Angolo dei commenti:
Ericka Larios: Lilian è appena comparsa e già si è guadagnata l'appellativo di strega! LOL! D'altronde, come darti torto? Si è infilata nel letto di Albert e a quanto pare ha anche uno zio medico compiacente... che starà tramando ai danni di Candy e Albert?
Cla1969: Purtroppo Albert ha ancora la mente annebbiata e non ha alcuna certezza. E non è facile confidare una cosa del genere... La zia Elroy non cambierà mai, vero? XD
Elizabeth: È una storia vecchia come il mondo, la donna arrivista col parente medico... ma sarà davvero così? In tutto questo, la zia Elroy non ha mai avuto veramente il controllo su Albert. Per lei basta che faccia una buon matrimonio, non si preoccupa di certo delle trame oscure di alcune donne...
Paty Andrew: Abbiamo cominciato male, eh? Albert è spaventato, per forza, si ritrova nel letto una che non ha la più pallida idea di chi sia! XD Però se spavento anche voi vuol dire che riesco a farvi entrare nel personaggio, per me è un complimento ^_^ Chi sarà questa tipa? E perché la zia Elroy non fa nulla? Che ne sarà di Candy? Quante domande, ragazzi...
Charlotte: Grazie di cuore per le tue parole! Non è facile far smarrire Albert, specie ora che ha recuperato la memoria. Tuttavia, ha perso davvero il controllo della situazione e l'arrivo a tavola è stato uno dei momenti più difficili: ho dovuto optare per un saluto veloce e senza che si soffermasse troppo per non mostrare i suoi timori. Grazie di cuore, alla prossima!
Clint Andrew: Albert è un uomo molto attento e ligio, cadere in una trappola non è davvero da lui: c'è proprio da pensare che abbia assunto qualcosa di strano... e questi tre? Lilian, sua madre e il dottore? Sono davvero complici? Un mistero che non sarà facile sbrogliare...
Dany Cornwell: Ciao! Eh, l'inizio è abbastanza forte, vero? Anche Albert ha i sudori freddi e l'ansia, te lo assicuro XD In realtà non volevo rendere Albert ingenuo, ma solo creare una situazione plausibile... e ancora non sappiamo bene cosa sia successo. Lo scopriremo man mano... forse ;-)
- § -
- § -
- § -
Giorno
Georges capì che era successo qualcosa di grave quando entrò nello studio di William e lui gli chiese di chiudere la porta a chiave come se non volesse essere disturbato. Non lo vedeva così pallido da quando gli aveva comunicato la caduta in guerra del povero Alistear e i suoi sensi furono subito all'erta.
Era rimasto per circa mezz'ora nel proprio studio, rivedendo dei documenti senza leggerli davvero, ma si era arreso e aveva bussato alla sua porta, troppo in pena per attendere oltre. Non dubitava che se William non avesse voluto riceverlo glielo avrebbe detto senza giri di parole.
Rimase dritto in piedi, incapace di fare nulla se non osservarlo mentre si dirigeva al mobile bar accanto al caminetto, per aprire una bottiglia di whisky: non erano ancora le undici del mattino. Si accorse, con orrore, che gli tremavano le mani mentre lo versava e qualche goccia cadde sul tavolo.
Lo udì mormorare qualcosa d'incomprensibile, che pareva quasi una domanda a se stesso e decise che, se non avesse parlato chiaro, si sarebbe sbilanciato a fargli qualche domanda. Era tutto troppo anomalo.
D'istinto, gli si avvicinò ma lui si stava già allontanando verso la sua poltrona, sedendosi pesantemente e portandosi il bicchiere alle labbra. Lasciò che sorbisse il primo sorso, chiudesse gli occhi ed esordisse con voce tremante: "Lilian e sua madre sono già andate via?", domandò.
"Sì, le mandano i loro più sinceri auguri di pronto recupero e la ringraziano per l'ospitalità. Oh, la signorina mi ha lasciato un messaggio per lei, prima di congedarsi".
