Angolo dei commenti:

Cla1969: Bell'inizio bomba, eh? XD In questo capitolo spero di rispondere in parte alle tue legittime domande ;-)

Charlotte: Lo so, sono stata cattiva a pubblicare solo il Prologo così breve, vero? Grazie per essere mia fan nonostante quello che ho appena combinato a William, XD

Clint Andrew: Sono felice di averti incuriosita in sole poche righe! Che sarà successo veramente? Pensi che la donna accanto ad Albert possa essere Candy? Beh, in questo capitolo scopriamo qualcosa in più...

Ericka Larios: Mi spiace, non voglio renderti triste, ma sai che le storie semplici non fanno per me. La tua ipotesi dunque è che Albert e Candy abbiano discusso? Vediamo...

jimenezmary1976: Sono contenta che la storia ti sembri interessante. Di certo, Albert è in un grosso guaio...

Elizabeth: Adoro tutte queste ipotesi, siete incredibili! Tu quindi propendi per la tipa che vuole compromettere Albert per sposarlo? Ogni ipotesi è valida, ragazze! Lo scopriremo presto ;-)

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Risveglio

Candy si risvegliò con una sensazione di ansia che le rosicchiava un angolo della mente.

Aveva dormito come un sasso, tanto era stanca del ballo, ma non era solo per quello che alla fine aveva ceduto al sonno: in realtà, era così in pensiero per Albert che si era dovuta impedire più di una volta, durante la notte, di alzarsi dal letto per andarlo a controllare.

Il dottor Stevenson le aveva detto di non preoccuparsi, ma il suo istinto di infermiera le aveva suggerito che non poteva essere stata solo la stanchezza ad aver fatto crollare un uomo di solito pieno di energie.

Ormai del tutto sveglia, Candy si mise a sedere strofinandosi gli occhi e l'orologio sul comodino le rivelò che erano quasi le nove. Forse, visto che tutti avevano fatto le ore piccole la sera prima, avrebbe fatto in tempo.

Volò fuori dal letto gettando via le coperte e le lenzuola di seta ricamate con motivi dorati e corse sotto la doccia lasciando cadere la camicia da notte sul pavimento senza troppa cura: se la zia Elroy avesse scoperto che aveva ancora il vizio di abbandonare i vestiti per terra, si sarebbe messa a urlare.

La cameriera bussò mentre stava uscendo dal bagno, avvolta nell'asciugamano. La guardò con la bocca spalancata e l'espressione così contrita che si sentì in colpa: "Non preoccuparti, Catherine, ho fatto da sola perché ero di fretta: i signori sono già in sala per la colazione?", chiese.

La poveretta abbassò la mano che si era portata davanti alle labbra: "La signora Elroy e il signorino Archibald sono a tavola e io sono salita per aiutarla a vestirsi. Mi avevano detto che probabilmente avrei dovuto anche provvedere a svegliarla".

Nella mente di Candy, il senso di colpa per non aver atteso che la cameriera facesse il proprio dovere, magari temendo di essere sgridata, venne sostituito da qualcosa di molto più importante.

Non aveva nominato Albert.

Ciò significava che non era ancora sceso e per uno come lui abituato a svegliarsi all'alba non era solo strano, ballo o non ballo. Era allarmante.

Ormai non era più il solo istinto da infermiera a far suonare non uno, ma cento campanelli d'allarme nella testa. Era il suo istinto di amica, di donna.

Albert era di sicuro malato. Il fatto che il lavoro lo avesse stancato non era sufficiente e lei era stata una stupida a non seguire il suo intuito per timore di contrariare lui o la zia. Ed era stata una stupida a non comportarsi da ragazzina scapestrata come avrebbe fatto solo qualche anno prima: la vecchia Candy avrebbe bussato alla porta di Albert in piena notte, a costo di scatenare uno scandalo e di dover dare mille spiegazioni, pur di accertarsi che stesse bene.

Invece non lo aveva fatto.

Si vide superare di slancio la cameriera, gettarsi nel corridoio a piedi nudi e con solo un asciugamano addosso e spalancare la porta della stanza di Albert solo per assicurarsi che non avesse la febbre o altro.

Ma non poteva farlo quindi, soffocando a forza per l'ennesima volta il proprio istinto, fece un sorriso forzato a Catherine, che attendeva una sua risposta con il viso contratto per la preoccupazione.

"Bene, allora aiutami a mettere il vestito e a pettinarmi, così facciamo prima, va bene?", chiese cercando di essere conciliante. Non era la prima volta che doveva costringersi a farsi aiutare, nonostante fosse abituata a cavarsela da sola, ma non voleva neanche mettere in difficoltà la servitù rifiutando di piegarsi all'etichetta.

Mentre le pareva di perdere minuti preziosi per apparire come la zia si aspettava che apparisse, Candy non poté fare a meno di sentirsi in ritardo, per la prima volta nella propria vita.

Estremamente in ritardo.

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Per la mente vorticarono le immagini di Candy, le cui lettere illuminavano le sue giornate, il cui sorriso era l'unica ragione per la quale si precipitava alla Casa di Pony ogni volta che gli era possibile quando tornava dai suoi viaggi, anche se era tanto sfinito che avrebbe dormito per giorni.

