Angolo dei commenti:
Dany Cornwell: La situazione sta precipitando e Candy potrebbe davvero uscirne col cuore spezzato. Alla fine abbiamo anche scoperto che Lilian è incinta... noi lo sappiamo, ma Albert no! Per ora. Pensi davvero che una come Lilian lascerebbe la fialetta vuota con il sangue in camera?
MariaGpe22: Hai detto bene, le condizioni per una tempesta perfetta ci sono tutte! Uhm, tu dici che si sta trascurando qualcosa? Che dovrebbero cercare Albert e Georges? Grazie di cuore per le tue parole, alla prossima!
Ericka Larios: Dal tuo commento trasudano tutta la tua amarezza e la tua rabbia. Non oso pensare a cosa accadrà alla fine del prossimo capitolo... ehm... Albert non merita tutto questo, su ciò siamo d'accordo. Ma è successo e sto cercando di renderlo plausibile. Lui non si è arreso, sta solo facendo quello che è giusto, ma non smetterà mai di cercare la verità!
Elizabeth: La sofferenza a quanto pare tocca tutti tranne Lilian e sua madre. Persino Frank non sembra affatto contento di quello che ha fatto...
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Guarda invece noi
Piangi per l'amore se si perde
Odiami se sei messa da parte
Grida se l'amore grida forte
(...)
Dolce e disperata tra la gente
Dove le tue mani son respinte
Ciò che non è tuo non vale niente
(Infiniti noi - Pooh)
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Verità
Archie attese, con tutta la pazienza che gli era rimasta, che la cameriera gli desse il permesso di entrare in quella stanza, ma gliene era avanzata davvero poca.
Candy stava per tornare.
Non sapeva bene come si sentisse Albert in merito, ma lui avvertiva la rabbia e il panico mescolarsi prevalendo a momenti alterni una sull'altro. Ora voleva sferrare un pugno a suo zio per farlo rinsavire; ora, invece, aveva le mani tra i capelli al solo pensiero di dover dissimulare qualcosa di così grande davanti a Candy.
Stair, fratello mio, dammi la forza...
Stava forse facendosi carico di qualcosa che non gli competeva? Se fosse stato un vigliacco se ne sarebbe semplicemente tornato a Chicago quel giorno stesso, adducendo a motivazioni di lavoro o personali. E una parte di sé aveva davvero avuto quell'impulso, quando aveva visto Albert tornare alla villa, dopo aver di certo compiuto il passo definitivo.
Incomprensibile...
Aveva persino tentato di concentrarsi sui bilanci degli ultimi mesi e aveva scorso i fogli nel suo ufficio con le mani sempre più gelide, finché i numeri erano diventati macchie indistinte e aveva dato persino un pugno alla scrivania.
Che diamine era successo ad Albert, tutto d'un tratto? Perché voleva sposare quella Lilian che gli ricordava tanto Eliza? Possibile che lei lo avesse in qualche maniera ingannato facendogli credere che quel passo fosse necessario per il bene della famiglia?
"Ci sono momenti, nella vita, in cui occorre prendere le decisioni giuste".
No, impossibile. Anche se lo conosceva da meno tempo di Candy, sapeva che Albert non era così: con la sua solita e composta pacatezza avrebbe sempre fatto valere le proprie ragioni, davanti alla zia Elroy e al mondo intero, se si fosse reso necessario.
"Non posso continuare a vivere come un ragazzo e devo formare la mia famiglia per dare un erede agli Ardlay".
Avrebbe potuto farlo con Candy, dannazione! Bisognava essere ciechi e stupidi per non rendersi conto di come si guardavano quei due quando erano insieme. La loro complicità, alle volte, gli sembrava persino più intima di quella che regnava tra lui e Annie.
Annie.
Stava per chiamarla e aveva composto metà del suo numero di Chicago, poi aveva riattaccato: non era sicuro che allertarla in quel momento fosse una buona idea, anche se sarebbe stata di consolazione a Candy. Non voleva spingersi troppo oltre.
