Angolo dei commenti:

Cla1969: Ti mando personalmente una fornitura di kleenex, LOL!

Ericka Larios: Interessante la tua teoria sulla gravidanza di Lilian: se così fosse, in effetti, come farebbe con le tempistiche? Davvero può ingannare Albert? Per quanto riguarda il suo destino con Candy sembra effettivamente segnato e accolgo il tuo grido di dolore XD Per quanto riguarda il comportamento di Albert ne ho già parlato ampiamente: sto dando una logica al personaggio, bilanciando la sua natura con l'eccezionalità della situazione e non è facile. Ho dovuto essere realista fino in fondo, spero che questo non ti scoraggi troppo e che continui a seguirmi. Alla prossima (spero )!

Dany Cornwell: Le cose si sono davvero complicate tantissimo, considerando che Albert si è confidato solo con Georges e che comunque ormai ha chiesto la mano di Lilian. Coinvolgerà Archie in questa lotta? E Candy come la prenderà? Persino la zia Elroy è perplessa! Che caos!

Charlotte: Per Albert le cose non potevano andare peggio, vero? E questa ragazza che ha uno svenimento... mmmh... cosa accadrà adesso con Candy? Lo scoprirà? E come?

Guest: Scusa, non ho capito una cosa: cos'è VDD? Tu quindi pensi che come anche nell'altra storia io faccia passare ad Albert e Candy di tutto per poi avere un lieto fine e sei in attesa di quello? Beh, può essere di sì e può essere di no. Chissà! Georges sta facendo quello che può, diamogli fiducia XD Tu se vuoi continua a seguirmi! ;-)

MariaGpe22: Madre e figlia sono davvero delle serpi velenose, vero? Hanno concepito un piano all'apparenza perfetto! Sono contenta che tu apprezzi la mia storia nonostante sia dolorosa. Alla prossima!

Elizabeth: Georges farà di tutto, su questo non ci sono dubbi. La zia Elroy in realtà ha colto che c'è qualcosa di strano, ma non si metterà certo a protestare per quello che le sembra il matrimonio perfetto!

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Alle porte dell'Inferno

"Come sta, Frank?".

Il medico coprì la ragazza stesa sul letto con il lenzuolo e si tolse lo stetoscopio dal collo prima di riporlo nella borsa: "È solo molto stanca e ha bisogno di riposare. Il che è davvero normale, nelle sue condizioni: è stata sottoposta a emozioni troppo intense negli ultimi giorni".

A Margaret non dovette sfuggire il tono di rimprovero nella voce perché fu con le labbra serrate e il fazzoletto stretto nelle mani che lo fronteggiò: "Non avevamo altra scelta, se non te lo ricordassi! Piuttosto, raccontami cosa è successo in quella stanza quando sei andato a visitare William Ardlay".

Lui richiuse la borsa con le mani gelide e tremanti, chiedendosi quanto ancora avrebbe sopportato tutta quella tensione.

"Te l'ho già detto. Ho verificato che fosse stabile e ho tranquillizzato quella ragazza... Candice. È un'infermiera, lo sapevi? Ma per fortuna si è fidata di me e della mia diagnosi". Anche la voce tremava e Frank dovette sedersi sulla poltrona accanto al letto, passandosi le mani fra i capelli brizzolati in un gesto stanco.

Margaret lo imitò posizionandosi accanto a Lilian, sul materasso, e carezzandole piano i capelli. Ancora non riusciva a capacitarsi che una madre potesse spingere la figlia quasi fra le braccia di uno sconosciuto pur di salvare il salvabile. Anche se conosceva bene sua cugina, si stupiva ancora dei suoi comportamenti estremi.

Non avrebbe mai dimenticato come avesse spinto giù dall'altalena la sua sorellina, quando erano ancora bambini, preda di una gelosia irrazionale nei suoi confronti.

"Tu sei solo mio, capito? Non devi giocare con lei!", aveva strillato la ragazzina di dieci anni mentre la bambina di due piangeva sconsolata fra le sue braccia.

"Ma è mia sorella! Devo prendermi cura di lei!", aveva ribattuto prima che arrivasse una delle tate a vedere cosa fosse accaduto.

Ricordava ancora il profumo dell'erba tagliata di fresco nel giardino della loro casa di Hammond, il pianto di Sally e i passi frettolosi della donna che gliela strappava dalle braccia.

