Seduto sul gradino della fossa nella sala centrale, ha appoggiato sconfitto ed esausto la testa sull'ampio cuscino.

Aveva litigato prima con Raph, poi con Mikey, ed infine con Leo . Non li sopportava più. Non voleva più essere lì, voleva tornare a casa sua. Ma non sarebbe potuto tornare da solo, e loro si erano rifiutati di accompagnarlo. In questo momento li odiava. Come si permettevano di intromettersi così nella sua vita. Come osavano tenerlo qui contro la sua volontà. Aveva valutato l'idea di andarsene a piedi, aspettando il favore della notte, anche se ci sarebbero volute molte ore di cammino; ma si sentiva debole, nonostante dopo la flebo avesse bevuto un succo di frutta. Non aveva avuto voglia di mangiare. E da qui il primo litigio con Raph, che aveva minacciato di nutrirlo con un imbuto, urlando come un dannato; Mikey e Leo avevano dovuto tenerlo in due.

Avevano discusso per ore. Erano fissati che lui si volesse suicidare lasciandosi morire di fame.

Idioti. Se avesse voluto uccidersi l'avrebbe fatto da tempo. E poi non era vero che non assumesse cibo. Aveva perfino mangiato un sandwich, due giorni fa. Ma loro si erano messi a giocare al ruolo di fratelli protettori. Adesso. Come se tutt'ad un tratto fosse cambiato qualcosa. Come se dall'oggi al domani avessero deciso insieme che la vita dovesse fargli meno schifo.

L'avevano assalito a turno, con le buone, e con le cattive. Non l'avevano sfiorato con un dito, però, neanche Raph. Come se fosse fatto di cristallo. Si erano limitati a parlare, e parlare, e parlare; a nausea.

Mikey aveva giurato di non toccare cibo neanche lui finché non avesse mangiato qualcosa. Bene. Sarebbe dimagrito qualche chilo, stava ingrassando troppo. Leo aveva promesso che non sarebbe tornato in Giappone fino a che lui non fosse ritornato "normale". Che cazzo avesse in testa per normale, solo lui lo sapeva. Non c'era niente di normale, in loro. Non c'era mai stato.

Raph, poi, aveva minacciato di non lasciarlo solo un momento. E così aveva fatto. L'aveva seguito pure in bagno quando era andato a pisciare. Se non fosse stato così incazzato avrebbe trovato tutta questa situazione ridicola. Anche adesso, mentre il fratello leggeva una rivista di automobili, seduto sul gradino a qualche piede da lui, con la coda dell'occhio non lo perdeva di vista un secondo. Ridicolo.

Si è lisciato con le mani il tessuto dei pantaloni. Aveva preteso che gli ritornassero i suoi vestiti, nonostante le proteste di Michelangelo che li voleva almeno lavare. Sai quanto gliene fregava a lui che non fossero puliti: adesso, si sentiva più a suo agio. Capiva finalmente perché gli umani indossassero sempre dei vestiti, anche quando faceva caldo. Era un modo per separare il proprio corpo dal resto del mondo, per chiudersi al sicuro.

Era bello, stare chiusi, solo con sé stessi. Lui invece adesso si sentiva troppo esposto, in quella sala con i suoi fratelli intorno. Gli davano fastidio, stava valutando se tornare nuovamente in camera sua, ma non voleva dare inizio ad un'altra discussione. Era troppo stanco. Era stanco di tutto. Stanco, stanco…

Ha guardato la katana che Leonardo stava lucidando, seduto sul bordo della piccola piscina. La lama rifletteva le luci artificiali che illuminavano il grande ambiente. Il panno nel suo scorrere avanti ed indietro mostrava e celava il freddo barlume del neon. La linea della shinogi brillava. L'affilatura della ha risplendeva. Riluceva di rosse promesse, riverberi preannuncianti pace, bagliori di liberazione. Ammiccava accordi di sanguinoso sollievo. Con la giusta pressione la kissaki sarebbe scivolata attraverso il piastrone come un coltello nel burro… Trafiggendo il cuore, l'agonia sarebbe stata breve, e poi più niente, niente…

Donatello si è scosso da questa idea stringendo una mano sugli occhi. Ancora una volta, questi pensieri. Si affacciavano nella sua testa sempre più di frequente. Non l'avrebbe mai fatto. Ma pensarci era… rilassante. Piacevole. Ma non l'avrebbe mai fatto. No.