Perlomeno, non prima di aver saputo tutta la verità da Albert.
Alla fine, si era risolto ad andare nel suo ufficio. Forse si sarebbe arrabbiato e gli avrebbe ribadito che non erano affari suoi. Oppure, il tormento che gli aveva visto negli occhi lo avrebbe indotto ad aprirsi con lui.
Ma il tentativo andava fatto e quando infine gli dissero che poteva entrare, lo trovò in piedi dietro alla scrivania con Georges al suo fianco. Entrò senza esitazioni quando si rese conto che quest'ultimo non dava cenno di uscire dalla stanza e capì che lui sapeva.
Georges era a conoscenza del fatto che Albert volesse sposare Lilian Rousseau e dei motivi che lo avevano portato a tale decisione.
D'un tratto, si sentì sopraffatto e quasi di troppo, però era necessario andare in fondo a quella storia.
Il silenzio nell'ufficio era totale e sembrava che le librerie alle pareti volessero richiudersi su di lui. Persino le figure familiari che gli stavano davanti gli apparvero quasi estranee.
Georges era serio e pallido, ma Albert aveva due occhiaie ancora più pronunciate di quando era uscito di casa. Sembrava un uomo distrutto, nonostante la compostezza che emanava.
Archie si schiarì la voce, cercando di scacciare il disagio e la sensazione strisciante che qualcosa fosse davvero sbagliato.
"Zio William, devi perdonarmi se prima sono stato così invadente, ma capisci che sono oltremodo preoccupato per...", cominciò non sapendo bene che contegno mantenere davanti a Georges.
"Archie, siediti per favore e smetti di chiamarmi zio William". Il tono stanco e informale con cui lo interruppe lo indusse a rilassarsi un poco e si accomodò sulla poltrona di fronte alla scrivania di Albert, mentre lui faceva altrettanto su quella presidenziale.
Georges, davanti al quale ora sapeva di potersi comportare normalmente, si recò al mobile bar per riempire dei bicchieri. E Archie dubitava che fosse per fare un brindisi. Di certo, quella conversazione che stavano per avere necessitava che si sostenessero con qualcosa di forte.
Quando tornò con il vassoio e i bicchieri dove aveva versato tre generose dosi di whisky, i suoi timori furono confermati.
Attese che Albert prendesse un lungo sorso e si ritrovò a imitarlo: se avesse dovuto fare un paragone, sembravano quasi due uomini impegnati in un duello finale in procinto di caricare le pistole.
Solo che in quel duello dubitava ci sarebbero stati vincitori. Perlomeno, non in quella stanza.
"Sono certo che quello che ti dirò oggi rimarrà confidenziale e che non lo rivelerai nemmeno ad Annie". Gli occhi di Albert, che erano abbassati sul bicchiere con cui giocherellava, si alzarono per incontrare i propri.
Bastò quello sguardo a mostrargli il dolore, la rabbia, la rassegnazione e persino le lacrime che erano nascosti dentro di lui.
Fu in quel momento che Archie capì che Albert aveva bisogno del suo sostegno, ma prima di rivelargli la verità necessitava di conferme. E lui era abbastanza uomo da tenere per sé qualunque segreto, anche con la donna che amava.
"Puoi stare tranquillo, Albert. Non le dirò nulla", confermò.
Lui annuì e sospirò prima di dire: "Sposerò Lilian Rousseau per prendermi le mie responsabilità di gentiluomo".
Fu come se avesse sganciato una bomba.
Senza che potesse controllarsi, il suo corpo si mosse da solo e le mani si contrassero, rovesciando il bicchiere sulla scrivania. Le gambe lo fecero scattare in piedi, la sedia dietro di lui si rovesciò e gli occhi e la bocca si spalancarono in un urlo muto.
Un secondo tonfo e gli sguardi allarmati di Albert e Georges in un punto dietro alle proprie spalle gli indicarono che lui non sarebbe rimasto l'unico a conoscenza di quel segreto.