E ricordò come, dopo che si era allontanata verso casa, Margaret si fosse avvicinata a lui per baciarlo sulla bocca, sconvolgendolo e facendogli comprendere, alfine, quanto potere avesse sulla sua scarsa volontà quella che doveva essere solo una cugina affezionata.

Senza rendersene conto, si ritrovò a scrutare la linea ancora perfetta del suo corpo: il collo da cigno, niveo e morbido come lo ricordava al tatto, la rotondità del seno che s'indovinava attraverso il vestito e la vita stretta che non aveva nemmeno bisogno del corsetto.

Deglutì, a disagio, e distolse lo sguardo, cercando di non evocare le sensazioni che toccarla gli aveva sempre suscitato.

Con l'arrivo dell'adolescenza, Frank era stato spezzato in due dall'urgenza di fuggire lontano da lei e da quella, opposta, di continuare a cadere fra le sue braccia. In un rapporto immorale, ma mai così tanto da spingerli oltre il limite del proibito.

Perché lei doveva sposare l'uomo giusto, quello che le era stato predestinato fin da piccola, e lui voleva seguire il suo sogno di diventare un medico.

Ed eccola lì, la sua vita da medico, rinchiusa in quella valigetta e nel controllo quasi ossessivo dell'orario per non essere in ritardo all'ospedale dove ricopriva i turni di ostetrico e di chirurgo, la doppia specializzazione che aveva ottenuto quasi per autodifesa. Per tenere impegnata la mente con passioni più nobili.

Quando Margaret era partita per la Francia con la sua famiglia, infatti, Frank si era sentito disperato e liberato al contempo.

Non era mai riuscito a tenere un'altra donna al suo fianco se non per brevi periodi, ma in compenso era riuscito a realizzarsi come professionista.

Finché lei non era tornata nell'Indiana e si erano ritrovati.

Aveva lottato strenuamente per evitare che lo irretisse di nuovo nelle sue maglie micidiali, ma Margaret non era una donna che si arrendeva facilmente.

Margaret si alzò dal letto e fece un sospiro profondo. Troppo simile a quelli che le sfuggivano dalle labbra quando stavano per fare l'amore. Troppo simile a quello che gli aveva soffiato sul viso quella sera.

"Tu sei mio, sei sempre stato mio", gli aveva sussurrato, dopo averlo chiamato perché la sua cameriera personale aveva la febbre alta e lei era preoccupata.

Tutto il passato che aveva lottato per rifuggire era ritornato come una marea per sommergerlo e Frank aveva cercato con tutte le proprie forze di sottrarsi a quello che sarebbe diventato il primo di una lunga serie di tradimenti al suo povero marito sempre in viaggio di lavoro.

Era come se fossero stati avvolti nelle spire mortali di un destino che non avrebbe dovuto unirli ma al quale, invece, erano destinati a soccombere.

Nessuna cameriera era presente in casa: Margaret aveva lasciato la serata libera all'intera servitù per accogliere lui. E lo aveva accolto. Frank aveva lasciato che accadesse, prendendola finalmente come aveva sempre sognato, con quella disperazione ambivalente che lo consumava come un fuoco.

Dopo c'era stato il pentimento, ma solo da parte sua.

Margaret aveva cercato in tutti i modi di portare avanti quella relazione clandestina finché all'improvviso non era sceso un silenzio irreale fra loro.

Proprio come quello che lo stava, suo malgrado, traghettando sulla via dei ricordi in quel momento, complici la vicinanza della donna e il respiro regolare di Lilian a scandire i minuti.

Mesi dopo, a un ricevimento, l'aveva rivista a fianco di Alain con i primi segni evidenti di una gravidanza. Ed era finita così.

Lei si era allontanata e Frank aveva accolto questo evento come un segno, una punizione e una benedizione al contempo. Non avrebbe comunque potuto più toccarla, ora che aspettava un figlio da un altro uomo.

"A cosa stai pensando?", interruppe i suoi ricordi con voce bassa.

"A niente", mentì alzandosi e afferrando la sua borsa.

"Sembravi a mille miglia da qui", ribadì accostandosi a lui.

Frank fece un passo indietro, maledicendo la propria debolezza: "Fai riposare Lilian e quando si sveglia proponile un pranzo nutriente ma leggero. Legumi, verdure e frutta. Ha bisogno di ferro e di vitamine. Assicurati che sia sempre idratata. Non farla stancare troppo".

"Ha deciso in autonomia", ribatté lei come se stessero parlando di altro.

Frank capì cosa volesse dire e fu tentato di ribattere che lei non aveva fatto nulla per dissuaderla. Anzi.

