Titolo: Oblivion
Autore: Lib89
Genere: Angst, Triste
Rating: Arancione
Personaggi: Axel, Roxas, Riku, Sora
Avvertimenti: AU, Shonen-ai, One-shot, Contenuti Forti
NdA: Questa One-shot è stata difficile da scrivere, tutto perché era il periodo in cui mi aveva presa un blocco di quelli atroci che mi torturava da un mese. Sapevo perfettamente cosa volevo scrivere, ma semplicemente non ci riuscivo, come spesso capita. Alla fine, per fortuna, scrivere questa fic mi ha ridato un barlume di ispirazione e poi il resto è venuto da sé. Questa fic è lunga, molto più lunga delle precedenti ed è un po' diversa rispetto alle altre, spero che questo non sia un problema. Inoltre, credo che meriterebbe un approfondimento, ma mi direte voi. E ora buona lettura!
Oblivion
Quando gli tolsero la maschera che da giorni gli copriva la metà superiore del viso, Axel si guardò attorno confuso e spaesato. Non riconosceva il luogo in cui si trovava, né i due ragazzi che aveva davanti, che continuavano a chiedergli se stesse bene. Eppure, quegli occhi azzurri preoccupati gli sembravano familiari.
C'erano tanti rumori tutt'intorno a lui e tante voci, così sommesse da sembrare un coro in preghiera, ma nessuna pareva capace di risvegliare qualche ricordo nella sua mente sonnolenta. Poi delle mani si posarono sulle sue spalle e lo scossero con forza e il suo nome urlato insieme all'ordine di svegliarsi sembrarono far scattare qualcosa. Sbatté le palpebre sugli occhi verdi e all'improvviso, riconobbe Riku.
L'argenteo lo fissava ansioso a labbra serrate, probabilmente con i denti così stretti da far male. Accanto a lui vide Sora, i pugni chiusi con forza sulle ginocchia posate sul pavimento coperto di paglia e schizzi e gocce di sangue scuro.
Si portò una mano alla nuca per cercare di placare un dolore pulsante che aveva preso a battere come un martello. Non ricordava nulla degli ultimi giorni. Quanti ne erano passati, poi, per lui era un altro mistero.
Fece per alzarsi in piedi -forse muovendosi avrebbe sbloccato la propria memoria-, usando la mano libera, ma questa era invece impegnata a stringere qualcosa. Abbassò lo sguardo e trovò l'impugnatura di una frusta. Fu allora che notò il proprio vestiario: gli abiti neri orlati di giallo tipici di un domatore di bestie feroci fasciavano il suo corpo alla perfezione. Si chiese perché fosse vestito in quel modo; confuso, Axel continuò a guardarsi finché non vide anche su di sé delle macchie scure, che subito identificò come sangue. Sollevò la frusta e se la portò davanti agli occhi, confermando i propri pensieri: anch'essa era sporca di sangue, che ancora scivolava sulle tre corde sottili che la componevano. Era stata usata da poco, e intuì che doveva essere stato lui stesso a usarla, ma non lo ricordava.
Riportò lo sguardo sugli amici e un nome si fece largo nel caos dei suoi pensieri. Fissò Sora e finalmente capì perché quegli occhi azzurri gli erano sembrati così familiari.
-Roxas.- disse in un sussurro. -Dov'è Roxas?-
Lentamente la sua memoria si ricompose: era fuori con Roxas quando un gruppo di individui vestiti di rosso e oro e dal volto coperto da inquietanti maschere inespressive, li aveva circondati. Aveva fatto giusto in tempo a mettersi davanti al compagno poi tutto si era fatto buio e il suo ricordo seguente era una sola frase, un ordine: "Doma la bestia.".
L'orrore gli riempì lo sguardo e rubò il colore dal suo viso già pallido. Non capiva perché, ma una voce interiore gli stava urlando di trovare il suo compagno, il suo cuore però a quel pensiero fremette di qualcosa simile alla paura. Scattò in piedi, frusta ancora in mano, barcollando sulle gambe malferme, e i due amici si mossero con lui, pronti a sostenerlo se fosse caduto. Axel si guardò in giro alla ricerca di Roxas e solo in quel momento studiò l'ambiente in cui si trovava: gli sembrò di essere all'interno del tendone di un circo, di dimensioni più piccole e fatto di cemento, perché indubbiamente tutti quegli eleganti spalti composti da sedie di pregiata fattura poggiavano contro una parete e non contro la tela di una tenda. Lui si trovava al centro dell'arena, proprio sotto il cono di luce principale, intorno a lui c'erano movimenti continui. Vide i suoi compagni correre da una parte all'altra con urgenza e gli uomini di basso grado li seguivano a ruota, spesso portando persone ferite sulle spalle.