Si volse e vide la valigia di Candy a terra, vicino alla porta d'ingresso. Lei era già sparita e gli parve di udire i suoi passi frettolosi lungo il corridoio.
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"Lasciamene un po', così se dovesse avere altre crisi posso aiutarlo".
Frank le rivolse uno sguardo pieno di orrore: "Scordatelo, Margaret!".
Le mani si strinsero sulla gonna, lasciando cadere la pezza con la quale aveva deterso il sudore dalla fronte del marito agonizzante nel suo letto: "Sta morendo, persino in ospedale non possono più fare nulla, lascia almeno che lenisca il suo dolore!".
Lui aggrottò le sopracciglia, scoccando un'occhiata nervosa all'orologio sulla mensola del caminetto: doveva di certo correre in ospedale se non voleva arrivare in ritardo: "Non posso lasciarti una sostanza così pericolosa come la morfina", ribatté voltandosi per andarsene.
Margaret lo raggiunse sulla porta e lo afferrò per le spalle perché la fronteggiasse: "Non sopporto le sue urla, Frank! Lilian ha gli incubi ogni notte, riesce a sentirlo persino se è chiusa in camera sua con le bambinaie! Non era questo il modo in cui doveva spegnersi serenamente in casa! O convinci i tuoi superiori a ricoverarlo di nuovo oppure mi aiuti a farlo smettere di gridare!".
E gridò lei, che a breve sarebbe rimasta vedova.
Frank la fissò con sguardo torvo, respirando pesantemente per qualche istante. Si passò una mano tra i capelli scuri e la superò in pochi passi, rientrando nella stanza. Lo vide mentre armeggiava nella sua valigia da medico con le mani che tremavano, la sua lotta interiore che segnava la propria vittoria.
Ormai era finita, che differenza avrebbe fatto, d'altronde?
Le aveva dato una boccetta, guardandola in modo così intenso e serio che ne fu quasi spaventata: "Qui dentro c'è una dose sufficiente a fargli superare la notte e parte della giornata di domani". Margaret non sapeva se gli tremasse più la mano o la voce. "Devi dividerla in almeno tre parti, anche di più se possibile. Se gliene somministri troppa tutta insieme il suo cuore... non reggerà, capisci?".
Lo capiva, lo capiva benissimo.
"Io tornerò domani nel pomeriggio, se hai problemi chiama il mio sostituto in ospedale. Arriverà domattina alle sei", concluse come se avesse appena sostenuto una corsa.
Margaret prese la boccetta dalle sue mani e, prima che lui potesse reagire, gli sfiorò le labbra con le proprie, provando un brivido che non la scuoteva da almeno quattro anni. Frank si ritrasse, inorridito.
"Stai tranquillo, non ti deluderò, né ti metterò nei guai. Ne userò la dose giusta, ormai ho imparato. Ti ho visto farlo un mucchio di volte".
"Ci vediamo domani", si congedò lui, gelido.
"Ci vediamo domani", rispose.
Margaret spalancò gli occhi, scivolando di colpo fuori da quel sogno che era anche un ricordo. Si era addormentata sulla poltrona accanto al letto di sua figlia e fuori il sole stava tramontando.
A breve si sarebbe svegliata e avrebbero dovuto parlare del fidanzamento imminente.
Con un lieve sorriso, recuperò lo scialle che le era caduto dalle spalle e andò verso la finestra per ammirare la sagoma pallida della luna che cominciava a disegnarsi in cielo.
La sensazione di calore e di benessere, però, durò poco perché nel sonno Lilian mormorò "papà". Con una voce così simile a quella di quando era bambina che fu certa di essere appena tornata indietro nel tempo. Si volse addirittura per guardarla, per accertarsi che in quel letto riposasse sua figlia ormai ventenne e non una bambina spaventata di appena tre anni che si rannicchiava sotto alle coperte alle grida di agonia del padre.