"Deve stare tranquilla", ribadì prendendo la sua borsa con gesti nervosi. Ancora non capiva come potesse desiderare e al contempo odiare tanto una persona. Doveva concentrarsi su Lilian, sulla sua salute, sul suo compito di medico. Non aveva altro che lo tenesse ancorato alla realtà e alla propria sanità mentale. Il suo lavoro era tutto ciò che gli era rimasto della dignità che aveva perso.

"E tu sei tranquillo, Frank?". Un brivido gli percorse la schiena mentre le dava le spalle e allungava una mano sul pomello della porta.

"Stai tranquillo, Frank, Alain non tornerà che fra una settimana...".

"Tranquillo, Frank. Nessuno sospetterà di nulla: sei un bravo medico e si fideranno di te".

La tranquillità se ne andava al diavolo ogni volta che Margaret gli si avvicinava e lui era diventato il suo schiavo. Da quando era morto Alain erano legati in maniera indissolubile, non nel corpo ma nel loro destino. Fino alla morte.

"Sì, sono tranquillo", mentì.

Uscì dalla porta, respirò l'aria della sera e chiese di nuovo perdono a Dio.

- § -

Albert rientrò a casa di malavoglia.

Se avesse potuto, se ne sarebbe andato a vivere nella capanna dei boschi di Lakewood o in un posto ancora più lontano finché non fosse tutto risolto. Ammesso che si risolvesse.

Si sentiva come un condannato al patibolo che avesse appena salito l'ultimo scalino, in attesa della morte.

Tornare in quella casa equivaleva a dover affrontare la nuova, terribile realtà. E significava rivedere Candy e darle delle spiegazioni. Poteva struggersi e sbattere di nuovo la testa al muro decine di volte, ma non sarebbe servito a nulla.

Aveva affrontato perdite terribili nella sua vita, però quella gli sembrava d'improvviso insormontabile.

Era come un'ipoteca sul futuro che sanciva la fine di ogni speranza. Per un attimo, l'entrata della sua casa di Chicago gli parve quasi l'ingresso di qualche bizzarro girone dantesco con tanto d'iscrizione vergata sopra e nella sua mente stanca cominciò persino a recitarla a memoria, tanto gli era rimasta impressa quando l'aveva studiata per approfondire le origini del latino.

*Per me si va nella città dolente...

Ma era solo la sua elegante villa di famiglia, nulla di più.

Per me si va nell'eterno dolore...

E, dannazione, lui avrebbe lottato con le unghie e con i denti per uscire da quell'Inferno.

Uno dei servitori gli si accostò mentre entrava e prese il suo cappotto con un inchino, facendogli una domanda che non udì. L'unica cosa cui pensava, in quel momento, era cosa avrebbe risposto ad Archie o a Candy se lo avessero incrociato.

Fu invece Georges a sbucare da uno dei corridoi del grande ingresso e bastò che i loro occhi s'incontrassero una sola volta mentre lui abbozzava un breve saluto col cenno del capo per capire che era successo qualcosa.

Per me si va tra la perduta gente.

Albert si sentì intorpidito come se il suo corpo fosse fatto di cera e lui fosse solo una marionetta manovrata da fili invisibili. Camminò verso di lui udendo il rumore dei propri passi sul pavimento lucido: sembravano rintocchi funebri che terminavano con uno scricchiolio sinistro.

Giustizia mosse il mio alto Fattore,

"Cosa è successo, Georges?". Ormai si aspettava di tutto. Che Candy fosse tornata e avesse parlato con Archie. Che la zia Elroy avesse divulgato già la notizia.

Invece, fu con calma quasi serafica che l'uomo rispose: "Possiamo andare nello studio a discuterne?".

fecemi la divina potestate, la somma sapienza...

D'improvviso, Albert fu colto dallo sfinimento e dall'urgenza di sapere, così, mentre ancora erano nel corridoio deserto, gli pose una mano sulla spalla: "Dimmi la verità. Candy è tornata dalla clinica e ha scoperto tutto?".

...e il primo amore.

L'uomo scosse la testa e lui riprese a respirare. Ma non gli piacque comunque ciò che gli leggeva negli occhi, troppo simile al tormento.

Non era finita, ne era certo.

Innanzi a me non furon cose create se non eterne.

Senza più avere il coraggio di fare domande, lo seguì fino allo studio, che ormai gli appariva quasi una stanza dell'afflizione invece che un luogo di lavoro.