Candy, che aveva pianto di gioia quando aveva scoperto che lui era il principe che aveva sognato per anni. Candy, che aveva uno sguardo sognante almeno quanto il proprio quando parlavano o si fissavano semplicemente negli occhi.

Candy, per cui ormai da tempo non provava più semplici gratitudine o amicizia. Candy, che forse lo ricambiava e alla quale si sarebbe dichiarato a breve, incapace di trattenere oltre il tenero sentimento che li legava.

Candy, che forse aveva appena perso per sempre senza neanche ricordarsi come diavolo fosse accaduto.

La donna accanto a lui era castana, i capelli un po' ondulati le arrivavano oltre le spalle nude e, da quel che poteva vedere, anche lei non era coperta che dal lenzuolo. Il lenzuolo e il letto che condividevano.

Nudi come due amanti.

Albert sbatté le palpebre, senza fiato, sperando che si trattasse solo di un sogno un po' troppo vivido in risposta alla repressione forzata che operava da sempre su se stesso, ma scoprì che non avvertiva la minima onda di desiderio, solo il panico crescente di chi non sappia davvero che diamine ci faccia in una situazione simile.

Aprì la bocca per parlare e ne uscì una specie di verso che fece ridacchiare la dama, incurvandole le belle labbra a formare un paio di fossette sulle guance: "Buongiorno anche a te, William", esordì facendolo sentire ancor più fuori posto.

Perché mai condivideva il letto con una donna che lo chiamava William e non Albert?

E che non è Candy.

Cercò di scacciare, per il momento, l'immagine della sua amata bionda che non era ancora sua moglie e non poteva essere lì con lui per ovvi motivi.

Non le ho neanche ancora detto con chiarezza che voglio corteggiarla. Siamo lontani anni luce da questo. Beh, anni luce no, magari, ma anni terrestri sì.

Albert vagò alla ricerca disperata dei ricordi della serata precedente, cercando di non soffermarsi sul semplice concetto che non aveva la più pallida idea di come fosse finito in quella situazione imbarazzante; né cercò, almeno per il momento, di rimembrare se davvero fosse accaduto l'inevitabile.

Il primo istinto fu di tirarsi il lenzuolo verso il mento, gesto che di sicuro aveva qualcosa di infantile ed era poco consono a un trentenne che avrebbe dovuto avere all'attivo almeno qualche decina di risvegli simili. Ma come poteva non sentirsi fuori luogo nel ritrovarsi a letto con una donna di cui non ricordava l'identità? Che genere di mascalzone perverso era diventato in poche ore? Ma, soprattutto, a quando risalivano i suoi ultimi ricordi? Possibile che avesse ragione il dottor Martin e il troppo lavoro gli avesse fatto tornare l'amnesia?

"Hai la faccia di uno che abbia visto un fantasma, tesoro", disse la donna misteriosa mentre, si accorse con una nota di panico, si metteva seduta senza preoccuparsi di coprire le sue grazie. Le sue voluttuose e arrotondate grazie sulle quali i suoi occhi, poco avvezzi a tali spettacoli, si soffermarono per un istante di troppo.

Per fortuna era tanto concentrato sulla logica degli eventi che impedì al proprio corpo di reagire e, anzi, distolse lo sguardo per individuare finalmente la stanza degli ospiti della villa di Lakewood.

Cosa ci faccio qui? Per l'amor di Dio, chi diamine è questa donna?!

Due braccia sinuose e insistenti si allacciarono intorno al suo busto mandando al diavolo ogni pensiero razionale e minando sul serio il proprio autocontrollo. Era un uomo ligio ai suoi princìpi, nonché a quelli del clan, ma non era un santo.

Non cadere mai in tentazione per poi ritrovarsi una donna nuda praticamente incollata addosso avrebbe mandato di certo a farsi benedire ogni resistenza da parte di un uomo meno determinato. Ma lui non era solo determinato: era innamorato di un'altra che voleva fosse la prima e l'unica della sua vita, nonché molto confuso, quindi diede l'ennesimo calcio deciso ai bassi istinti primordiali. Afferrò così con decisione i polsi di colei che, ne era sicuro, gli si sarebbe concessa

di nuovo?

senza neanche dargli il tempo di domandarglielo.

D'altronde, quante donne lo avevano guardato, negli anni, in quella maniera inequivocabile? Per la sua posizione sociale, per i suoi soldi, o in modo più prosaico per il suo aspetto fisico. Solo Candy gli guardava nell'anima.

Ripensare a lei gli diede il contegno necessario ad afferrare quei polsi con fermezza facendo scostare il corpo morbido dal suo, ignorare i seni che erano aderiti per qualche istante al torace e allontanarla abbastanza da sé.

Di nuovo, aprì la bocca per parlare ma si rese conto, con orrore, che non aveva la più pallida idea di quale fosse la cosa giusta da dire.

Scusa ma, sai, sono stato amnesico in passato e non credo di ricordarmi di te o di cosa sia successo stanotte. Puoi rinfrescarmi la memoria?

Rinfrescarsi.

