Angolo dei commenti:
Elizabeth: Sembra davvero una partita a braccio di ferro: da un lato Albert giustamente non si arrende, dall'altro Lilian sostiene la sua idea in maniera ferma e decisa. Riuscirà a smascherarla in tempo, considerando che non si ricorda nulla di quella notte?
Cla1969: I sospesi ci saranno sempre, finché non leggerai la parola 'Fine' e forse anche allora, quindi fattene una ragione XDDD D'altronde la situazione è così intricata, come hai ben capito, che persino Albert non sa bene come uscirne anche se sospetta di Lilian. La sofferenza dei due biondi, purtroppo, sembra inevitabile...
Ericka Larios: Wow, sei davvero furiosa con Lilian! Beh, come darti torto, la odio persino io che l'ho creata! Per Albert raccontare tutto a Candy è di certo un'opzione fattibile, ma bisogna anche tenere conto della sua difficoltà nel parlarle di una questione tanto delicata. Ricordiamoci che Albert è lo stesso che ha pianificato per tanto tempo la sua confessione di essere il principe della collina, che appariva quasi un ragazzo insicuro... pensi davvero che sia semplice per lui raccontare a Candy che forse è stato a letto con un'altra ma non si ricorda nulla? Coraggio, vediamo cosa succede!
Charlotte: Capitolo breve? Forse un po', ma ricco di contenuto, spero: almeno sappiamo che Albert NON si è arreso completamente e cercherà la verità ;-) La situazione non è facile, sia per Lilian che per quello che potrebbe accadere con Candy...
MariaGpe22: Purtroppo questo inganno è stato così ben congeniato che Albert deve per forza chiedere la mano di Lilian. Ovviamente non si arrende subito, però sarà davvero dura spiegarlo a Candy! Il filo rosso deve proprio essersi aggrovigliato, vero? XD Grazie di cuore per le tue parole, alla prossima!
Dany Cornwell: Lo so, vorresti gridare queste parola ad Albert, tutte vogliamo fermarlo, vero? L'idea di Stair sarebbe bella, se non altro perché significherebbe che non è morto: ma io seguo il romanzo dell'Autrice e lì le speranze sono nulle... Confidiamo in Georges...
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Proposta
Elroy Ardlay sbatté le palpebre, perplessa: la mano che reggeva la tazza di tè si mosse piano per posarla e non far fuoriuscire il liquido mentre guardava il nipote, dritto in piedi di fronte a lei con il volto serio. Tanto serio che pareva le avesse appena comunicato la sua partecipazione a un funerale, anziché il proprio desiderio di fidanzarsi con Lilian Rousseau.
Non che ne fosse scontenta, tutt'altro! La famiglia Rousseau, nonostante la morte prematura del suo capofamiglia, era una tra le più potenti a livello economico e possedeva una fetta di azioni bancarie davvero ragguardevole. Quell'unione sanciva il matrimonio perfetto che lei aveva sempre sognato.
Allora perché quell'inquietudine nel vedere il viso oscurato di William? Aveva preso la decisione da solo, a quanto pareva, anche se lei aveva spesso insistito perché si sistemasse e desse un erede alla famiglia una volta per tutte.
A dirla tutta, quando era entrato comunicandole che doveva parlarle, le erano suonati in testa mille campanelli d'allarme e aveva temuto, in un angolo nascosto del proprio essere, che le dicesse di voler sposare Candice. Non le era certo sfuggito quanto il loro rapporto fosse cambiato nel tempo e già da qualche mese si stava preparando a una lotta contro suo nipote, per impedirgli di compiere gesti folli.
Nel momento in cui aveva udito il nome della signorina Rousseau era stata quasi certa di aver capito male: era fin troppo bello per essere vero!
"Se mi permetti, andrei subito a casa sua per chiedere la mano a sua madre. Tu potrai occuparti dei preparativi per la festa di fidanzamento che dovrebbe esserci a breve".