Quando Alain era sotto morfina sopportava bene il dolore che gli arrecava la sua malattia. Ma quando l'effetto svaniva, le grida diventavano lancinanti. E non era più il padre amorevole che parlava degli angeli e del Paradiso alla sua piccola per rassicurarla, ma un uomo arreso al male che lo stava divorando.
Margaret aveva atteso qualche giorno, quindi si era rivolta a Frank perché lo facesse tornare in ospedale a terminare la sua vita: era troppo straziante per Lilian e lei non poteva più fingere che farlo morire a casa fosse l'idea migliore.
Ma, soprattutto, non poteva più fingere che Alain non conoscesse la verità.
Quella verità che le aveva rinfacciato a denti stretti, mentre lei cercava di dargli sollievo con una pezza bagnata perché la morfina che Frank gli aveva somministrato doveva bastargli almeno per altre due ore.
Ed impallidita, Margaret aveva vacillato.
Era certa che suo marito non sapesse di lei e Frank, invece lo sapeva. Lo sapeva molto bene. Così bene che si era chiesta, per un istante, se non fosse stato lui stesso a metterlo a parte del loro passato.
Non gli aveva dato più morfina di quella che servisse, la notte in cui suo cugino gliel'aveva lasciata. Non era stupida e non poteva rischiare di farsi scoprire.
Ma un uomo moribondo e con un potente antidolorifico in corpo non reagisce se sua moglie gli spinge un cuscino sul viso per porre fine alle sue sofferenze. E a quelle di una bambina innocente. E alle proprie.
Quando il giorno dopo Frank aveva controllato, forse d'impulso, la bottiglietta, l'aveva trovata quasi piena.
Ma il loro segreto era al sicuro per sempre.
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Candy era accecata dalle lacrime e correva lungo il Giardino delle Rose spinta da un dolore che era acuto quasi come quello che aveva provato alla morte di Anthony.
Era come se stesse rivivendo tutti i suoi addii, i suoi lutti e le avversità della vita concentrati in un solo, grande vortice oscuro che la stava fagocitando e mordendo con denti affilati.
E masticava il suo cuore. E frantumava la sua anima. E la trafiggeva come un milione di aghi velenosi.
Le gambe cedettero e lei cadde in modo scomposto poco prima del cancello, lamentandosi in modo pietoso e desiderando solo rialzarsi e sparire. Sparire per sempre.
Non voleva più restare immersa nel profumo delle Dolce Candy, rievocando la sua vita fino a quell'istante. Perché, fino a quell'istante, la sua vita era piena di Albert.
Lui c'era quando aveva subìto le prime angherie dai Lagan; c'era quando Anthony era morto sotto ai suoi occhi; diamine, c'era persino a Londra quando lei si stava innamorando di Terence!
E c'era stato mille altre volte.
Per cancellare lui, doveva cancellare se stessa e tutto il proprio passato e non le sarebbe bastato il resto dell'esistenza.
Davvero aveva pensato che il problema peggiore potesse essere rappresentato da ciò che Albert provava o non provava per lei? Certo, aveva pensato alla malattia, con sommo orrore. Ma quello che aveva fatto era di poco meno grave della morte.
L'aveva illusa, forse persino ingannata.
Tutte le dimostrazioni di affetto, le lettere che si erano scambiati durante i suoi lunghi viaggi. E gli sguardi, e gli abbracci, e i sogni...
Solo fumo negli occhi.
Non si trattava solo di aver sbagliato in maniera tragica a interpretare i sentimenti che nutriva per lei: forse lo aveva persino idealizzato al punto che si era convinta fosse infallibile.
Mentre si aggrappava al cancello cercando di rialzarsi in piedi, Candy rifletté che aveva messo in conto più volte il fatto che Albert potesse essere stato innamorato, in passato. Aveva undici anni più di lei ma, soprattutto, era un uomo.
Lei aveva amato Anthony e Terence di un amore platonico e intenso, forse immaturo sotto alcuni aspetti.
Di Albert non sapeva quasi nulla: conosceva la sua infanzia, la sua vita in famiglia e in giro per il mondo fino ad allora, ma cosa conosceva del suo cuore? Quante donne c'erano state nel suo passato? Per un attimo ripensò addirittura all'infermiera di cui le aveva scritto mentre era in Africa.