"Vorrei andare a farmi una doccia", fu l'unica cosa brillante che gli venne in mente di dire. Non credeva fosse una buona idea metterla al corrente del fatto che non ricordava nemmeno il suo nome.

I lineamenti della sconosciuta si contrassero in una smorfia che, fosse dannato, la facevano apparire persino più sensuale.

Non osare distrarti, William Albert, sii un bravo ragazzo come sempre.

"Vuoi dire che non mi darai nemmeno il buongiorno?", mugugnò come una bambina cui non sia stato concesso il dolce.

Oddio, parla davvero come se avessimo condiviso... tutto...

Il problema maggiore era che doveva cercare di non lasciarsi confondere da quel corpo, ora nudo fino alla vita, ragionando col cervello e non con altre parti del proprio, di corpo, e al contempo concentrarsi sulle ultime ventiquattro ore all'affannosa ricerca della verità.

Slegati gli ormoni in caduta libera dalla mente ancora immersa in un limbo, occorreva anche evitare di offenderla o di farla arrabbiare per non innescare uno scandalo. Chi c'era con lui, lì a Lakewood? Era con la zia Elroy, con Archie o, peggio che mai, c'era anche Candy? Come era possibile che non ricordasse assolutamente nulla?!

L'ultimo giorno di cui aveva memoria era...

"Sicuro di non volere la colazione, William?", disse la donna con voce sempre più bassa e sensuale tirandosi via il lenzuolo con uno strattone e rivelandosi per intero.

Accidenti se sa quello che sta facendo!

Il sangue gli affluì al cervello e, nonostante le grida della parte più alta e nobile, le palpebre si spalancarono per un attimo e la mascella cominciò a ricadere come fosse pesante. Assieme al flusso sanguigno, che decise di andarsene a zonzo in luoghi più bassi e meno nobili.

Girò la testa di scatto imprecando tra i denti e, tirandosi via il lenzuolo che lei aveva rifiutato, si alzò per dirigersi in bagno avvolgendoselo intorno come una specie di

barriera protettiva

vestaglia.

Le stava già dando le spalle, pregando di trovarla vestita al suo ritorno, ma soprattutto di rientrare in quella stanza con delle risposte. Sperava che una doccia fredda, o calda, o tiepida e magari qualche testata al muro lo avrebbero riportato sulla via dei ricordi.

Ho bevuto troppo? Io?!

La risata di lei lo bloccò. Sembrava divertita: "Per quale motivo ti copri, William? Ti sei già scordato che conosco ogni angolo del tuo corpo? Proprio come tu conosci ogni angolo del mio...".

Quelle parole ebbero il paradossale effetto di gelarlo. Tutto ciò che di sconvolgente e dettato meramente dagli ormoni poteva averlo afflitto fino a quel momento svanì all'istante, come la pelle vecchia di un serpente.

No, non è vero. Che io sia dannato se so come... ma sono certo che questa donna mente.

Ma come poteva dimostrarlo se i suoi ricordi si fermavano a...

"Vestiti, per favore", quasi ordinò, con voce ferma e fredda. E al diavolo se si fosse offesa.

Per un attimo pensò che, intraprendente come sembrava, lo avrebbe seguito sotto la doccia cercando di confonderlo con le sue moine e si preparò una risposta adeguata, ma lei ribatté con un semplice: "Come vuoi".

Possibile che sia una... professionista? E cosa ci fa qui in questa casa, in questa stanza?! Devo essere davvero impazzito se ce l'ho portata io...

Quando la sentì muoversi come se cercasse quelli che sperava fossero dei vestiti, si chiuse in bagno a chiave, fece scivolare sul pavimento il lenzuolo e cadde quasi a sedere sotto la doccia ancora chiusa. Si portò le mani al viso, gemendo di frustrazione, respirando pesantemente alla ricerca disperata del passato più recente. Trattenne a stento il desiderio di gridare e prendere a pugni le piastrelle per non farsi sentire da lei e alzò un braccio alla cieca per aprire il rubinetto.

L'acqua fredda per poco non lo fece urlare davvero e s'impose di rialzarsi per miscelarla a una temperatura più normale. Solo allora si rimise nella medesima posizione, chiuse gli occhi e batté piano la nuca sul muro.

Una volta. Due volte. Tre. E ancora, e più forte, fino a sentire il dolore.

"Che cosa è successo ieri? Che ci faccio qui? Chi è questa donna?". Ogni domanda usciva dalla sua gola come un verso di sofferenza, facendogli contrarre le sopracciglia per la concentrazione.

L'acqua fu benefica e, pian piano, ebbe il magico potere di dissipare in maniera graduale la nebbia che aveva in testa.

E di fargli comprendere che non era un dannato incubo, ma la realtà... beh, nuda e cruda che stava vivendo.

Prima che decidesse di darsi alla macchia per inseguire i suoi sogni di libertà, si era sorbito le ramanzine più severe dai membri del suo clan e persino dalla zia Elroy in persona: lo avevano messo in guardia senza troppi giri di parole da donne che, una volta scoperta la sua identità, avrebbero potuto attribuirgli una o persino più paternità alla volta.