No?

Ha guardato in faccia Leonardo, improvvisamente desiderando di incontrare i suoi occhi. Ma questi erano intenti al lavoro sulla katana. Suo fratello maggiore aveva un'espressione calma, ma triste. Il lato della bocca presentava un piccolo taglio coagulato, ed era un po' gonfio; una tumefazione viola correva lungo parte della guancia. Donatello si è accigliato, stupito. Aveva visto da un po' un segno sul volto del fratello, ma il suo cervello scosso non ci aveva fatto caso. Come si era ferito Leo? Possibile che l'avesse colpito lui? Ricordava di esserglisi rivolto contro, ma non di averlo colpito…

"Cos'hai fatto alla faccia?"

Leonardo ha sollevato la testa, ha fatto spallucce e guardato Michelangelo. Michelangelo ha alzato lo sguardo dal libro che stava leggendo, per poi riabbassarlo subito, imbarazzato.

"Chiedilo a Mikey." Gli occhi del blu son tornati alla katana.

Donatello si è accigliato ancora di più. Stava capendo bene? Mikey aveva colpito Leo? No, non era possibile… Per quale motivo?

La consapevolezza l'ha fulminato, tutto d'un colpo. Mikey l'aveva difeso… Ancora una volta, una fastidiosa sensazione gli ha aggrovigliato le viscere.

Michelangelo ha sospirato, ha messo il segnalibro nella pagina che stava leggendo, ha chiuso il libro e l'ha poggiato accanto a sé. Ha fissato Leonardo, serio.

"Mi dispiace, Leo."

Leonardo ha alzato nuovamente gli occhi dalla katana, l'ha guardato, ha guardato per un attimo Donatello, e poi è tornato a rivolgersi a Michelangelo, sorridendo triste.

"No, Mikey, avevi ragione. Me lo sono meritato."

Anche Michelangelo ha osservato un attimo Donatello, poi ha rivolto a Leonardo uno di quei sorrisi che sapevano girare, da sempre, la giornata verso una tonalità più calda, più serena. Il suo sorriso fanciullo, sornione, luminoso. Il sorriso bambino sul suo viso lentigginoso che sapeva attirare tutti i cuori dalla sua parte, che riusciva a cambiare l'umore delle persone intorno a lui carpendo un barlume di serenità anche nello sconforto.

"Certo che avevo ragione. E quando ne vuoi un altro io sono qui."

Leonardo ha posato la katana accanto a sé, facendosi scappare una risatina ed incrociando le braccia.

"Adesso non esagerare, piccoletto."

"Piccoletto? Leo, sono più alto e forte di te."

"Alto sì. Forte, è da vedere. In ogni caso io resto sempre il più abile."

Adesso Michelangelo si è alzato in piedi, ridacchiando e piegando la testa di lato.

"Lo eri, fratellone, lo eri. I tempi cambiano."

"Ah, sì?" Anche Leonardo si è alzato in piedi, portando le mani sui fianchi. "Ti ho detto di non esagerare. Non costringermi a darti una lezione, piccoletto." La voce era dura, ma gli occhi ridevano.

"Ah ah! Vorrei proprio vedere! Non costringermi tu a rimandarti da Karai un po' meno bello, lei non ne sarebbe contenta, uh."

Raffaello aveva posato la rivista e guardava divertito la scena.

"L'hai voluto tu."Leonardo ha piegato il collo da una parte e dall'altra in modo teatrale, poi ha lanciato al fratello minore un ghigno storto. "Dopo di te."

Si è inchinato indicando il dojo.

Michelangelo ha annuito, si è scrocchiato le dita delle mani a pugno, ed ha fatto strada.

Raffaello si è rivolto a Donatello, e gli ha indicato i fratelli con un cenno del capo.

Perché no. Donatello si è alzato pigramente ed ha seguito i fratelli. Non voleva altre discussioni con Raph che sicuramente aveva intenzione di assistere alla scena ma non l'avrebbe lasciato da solo.

Mentre due tartarughe si sedevano con il guscio al muro, al centro del dojo altre due tartarughe si fronteggiavano, in attesa.

Dalla grata, la luce del tramonto filtrava debole, morbida, rosata. Particelle di polvere danzavano nei raggi, tra i rami del grande albero che, svigorito e malato, aveva visto giorni migliori. Un giallo morboso colpiva le foglie; alcune di loro, definitivamente stanche di questa vita, ricoprivano in parte i logori tappeti sul pavimento, venendo schiacciate dai piedi dei due contendenti che adesso si stavano inchinando piano l'uno all'altro.