Alla fine, il suo udito captò una voce amica in tutta quella cacofonia e si girò di centottanta gradi. Demyx era seduto di fronte a qualcuno seduto sui sacchi di sabbia che delimitavano l'arena e con un'esclamazione di vittoria fece cadere una coppia di pesanti e spesse manette di metallo e la loro catena. Alzò il viso e sorrise alla persona appena liberata dai suoi vincoli, gli disse qualcosa, ma l'attenzione di Axel era tutta per il capo chino di Roxas e i suoi polsi arrossati.
Quasi inciampando nei suoi stessi piedi corse dai due, senza far caso alle persone che rischiava di travolgere lungo la strada, Sora e Riku costantemente al suo fianco si scambiarono sguardi ancora più preoccupati.
Avvertendo del movimento alla propria sinistra, Demyx si voltò e un sorriso mesto gli allungò appena le labbra. Sfiorò l'amico biondo con una carezza sulla fronte e si fece da parte, lasciando spazio al rosso, che cadde in ginocchio di fronte all'oggetto della sua ricerca disperata.
-Roxas…- soffiò con il fiato corto, gli occhi sgranati e una strana sensazione di gelida paura a stringergli il petto. -Roxas…?- chiamò ancora, alzando la mano libera per carezzargli la guancia.
Il biondo però si ritrasse e scivolò da dov'era seduto, girandosi e mostrando parte della schiena, le catene che ancora legavano le sue caviglie tintinnarono, mentre le braccia tremanti sostenevano il suo peso, poggiandosi al pavimento.
Puro orrore prese possesso del volto ormai cinereo di Axel, che non poteva far altro che guardare le ferite sottili che costellavano la bianca schiena di Roxas. Verticali, orizzontali e diagonali, orribili squarci sparsi e in tutte le posizioni che si potevano immaginare, sfregiavano la pelle sottile. Alcune erano ancora sanguinanti, altre slabbrate e circondate di sangue secco, altre ancora erano già coperte da una crosta rugosa e scura, che sicuramente si sarebbe rotta al primo movimento brusco. Per fortuna, pensò il rosso inconsciamente, quello spostamento non lo era stato. Tentò di avvicinarsi, ma il biondo si allontanò di nuovo, gli occhi bassi.
Axel si sentì morire. Si chiese perché Roxas lo stesse rifiutando, ma la risposta era già lì, nella sua mano sinistra e nelle macchie che scurivano e bagnavano la sua giacca nera. Diede un cauto sguardo all'oggetto che teneva tra le dita e come se si fosse scottato lo gettò via per poi stringere il pugno nell'altra mano. Tornò a guardare il suo compagno e si avvicinò di un passo, cadendo in ginocchio.
-Roxas?- sussurrò ancora.
Questa volta, il più giovane si lasciò avvicinare, ma la testa rimase china con la frangia bionda a celargli lo sguardo. Axel osservò ogni sfregio, ma nemmeno uno riuscì a restituirgli la memoria di ciò che aveva compiuto. Ripeté il nome dell'altro e gli prese il volto tra i palmi, sollevandolo per poterlo guardare negli occhi. Gelò e il respiro gli venne meno. Gli occhi azzurri di Roxas, solitamente caldi, vivi e limpidi, ora erano spenti, scuri e vuoti, come un pozzo nero e in apparenza senza fondo.
-Cosa… Cosa ho… fatto?- balbettò Axel, sentendo le lacrime scendere senza freni sulle guance.
Fece salire la mano sinistra tra le ciocche bionde, mentre l'altro braccio lo avvolse attorno alle spalle di Roxas per tirarlo verso di sé. Nascose il viso tra i suoi capelli e chiese perdono. Axel implorò il perdono del suo compagno per ciò che aveva fatto, per non ricordarlo e per non aver impedito che accadesse. Invocò un Dio che forse nemmeno esisteva e chiese anche il suo perdono, infine pregò. Pregò affinché Roxas tornasse da lui, perché in quegli occhi vuoti di lui non c'era traccia e forse non ci sarebbe stata mai più.