"Magari ora possono anche dire di essere innamorate di te, ma fra qualche anno, quando diventerai il patriarca, potrebbero farsi avanti. Allora macchierebbero il tuo buon nome e dovresti essere persino costretto a pagarle per non mettere in giro voci infondate. E non parlo solo di signorine di buona famiglia, se capisci cosa intendo". Mc Cullen, un uomo di mezza età prematuramente ingrigito, aveva alzato un dito indice per sottolineare quelle parole.

Albert era inorridito di fronte alla possibilità che qualcuno fosse davvero capace di arrivare a tanto, che si trattasse di semplici cittadine o di intrattenitrici per... gentiluomini. Ed era inorridito all'idea che lo credessero così poco integro da invischiarsi in torbide relazioni, anche se gli era stato ribadito che credevano nella sua buona fede ed educazione.

"Ma la carne è debole, ragazzo mio, e il buon nome degli Ardlay non potrà mai essere infangato perché ti sei confuso una volta a causa di un paio di occhi dolci".

Aveva capito che forse l'uomo stava esagerando per fargli capire meglio il concetto, ma la verità era che il suo unico desiderio era stato quello di poter vivere in mezzo alla natura e viaggiare per il mondo finché non fosse pronto a prendere le redini della famiglia.

Durante quegli anni gli era capitato di incontrare donne interessanti, di stringere qualche amicizia e sì, di essere anche tentato, a volte. Ma era stato relativamente facile restare al proprio posto per il semplice fatto che non si era mai innamorato davvero e la mera esigenza fisica, da sola, non era stata sufficiente a fargli perdere il filo, specie perché nessuna era mai stata tanto insistente.

A parte una volta, in Africa, dove un capo villaggio, per ringraziarlo di avergli salvato la vita, gli aveva quasi gettato fra le braccia sua figlia. Aveva faticato non poco a rifiutare le sue avances dietro la minaccia che il padre si sarebbe offeso.

Però c'erano stati davvero un paio di occhi che lo avevano catturato, una volta incontrati. Ed erano stati quelli verdi di Candy.

Ma con lei la storia era stata diversa.

L'amore che provava nei suoi confronti era sufficiente a innescare il rispetto e la devozione totali, anche se non era certo immune alla bellezza che era fiorita in lei negli anni. C'era stato un periodo, quando vivevano insieme, che condividere il letto a castello era diventata una dolce tortura e lui aveva sognato, letteralmente, il momento in cui fosse diventata sua moglie, chiedendosi se sarebbe mai accaduto.

"Tutto svanito, tutto cancellato". Portò le mani alle tempie, artigliando i capelli, cercando un barlume di ottimismo e non trovandolo.

Perché quella donna era Lilian Rousseau, figlia di uno dei maggiori azionisti del clan e aveva ballato con lui la sera prima a un evento che sarebbe apparso su tutti i giornali. Anzi, forse già lo era.

E a quel ballo non solo c'erano la zia Elroy, Archie con la sua fidanzata e l'intero clan, ma anche Candy.

E quando Lilian aveva detto di sentirsi poco bene, si era accasciata fra le sue braccia alla fine di un valzer, poco prima che potesse chiedere a Candy di ballare con lui per liberarsene.

E lo aveva supplicato di portarle da bere e di prenderne anche per sé per farle compagnia, rifiutando la richiesta di stendersi su un divano con la sua accompagnatrice al fianco.

E lui, che voleva essere un gentiluomo, si era detto che non c'era niente di male a rimanere in un angolo della sala in attesa che Lilian si riprendesse dal malessere passeggero, perché tanto Candy stava ballando con un imbarazzato Georges.

E l'aveva vista riprendere colore quando aveva notato il vassoio dei dolci, così non ci aveva pensato due volte a offrirsi di raggiungerlo personalmente per servirla, sperando fosse l'ultima gentilezza da riservarle.

E, quando gli aveva detto con noncuranza di darle pure il suo bicchiere di champagne, che lo avrebbe tenuto per lui fino al suo ritorno così poteva prendere un dolcetto anche per sé, l'aveva assecondata come un idiota.

Cosa poteva esserci di male?

Poteva esserci, ad esempio, che i suoi ricordi diventavano confusi proprio dopo il suo ritorno. Poco dopo il brindisi che lei aveva voluto fare alla serata ben riuscita e al dolce al limone e panna più buono che avesse mai assaggiato in vita sua.

Poteva esserci di male che un solo bicchiere di champagne gli aveva ottenebrato tanto la mente che da allora aveva soltanto flash confusi.

Lui che si trascinava per il corridoio del piano superiore poggiandosi al muro, la testa che sembrava ospitare una mandria di bufali inferociti. La voce e gli occhi preoccupati di Candy. Non temere, non è niente, starò bene, torna alla sala da ballo, riposerò un poco e sarò da voi in men che non si dica. Sei sicuro Albert? Sei pallido, chiamo un medico, lascia che ti senta il polso. No, davvero, Candy, non preoccuparti per me.

Il letto più vicino era nella stanza degli ospiti e lui sentiva il corpo così pesante che vi era caduto sopra perdendo quasi subito conoscenza. Candy, dove sei? Davvero sei andata via? Ora che fai? Chi mi sta togliendo le scarpe? Di chi sono queste mani?