Raffaello ha iniziato a giocherellare con uno dei suoi sai, pregustando lo scontro che si preannunciava ad altissimi livelli. Sapeva di avere davanti ai suoi occhi due dei tre migliori ninja al mondo. Il terzo era lui, naturalmente.

Leonardo, era sempre stato il migliore. Perfetto, sotto ogni punto di vista. Fin da ragazzo, anzi no, fin da bambino, era il più abile di loro. In una lotta leale con lui, non c'era mai stata storia, per nessuno di loro. Per nessun nemico. Adesso era sicuramente il primo maestro di ninjutsu al mondo. Decenni di pratica maniacale, uniti ad costante lavoro di controllo della mente, l'avevano portato ad un tale livello di destrezza che non avrebbe avuto eguali per molti anni a venire.

Michelangelo, da parte sua, con gli anni era migliorato sempre più. Se da bambino e ragazzo era il più basso e piccolo, alla fine dell'adolescenza aveva superato Leonardo in altezza e massa muscolare. E quello che non raggiungeva con l'allenamento, che per lui era sempre un'attività alla quale non concedeva più attenzione che ai suoi fumetti, compensava con la sua eccezionale velocità e con il suo talento innato. Lui era nato ninja. Ciò che i fratelli raggiungevano dopo settimane o mesi di pratica, lui lo eseguiva come se fosse un movimento spontaneo. Lui non studiava il ninjutsu, lui era il ninjutsu.

D'altronde, era stato lui ad uccidere Shredder.

Se fino a qualche anno fa l'esito dello scontro sarebbe stato scontato a favore del leader in blu, adesso Raffaello non ne sarebbe stato più così sicuro. Lui si allenava ancora tutti i giorni con Mikey. E se Mikey prestava attenzione allo scontro e voleva vincere, beh, molto probabilmente vinceva.

Portando una gamba leggermente indietro, Michelangelo ha roteato veloce le braccia, fino ad averle tese una verso dietro ed una verso avanti, dita in fuori, parallele allo sguardo che da ridente era diventato serio e concentrato.

Leonardo ha allargato le braccia piano a volo di gabbiano mentre portava un piede in avanti, e poi si è bloccato, invitando all'attacco, un braccio su ed uno giù ai suoi lati.

Michelangelo è partito all'attacco. Una serie di colpi, velocissimi, diretti al piastrone, che Leonardo ha parato con gli avambracci, per poi tentare un colpo al viso che il fratello mascherato in arancione ha deviato con il taglio del palmo. Michelangelo ha tentato dei diretti verso il viso, e poi giù, verso le cosce; Leonardo li parava tutti, in rapida successione, seguendo come in una danza speculare il tendersi in alto ed il piegarsi in basso del corpo del fratello.

Michelangelo ha ruotato su sé stesso, con un veloce movimento delle gambe, cercando di colpire di ritorno il fratello al fianco; Leonardo ha parato, ruotando anche lui, e poi con un doppio passo all'indietro si è allontanato un attimo dall'attacco martellante. Michelangelo ha fatto due saltelli incrociando le gambe, sorridendo divertito per il punto a favore; si è grattato un attimo sui fori di respirazione ed ha rivolto un altro sguardo concentrato al fratello che adesso, braccio teso davanti a sé, lo invitava all'attacco con il movimento delle dita.

Michelangelo si è lanciato, eseguendo questa volta una serie di calci volanti talmente veloci che l'occhio faticava a seguirli; Leonardo li ha bloccati tutti col colpi secchi delle mani e poi si è abbassato per schivare il calcio rotante diretto alla sua testa.

Donatello si è distratto un attimo a seguire la foglia che staccatasi da un ramo in alto ondeggiava planando verso terra.

La foglia caduta dal giovane alberello ha toccato terra tra i piedini di Michelangelo e Leonardo.

Il maestro Splinter inginocchiato dietro il piccolo Michelangelo gli cingeva le braccia guidandolo verso i giusti movimenti, portando avanti ed indietro più volte le piccole membra mentre con voce calma e tranquilla spiegava al figlio la corretta procedura d'attacco; Leonardo, impaziente, saltellava allegramente sui tappeti dai colori brillanti che ricoprivano il pavimento.