Troppo, troppo bello per essere una decisione spontanea.
Elroy si alzò, pervasa da una sensazione che sfiorava il panico: ricordava che William e Lilian si erano visti a malapena tre volte e la sua cameriera le aveva accennato che la ragazza aveva fatto visita a suo nipote nella mattinata. E quella mattina dopo il ballo, il giorno precedente, quando lui era sceso senza fermarsi per la colazione, rifiutando di essere visitato dal dottor Leonard...
"Non fraintendermi, nipote", cominciò facendo un passo per fronteggiarlo. "Sono felice della tua decisione, ma posso chiederti come mai hai tanta fretta?". Non voleva, né poteva dare voce ai propri timori.
Ma il dubbio l'assalì con artigli affilati quando lui abbassò lo sguardo, come se non potesse sostenere il contatto visivo. Era un gesto davvero inconsueto per il suo nipote così determinato e ribelle quando si trattava della propria vita.
"Ho deciso che è arrivato il momento di prendermi completamente le mie responsabilità e sistemarmi". Non solo aveva abbassato gli occhi, ma sembrava un condannato sul patibolo.
Fu quello a farla capitolare: "William", lo richiamò con tono alto e aspro, pervasa dall'urgenza di chiarire. Lui tornò a guardarla rimandandole l'immagine di un bambino spaventato. Cosa che non era mai accaduta nemmeno quando lo sgridava perché passava tutto il suo tempo in mezzo agli animali invece che a studiare. Neanche a sette anni aveva mai avuto quell'aria smarrita di fronte a lei ed Elroy vacillò, non sapendo quasi come affrontarlo. "Sei certo che questa tua... fretta non sia dettata da qualche gesto sconsiderato?".
Alla fine lo aveva detto e si predispose a scrutare la reazione del nipote.
Che fu composta e fredda come sempre. Semmai aveva avuto un momento di debolezza, o se l'era immaginato o era svanito. "Certo che no", disse con voce ferma, le iridi cerulee ora ben fisse nelle proprie.
Fu lei a dover distogliere lo sguardo, quasi in imbarazzo per averlo chiesto: "Bene, perdonami per avertelo domandato, ma era una decisione che non mi aspettavo. Sarò lieta di occuparmi di tutti i preparativi per il fidanzamento e attenderò che tu e la signorina Lilian mi comunichiate la data che preferite".
Aveva ripreso il controllo. Era meglio ignorare la voce che, in tono pedante e stizzoso, le ripeteva che dalla sera del ballo e da quello strano malessere che lo aveva afflitto, il suo William era cambiato. E, Dio l'aiutasse, mentre la salutava con la solita educazione e lei si rimetteva a sedere per sorbire il tè del pomeriggio con il sole che entrava dalla finestra alle sue spalle, Elroy ripensò a Candice.
Nonostante il suo diniego ad accettarla e le sue intenzioni di tenerla il più lontano possibile dalla famiglia, non poteva fare a meno di pensare che William le era apparso sempre felice e pieno di vita quando le era accanto.
Mentre le comunicava le sue intenzioni di sposare un'altra donna, invece, era stato più simile a un uomo condannato a morte.
Sciocchezze... ha capito che deve abbandonare qualsiasi sogno romantico per mettersi a capo della famiglia come si conviene.
Se lo ripeté fino quasi a convincersi, Elroy, inghiottendo l'ultimo sorso di tè e volgendo gli occhi verso il cielo terso dopo essersi messa in piedi davanti alla finestra. Una nube grigia si era appena frapposta fra lei e il sole e la matriarca degli Ardlay s'impose di non prenderlo come uno sciocco presagio.
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Archie intercettò Albert mentre si avviava a grandi passi verso la porta di casa, come se avesse una fretta del diavolo. Come se stesse... scappando.