E la voce.

"Sogni d'oro, William".

Sotto l'acqua ormai fredda, Albert spalancò gli occhi: Lilian lo aveva raggiunto in quella camera e lo aveva spogliato mentre era incosciente? Forse lo aveva drogato o forse aveva di nuovo perso la memoria.

E Dio solo sapeva cosa fosse accaduto.

- § -

Archie vide arrivare Candy e si alzò per salutarla, ma si rese subito conto che qualcosa non andava. A essere sincero, se n'era reso conto quando era sceso e aveva visto che c'era solo la zia Elroy in attesa, a tavola, che sorseggiava una tazza di tè.

Nonostante la tavola apparecchiata per sette persone, lui e la zia erano soli.

L'aveva salutata e lei aveva fatto un verso stizzito riponendo la tazza sul piattino con un discreto tintinnio: "Passi che William e gli ospiti debbano riposare più a lungo, ma Candice non ha alcuna scusante!".

Ed eccola lì, Candy, con il viso smarrito che si guardava intorno e dava loro il buongiorno più distratto che avesse mai udito. Udì a malapena il commento della zia Elroy sulle lacune educative di una ragazza troppo a lungo vissuta in campagna e si concentrò su di lei, che sedette al tavolo con la domanda a fior di labbra.

"Non abbiamo notizie di Albert, forse ha solo bisogno di dormire di più", la anticipò cercando di usare un tono rassicurante.

Candy aprì la bocca per ribattere ma la cameriera intervenne per chiederle cosa gradisse a colazione: "Prendo solo un caffè, grazie Lydia". Quella richiesta bizzarra da parte di una golosa come lei fece strabuzzare gli occhi persino alla zia, che alzò uno sguardo improvviso distogliendolo di colpo dalla fetta di pane imburrato che aveva in mano.

Fu proprio lei, ripresa dallo stupore iniziale, ad aggiungere: "Digiunare non migliorerà la salute di William. Anche se sono certa che un buon riposo sia più che sufficiente, più tardi chiamerò il dottor Leonard per chiedere un ulteriore consulto. D'altronde ieri sera non è stato visitato anche da quel medico...?". S'interruppe, socchiudendo gli occhi.

"Stevenson. Era il dottor Stevenson", rispose Candy allungando una mano per prendere una fetta di pane a sua volta. La posò nel suo piatto, guardandola senza toccarla più. "Zia, mi sentirei più tranquilla se potessi andare a controllarlo personalmente, dopo colazione. Ieri si sentiva così male che si è fermato nella stanza degli ospiti prima di arrivare in camera sua e non l'ho mai visto...".

Il tavolo tremolò e le posate e il servizio da tè tintinnarono: la zia Elroy aveva dato un piccolo pugno sulla superficie. Elegante, da signora, ma che rispecchiava lo stesso cipiglio delle sopracciglia aggrottate nella sua fermezza: "Candice White Ardlay, cercherò di non soffermarmi sul fatto che ieri sera tu ti sia permessa di seguire il capofamiglia fin nelle sue stanze...".

"Ma... ma...".

Pessima idea interrompere la zia quando è così arrabbiata, anche se hai ragione. Hai tutte le ragioni del mondo.

"...ma non tollero che tu insista in questo tuo comportamento fuori luogo! Ti proibisco di salire nelle sue stanze anche se come infermiera. Sarà Archibald, casomai, ad accertare le sue condizioni e verificare che abbia bisogno del medico", dichiarò abbassando il tono man mano che parlava, certa di aver appena imposto la sua autorità.

Il silenzio calò per un istante e Archie, che a malapena aveva zuccherato il proprio tè, non ebbe neanche il coraggio di girare il cucchiaino nella tazza per timore di romperlo. Candy aveva un milione di parole scritte in viso, bloccate tra le labbra strette, ma non uscirono per lunghi istanti.

La cameriera tornò con il caffè mentre la vedeva prendere un grosso respiro.

Parlerà, è questione di istanti e posso prevedere ogni singola frase. O quasi.

Non si sbagliava. Il tempo di ringraziare la cameriera e di attendere che tornasse in cucina e la voce calma e fresca di Candy risuonò limpida nella stanza: "Zia Elroy, ti chiedo perdono se mi sono comportata in modo poco consono a una signora, ieri sera", cominciò con tono conciliante. Troppo conciliante.

Archie deglutì e, come in una partita a ping pong, girò il capo verso la zia, il cucchiaino ancora a mezz'aria in attesa di mescolare lo zucchero.

"L'importante è che non si ripeta", soffiò nella sua tazza, prendendo un altro sorso.

"Ma permettimi solo di ricordarti che io e Albert abbiamo vissuto insieme a lungo e io lo conosco bene". Il cucchiaino gli scivolò dalle dita e cadde sul tavolo facendo un rumore che parve sottolineare il movimento delle rughe sul viso della zia Elroy.

La fronte si corrugò, la mascella si contrasse mettendo in evidenza i tendini del collo e la mano tremò leggermente mentre si abbassava per posare la tazza.