Un'altra serie di calci deviati, fino a che, portando un braccio in avanti, Leonardo non ha poi catturato veloce un piede del fratello contro il suo piastrone, e ruotando velocemente i polsi stretti intorno alla caviglia, non ha costretto il fratello minore ad una torsione, in aria, che l'ha fatto girare su sé stesso prima di atterrare dolorosamente su un fianco, a guardare stupito il fratello.

Michelangelo da terra ha alzato la testa contro il fratello maggiore. Ancora per l'ennesima volta questa sera era stato buttato giù. Era esausto. Anche Leonardo, sopra di lui, ansimava, riprendendo fiato mentre giocherellava con il piede con la foglia caduta dall'albero. Si allenavano da ore, ed il loro Sensei non sembrava intenzionato a concedergli il minimo riposo; si stavano spingendo oltre i loro limiti. Erano tutti scossi e spaventati. Da pochi giorni si erano scontrati per la prima volta con Shredder, rimanendone quasi uccisi.

Michelangelo si è rialzato lentamente, si è rimesso in posizione d'attacco e si è lanciato nuovamente in una serie di calci, ancora più veloci, più forti. Leonardo ha parato un po' con le mani, poi ha iniziato ad agire di gambe anche lui, rispondendo ai calci con i calci.

La lotta si faceva più dura, più violenta; Raffaello ha poggiato accanto a sé il suo sai ed ha incrociato le braccia sul petto, prestando adesso la massima attenzione. Donatello li fissava con un'espressione distante.

Un calcio di Leonardo è arrivato piano sulla parte inferiore del piastrone, Michelangelo ha fatto un balzo indietro, poi è ripartito all'attacco, solo per farsi fermare nuovamente una gamba da Leonardo che, con una torsione del busto ha portato un suo piede dietro a quello del fratello e con una spinta forte a palmo aperto sul piastrone l'ha fatto cadere nuovamente giù. Michelangelo questa volta si è alzato quasi immediatamente con una rotazione in aria delle gambe, è ripartito all'attacco con una serie di calci e pugni, ancora più brutali, i muscoli del viso adesso contratti in un ringhio. Leonardo l'ha buttato ancora giù con un movimento fluido, Michelangelo è atterrato a qualche passo di distanza; Leonardo ha fatto un salto in aria per atterrare con un ginocchio sul guscio del fratello, che si è spostato appena in tempo. Anche il mutante con la maschera blu adesso stava lottando con una grinta ed una violenza inusuali per un allenamento. Sembrava quasi che si stessero fronteggiando due nemici.

Michelangelo ha fatto due capriole per allontanarsi da dove il fratello era atterrato col ginocchio.

April ha fatto una capriola, poi, con una gamba piegata ed una tesa accanto a sé, ha portato nuovamente il tessen in posizione di difesa. I capelli rossi sfuggiti dalla coda di cavallo erano scompigliati intorno alla testa, il petto si alzava e si abbassava ansimando, una goccia di sudore scendeva sul collo. Donatello ha buttato giù il suo bo, e si è seduto a terra, accanto a lei. Per questa volta bastava. Era stanco anche lui. April diventava ogni giorno più brava.

Lei si è rilassata, si è sdraiata sul tappeto, per riprendere fiato, Donatello si è sdraiato anche lui. Lei si è girata su un fianco, verso di lui. Ha preso la foglia lì accanto ed ha iniziato a solleticare piano il lato della testa del mutante. Lui si è voltato, l'ha stretta a sé. Le loro labbra si sono incontrate.

Michelangelo ha attaccato ancora, seguendo sempre meno lo stile, tirando pugni sempre più potenti. Atterrato nuovamente e subito di nuovo in piedi, si è messo in posizione di difesa, un braccio teso davanti a sé, mano leggermente piegata, mentre questa volta attaccava Leonardo. Veloce, preciso. Arrabbiato.

Michelangelo parava e colpiva, parava e colpiva. Veloce, sempre più veloce. Ha sferrato un pugno al volto del fratello, che ha spostato di lato la testa appena in tempo; con l'altra mano l'ha colpito sul piastrone. Il momento di sbandamento di Leonardo è bastato a Michelangelo per sferrare un altro pugno al viso.

Il destro questa volta ha colpito in pieno il volto già livido del fratello, che è caduto all'indietro con un gemito di dolore.

"Ma che diavolo…" Raffaello si è alzato in piedi.