Dopo il ballo era cambiato qualcosa in lui e, nonostante i leciti timori di Candy, non era più sicuro che si trattasse della sua salute. Era accaduto qualcosa che aveva sconvolto suo zio ma non riguardava gli affari, e visto che Candy era dovuta tornare al lavoro quella mattina, era compito suo indagare sul sempre più scostante Albert.
Ormai era evidente persino alla servitù che cercava di evitare tutti e che l'unico con cui si confidava era Georges.
"Stai andando in banca?", lo apostrofò a bruciapelo, mentre infilava da solo la giacca grigia sul completo blu.
Lui si bloccò con la manica non ancora del tutto infilata e lo guardò come se stesse decidendo se mentirgli o meno. Ma Archie era stufo del suo comportamento sfuggente e non si sarebbe arreso.
"No", rispose laconico, riprendendo l'operazione con gesti lenti.
Prese un respiro profondo, comprendendo che forse avrebbero avuto, alfine, il confronto che si aspettava: "Zio William... Albert...". Sapeva che lui odiava essere chiamato zio William nel privato, se non era strettamente necessario o dettato dall'occasione. "Non pensi che sia ora di dirmi cosa sta succedendo? Candy è disperata, crede che tu sia malato e ce lo stia nascondendo e a dire il vero anche io non so più cosa pensare. Se si trattasse di affari so che mi parleresti. Quindi cosa c'è? Sei davvero malato o è accaduto qualcosa la sera del ballo con qualcuno degli invitati?".
Su quell'ultima frase, la mano di suo zio si contrasse sui bottoni che stava allacciando: aveva colto nel segno.
In silenzio e facendo appello a tutta la pazienza residua, Archie attese che Albert rispondesse e pregò che non rifuggisse la domanda con la scusa della fretta o lo avrebbe inseguito per tutto il giardino e persino in auto fino a che non avesse avuto una risposta. Tra la sua vita privata e l'invadenza c'era di mezzo la preoccupazione delle persone che lo amavano. Persino Annie, con la quale aveva solo parlato al telefono dalla notte del ricevimento, era perplessa dal comportamento che le aveva appena accennato.
"Ci sono momenti, nella vita, in cui occorre prendere le decisioni giuste", iniziò Albert. Ad Archie quell'incipit non piacque per niente. Infatti, continuò: "E io ormai ho più di trent'anni, devo assumermi le mie responsabilità di capofamiglia. Sai bene che non appoggio quasi mai le imposizioni della zia Elroy, ma su una cosa ha ragione: non posso continuare a vivere come un ragazzo e devo formare la mia famiglia per dare un erede agli Ardlay".
Archie aveva immaginato alcuni scenari, anche se era stato complicato: un litigio con un membro della famiglia che aveva destabilizzato l'equilibrio interno; una diagnosi medica negativa come aveva paventato Candy; diamine, aveva persino sospettato che si fosse rifatto vivo Terence e Albert fosse combattuto su come comportarsi con lei!
Ma che Albert avesse all'improvviso deciso di unire la propria vita a quella di qualcuna che, gli era più che chiaro, non fosse Candy non gli era mai passato neanche per l'anticamera del cervello. Fu forse per quel motivo che rimase per lunghi istanti con la bocca aperta nel tentativo di dire qualcosa senza riuscire a spiccicare parola.
Il volto scavato e serio di Albert gli parlava di notti insonni e pasti distratti e veloci, così gli diede il beneficio del dubbio: "Stai... dicendo sul serio?", fu la domanda scontata che gli uscì di bocca. Non aveva modo di esprimere i sentimenti contrastanti che lo stavano sconvolgendo: incredulità, dolore pensando a Candy, senso di irrealtà ma, soprattutto, la sensazione netta e strisciante che ci fosse qualcosa di molto sbagliato che gli sfuggiva.