Se non fosse una donna dell'alta società avrebbe lanciato un urlo. Chissà se è furiosa perché Candy sta insistendo o perché le ha ricordato qualcosa che preferiva dimenticare...

E Candy continuò: "Anche quando tornava a casa molto stanco dopo un turno serale al ristorante non è mai stato così male! Capisco che forse ha lavorato molto in quest'ultimo mese, ma sono certa che...".

"Ora basta". Era solo un sibilo furioso detto a bassa voce, ma fu come il ruggito di un leone.

Si pulì l'angolo della bocca, forse cercando una risposta tagliente e fu allora che Archie decise d'intervenire: che alla zia continuasse a non piacere Candy era un conto, ma che sottovalutasse l'improvvisa stanchezza di Albert era diverso. Persino lui la considerava anomala.

"Candy ha ragione, zia", disse scandendo bene le parole.

Lei si voltò di scatto per guardarlo, con la faccia di chi abbia appena subito un affronto: "Archibald!", esclamò stringendo così forte il tovagliolo che vide le nocche sbiancare.

"Anche io l'ho visto, in quel periodo, e credimi se ti dico che faceva una vita piuttosto intensa. So che non ti piace sentirne parlare, ma nonostante i viaggi di lavoro sono sicuro che...".

Le voci nel corridoio erano inconfondibili e congelarono la sua spiegazione, lo sguardo contrariato della zia e quello preoccupato di Candy.

Margaret e Lilian Rousseau si avvicinarono alla tavola parlando tra loro e diedero il buongiorno con un profondo inchino. "Non sappiamo come ringraziarvi per averci permesso di passare la notte nella vostra splendida casa, signora Elroy... oh, speravo di poter ringraziare anche il signor William", disse la donna più grande voltando il capo a destra e a sinistra. La somiglianza con sua figlia era impressionante.

Se non fosse stato per i capelli raccolti in maniera ordinata in una crocchia, che Lilian teneva invece morbidamente sciolti sulle spalle con dei nastri, poteva essere scambiata per la sua versione più adulta.

Archie le vide accomodarsi mentre la prozia spiegava loro che suo nipote era indisposto e non era sicura che sarebbe sceso. Colse il cipiglio di Candy e cercò di spostare l'attenzione su qualcos'altro: "Suo zio invece non scende per la colazione, miss Lilian?", chiese ricordando che il medico che aveva visitato Albert era il cugino di Margaret Rousseau e che lei lo chiamava in modo affettuoso zio.

Lilian piantò su di lui gli occhi nocciola chiaro e un brivido gli corse lungo la schiena, perché l'aveva colta più di una volta a posare uno sguardo intenso simile a quello su Albert, la sera prima. "Lui non ha dormito qui, in realtà. Ieri sera ha preferito farsi riportare a casa perché stamane doveva recarsi in ospedale".

La zia Elroy prese un sorso dalla sua tazza e attese che la cameriera discutesse brevemente con le donne per chiedere loro cosa gradissero per colazione prima di dire: "A proposito, Candice mi ha riferito che suo fratello ha avuto cura di mio nipote William, quando si è sentito poco bene ieri sera. Vogliate porgergli i miei più sentiti ringraziamenti".

Le sopracciglia di Margaret s'inarcarono in un gesto sorpreso che ad Archie non parve affatto sincero: "Oh, non lo sapevo! A proposito, spero non fosse nulla di grave", commentò abbassando gli occhi sulla sua fetta di torta.

Archie non era mai stato incline a giudicare le persone a prima vista: lo stesso Albert gli aveva insegnato spesso a non farlo nel mondo degli affari. Eppure, quelle due donne gli trasmettevano una sensazione sgradevole che ricordava di provare solo quando c'erano i Lagan nei paraggi. E non pensava si trattasse solo del fatto che la giovane avesse messo gli occhi sul patriarca, era solo l'ultima di una lunga serie di donne.

Ormai era chiaro a tutti, compresa Annie, che Albert non aveva occhi che per Candy e che era solo questione di tempo prima che la loro diventasse una relazione seria. D'altro canto erano uniti da tanto di quel tempo che spesso si era chiesto cosa diavolo aspettassero ancora.

Proprio Candy, usando le sue nozioni infermieristiche, stava spiegando come la stanchezza accumulata dopo mesi di lavoro, secondo il dottor Stevenson, avesse determinato un crollo fisico e nervoso in William.

Si vedeva che cercava di tranquillizzare soprattutto se stessa e gli fece una pena immensa.

Mentre stava ancora parlando, s'interruppe come se avesse udito qualcosa e lui smise di masticare per ascoltare meglio i passi in avvicinamento. Ma Candy si era già voltata e scusata.

"Albert!", esclamò alzandosi di scatto nel momento in cui lui e Georges comparivano nella sala.

Non gli sfuggì lo sguardo breve ma adorante che posò su di lei. Salutò con cortesia tutti i presenti e gli parve pallido in maniera innaturale. Doveva stare davvero male e quasi glielo chiese, ma lui non si sedette neanche.

"Vi chiedo scusa per il ritardo, fate pure colazione senza di me, ci sono delle... questioni urgenti che devo risolvere nel mio ufficio al più presto".