Gli occhi di William si spalancarono di scatto e il bicchiere tremò di nuovo nella sua mano: "Dammelo, per favore". La sua voce era pacata, in forte contrasto con l'espressione sconvolta. Georges, che glielo stava già porgendo, se lo trovò quasi strappato di mano.
Lo lesse con la mascella stretta e dubitò che stesse respirando. Le dita si contrassero mentre lo accartocciava in un angolo della scrivania e rilasciò un respiro profondo.
"Ho bisogno che tu faccia delle ricerche su Lilian Rousseau. Credo che abbia approfittato della mia gentilezza per giocarmi un brutto tiro", disse senza mezzi termini.
Lo stupore gli bloccò il respiro in gola e Georges inarcò un sopracciglio. In che modo una donna, seppure potente, aveva potuto mettere in difficoltà un uomo come William? Era davvero a causa sua e di quel messaggio che era così teso e strano quella mattina? Per quanto si sforzasse non ricordava neanche che si fossero mai visti, prima della festa della sera precedente... o forse sì, a un paio di eventi ai quali però lui non era presente.
Solo ripensando allo strano malessere che aveva afflitto il suo principale tanto da farlo salire nelle sue stanze in anticipo, cominciò a fare qualche congettura. Ma da quel che sapeva era solo crollato dopo mesi di lavoro particolarmente pesanti.
Stava per domandargli se per caso le due cose fossero collegate in qualche modo bizzarro, quando lui lo anticipò: "Dimmi una cosa: ieri sera che è successo dopo che sono andato a... riposare? Qualcuno mi ha seguito?".
Per quanto quella domanda gli apparisse strana, Georges rispose: "La signorina Candy è salita con il medico circa un'ora dopo e pare che quest'ultimo l'abbia visitata mentre era addormentato. Ha dedotto che si trattava di un semplice esaurimento fisico, così ci siamo tutti tranquillizzati e la signora Elroy si è scusata in sua vece".
William annuì lentamente, le labbra serrate in un'espressione seria. Prese un altro sorso, quindi chiese ancora: "E... miss Lilian?". La voce gli tremò ancora, come se fosse un fascio di nervi e la preoccupazione tornò a livelli allarmanti.
"La signorina è andata a riposare nella sua stanza con la madre poco dopo la mezzanotte, come era stato predisposto, ma perché mi fa questa domanda, se posso...".
"L'avete vista salire al secondo piano? Qualcuno ha visto mentre entrava nella sua camera?!". Il tono urgente con cui l'aveva interrotto lo colpì e dovette ammettere che, seppure quel quesito gli suonasse ancor più anomalo, non aveva una risposta.
Perché la signorina Rousseau aveva dato la buona notte tutti e così sua madre e la sua cameriera personale, ma ciò non significava certo che l'avesse accompagnata di persona alla porta.
"Io no, signorino William, ma si è congedata e Nancy ha mostrato loro le camere".
William annuì più volte: "Bene, devo parlare con Nancy. O forse è meglio che lo faccia tu in mia vece... non... non so...". Si portò una mano alla fronte, come se gli dolesse.
"Signorino William, se mi permette...". Cosa stava per dirgli? Che era preoccupato a morte per il suo comportamento, le sue domande e persino per la sua salute?
Vide come deglutiva a vuoto mentre scolava il resto del bicchiere in un unico sorso, quasi combattendo una lotta interiore, prima di dire rauco: "Quando mi sono svegliato, stamattina, Lilian era... accanto a me".
Una sensazione di acidità gli salì dalla bocca dello stomaco e Georges si trovò a spalancare gli occhi: "Accanto a lei, signorino William?", riuscì a chiedere. Ora era lui quello con la gola secca che aveva bisogno di un whisky.
L'uomo posò il bicchiere vuoto sulla scrivania e notò che la mano tremava persino più di prima. Annuì, poggiando i gomiti sul piano di lavoro e prendendosi la testa fra le mani: "Già. E non so... come sia accaduto, non so cosa sia accaduto".