"Sì", rispose asciutto, avviandosi verso la porta d'ingresso. Pensava davvero di cavarsela così? Archie non si era mai intromesso nella vita di Albert fino a tal punto, ma in quel caso non era in ballo solo il futuro della famiglia: era coinvolta anche la felicità di Candy e, anche se ormai per lui non rappresentava più da tempo l'amore giovanile del Saint Paul School, l'amava come una sorella e non tollerava la sua sofferenza. Fu per questo che raggiunse la porta in due falcate posando con discreta forza il palmo aperto della mano sul legno lucido, impedendo ad Albert di uscire.
Alzò gli occhi su di lui per guardarlo, senza lasciarsi intimidire dai pollici di altezza che li separavano: "E chi è la fortunata, se posso saperlo?".
Il tempo parve contrarsi, rallentare e fermarsi. Come il proprio respiro. Come quello di Albert, con i lineamenti composti quasi fosse una statua. Dietro quel volto severo da zio William, Archie scorse la lotta interiore, la rabbia e, infine, la rassegnazione.
"Lilian Rousseau", disse, gelido e un po' soffocato da un'emozione che non seppe decifrare.
Ma sei impazzito?! Se la conosci a malapena! Non puoi decidere di sposare lei di punto in bianco senza neanche averla mai corteggiata o perlomeno conosciuta meglio! No, Albert, non ti permetterò di fare una sciocchezza simile. Hai pensato a Candy? Sì, non fare quella faccia, ce ne siamo accorti da prima che ve ne accorgeste voi, sai? Dai tempi in cui condividevate quell'appartamento. È lei che devi sposare e non venirmi a dire che il problema è la zia Elroy o le regole della famiglia che ti vorrebbero al fianco di una donna con una posizione sociale perché non me la bevo! Tu sei uno che lotta per i suoi principi, quindi dimmi cosa ti frulla in quella testa e vediamo di venirne a capo, perché non mi incanti con quell'aria da duro!
Archie immaginò davvero di dirgli tutte quelle parole, riversandogliele addosso come un fiume in piena, magari afferrandolo persino per i lembi di quella dannata giacca e scuoterlo, impedendogli di uscire fino a che non avesse avuto le sue risposte. Perché gliele doveva, accidenti! E le avrebbe dovute a Candy, il cui cuore sarebbe andato in mille pezzi.
Invece non riuscì a fare altro che spalancare ancor più a dismisura gli occhi e la bocca mentre lui usciva di casa con uno "scusa" mormorato tra le labbra, saliva in auto sul sedile posteriore e il suo autista partiva lasciando una scia di fumo nel vialetto.
Archie dovette appoggiarsi alla porta ancora aperta, colto da una specie di malessere: l'immagine vivida della sua reazione mai avvenuta svanì, lasciandogli un senso d'impotenza tale che si prese a pugni mentalmente. Non lo aveva fermato. Non aveva fatto nulla se non boccheggiare come uno stupido pesce fuor d'acqua, annichilito da ciò che aveva appena udito.
Quando la nebbia si dissipò un poco, la sua mente ricominciò a girare a pieno regime, alla ricerca di tutti i momenti nei quali Albert e quella Lilian erano stati a contatto. Ne sarebbe venuto a capo prima che tornasse a casa Candy.
Allora, avrebbe anche dovuto darle la forza di accettare quella realtà assurda e temeva che non sarebbe bastato il suo sostegno, quello di Annie e dell'intera Casa di Pony per farla riprendere da un colpo simile. Dopo tutto quello che aveva passato, perdere Albert l'avrebbe distrutta.
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Margaret Rousseau non aveva mai avuto la possibilità di vedere Ethan.
Lo conosceva solo dai racconti di Lilian e, a sua detta, non aveva potuto fare a meno di innamorarsi di lui. Magnetico, bello da togliere il fiato, speciale... aveva usato gli aggettivi più forti per descriverlo ma non era bastato a calmare le sue ire, la notte in cui aveva scoperto che sua figlia non avrebbe mai potuto fare un matrimonio secondo le regole. Aveva gettato nella vergogna e nella dannazione una famiglia già in bilico che altro non aveva se non una cospicua somma di denaro quale azionista di un clan stabile come quello degli Ardlay. Ma la gestione di Connor, il suo unico fratello, e la propria incapacità di intervenire per capire se i fondi fossero davvero al sicuro non avrebbero fatto durare a lungo quello splendore.