Sì, Albert poteva aver amato ed essere ricambiato, anche nel senso più completo del termine.
Sapere che i suoi sospetti non solo erano reali, ma confermati in maniera così cruda e improvvisa e soprattutto in un momento nel quale era davvero convinta che la loro relazione stesse per spiccare il volo era stato devastante.
Albert aveva una storia con un'altra donna ed era avvenuto proprio sotto al suo naso. Anzi, Albert era andato così oltre con lei che ora era costretto a correre ai ripari perché non si creasse uno scandalo.
Era questo che era accaduto due notti prima mentre lei, povera illusa, si preoccupava a morte?
Oh, sì, stava per compiere ventun'anni, ma era solo una bambina. Una bambina sciocca e romantica bloccata all'età di tredici anni.
Era talmente annebbiata e stordita che non si accorse che qualcuno l'aveva raggiunta e la stava aiutando a tirarsi su.
"Candy, ti prego, ascoltami...".
Le sue mani. Le sue braccia. Quelle braccia che l'avevano stretta solo il giorno prima e nelle quali si era rifugiata decine di volte.
Quelle mani e quelle braccia forse solo da poche ore avevano toccato un'altra donna. E in modo tutt'altro che innocente.
"Lasciami, non mi toccare!". Ferita e priva ormai di ogni controllo, Candy schiaffeggiò via le mani di Albert e lo colpì sulla guancia con un rumore che aveva il suono di un finale tragico e pregno di dolore.
Lui chiuse gli occhi e i capelli biondi ondeggiarono un poco mentre indietreggiava di un passo col viso girato di lato. Quel volto che aveva sognato mille volte di accarezzare. Quelle labbra che voleva la baciassero.
Tutto, tutto apparteneva a quella Lilian Rousseau.
Candy indietreggiò scossa dai singhiozzi, odiandosi perché non voleva che Albert la vedesse soffrire per lui. Il suo orgoglio era altrettanto ferito e ora sanguinava quasi al pari del cuore.
"Ti prego, Candy, lascia che ti spieghi!". Il tono di supplica di lui, così sconosciuto e surreale, rischiò di mandare alla malora tutta la sua determinazione. Però era stufa di essere trattata come una ragazzina ingenua e indossò una maschera di rabbia.
"Non devi spiegarmi nulla, Albert", rispose con voce roca ma controllando finalmente i singhiozzi. Si era accorta che lui aveva proteso di nuovo le mani, come a volerla afferrare, ma aveva chiuso i pugni all'ultimo momento, stringendo solo l'aria.
Candy si asciugò le lacrime con il polso e lo guardò raddrizzando la schiena: "Sai, la colpa è solo mia, alla fine dei conti. Ci abbiamo scherzato molte volte ma era vero: io sono solo la tua protetta, la tua cara figlia adottiva". Non voleva piangere di nuovo, non doveva, ma la voce si spezzò. "E qualunque cosa io abbia creduto è stata solo una specie di illusione. Una favola. Tu eri il mio Principe della Collina, ma è una cosa che appartiene al passato".
Non le passò inosservato il lampo di orrore nei suoi occhi e il verso strozzato che fece. Gli stava facendo male? Forse, ma lui gliene aveva fatto molto di più!
Candy s'impose di terminare il suo monologo chiudendo gli occhi, perché se l'avesse guardato forse non sarebbe riuscita ad arrivare fino alla fine: "Ora so che tu sei William Ardlay e, come tutti gli esseri umani, puoi commettere degli errori. Ma mai, mai avrei immaginato che saresti caduto tanto in basso!".
"Candy, ti supplico... se mi lasci...".
"Sì, è quello che sto facendo!", lo interruppe, pur sapendo che non intendevano la stessa cosa e che lui di certo voleva che lo lasciasse spiegare. "Hai delle responsabilità da prenderti e spero che almeno Lilian la renderai felice. Ma non invitarmi al tuo matrimonio, per favore. Non farmi anche questo".