Georges aprì la bocca e cominciò a scuotere la testa come per negare con decisione quello che gli era stato appena confessato, non osando spingersi oltre con la fantasia. William sembrava non trovare le parole e quello era davvero inquietante. "Vuole dire che la signorina si è presentata alla sua porta?".
Le mani, ancora tra i capelli sul capo chino, si strinsero a pugno afferrando delle ciocche e tirandole. In realtà, sperava davvero che William si fosse sbagliato dicendo che l'aveva trovata già accanto a sé.
"Era dentro al mio letto, Georges". Una pausa a ogni parola. Un tono basso, tremulo, ma sincero. Il cuore gli fece un balzo nel petto e dovette aggrapparsi a una sedia che per fortuna era a portata di mano, scostarla dal tavolo e sedervisi sopra.
Il suo cervello ripeteva, ancora e ancora come una nenia straziante "era dentro al mio letto". Dio onnipotente! Cosa doveva significare? Lui se n'era reso conto? Era... consenziente? Era accaduto qualcosa di increscioso?
Le domande premevano per uscire con urgenza, ma non ebbe il coraggio di infierire contro la sua figura già prostrata: aveva parlato anche di un brutto tiro. Quindi, forse, lo aveva sedotto senza vergogna: lei, una signorina appartenente a una delle famiglie più in vista di Chicago! E lui c'era semplicemente cascato? No, non il William che conosceva!
Lui continuava a tacere, scuotendo la testa e bisbigliando a tratti cose incomprensibili, come cercando delle spiegazioni. George tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca, allentò la cravatta con un gesto nervoso dell'indice e si tamponò il sudore sulle tempie: "Signorino William... mi perdoni se a questo punto le faccio questa domanda, ma...", si gettò.
William scattò in piedi in modo così repentino che sussultò, interrompendosi stupito.
"Ieri sera ricordo di essere salito di sopra perché mi sentivo molto debole. Avevo la vista annebbiata, stavo per perdere i sensi. Non mi ricordo nient'altro! Dannazione, mi sembra di aver perso di nuovo la memoria!", terminò a denti stretti e facendo un gesto di stizza con la mano che colpiva la scrivania in un piccolo pugno. Ricadde a sedere nella medesima posa di prima, come una marionetta cui avessero reciso i fili. Quando George pensò che non avrebbe più detto nulla, mormorò senza muoversi: "Cosa stavi per chiedermi, prima?".
Prese un respiro profondo, tormentandosi ancora la cravatta con l'impulso irrefrenabile di strapparsela via. Doveva trovare il coraggio e chiederglielo, visto che William si ostinava a non essere più specifico: "Volevo solo... mi chiedevo... ecco, sarebbe importante capire se tutti i vostri abiti...". Era assurdo che non trovasse le parole nemmeno lui. Si vergognava della situazione in sé o era a disagio a chiedere qualcosa di così intimo al suo superiore e amico?
"Niente abiti". Stavolta la voce era un bisbiglio impercettibile, ma a lui parve che avesse urlato a squarciagola. Sbatté le palpebre, certo di aver capito male, però il respiro stentato che rilasciò l'uomo biondo di fronte a sé gli indicò che no, aveva davvero parlato! Il volto non era visibile, chino com'era, però scorse la parte superiore della fronte tingersi di un rosso acceso. Per un attimo la vista gli si appannò e vide dei puntini neri danzargli di fronte. Georges pensava che avrebbe perso lui i sensi e il senno prima ancora di William, che sembrava prostrato su quella scrivania come se avesse sulle spalle una specie di macigno invisibile.
E ne aveva ben donde, per l'amor di Dio!
Prendendo un altro grande respiro per controllare i battiti impazziti, Georges tentò di razionalizzare l'irrazionalizzabile. Fece qualche tentativo prima di riuscire a parlare con voce malferma: "Ha detto di non ricordare... proprio nulla?".
William scosse il capo, le dita sempre affondate nel cuoio capelluto come se volesse punirsi. Sembrava congelato in quel modo, come se aver confessato in pochi bisbigli quell'orrenda verità lo avesse svuotato dell'anima stessa.