E io eterna duro.

Albert rimase sconvolto quando si rese conto che fu Georges a chiudere a chiave.

Lasciate ogni speranza, oh voi ch'entrate.

Si era a malapena reso conto di aver davvero recitato nella mente quei versi per tutto il tempo. E, quando Georges parlò, fu certo di averlo davvero varcato, quell'Inferno.

"Ho sentito due cameriere parlare di una macchia di sangue sulle lenzuola, signorino William. Mi perdoni se glielo dico così, a bruciapelo".

Albert sentì distintamente il sangue defluire dal cervello e decine di puntini neri gli danzarono davanti agli occhi. Il richiamo allarmato dell'uomo davanti a sé gli impedì di perdere i sensi per un soffio.

Ciononostante, afferrò la prima sedia che gli capitò a portata di mano e vi crollò sopra, sopraffatto dalla rivelazione che quel piccolo particolare comportava.

"Dimmi tutto quello che hai sentito", chiese a bassa voce.

Georges prese un'altra sedia e si mise poco distante, parlando con tono controllato. A quanto pareva, nessuno sospettava qualcosa di diverso da una sua indisposizione. Ma, a essere sincero, Albert non poté concentrarsi su quell'aspetto.

Perché aveva appena avuto la conferma che aveva preso la virtù di Lilian e ne fu devastato.

Privo di energie, posò i gomiti sulle ginocchia, affondando il volto fra le mani. Aveva cercato davvero di essere forte, si era messo la maschera migliore che potesse davanti agli altri, concedendosi di soffrire in silenzio e in maniera solitaria e discreta.

Ma fu in mezzo a parole spezzate e singhiozzi amari che dichiarò di non avere più speranze: "Cosa ho fatto, Georges, come ho potuto commettere un errore simile senza nemmeno accorgermene? Dio, cosa dirò a Candy?! Ora è tutto inutile, anche se trovassimo qualcosa contro di lei... non potrei comunque tirarmi indietro".

La mano di Georges fu come un tocco magico. Era dal funerale di sua sorella che non faceva un gesto simile. Invece, quella mano calda e paterna gli strinse il braccio sciogliendo le ultime barriere in lui. Come un uomo che stia annegando, Albert vi si aggrappò con la propria, lasciando l'altra a coprirsi il volto.

"William, nulla è del tutto perduto. Mai".

E Albert voleva davvero credergli, ma come poteva farlo dopo ciò che aveva appena scoperto?

Combattendo contro il lancinante senso di sconfitta, si asciugò il viso col dorso della mano e deglutì un paio di volte prima di chiedergli con voce arrochita: "E cosa potremmo fare anche se si scoprisse che mi ha drogato?".

"Ad esempio dimostrare che quella sostanza non le ha permesso di agire lucidamente e in maniera consenziente".

Alzò gli occhi su di lui per guardarlo e prese un profondo sospiro, alzandosi con movimenti lenti dalla sedia. Gli parve di non avere più un briciolo di energie mentre camminava, quasi barcollando, verso la scrivania e vi poggiava sopra le mani.

"Potremmo riuscire a trovare un collegamento tra Lilian e il fornitore di questa fantomatica sostanza", cominciò con tono basso e spezzato. "Potremmo anche farle confessare di averla messa nel mio bicchiere poco prima che mi sentissi male. E potremmo persino mandare in rovina lei e tutta la sua famiglia. Ma io resterò sempre quello che ha preso la sua virtù, anche se non ricordo di averlo fatto. Parleranno della mia passata amnesia e mi vedranno sempre come colpevole, in qualche modo. E saremmo entrambi dannati. L'immagine della famiglia rimarrà offuscata per sempre da questo errore inconsapevole".

Sentì i passi di Georges dietro di sé e chiuse gli occhi, la testa china.

"Signorino William, mi perdoni se glielo dico ma non è mai stato così catastrofico. Il problema si è verificato ed è enorme, non c'è dubbio. Ma sono certo che il buon senso delle persone prevarrà su qualsiasi congettura possiamo fare. La sua reputazione è sempre stata l'ultimo dei suoi pensieri, o sbaglio?".

Albert si voltò per fronteggiarlo: "Sì, ma questo era quando ancora non avevo delle responsabilità così grandi! L'intera famiglia sarà trascinata nel fango con me. E non avrò più il coraggio di guardare in viso Candy... figuriamoci sperare che diventi lei, mia moglie".