Riaprì gli occhi solo per correre via da lui e colse l'immagine fugace di Albert che cadeva in ginocchio, sotto il peso dei suoi stessi errori.
Aveva lasciato la valigia nella villa e non aveva che pochi soldi in tasca. Ma Candice White, che alla Casa di Pony tutti chiamavano Candy, aveva persino attraversato l'oceano in condizioni ben peggiori.
Forse le ci sarebbe voluto del tempo. Molto tempo per rialzarsi. Forse non sarebbe stata più la stessa. Però sarebbe andata avanti con la sua vita, proprio come aveva promesso in una sera nevosa al suo secondo amore che la stava lasciando.
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Era successo nella maniera peggiore in cui potesse accadere.
Un minuto prima era nel suo ufficio, pronto a parlare ad Archie per avere un alleato in più in quella strana lotta che doveva combattere: si fidava di lui e sapeva che insieme avrebbero anche trovato il modo più delicato per parlarne a Candy. Quello dopo la stava rincorrendo per il giardino mentre fuggiva da lui.
Era come se l'avesse appena spinta giù da una cascata, invece di salvarla.
Mentre le mani artigliavano la terra e per la prima volta in vita sua il grande William Albert Ardlay si trovava letteralmente in ginocchio di fronte al destino, desiderò ardentemente che il tempo si potesse riavvolgere. Gli sarebbero bastati due giorni.
Due dannati giorni e non avrebbe mai accettato di ballare con quel demone travestito da donna perbene che stava per sposare.
"Dannazione!", imprecò tra i denti, battendo un pugno sul terreno fino a farlo sanguinare, accecato da lacrime di rabbia e impotenza.
La sua Candy lo aveva trattato come l'ultimo dei mascalzoni e forse aveva anche ragione, seppure in parte. Ma, soprattutto, gli aveva confermato con il suo pianto e la sua ira che era gelosa.
Gelosa marcia.
Sentendosi quasi sull'orlo della follia, Albert sedette a terra, tra i filari di rose di Anthony e Rosemary e cominciò a ridere. A ridere mentre le lacrime gli rigavano le guance.
"Albert?!".
"Signorino William!".
Le voci di Archie e Georges, allarmate e confuse, lo divertirono quasi di più.
"Era gelosa, capite?", spiegò senza alzarsi, allargando le braccia. "Candy era terribilmente gelosa! Mi ha persino schiaffeggiato!".
Con un sospiro, Archie si chinò accanto a lui: "E se non torni in te lo farò anche io. Dai, rientriamo. Ti prometto che io ti lascerò parlare, ma non ti concedo più di cinque minuti per darmi una spiegazione plausibile. E manda qualcuno a verificare che Candy arrivi sana e salva".
Albert lo guardò senza capire le sue parole. Nella testa non aveva altro che quelle di Candy che si ripetevano ancora e ancora, come un'eco.
Qualunque cosa io abbia creduto è stata solo una specie di illusione.
Tu eri il mio Principe della Collina, ma è una cosa che appartiene al passato.
Spero che almeno Lilian la renderai felice.
"Se mi permette ci penso io, le riporterò anche la valigia".
"Buona idea, Georges, prendi la macchina però. Se la conosco bene taglierà per i boschi ma dovresti arrivare alla stazione prima di lei".
Archie aveva preso le redini della situazione e lo stava aiutando ad alzarsi, ma era come se la sua anima avesse appena abbandonato il corpo al pari delle parole e del potere decisionale. Pensava di essersi sentito una marionetta da bambino?
"Non voglio rientrare", disse ad Archie quando poté di nuovo parlare.
Ci mancava solo che la zia Elroy o qualche servitore lo vedessero in quelle condizioni. Archie dovette capire, perché annuì e indicò una panca di pietra in un angolo defilato.
Lì, avrebbe confessato a suo nipote le proprie colpe e quelle di Lilian.