La zia Elroy si alzò a sua volta, chiedendogli se fosse necessario chiamare il dottor Leonard. Candy socchiuse la bocca in un'espressione vagamente delusa e Archie si affrettò a chiedergli se avesse bisogno d'aiuto.

Albert rimase per brevi istanti quasi sopraffatto da tanti occhi puntati su di sé e da tante richieste e la sua espressione si gelò mentre spostava lo sguardo da Lilian e la madre alla zia Elroy, passando tra lui e Candy.

Ma non fu il suo immediato diniego a sconvolgerlo, né l'evidente fretta con cui si congedò in poche parole assieme a Georges, scusandosi di nuovo con le ospiti. E nemmeno il fatto che stesse saltando la colazione.

Fu il suo viso. Non era solo pallido.

Aveva visto l'Albert dello zoo di Londra, allegro e solare; aveva visto l'Albert privo di conoscenza in ospedale, smemorato e dimagrito; aveva visto l'Albert preoccupato per Candy quando era tornata febbricitante da New York; aveva visto l'Albert concentrato o stanco dopo una giornata di lavoro.

Ma non aveva mai visto la paura nei suoi occhi.

Mai.

Sembrava smarrito, molto più di quando era senza memoria. Era come se dentro nascondesse dei fantasmi che non volesse far trapelare in superficie ma che, a un occhio attento, non potevano sfuggire.

Ed era certo che se ne fosse accorta anche Candy.

La vide tendersi come se stesse per seguirlo, però la zia Elroy ruppe quel momento: gli parve perplessa, ma probabilmente non aveva colto le stesse sensazioni in suo nipote. D'altronde, pur conoscendolo da quando era nato, quante volte aveva avuto modo di vederlo in quegli ultimi anni? Ma, soprattutto, quanto conosceva del vero Albert?

"Bene, a quanto pare William sta così bene che si metterà subito a lavorare. Quindi non c'è motivo di preoccuparsi". Sì, capì Archie. La zia Elroy si ostinava a vedere in lui William il patriarca ignorando, volontariamente o meno, l'anima reale di Albert.

Sedettero di nuovo tutti al tavolo, ma il dubbio che ci fosse qualcosa di storto era come una nebbia densa che aleggiava tra lui e Candy. Gli bastò scambiare uno sguardo con lei per comprendere che non sarebbe finita lì.

Avrebbero indagato per cercare di capire cosa sconvolgesse tanto il loro più caro amico.

- § -

Quando tornò nella stanza, dopo essere stato sotto al getto della doccia per quindici minuti buoni a struggersi sugli ultimi ricordi e sul mistero che invece avvolgeva la notte appena passata, lei non c'era più.

Albert sibilò una parolaccia fra i denti: ci aveva messo trent'anni buoni, ma alla fine si era arreso anche lui alla volgarità della strada.

D'altronde, in una situazione così anomala, tutto era lecito, tanto più che era solo e nessuno lo avrebbe sentito o avrebbe avuto un attacco di cuore udendo il compìto patriarca degli Ardlay invocare con tanto ardore del banale sterco.

Come ho potuto essere tanto idiota?!

Era così concentrato nel suo intento di ricordare chi diavolo fosse la sconosciuta nuda in quel letto che non gli era passato neanche per l'anticamera del cervello che potesse scendere al piano di sotto. Magari facendosi vedere da tutti. Magari sedendo al tavolo della colazione con la zia Elroy e con Candy... non avevano forse predisposto delle stanze per lei e la sua famiglia, visto che vivevano lontano da lì?

Gemette, frustrato, passandosi le mani tra i capelli ancora umidi e camminando per la stanza come se Lilian potesse uscire fuori da un momento all'altro, magari da sotto il letto o da dentro l'armadio in mogano che era di fronte. O la immaginò chiacchierare amabilmente al piano di sotto come se nulla fosse accaduto.

Armadio, vestiti... devo trovare i miei vestiti e cercarla!

Mentre raggiungeva la sua meta, ancora a piedi nudi, inciampò nelle scarpe nere lucide che ricordava gli avessero sfilato nel sonno: i calzini erano arrotolati dentro, come se chi gliele avesse tolte fosse anche di fretta.

È stata davvero Candy? E allora perché mi sono svegliato accanto a Lilian? Oh, Dio, aiutami...

Aprì le ante dell'armadio e si rese conto che, essendo una stanza per gli ospiti, a parte un paio di coperte e un cuscino sul ripiano intermedio non c'era molto altro. Le poche grucce erano vuote.

Cercò con frenesia, pregando di non dover uscire dalla porta con solo un asciugamano avvolto in vita e fu fulminato da una consapevolezza.

Candy o Lilian mi toglie le scarpe, poi c'è solo vuoto nella mia mente. Ma se davvero fosse accaduto quello che temo i miei abiti dovrebbero essere...

La sua mente lavorava a tutta velocità e Albert si voltò per ispezionare il pavimento della stanza: eccoli lì, sul pavimento, sparpagliati in un angolo come se lui

o Lilian...

li avesse lanciati a casaccio sull'onda della passione.