Georges capì che doveva essere lui quello forte, perché al momento il suo incrollabile capo era annichilito. Forse, la facciata in apparenza tranquilla che aveva dovuto sfoggiare con invidiabile stoicismo davanti agli altri a tavola lo aveva privato di ogni energia residua.
"Dunque, William, facciamo un passo indietro prima di farci prendere dal panico, d'accordo?". Aveva alzato un po' la voce e tentava di non farlo trapelare, quel panico che in realtà gli annodava le viscere già da un po'. Il suo tentativo di scuoterlo ebbe effetto, perché lui alzò finalmente la testa allontanando un poco le mani dal viso e lo fissò come se gli fosse spuntato un corno sulla fronte. Gli occhi non erano più così vacui, ma neanche troppo concentrati e sembravano lucidi.
Non si fece intenerire e continuò, più fermo che poté: "Ieri sera a un certo punto si è sentito male e ha avuto bisogno di salire nella sua stanza. Ricorda di aver indossato la sua tenuta da notte prima di andare a letto?".
William strinse le palpebre come sforzandosi di ricordare e lui ebbe una specie di visione di come doveva apparire quando aveva perso la memoria, qualche anno addietro: "No, ero così annebbiato che sono crollato sul letto con i vestiti e le scarpe...". D'improvviso, lo sguardo s'illuminò di nuova luce. "Le scarpe! Ricordo che qualcuno me le ha tolte: credo fosse Candy. Ma ricordo anche...". Deglutì, a disagio.
"Cosa?", Georges aveva perso ogni lucidità e la parola risuonò urgente.
L'uomo si portò una mano sulla fronte, chiudendo gli occhi: "Non so, ho come l'impressione di ricordare che qualcuno mi togliesse i vestiti. Oh, mio Dio, davvero non so altro!". Riprese di nuovo quella postura disperata che gli strinse il cuore.
Negli anni, Georges si era preoccupato spesso per quel ragazzo ribelle che voleva girare il mondo e aveva davvero rischiato di morire di paura quando lo avevano creduto disperso in Africa o chissà dove, prima che si mostrasse di nuovo.
Ma mai, non una sola volta aveva dubitato della sua integrità: persino quando aveva saputo che aveva condiviso un appartamento con la signorina Candy per più di due anni era stato certo che William fosse rimasto, seppure senza memoria, il gentiluomo di sempre.
Era una delle poche certezze che aveva nella vita, come il fatto che il sole sorgesse a Est e il roseto di Lakewood fosse sempre impeccabile.
Ora, d'improvviso, qualcuno ci aveva messo lo zampino e William rischiava di ritrovarsi compromesso trascinando con sé tutta la famiglia. Anzi, no. Perché la soluzione era più semplice e ovvia di quanto apparisse, ma non era affatto certo che fosse la migliore. Piuttosto, era convinto del contrario.
Con un grosso sospiro, si dispose a fargli una domanda difficile ma necessaria: "Signorino William, non è facile per me insistere con lei su questo, ma mi creda se le dico che le sto parlando come se fosse un figlio, anche se non ne avrei alcun diritto: pensa di essere stato sedotto in qualche modo da quella donna? Crede... di...".
"No", sbottò lui alzandosi in piedi e riprendendo quasi il suo atteggiamento di sempre. Georges fu colpito in modo positivo sia da quello che dalla risposta sicura. "Voglio dire, non lo so con certezza, diamine, ma so che ha tentato di farlo... appena mi sono svegliato. Non capivo chi fosse. Non sapevo cosa ci facesse lì e mi sono chiuso in bagno per fare una doccia e schiarirmi le idee. Ho soprattutto ricordato una cosa importante".
"Cosa?", chiese pendendo dalle sue labbra.
William pose le mani sulla scrivania, piegando un poco la schiena e guardandolo dritto negli occhi: "Credo che abbia messo qualcosa nel mio bicchiere".
La mascella di Georges cadde senza che lui potesse controllarla.