Leonardo si è rialzato, buttandosi di testa contro Michelangelo. Lo scontro era diventato una rissa. Anni di nervosismo represso stavano esplodendo nei due fratelli. Sono caduti entrambi giù, ed hanno iniziato a cercare di colpirsi a vicenda, con pugni, calci, morsi. Raffaello non riusciva a credere ai suoi occhi. E' corso verso di loro.

April era seduta in posizione seiza. I capelli rossi raccolti in uno chignon dal quale partivano due bastoncini scuri ed un rametto fiorito. Due ciocche sfuggite ad incorniciare il viso.

Stupenda, radiosa, nel suo kimono bianco a fiorellini viola. In mano, come un fiore, la foglia gialla caduta dall'albero malato. Si è alzata, si è avvicinata a Donatello, seduto contro il muro.

"Sei bellissima, April."

Lei si è inginocchiata nuovamente davanti a lui, ha abbassato lo sguardo, triste, gli ha accarezzato la gamba scarna, passando lieve la mano sul pantalone sudicio.

Ha alzato i suoi occhi azzurri verso di lui, ha sorriso, gli ha preso una mano e se l'è portata sul volto.

"Donnie…"

Lui ha iniziato a piangere.

"April… Oh, April…"

Lei gli ha accarezzato il viso, ha preso una lacrima tra le sue dita.

"Non essere triste, amore."

Donatello singhiozzava.

"April, mi manchi così tanto."

Dall'altra parte della sala, Raffaello con le braccia tese teneva distanti Michelangelo e Leonardo, afferrandoli uno per il bordo del carapace, l'altro per il collo. Tutti e tre scalciavano e si gridavano insulti; nonostante fosse più forte, Raffaello era ancora indebolito e non avrebbe potuto tenerli ancora per molto.

All'improvviso, ha visto Donatello. Si è bloccato. I due fratelli hanno seguito il suo sguardo e si sono fermati subito anch'essi.

Donatello piangeva, parlava, muoveva le mani a toccare qualcosa d'invisibile davanti a sé.

"Che cazzo fa?" Raffaello ha ringhiato. L'escalation di stranezze del fratello l'avevano ormai portato all'esasperazione.

Leonardo ha guardato con tristezza Michelangelo, che gli ha restituito uno sguardo abbattuto, poi si è passato una mano sul volto. Improvvisamente si sentiva molto stanco, e molto vecchio. "Ha le allucinazioni."

April ha chiuso un attimo gli occhi, mentre premeva la mano di Donatello contro la propria guancia. Poi li ha riaperti, ed erano luminosi zaffiri, luci tristi nell'oscurità che adesso iniziava ad invadere il dojo.

"Devi lasciarmi andare, Donnie…"

Donatello ha iniziato a tremare.

"Non posso, April. Non ce la faccio. Mi manchi tanto, April, mi manchi tanto…"

Singhiozzando, ha chiuso gli occhi tra le lacrime.

Quando li ha riaperti, davanti a lui c'era solo la sala ormai scura del dojo, il vecchio albero malato, ed i suoi fratelli che dall'altra parte della sala lo fissavano impietriti.

Ha abbassato lo sguardo.

Accanto a sé, il sai lasciato da Raffaello.

L'ha preso in mano.

L'ha avvicinato al collo, la punta sul pulsare della giugulare.

I suoi fratelli hanno gridato qualcosa ed hanno iniziato a correre verso di lui.

Un rapido movimento del polso, e tutto sarebbe finito.

(Qualche anno dopo)

Una mano verde ha scacciato la foglia caduta sul legno piantato nel terreno.

I grilli cantavano in lontananza. Il sole stava tramontando, ed una lieve brezza faceva ondeggiare le cime degli alberi, conducendo con sé il delicato profumo dell'erba. La luce tenue ed ambrata gli accarezzava la pelle, portando ancora un piacevole tepore.

Inginocchiato davanti alla tomba, Michelangelo toglieva le erbacce che, crescendo, avrebbero coperto il piccolo legno che fungeva da lapide. Su di esso, non vi era alcun nome.

Nessuna scritta nel marmo, per loro mutanti. Solo un listello di legno, che le intemperie avevano reso scuro, e che recava inciso a fuoco un simbolo rotondo, contenente all'interno una figura pentalobata.

Michelangelo ha sospirato. Una lacrima era scesa lungo la guancia, prima che il dorso della mano la tirasse via. Anni erano passati, ma il dolore si faceva ancora sentire.