Non sapeva cosa fosse accaduto, non capiva più nulla. Stava solo agendo d'istinto e si stava rimettendo i vestiti della sera prima, pieni di pieghe e con la camicia cui mancavano un paio di bottoni.

Me li ha strappati lei o me li sono strappati io...

Non aveva importanza, ora era fondamentale uscire da quella stanza con qualcosa di decente addosso e raggiungere la propria camera, a pochi passi da lì. Restò per un attimo in ascolto prima di uscire, temendo di incontrare qualcuno nel corridoio. Era assurdo comportarsi così in casa propria, ma non poteva davvero fare altrimenti.

Il corridoio era deserto. Le camere degli altri erano tutte al secondo piano e, per la prima volta in vita sua, Albert fu felice che la zia avesse insistito affinché il patriarca avesse la stanza all'ultimo piano, quando era tornato e aveva preso le redini del clan.

Mentre si richiudeva la porta alle spalle ed entrava infine nella sua camera da letto, si gelò pensando che Lilian poteva essersi nascosta lì. Oh, ma stavolta le avrebbe parlato, anche a costo di farla piangere! Avrebbe cercato di farle capire, con la massima gentilezza, che qualunque cosa fosse accaduta non riusciva a ricordarla e che dovevano chiarirsi.

Per fortuna o sfortuna che fosse, però, non la trovò e il senso di allarme divenne intollerabile. Si tolse con gesti veloci i vecchi abiti e ne indossò di puliti, costringendosi a dare un'occhiata nello specchio prima di precipitarsi al piano di sotto per evitare di mostrare anche all'esterno il suo tumulto.

Incontrò Georges sulle scale e il sangue gli defluì dal volto vedendo i suoi occhi preoccupati.

"Signorino William, stavo venendo a vedere come stava... si sente bene?", domandò salendo un paio di gradini mentre lui li scendeva.

Forse è solo in pensiero per me, non c'è nulla di... anomalo.

"Sto benissimo, non preoccuparti. Una buona notte di sonno era quello che mi ci voleva", rispose tentando di apparire naturale come sempre. "La zia è già scesa per la colazione assieme agli altri, immagino".

"Sì, è in sala da pranzo con la signorina Candy, gli ospiti e il signorino Archibald", rispose puntuale e Albert sentì il cuore battere come impazzito. Lilian e sua madre erano a tavola con gli altri e per lui sarebbe stato impossibile dissimulare. Sperò di poter salutare e defilarsi senza mostrare il terremoto che lo stava sconvolgendo. Perlomeno, dopo la doccia il mal di testa pareva essersi attenuato.

Magari ho immaginato tutto. Lilian non è mai stata in quel letto. Era solo un sogno un po' troppo vivido. Stanotte devo essermi spogliato da solo e immaginato tutto il resto dal mio risveglio in poi.

Per un breve, glorioso istante, Albert credette veramente a quello scenario improbabile ma, per quanto fosse annebbiato, sapeva benissimo di non aver confuso il sogno con la realtà.

Prese un respiro profondo e guardò il suo amico e confidente. Rifletté per attimi che gli parvero infiniti e capì che aveva bisogno di aiuto per risolvere quel mistero che si stava sempre più tingendo di giallo come in un libro di terza categoria: "E successo qualcosa... fuori dall'ordinario in casa, stamattina?".

Ad esempio, Lilian Rousseau che scendeva dal terzo piano vantandosi di aver sedotto il patriarca...

Georges si accigliò, facendolo quasi trasalire: "No, nulla. In realtà sono tutti in pensiero per lei".

Che sciocchezza, per quanto sembrasse disinvolta non si scoprirebbe mai in quel modo. Beh, in altri modi sì...

Albert si appoggiò al corrimano, chiudendo gli occhi per un istante, desiderando solo raccogliere le idee: "Mi sento ancora un po' stordito, ma sto meglio. Però ho bisogno di stare un po' da solo in studio a pensare... seguimi, per favore, diremo che c'è del lavoro da fare e mi accompagnerai".

Capì, dalle espressioni facciali di Georges, che l'uomo stava facendo uno sforzo straordinario per non apparire sconvolto a quella richiesta: sospettò che non avesse battuto ciglio quando gli aveva chiesto di far rapire Candy, mentre veniva portata in Messico anni prima, ma che faticasse a tenere a bada lo stupore in quel momento. Non aveva mai evitato di incontrare degli ospiti a colazione, e ancora meno Candy.

"Mi perdoni se glielo dico, signorino William, ma non mi pare affatto che lei stia meglio", disse serio. "Asseconderò la sua richiesta ma vorrei raggiungerla al più presto: si ricordi che può contare su di me per qualunque cosa".

Albert fu davvero commosso da quella dimostrazione di affetto: il suo amico e confidente, nonché braccio destro, gli stava comunicando che poteva continuare ad avere fiducia in lui. Doveva essersi accorto che qualcosa non andava e sperò che Candy non gli facesse troppe domande.

In realtà, mentre annuiva piano in risposta, si domandò di nuovo come avrebbe potuto guardare lei e Lilian negli occhi fingendo che tutto fosse a posto.