- § -
Candy chiuse il libro con un gesto secco, alzandosi per andare alla finestra per l'ennesima volta. Era inutile che fingesse di leggere o che tentasse di passeggiare nel roseto, non era affatto concentrata e nemmeno le Dolce Candy in piena fioritura riuscivano a placare il suo spirito tormentato.
Albert era uscito più di due ore prima senza nemmeno darle spiegazioni o salutarla e non era affatto da lui. Gli era successo qualcosa di grave, non capì se riguardante la salute o il lavoro, ma a quanto pareva voleva che lei ne restasse fuori.
Per la prima volta da quando si era rivelato a lei come prozio William e Principe della Collina, le stava deliberatamente nascondendo qualcosa di importante. E ciò la frustrava e la faceva infuriare oltre ogni dire.
Posò il libro sul comodino, pronta a scendere al piano inferiore per aspettarlo in giardino quando il rumore dell'auto la fece trasalire. Scostò la tenda dal vetro e vide la Ford nera entrare nel vialetto.
Il cuore si fermò, l'istinto di scendere e corrergli fra le braccia come tutte le volte tornò impetuoso. Sapeva che la zia Elroy sarebbe potuta apparire in ogni momento e lanciare un urlo indignato, ma il bisogno di sentire il calore del corpo di Albert e avere una rassicurazione dalla sua stessa voce era diventato quasi un dolore fisico.
Aprì la porta e corse nel corridoio tenendosi i lembi del vestito acquamarina che lui stesso le aveva regalato
"Consideralo un anticipo sul tuo regalo di compleanno".
"Oh, Albert, ma è magnifico! Adoro le rose bianche sulla gonna, sembrano...".
"Dolce Candy". Il suo viso ha un'espressione tenera, mentre lo dice. Non sembra nemmeno che stia parlando delle rose, ma di me... è come se udissi di nuovo la voce di Anthony, ma più adulta, più vibrante.
e corse giù per le rampe di scale rischiando di inciampare. Aveva le lacrime agli occhi quando lo vide entrare dalla porta principale, seguito da Georges.
Il tempo si congelò per qualche interminabile istante.
Il maggiordomo che li aveva accolti si allontanò con la sua giacca e lui rimase in maniche di camicia, bianca e impeccabile sotto al panciotto, la cravatta nera come i pantaloni appena un poco allentata. E i suoi occhi colore del cielo fissi su di lei, la bocca semi aperta come fosse stupito di vederla lì.
Candy attese di vedere se la zia si sarebbe palesata, ma c'erano solo loro due e Georges a quell'ingresso che le apparve d'improvviso enorme. E, senza pensarci due volte, corse verso di lui.
Albert aprì le braccia solo all'ultimo momento, come se non si aspettasse quel gesto così confidenziale lì, in casa. Ma la strinse, prima con titubanza e poi così forte che pensò non l'avrebbe più lasciata andare.
Quando aveva cominciato a innamorarsi di lui?
Poteva dire che fosse stato mentre vivevano insieme, qualche anno prima. Oppure nel momento in cui si era allontanato lasciandole solo un messaggio e gettandola nella disperazione. O, magari, quando aveva scoperto le sue molteplici identità a renderglielo ancora più caro. Infine, poteva essere accaduto durante la sua lontananza a seguito dei viaggi di lavoro, mentre si scambiavano una fitta corrispondenza.
Candy sapeva solo che ora, mentre avvertiva il suo cuore battere nell'orecchio, stretta al suo petto e immersa nel suo profumo un po' muschiato, le pareva di amarlo da sempre.
Molte volte aveva cercato nel suo sguardo il riflesso dei propri sentimenti e in tante occasioni le era parso di scorgerlo, di scorgerlo davvero! Tra qualche giorno sarebbe stata maggiorenne e allora... allora, forse...
"Perché piangi, Candy?", la sua voce gentile e calda la riportò alla realtà. Non si era quasi accorta che stava singhiozzando come una bambina.
Si scostò un po' da lui, asciugandosi gli occhi e accettando il fazzoletto che le porgeva: "Scu... scusami, ma ero così in pena per te! Ieri sera sembravi malato e stamattina sei sparito senza dare spiegazioni, così...".