Lilian era bella e sarebbe potuta andare in moglie a William Albert Ardlay persino senza sotterfugi, se si fosse impegnata, ma aveva deciso di rovinare tutto dandosi a un ragazzo che non aveva alcuna dote, né posizione sociale e si dedicava a materie complesse come la chimica. Margaret aveva compreso che il suo modo di guadagnare con quell'abilità non era nulla che potesse paragonarsi nemmeno lontanamente a degli affari puliti e leciti.
Era stata davvero sul punto di picchiare a sangue sua figlia, ma prima che le urla si trasformassero nella prova fisica e violenta della propria rabbia, lei le aveva detto, con voce tremante, che aveva una soluzione a portata di mano. E aveva nominato il ballo imminente e il patriarca degli Ardlay.
Sulle prime, quella folle idea l'aveva fatta infuriare di più, trasformando la rabbia in furia cieca, ma poi il tono pacato e ragionevole di Lilian l'aveva convinta. D'altronde lei stessa non aveva commesso un grande errore, tanti anni prima, risolvendolo con un inganno?
Ma, soprattutto, non avevano davvero altra scelta.
Si era calmata quel tanto che bastava per valutare con Lilian varie altre opzioni, ma a quanto pareva tutti gli altri uomini in età da matrimonio erano fidanzati o si erano già fatti vedere con altre donne. L'unico che era ancora libero era proprio il patriarca del clan Ardlay e sembrava inarrivabile.
"Che mi dici di quella sua figlioccia, come si chiama?", aveva domandato stringendo le mani una sull'altra, la speranza che lasciava il posto alla prostrazione.
"Candice White Ardlay. L'hai detto tu: è la sua protetta, tanto che ha ancora il suo cognome, non ha mai dichiarato nulla di diverso. Non è un impedimento".
Avevano incontrato William in due occasioni diverse e Lilian aveva ballato con lui durante un evento in Florida per l'apertura degli hotel della famiglia Lagan e in occasione della festa di fidanzamento di Archibald Cornwell con quella ragazza che era stata adottata dai Brighton.
Ora, mentre lui le faceva un elegante e discreto baciamano nel salotto di casa, Margaret si rendeva finalmente conto di quanto Lilian fosse stata fortunata. Se Ethan, a sua detta, l'aveva stregata al punto da renderla avventata e incosciente, quel William le avrebbe impedito per sempre di ricadere in errore.
Come aveva fatto a non notarlo prima? Forse proprio perché le era parso inavvicinabile e due sere prima era troppo nervosa e distratta per osservarlo meglio. D'altronde, la stessa Lilian ne aveva lodato le doti fisiche quando lo aveva spogliato.
E a ragione: sua figlia aveva vinto tutta la posta in gioco perché quell'uomo non era solo ricco sfondato, elegante, educato, colto e gentile. Era di una bellezza disarmante. Se avesse avuto quindici anni in meno, non avrebbe esitato a farsi avanti lei stessa, visto che ormai era vedova da tempo.
"Il tè è servito, signora", annunciò Miriam alla sua sinistra.
"Grazie, cara, puoi ritirarti", la congedò cercando di non rimanere abbagliata da quegli occhi azzurri che sembravano gelidi e tormentati al contempo.
Di certo, anche se composto, non appariva affatto felice di trovarsi lì.
La sua figura fasciata in un abito della medesima tonalità dei suoi occhi gli cadeva addosso in modo impeccabile e lui rimase dritto in piedi mentre diceva: "Sono qui perché vorrei chiedere la mano di sua figlia", esordì senza mezzi termini, come se avesse fretta di terminare una transazione finanziaria.