Georges si accigliò: "Pensa davvero che la signorina Candy non capirebbe? Stiamo parlando della stessa ragazza che ha creduto in lei anche quando non sapeva nulla della sua vera identità?".

Qualcosa di caldo gli affondò nel petto a quelle parole e Albert capì che, forse, stava abbandonando la speranza troppo in fretta. Ma come non farlo quando tutte le prove erano contro di lui? Aveva giaciuto con un'altra donna laddove era certo non fosse accaduto e le aveva appena chiesto di sposarlo. Saltando completamente la fase di corteggiamento, conscio che sua madre fosse complice di Lilian.

Nel messaggio gli aveva scritto chiaramente di chiederla in sposa fingendosi innamorato di lei. Aveva adempiuto alla prima parte ma non era assolutamente in grado di simulare la seconda. E stava cominciando a subodorare quanto Margaret Rousseau fosse implicata in quella vicenda.

Se davvero aveva spinto la figlia fra le braccia di un uomo senza che fossero sposati doveva avere un motivo più che valido...

Le rotelle annebbiate dal dolore ricominciarono a girare a tutta forza nel suo cervello e Albert abbassò le sopracciglia in un cipiglio pensieroso: "Che situazione economica hanno i Rousseau? Cosa sei riuscito a scoprire fino a oggi?".

Se Georges fu stupito dal suo improvviso cambiamento di umore non lo diede a vedere e rispose col suo consueto tono professionale: "Il signor Alain Rousseau è morto quando la signorina Lilian era molto piccola e da allora gli affari di famiglia sono gestiti dal fratello della signora Margaret, Connor Moore. Grazie alle sue abilità il patrimonio di famiglia non solo si è preservato nel tempo ma i Rousseau sono rimasti tra i maggiori azionisti della nostra banca principale. Ultimamente, però, le loro entrate sembrano ferme anche se sono ben lontani da una vera e propria crisi".

Albert si portò una mano al mento, carezzandosi l'accenno di barba che stava cominciando a crescere. Era così sconvolto che aveva persino dimenticato di radersi, quella mattina.

"Quindi hanno fatto tutto questo per mera convenienza come sospettavo? Pur senza avere una situazione palesemente critica? E quale madre permetterebbe a sua figlia di fare un gesto tanto avventato?". Fece quelle domande ad alta voce, passeggiando per la stanza, ben sapendo che Georges non poteva rispondere.

"Farò altre ricerche, non ne dubiti. Approfondiremo legami familiari e non, per capire se c'è qualche collegamento con la malavita". L'uomo fu comunque pronto a spiegare come si sarebbe mosso.

"Bene... bene...", borbottò lui fermandosi vicino alla finestra. Continuava a pensare che, colpevolezza di Lilian o meno, quell'errore sarebbe sempre rimasto marchiato a fuoco nel suo passato. D'improvviso, Albert capì che sposarla era l'unica maniera per mascherarlo davvero.

Agli occhi del mondo sarebbe stata sua moglie, con la quale i rapporti si sarebbero incrinati fino a portare al divorzio. Se davvero era il denaro che volevano lei e la madre, le avrebbe lasciato una cospicua somma perché tacesse il motivo principale del loro matrimonio e allora...

Albert strinse forte la tenda bianca accanto alla porta finestra, chiedendosi come fosse possibile che arrivasse già così lontano con la mente.

Matrimonio combinato. Divorzio. Sotterfugi.

Cosa era diventata la sua vita nel giro di meno di quarantotto ore? Come era possibile che da patriarca degli Ardlay con un futuro luminoso assieme alla donna che aveva sempre amato, fosse diventato un uomo con pensieri così torbidi? Dove erano finiti i sani principi che avevano da sempre caratterizzato il suo stesso essere? Possibile che il desiderio di non legarsi a qualcuno che non amava affatto lo avesse fatto cadere così in basso?

Eppure non era lui quello caduto in basso e qualunque cosa fosse accaduta non era disposto a sacrificarsi per una colpa che era sua solo in parte.

Lo doveva a Rosemary, alla quale aveva promesso che sarebbe stato sempre libero di fare le sue scelte. Lo doveva a Candy, che meritava di essere felice. Diamine, lo doveva persino ad Archie che gli aveva chiesto spiegazioni solo poche ore prima.

Avrebbe lottato per la verità e si sarebbe preso le sue responsabilità fin dove arrivavano. Né più, né meno.