Lui sospirò, regalandole il fantasma di un sorriso. Non il suo solito sorriso. "Sei tu che devi perdonarmi, Candy, ma si è verificata un'emergenza lavorativa e sono dovuto andare con Georges in città per risolvere delle questioni". Si volse verso l'uomo, che annuì serio.
Guardò prima lui e poi di nuovo Albert e le parve che stesse mentendo. Ma non poteva dirglielo, non ne era nemmeno certa.
"Ma... come ti senti? Perché non chiamiamo il dottor Leonard?", insisté.
Albert scosse la testa: "Non ce n'è bisogno, Candy. Sto meglio, davvero. Si è trattato solo di un forte esaurimento fisico dovuto al troppo lavoro".
Le braccia di Albert erano ancora allacciate alle proprie e Candy sentì d'improvviso che, se le avesse lasciate andare, quella strana malinconia che pareva aleggiare intorno a lui li avrebbe separati per sempre. Strinse le sue all'altezza dei gomiti: "A maggior ragione non saresti dovuto uscire oggi per lavorare tutto il giorno! Ricordi cosa ti ha detto il dottor Martin?".
Albert ridacchiò, accarezzandole piano le spalle: "Ma, Candy, è solo ora di pranzo, come puoi dire che ho lavorato tutto il giorno? E sì, mi ricordo cosa mi ha detto il dottor Martin. Ti giuro che cercherò di allentare il ritmo nei prossimi giorni, va bene?".
"Promettimelo!", insisté con una certa urgenza, stringendo forte le maniche della sua camicia. "E promettimi che mangerai qualcosa, stamattina non hai neanche fatto colazione!".
Albert la guardò a lungo, come se la stesse trapassando con gli occhi. I suoi lineamenti si ammorbidirono in un'espressione che le apparve di una malinconia struggente. In quei pozzi limpidi d'acqua di lago, a Candy parve di veder brillare qualcosa, ma forse era solo la sua immaginazione.
Di sicuro, non immaginò i pollici di Albert tracciare dei piccoli semicerchi sulle sue spalle in una sorta di doppia carezza lieve, che non mancò di farle venire la pelle d'oca e socchiudere gli occhi. Di certo non immaginò il suo sospiro profondo come se volesse dirle tante cose ma si trattenesse all'ultimo istante. E fu certa di non aver nemmeno immaginato la stretta più forte delle sue mani, nel momento in cui le dita interruppero il movimento, quasi volesse abbracciarla di nuovo come e più di prima.
"Te lo prometto, mia piccola Candy", disse con voce bassa e roca, tirandola a sé per posare un leggero bacio sulla fronte.
Ci vediamo a pranzo, grazie per esserti preoccupata per me. Ora torno in ufficio, ma non mi stancherò troppo, vero Georges? Quelle frasi le risuonarono come lontane, ovattate. Vedeva Albert parlarle come sempre, con la sua solita, composta serenità eppure era certa che qualcosa in lui fosse cambiato in maniera irrevocabile.
Innamorata o no, lo conosceva da una vita e, specie nel periodo in cui avevano vissuto insieme, aveva sviluppato una sorta di sesto senso che le faceva percepire i suoi pensieri solo da un movimento delle labbra, dalla maniera in cui girava gli occhi per guardarla, dal tono della sua voce.
Gli leggeva nell'anima, perché la propria era in qualche modo indissolubile legata alla sua.
E, mentre si allontanava con Georges verso lo studio, Candy capì che Albert le stava davvero nascondendo qualcosa. E non poteva che essere collegato alla sua salute.
Ma lo avrebbe scoperto, a costo di muovere mari e monti.
- § -
Georges Villers aveva vissuto molti momenti particolari nella sua vita, e solo per usare un eufemismo.
Quella vita che lo aveva condotto dalle strade di un sobborgo francese a una lussuosa villa americana tra persone che lo avevano fatto sentire finalmente umano e indispensabile.
Quella vita nella quale aveva potuto soffrire, gioire e persino innamorarsi.
