda. Adesso, quando lo guardava allenasi, quando l'acqua della doccia seguiva le sue forme, quando lo stringeva a sé, non poteva fare a meno di considerare quanto fosse fortunata ad avere al suo fianco un essere così perfetto, così umanamente bello, così selvaggiamente affascinante.

Che aveva lasciato tutto, per lei. Che presto, se tutto fosse andato bene, le avrebbe dato un figlio. Non c'era niente che desiderasse di più al mondo, che dare alla luce il frutto del suo amore, il figlio del suo Leonardo, della sua vita.

Ma a volte, lei si sentiva in colpa. Quando, come adesso, scovava la nostalgia in quei profondi occhi blu, lei si sentiva stringere il cuore. Sapeva quanto Leonardo aveva sacrificato, per essere con lei. Sapeva del rapporto forte e speciale che lui aveva con i suoi fratelli, e come lui si sentisse il loro protettore.

"Leonardo, te l'ho detto sempre, se-"

"No." Lui l'ha interrotta, sapeva cosa lei volesse dirgli. "Il mio posto è qui, con te."

Ha avvicinato la bocca alla fronte di lei, e l'ha baciata.

"Ti amo, Karai."

Lei ha alzato la testa, l'ha guardato negli occhi, poi ha avvicinato la sua bocca a quella di lui, baciandolo piano. Lui ha portato l'altro suo braccio a cingerle i fianchi, sotto la nera camicia di seta.

Lei gli si è stretta ancora, poi gli è salita di sopra, sdraiata sul suo forte piastrone, ed ha cercato nuovamente la sua bocca, con più forza, mentre con una mano gli cingeva il forte collo. Assaporava il gusto buono della sua bocca, cercava la lingua di lui, succhiava il suo sapore, respirava la sua aria, sempre più desiderosa della sua pelle, del suo respiro.

Si è staccata a riprendere fiato, l'ha guardato ancora negli occhi.

"Ti amo, Leonardo."

Gli si è seduta di sopra, a cavalcioni, ed è scesa a baciarlo di nuovo, con vigore. Lo teneva stretto, sulle spalle, lo stringeva fino a lasciare i segni sulla pelle verde; la bocca a mordere piano i contorni di quella di lui, poi a mordere le sue guance , il suo mento, il suo collo. A mordere la sua spalla, appena un po' più forte, fino a quando lui ha sussultato per il lievissimo e piacevole dolore.

Sempre più presa dalla voglia di lui, che le saliva dentro, bruciante, ancora una volta, ancora dopo tanti anni, la voglia di averlo, con forza, con ardore, con violenza. Lo strofinava, lo stringeva, sempre più forte; si avvinghiava a lui, aveva afferrato i suoi polsi, e li teneva fermi contro la testata del letto, sotto di lei, suo, completamente suo.

E lui si faceva guidare, si sottometteva alla forza effimera di lei che avrebbe potuto bloccare in qualsiasi momento, cedeva alle sua deliziosa aggressività, si assoggettava alla sua passione brutale, pensando, divertito, che i segni che le avrebbe lasciato lei questa notte sarebbero stati più visibili di quelli dello scontro che aveva avuto l'altro giorno con tutti quei mercenari; e mentre lei gli piantava le unghie nelle braccia, ed era scesa con l'inguine sul suo, lui era già nel pieno della sua eccitazione, ed aveva iniziato ad ansimare piano, travolto dal piacere che cresceva impetuoso, scorreva ad ondate dal lieve pizzicore delle braccia lungo tutto il corpo fino alle gambe, per infiammarsi dentro il corpo di lei, sinuoso, caldo, dolce, forte.

Sei mio, Leonardo.

Sei mia, Karai.