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Quando riprese i sensi, Roxas si accorse immediatamente che era tutto sbagliato.
Indossava solo i pantaloni, polsi e caviglie erano legati con delle catene ed era chiuso in una gabbia di solido legno, talmente piccola che gli concesse solamente di sedersi, e solo da un lato era dotata di fredde sbarre di metallo. Ciò che più lo preoccupò fu il fatto di essere solo.
Si portò una mano alla nuca e sibilò quando i polpastrelli trovarono il punto in cui l'avevano colpito per renderlo innocuo. In un flash ricordò l'aggressione di quegli uomini vestiti di oro e rosso e la resistenza opposta sia da lui che dal proprio compagno. Si avvicinò alle sbarre, chiedendosi dove li avevano portati e quanto tempo fosse passato da quel momento. Cercò di scrutare nel buio di quel luogo, ma non riuscì a distinguere nulla di più che sagome di oggetti che potevano essere casse o altre gabbie come la sua. Fece per chiamare il compagno, per assicurarsi che almeno fossero insieme, ma un grido di rabbia squarciò il silenzio.
Roxas riconobbe immediatamente quella voce e non gli riuscì più di urlare il nome di Axel, probabilmente non l'avrebbe nemmeno udito. Non l'aveva mai sentito così infuriato né gridare in quel modo per opporsi a qualcosa che non voleva fare, ed ebbe paura.
La sua paura poi mutò in terrore quando un ultimo urlo di dolore riecheggiò tra le pareti di quel luogo sconosciuto, per poi gettarlo di nuovo in un silenzio angosciante. Senza accorgersene, chiamò il compagno in un sussurro, facendo sembrare il suo nome quasi una preghiera.
Poco dopo, ci fu uno sfarfallio di luci e tutto si illuminò. Alla vista di ciò che lo circondava, Roxas indietreggiò con gli occhi sgranati. Di fronte a lui c'erano altre gabbie, anch'esse occupate da persone che tuttavia, non sembravano turbate da tutto quel trambusto. Quegli uomini e quelle donne, vestiti di stracci laceri e sporchi, giacevano immobili sul pavimento della loro gabbia, dando la schiena all'esterno, come se non volessero essere disturbati.
Sobbalzò quando un pugno si abbatté con violenza sulla parte superiore della propria gabbia, che anticipò il ghigno divertito di un uomo con la parte superiore del viso coperta da una maschera nera.
Roxas lottò e si oppose, tentò di mordere lui e il suo compare che dopo averlo tirato fuori dalla gabbia, lo trascinarono lungo un corridoio per gettarlo in una specie di arena da circo coperta di paglia e delimitata da sacchi di sabbia. Un mormorio di voci gli fece alzare lo sguardo e incrociò tanti volti di tante persone che lo osservavano da dietro le loro maschere simili a quelle di un elegante carnevale.
Lo schiocco di una frusta contro la sua schiena nuda lo fece gridare dal dolore e si girò istintivamente per affrontare il suo aggressore. La sua rabbia, però, si sciolse come neve al sole e il suo cuore s'incrinò. Avrebbe riconosciuto quella chioma rosso fuoco ovunque, esattamente come gli occhi verdi che lo fissavano dalle fessure della maschera bianca e gli ipnotici ghirigori rossi. Quegli occhi però non erano luminosi e vividi come li conosceva, erano gelidi, spenti, e lo fissavano senza alcun barlume di riconoscimento. E forse fu quest'ultima cosa a gettarlo nel panico.
-Axel?- mormorò, e la frusta schioccò di nuovo sul suo braccio destro, che scattò a protezione del viso. -Axel cosa fai?! Fermati! Axel!- urlò poi, cercando di alzarsi in piedi, ma fallendo miseramente a causa della catena che gli legava le caviglie e che lo fece cadere sul fianco.
La frusta si abbatté su di lui senza pietà, strappandogli gemiti e grida di dolore. Le lacrime gli bagnarono le guance e quando tornò a voltarsi trovò Axel a guardarlo dall'alto, inespressivo e privo d'emozioni come un boia pronto a eseguire il suo dovere.
E quando giunse l'ennesimo colpo di frusta, Roxas sentì il suo cuore rompersi in mille pezzi.