Il suo benefattore era morto, ma ne aveva quasi adottato il figlio fungendo da braccio destro, amico e consigliere. Per lui aveva dovuto occuparsi di una moltitudine di aspetti che andavano da quello pratico di condurlo fino al college a Londra a quello esecutivo di occuparsi in sua vece degli affari finché non avesse acquisito le capacità necessarie: capacità che lui stesso aveva imparato da altri e che si era premurato di trasmettergli.
Negli anni precedenti non era stato facile gestire William Albert Ardlay, perché doveva seguirlo da lontano, assecondando le sue richieste senza mai dimenticare quelle del clan. In un'occasione aveva persino dovuto far rapire la signorina Candy, prima di consegnare alla signora Elroy la lettera con la quale il capofamiglia comunicava che sarebbe stata sotto la sua tutela, da quel momento in poi.
L'unica volta che aveva disobbedito era stato perché il suo cuore e l'istinto gli avevano suggerito che era giusto così, e aveva avuto ragione: quando aveva visto lui e la signorina ridere e scherzare nei boschi di Lakewood, aveva capito che aiutarla a scoprire l'identità dello zio William era stata la scelta corretta.
Ora, mentre riponeva gli ultimi documenti nel cassetto della scrivania di mogano e vedeva le spalle di William, rivolto alla porta-finestra a fissare l'oscurità della sera, si trovava per la prima volta a non sapere cosa diavolo fare per aiutarlo.
Perché, come aveva subodorato al mattino, la scelta corretta sarebbe stata la più dolorosa per lui.
Il medico di famiglia non aveva riscontrato nulla di anomalo nei parametri vitali di William e aveva creduto senza problemi alla sua esigenza di fare una visita di controllo dopo il malore. Mentre rientravano dall'ospedale, gli aveva confessato che sarebbe stato utile che esistesse un'analisi specifica per trovare tracce di droghe nel sangue: quella sì che sarebbe stata una prova inequivocabile! Ma, al momento, la scienza medica non arrivava a tanto.
"Sei riuscito a tranquillizzare Candy?". Fu riscosso dalla sua voce che pareva provenire da lontano. Sembrava offuscata, in egual misura, dall'alcool e dalla malinconia.
Prese un respiro profondo, chiudendo il cassetto e raddrizzandosi, fermandosi a pochi passi dalla sua schiena. "Non le voglio mentire, signorino William. Nonostante le abbia ripetuto più volte che è tutto a posto con il lavoro, mi ha chiesto di nuovo se ho notato qualcosa che non andasse nella sua salute. È convinta che le stia nascondendo un malessere ereditario".
Infine, l'uomo si voltò, il bicchiere di whisky ancora in mano e le sopracciglia aggrottate: "Un malessere ereditario?".
Annuì, poggiando la mano sulla scrivania: "Mi ha confessato di volerglielo chiedere a tavola ma di essere stata frenata dalla presenza di sua zia. Teme che stia lavorando troppo... come suo padre e mi ha pregato di fare il possibile perché lei non si stanchi, nei prossimi giorni".
I lineamenti di William si contrassero in una smorfia di dolore che sembrava misto a vergogna, nonché a disperazione. Si portò una mano alla fronte e si avvicinò alla scrivania per posare il bicchiere, come se temesse che potesse cadergli di mano.
Georges avrebbe voluto mettergli una mano sulla spalla per donargli conforto, ma si trattenne. Invece, scrutò la sua mascella contrarsi forte per qualche istante, prima che dicesse: "Si è sempre preoccupata per gli altri. E per me. E io sto per tradirla". Fece un risolino affettato. "Anzi, forse già l'ho fatto".
Strinse gli occhi come se stesse cercando di trattenere le lacrime e Georges notò che il pomo d'Adamo andava su e giù mentre tentava di riprendere il controllo.
"William...", disse il suo nome con una nota di dolcezza che gli era estranea, ma che voleva comunicargli tutta la sua comprensione.