La mancanza non si colma, la sofferenza non si esaurisce. Semplicemente, si impara a conviverci.

Si è alzato, si è pulito la terra dalle ginocchiere. Una carezza ancora al legno, come se questo potesse sentirla. E poi ha ripreso la strada verso la casa colonica, lasciando la piccola radura erbosa, ed addentrandosi tra la folta vegetazione del boschetto.

Gli piaceva molto questo posto. Gli piaceva stare all'aria aperta. Gli piaceva il verde degli alberi. Gli piaceva quando le fronde degli arbusti gli solleticavano piano il corpo. Gli piaceva perfino sentire il ronzio degli insetti, piccoli siluri di luce tra i raggi del tramonto. Il suo animo si inebriava, come ogni volta, della spettacolare bellezza impressa in ogni più piccola manifestazione del creato: le grosse mani versi sfioravano le gemme con timore reverenziale, lambivano le volute arabesche dei ramoscelli, gioivano al tocco vellutato delle foglie. Tutti i sensi si immergevano devotamente in quel sacrario silvestre, con lo stesso rapito stupore di quando, tanti anni prima, dalle grate di uno scarico fognario, rubava al pericolosamente affascinante e magnificamente crudele regno della superficie uno sguardo curioso con occhi bambini.

Quando il boschetto si è diramato nel grande prato, li ha visti avvicinarsi, in controluce.

Nell'erba alta, due tremolanti figure scure contro il biondo della vegetazione: una grande, alta,forte. Una piccola, vivace. Si tenevano per mano.

A pochi passi da lui, la figura piccola si è staccata dalla grande, gli si è avvicinata correndo, allargando le braccia.

Michelangelo si è fermato, si è chinato, ha steso anch'egli le braccia, ed ha preso al volo quel piccolo concentrato di gioia; l'ha tirata su, fino al piastrone, e poi ancora più su, tesa contro il cielo.

"Ha chiamato Leo. Sta venendo con Karai a riprendersi la piccola peste." Raffaello ha sbuffato quando è passato vicino a Michelangelo, incrociando il suo cammino, per poi dirigersi verso il boschetto da dove era appena venuto il fratello.

Michelangelo non ha avuto bisogno di chiedergli dove stesse andando. Lo sapeva. Così come sapeva quanto fosse finta e forzata la sua insofferenza verso la bambina. La adorava. La adoravano. L'unica cosa che a loro non piaceva di lei era che il padre venisse sempre a riprendersela.

"Che cosa hai fatto allo zio Raph, eh?" Michelangelo ha lanciato piano un paio di volte verso l'alto la piccola, provocando le sue risate argentine.

"Hi hi… niente!"

"Ah, niente?" L'ha solleticata sul piccolo piastrone, e poi l'ha stretta a sé.

Il grande mutante l'ha messa a cavalcioni sulle sue spalle, poi ha ripreso il cammino verso la casa colonica, che si stagliava, bianca, alla fine del prato.

Messa giù la bambina, ha scostato la zanzariera e sono entrati in cucina. Ha preso una limonata dal frigo e dei bicchieri di plastica, sono usciti sul portico. Ha fatto sedere la piccola mutante sul dondolo, le ha dato la bibita, e poi si è seduto accanto a lei e se ne è versato un bicchiere anche lui.

La limonata era fresca, buona. I grilli cantavano ancora.

La bambina era stanca. Gli occhi blu si chiudevano dal sonno. Michelangelo le ha tolto il bicchiere dalle mani, e l'ha presa in braccio.

La porta del grande magazzino sul lato della casa si è aperta.

Quando il fratello si è seduto sul dondolo accanto a lui, Michelangelo ha notato che era sporco.

Macchie nere di grasso sul piastrone, sulle braccia magre ma vigorose, sulla maschera viola.

"Hai finito?"

"Sì." Donatello si è versato un bicchiere di limonata dalla bottiglia posata sul tavolino, ha sorriso soddisfatto. "Potremo usarlo stasera stessa in pattuglia. Ma guido io. Raph dov'è?"

"Saluta Sensei."

Donatello ha bevuto la limonata tutta d'un sorso, poi ha guardato la bambina tra le braccia del fratello.

"Dorme?"

"Dorme."

Dietro gli alberi che circondavano la casa colonica, il mondo stava sfumando ormai in una tinta scarlatta.

Il sole era tramontato.