Forte di quelle nuove convinzioni, con la presenza confortante di Georges alle sue spalle, per poco però non sussultò quando bussarono alla porta e la cameriera annunciò che il signorino Cornwell voleva vederlo con urgenza.

- § -

Candy guardava fuori dal finestrino del treno senza davvero vedere il paesaggio che fuggiva via. In realtà, a volte, era lei quella che voleva fuggire.

Aveva permesso al proprio cuore di innamorarsi di nuovo e già stava soffrendo.

Non poteva solo arrendersi all'evidenza che lei non era fatta per l'amore? Ogni dannata volta era stata un'agonia e aveva pagato il sogno con un tonfo sordo nella più oscura realtà.

Era accaduto con Anthony, che aveva avuto il destino più crudele. Era successo con Terence, col quale era stato solo un rincorrersi e mai incontrarsi, fino all'epilogo con Susanna.

E stava accadendo con Albert che, aveva compreso troppo tardi, era l'unico che potesse immaginare al suo fianco per il resto della propria vita. L'amore maturo, disinteressato, il compagno per il quale si sarebbe messa contro tutto e tutti a una sua parola.

Se solo lui l'avesse amata alla stessa maniera.

Ora capiva che, dopo tanti anni passati a condividere praticamente tutto, a raccontarsi ogni più piccolo segreto, poteva accadere anche di allontanarsi.

Candy si accigliò, traendo un respiro profondo, poggiando il mento su una mano e muovendosi a disagio sul sedile: non erano passati che due giorni da quello strano evento, al ballo, ma percepiva l'allontanamento di Albert come uno schiaffo la cui eco sembrava non avere mai fine.

Forse era solo stanca e stava esagerando, ma il suo istinto continua a gridare forte e chiaro, come un animale ferito, che c'era qualcosa che non andava in lui.

Non aveva voluto insistere con Georges, ma avrebbe affrontato Albert a testa alta, a costo di spezzare il proprio cuore.

Voleva sapere se era malato. Voleva sapere se stava cercando di proteggerla da qualcosa che forse temeva potesse farla soffrire.

Voleva la verità.

Era andata a lavorare con un peso tale nel cuore che era stata distratta tutto il giorno e più volte il dottor Martin l'aveva guardata con aria interrogativa, chiedendole cosa non andasse in lei.

E lei si era comportata quasi come Albert. Niente, non si preoccupi, nulla che non si possa risolvere.

"Non è che sei innamorata, per caso?", le aveva fatto l'occhiolino e doveva essere impallidita molto, perché il buon medico si era persino scusato per la sua impertinenza.

Il treno rallentò ed entrò in stazione e il cuore accelerò mentre il mezzo si fermava. A volte, Candy pensava che se Albert le avesse rivelato che non c'era speranza per loro due, anche il proprio cuore avrebbe fatto altrettanto: si sarebbe semplicemente fermato.

Doveva tornare a Lakewood a prendere la sua valigia e il giorno dopo anche Albert sarebbe tornato a Chicago con Archie e gli altri. Lei non sapeva cosa avrebbe fatto.

A volte si era fermata alla villa in città con loro, ma non era molto pratico per il suo lavoro, altre alla Casa di Pony per aiutare con i bambini ed essere più vicina alla Clinica Felice. Quando era a Chicago, l'autista predisposto da Albert faceva per lei la strada in più tutte le volte che serviva, anche se non tutti i giorni.

La sua vita era divisa in due.

Da una parte lui, per il quale cercava di comportarsi come una signora soggiornando con la zia Elroy e tentando non solo di stabilire un rapporto migliore, ma imparando ciò che lei voleva per sentirsi all'altezza di Albert.

E forse, un giorno...

Per la vecchia matriarca era un modo come un altro per formarla e non avere vergogna di lei, visto che comunque era una Ardlay.

Candy prese un respiro tremulo chiedendosi, mentre salutava l'autista che l'avrebbe condotta a Lakewood, se non fosse stata particolarmente lungimirante a voler mantenere l'altra parte della sua vita.

Candy l'infermiera forse non era fatta per l'amore e magari non si sarebbe mai sposata, né sarebbe mai stata felice. E forse l'uomo che amava con tutta se stessa non la ricambiava davvero alla medesima maniera, ma le era affezionato come a una cara amica.

Però se Albert l'avesse rifiutata solo per non mostrarle i suoi problemi, sapeva che avrebbe lottato strenuamente pur di rimanergli accanto. Costasse quel che costasse.

* Iscrizione sulla porta dell'Inferno, nella Divina Commedia di Dante Alighieri.