Quando riaprì gli occhi erano lucidi e arrossati: "Sai cosa avevo intenzione di fare, il giorno del suo ventunesimo compleanno, Georges?". La voce incrinata era quasi irriconoscibile.
Lui scosse la testa, ma aveva intuito benissimo quell'intenzione: l'aveva capita fin dal giorno in cui li aveva trovati felici e spensierati a Lakewood.
"Volevo chiederle di sposarmi", soffiò rivolgendo lo sguardo sulla scrivania e stringendo i pugni che vi aveva poggiato sopra, come sostenendosi.
"Capisco, signorino William. Mi dispiace. Davvero". Parole fredde, che risuonarono nelle sue orecchie come stilettate di ghiaccio in mezzo a una tempesta di neve, nella quale William lottava contro le lacrime non versate. E lui non poteva far altro che fargli comprendere, nel suo solito modo professionale, che lo capiva per davvero. Ma che non c'era nulla da fare, se non procedere come avevano deciso sperando fino all'ultimo di scoprire qualcosa che mettesse fine a tutto.
Per il momento, gli sarebbe bastato lenire un po' di quella sofferenza che quel giovane uomo stava sopportando con stoicismo, permettendosi di mostrare, a lui e lui solo, parte della debolezza che lo stava sopraffacendo.
E lo ammirò, lo ammirò con tutto il proprio cuore quando si rialzò in tutta la sua altezza, spalle dritte e volto fiero, inspirando profondamente. Perché William Ardlay junior era una roccia e tale sarebbe rimasto, anche contro il mare impetuoso.
Avrebbe assunto i migliori investigatori per venire a capo di quell'assurdità.
"Andiamo a dormire, Georges, devi essere molto stanco anche tu. Domani devo sistemare questa storia una volta per tutte, ho già esitato troppo", concluse con voce di nuovo ferma, cominciando ad avviarsi verso la porta per uscire.
Sperava solo che quel mare impetuoso non lo sommergesse con un uragano mortale.
- § -
Cadono i miei vestiti sul pavimento come cadono le mie speranze e le maschere che ho dovuto indossare per tutto il giorno. Una dopo l'altra, come fragili orpelli che dovrò ricostruire domani. E dopodomani. E per tanto tempo ancora.
Risuona nella mia mente la tua voce fresca e preoccupata. Sincera, venata di affetto, di... amore. Oh, Candy, quell'amore che ho sognato tanto di poterti confessare proprio tra pochi giorni, per il tuo ventunesimo compleanno, quando finalmente fossi diventata maggiorenne!
Dio, l'ho visto! Ho potuto scorgerlo in quei tuoi smeraldi pieni di lacrime. E avrei solo voluto morire.
Perché ero il responsabile di quelle lacrime, della tua preoccupazione e mi sentivo un bastardo traditore mentre ti gettavi tra le mie braccia e ti stringevo senza potermelo impedire!
Ma se solo sapessi, mia dolce e amata Candy, quanto eri lontana dalla verità preoccupandoti per la mia salute...
Ti ferirò, ora lo so. Io lo sono già e sanguino. Sanguina il mio cuore, che ha appena sfiorato il tuo e deve rinunciare.
Domani devo andare a chiedere la mano di un'altra donna.
Non mi fermerò, amore mio. Lotterò fino all'ultimo giorno, ma sono prima di tutto un uomo d'onore e devo prendermi le mie responsabilità, anche se vorrei solo piangere lacrime amare, continue e bollenti come l'acqua che sento scorrere sul mio corpo.
Ti ho desiderata tanto e ho visto il nostro sogno appena fuori da quella finestra: io e te, allacciati nel nostro primo ballo da innamorati. Poi con le mani intrecciate come fidanzati, abbracciati come sposi, avvinghiati come amanti.
Invece no.
Il giardino delle rose di Rosemary e Anthony non sarà testimone né del nostro fidanzamento, né del nostro matrimonio.
Perché non è te che sposerò, Candy.
Albert poggiò le spalle sulle piastrelle blu della doccia e gettò il viso tra le mani. Un lamento pietoso, pregno di dolore, riempì la stanza.