Margaret sorrise un poco, fingendosi entusiasta: "Oh, ma lasci che la faccia chiamare!", rispose facendogli cenno di accomodarsi su una delle poltrone e avvicinandosi al ripiano del caminetto per prendere la campanella con cui chiamare la cameriera.
"Non ce n'è bisogno", protestò lui senza dare cenno di volersi sedere. Sembrava che stesse sostando su dei carboni ardenti, ma intanto la domanda era formulata e lei e Lilian avevano appena vinto alla lotteria.
Non pensava che ce l'avrebbero fatta sul serio.
Ma, evidentemente, quell'Ethan qualcosa di giusto sapeva farlo, se William Ardlay aveva davvero creduto di aver dormito con sua figlia al punto da chiederle di sposarla senza battere ciglio. O quasi...
Lei ignorò la richiesta dell'uomo e suonò la campanella con una mano tremante, chiedendo alla cameriera personale di Lilian di farla chiamare.
Magaret sedette in attesa, scrutando il patriarca degli Ardlay che finalmente sedeva come se sulla poltrona ci fossero aghi incandescenti, stringendo le mani sui pantaloni e voltando lo sguardo verso la finestra.
Il silenzio che si creò fra loro rese evidente quanto la situazione fosse anomala: lui sospettava qualcosa? Cosa si erano detti con Lilian quando lei lo aveva raggiunto a casa sua, quella mattina? Lo aveva messo in difficoltà presentandosi alla luce del sole davanti alla sua famiglia?
D'improvviso, capì che non sapeva bene come comportarsi e optò per fingere una discreta sorpresa che l'avesse colpita in maniera gradevole. Così, nel momento in cui Lilian entrò e William si alzò per salutarla con un baciamano, lei si calò nella parte della madre commossa.
"Signor Ardlay, sarò lieta di concederle la mano della mia unica bambina. Da quando suo padre è morto e sono sola a occuparmi della famiglia mi preoccupo ogni singolo giorno del suo benessere. Sono certa che lei saprà renderla felice!". Prese persino un fazzoletto dalla tasca della gonna per asciugarsi una lacrima inesistente.
William rivolse a Lilian uno sguardo che definire freddo sarebbe stato un eufemismo e poi si voltò verso di lei. L'azzurro delle iridi le parve trasformarsi in ghiaccio.
"La felicità è un bene effimero, signora Rousseau, ma sono certo che questo matrimonio sarà conveniente per voi sotto molti punti di vista", disse senza scomporsi.
Quindi sapeva. Aveva capito di essere stato incastrato e non era disposto a fingere. L'unica falla nel loro piano poteva essere rappresentata da un difetto nella droga che lo avrebbe risvegliato, oppure nella necessità di fargli bere dello champagne adulterato.
La sostanza creata da quell'Ethan aveva funzionato, il metodo usato da Lilian forse un po' meno. E William doveva essere un uomo molto intelligente. Ora, più che mai, avrebbe voluto conoscere i dettagli della conversazione tra lui e sua figlia qualche ora prima.
Margaret non si scompose, anche se non era gradevole dare Lilian in sposa a un uomo che non mostrava il minimo trasporto e cercò di essere almeno conciliante: "Sono certa che la convenienza possa rivelarsi reciproca, signor Ardlay. E mia figlia è una donna dalle molteplici sfaccettature: sono sicura che troverete molti punti in comune e vivrete con entusiasmo il vostro futuro da marito e moglie".
Mentre Lilian le rivolgeva uno sguardo grato e trionfante, William contraeva i lineamenti in un cipiglio che le suggerì quanto fosse sconvolto. Aveva di certo capito che Lilian aveva in lei una complice, ma forse solo adesso si rendeva conto fino a che punto sapesse di tutta quella storia.
Credeva che con quella frase dura sulla convenienza del matrimonio l'avrebbe spinta a fare storie? E per quale motivo? Voleva guadagnare tempo per tirarsi indietro?
Quando alfine si congedò, con la medesima freddezza e spiegando che avrebbero presto parlato dei dettagli sulla festa di fidanzamento, Margaret fu quasi sollevata.
Lilian stessa fece un sospiro soddisfatto.
"Allora? Hai discusso con lui? Non mi sembrava né contrito né in imbarazzo, ma solo molto arrabbiato", sbottò andandosi a versare il tè che nessuno aveva bevuto.
"Lui sostiene di essere certo di aver dormito come un bambino e io mi sono mostrata molto offesa. Stiamo giocando sul filo del rasoio, mamma, ma ha capito che io ho il coltello dalla parte del manico e che si tratta della sua parola contro la mia", spiegò la ragazza con voce calma, accostandosi a lei per sedersi. Era impallidita.
La tazza quasi le cadde dalle mani: "Vuoi dire che si ricorda quello che... non è successo?".
Lilian posò la fronte su una mano: "Se fosse vero non sarebbe venuto qui a chiederti di sposarmi. Credo sia solo un suo sospetto e comunque non può dimostrarlo".
"Ne sei certa?", chiese con tono urgente. "Hai fatto quello che ti ho suggerito, l'altra notte? Se è acuto come ha dimostrato...".
"L'ho fatto, dannazione! Smettila di tormentarmi, non mi sento per niente...". Lilian scivolò dalla sedia e Margaret l'afferrò prima che toccasse terra, chiamando aiuto a gran voce.
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Georges non credeva che si sarebbe messo a origliare come un ragazzino alla sua età e nella sua posizione. Ma, come anche in altre occasioni, c'erano regole che doveva infrangere se voleva supportare davvero William, specie in un momento come quello.
Le cameriere che erano addette a sistemare le camere stavano discutendo a bassa voce nella lavanderia e lui, che era diretto in giardino, aveva colto qualcosa che lo aveva indotto ad avvicinarsi per ascoltare meglio.
"Ti dico che la camera del signor Ardlay aveva il letto rifatto come se non avesse dormito lì! Invece ho dovuto risistemare la stanza degli ospiti sullo stesso piano".
La stanza degli ospiti era quella dove doveva aver dormito William. Era davvero così debole da non essere riuscito ad arrivare nella propria?
"Pensi che abbia a che fare con il suo malessere dell'altra sera?", chiese Nancy, che doveva aver avuto il medesimo pensiero.
"Mhhh, non saprei ma è possibile. E in effetti c'è anche un'altra stranezza...".
Georges trattenne il respiro.
"Di che parli?".
"Beh, ecco, magari è una sciocchezza ma... ho dovuto far pulire a fondo il coprimaterasso perché c'era una macchia di sangue".
E il sangue nelle vene di Georges parve gelarsi, mandandogli un brivido lungo la schiena. Sangue. Su un lenzuolo nel quale William aveva dormito nudo accanto a una donna. Dio li aiutasse...
"Bah, può significare tutto o niente. So che la signorina Candice è preoccupata per la sua salute ma abbiamo tutte visto che sta bene, all'apparenza, magari si tratta solo di una ferita alla mano o qualcosa del genere...".
Nonostante il cuore impazzito gli stesse rendendo sempre più difficile restare immobile senza respirare in maniera pesante, Georges s'impose di ascoltare fino a quando non si accertò che le congetture delle cameriere si fermavano a una mera discussione sulle condizioni di salute del patriarca e non includevano teorie più creative.
Per fortuna.
Mentre dimenticava cosa dovesse fare in giardino e si dirigeva a grandi passi nel suo ufficio, Georges si domandò su cosa avrebbe dovuto rivolgere le proprie ricerche riguardo la famiglia Rousseau e come coordinare gli investigatori.
In un angolo del suo cuore, però, temeva che, nonostante tutto, il matrimonio sarebbe stato inevitabile. Anche se avessero dimostrato che Lilian aveva effettivamente drogato William, ormai era come se fossero già marito e moglie.
