Angolo dei commenti:

Cla1969: Immagina Candy che ha idealizzato il suo Principe della Collina che scopre una cosa simile... era sconvolta e Albert non di meno... Georges potrà davvero fare qualcosa?

MariaGpe22: Candy ha accusato il colpo nel peggiore dei modi e non riesce a ragionare. Albert, dal canto suo, può discolparsi fino a un certo punto. Sono annichiliti entrambi da questa situazione così nuova e non sanno bene come reagire. Per ora si sono separati e tutto è ancora da spiegare.

Ericka Larios: Che ironia il destino, vero? Nello stesso momento Candy gli confessa praticamente il suo amore e lo lascia. D'altronde, visto quello che ha scoperto, il suo cuore adesso è in mille pezzi...

Mia8111: Grazie per il tuo apprezzamento!

Dany Cornwell: Candy ha accusato il colpo e in modo molto forte. Tutto le è crollato in un solo attimo. Lilian e sua madre sono entrambe streghe, in effetti...

Elizabeth: Candy ha dovuto sopportare molti dolori, nella sua vita. Ma questo è uno dei più grandi in assoluto, forse secondo solo alla morte di Anthony. Tutto si aspettava tranne che l'ineffabile Albert la deludesse.

Charlotte: Candy e Albert stanno attraversando uno dei momenti di sofferenza più grandi delle loro vite: lei si sente delusa, tradita, ha ascoltato solo la parte peggiore di tutta la torbida storia. Mentre Albert sta sostenendo una responsabilità che rischia d'incastrarlo per il resto della sua vita, perdendo l'unica donna che abbia mai amato. Alla prossima!

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Confessioni e sofferenze

"Assurdo... tutto questo è... delirante, ingiusto, diabolico!". Archie si alzò come se la panca di pietra scottasse e cominciò a camminare per il giardino tormentandosi le dita.

Albert era rimasto a testa china e occhi chiusi, i gomiti poggiati sulle ginocchia e le mani intrecciate sotto al mento: "Credimi, è quello che mi ripeto da due giorni. Ma non è servito a tornare indietro nel tempo", disse atono.

Archie smise di camminare e lo fronteggiò allargando le braccia: "Perché sei andato a chiedere la sua mano così in fretta?! Non potevi aspettare? Dannazione, Albert, potevamo parlarne, coinvolgere persino la zia Elroy...".

"Stai scherzando, spero". Albert aveva alzato la testa e lo fissava con gli occhi socchiusi in un'espressione incerta: non sembrava credere alle proprie orecchie.

"E perché dovrei scherzare?!".

"Abbassa la voce, per cortesia".

Risucchiando aria tra i denti, Archie s'impose la calma e spiegò con tono più basso: "Se la zia sapesse che sei stato raggirato potrebbe intervenire e non si creerebbe alcuno scandalo! E noi potremmo concentrarci sul passato di quella... quella...". Allungò un braccio come se potesse afferrare fisicamente il termine corretto senza risultare volgare, ma rinunciò.

"Archie", proruppe l'altro prendendosi la testa fra le mani e rilasciando un sospiro profondo. Sembrava pronto a fargli una ramanzina quasi fosse un bambino un po' ottuso e la rabbia tornò a montargli dentro. "Adesso ascoltami bene, vuoi?".

Si passò le mani tra i capelli, ripensando a Candy disperata e a George che si affrettava a raggiungerla con la valigia che aveva lasciato cadere a terra. Con il cuore spezzato e sull'orlo delle lacrime, Archie cercò di comportarsi in modo più freddo, ripetendosi che persino Albert aveva perso la testa, poco prima. Ma forse lui era più abituato a ricomporsi dopo essere crollato.

Dopo aver ascoltato la storia di Lilian Rousseau, e pur avendo tutta l'intenzione di mantenere la promessa fatta, non sapeva proprio come avrebbe dissimulato davanti ad Annie. Rifletté che era persino probabile che la stessa Candy le raccontasse tutto, non sostenendo un peso così grave.

"Archie?". La voce di Albert lo riscosse dai propri ragionamenti. Adesso era in piedi dietro di lui e sembrava di nuovo lo stesso di sempre, non fosse per il pallore del volto e le occhiaie pronunciate.

"Sì... sì, scusami, ti ascolto".

Lui annuì e parlò con voce calma: "Ho di sicuro buone possibilità che la zia Elroy creda più a me che ai vaneggiamenti di quella donna, ma questo non servirebbe a molto. No, aspetta...". Nonostante i buoni propositi, Archie aveva aperto bocca per interromperlo, protestando, ma Albert aveva alzato una mano. "Tu sai come funziona, no? La nostra famiglia è una delle più in vista di Chicago e degli Stati Uniti e basta una sola parola ai giornalisti per inventare storie inesistenti. Ora, immaginiamo pure che la zia mi avesse appoggiato e io non fossi stato costretto ad andare a chiedere la sua mano: pensi forse che Lilian, a quel punto, avrebbe taciuto? Ti dico solo una cosa. La mattina dopo mi ha lasciato un biglietto nel quale si diceva sicura che sarei andato a chiederla in matrimonio a sua madre, ma poi si è presentata qui. Qui, dove c'era anche la zia Elroy, tu e... Candy". Fece un sospiro, come se nominarla fosse stato pari a infliggersi un pugno in pieno petto.

Archie cominciava a capire dove volesse andare a parare Albert, eppure fece un debole tentativo: "Ma... se avessimo dimostrato...".

"Non so se e quando riusciremo a dimostrarlo, Archie", fu la risposta dura e sincera. "Ma tu pensi davvero che la zia Elroy sarebbe disposta a rischiare che una signorina di buona famiglia getti fango sugli Ardlay con la prospettiva che qualcuno possa crederle? Si tratta pur sempre di una donna e la mia immagine, seppure in questi anni abbia fatto del mio meglio per renderla impeccabile, resterà sempre legata a quella di un patriarca che è stato nell'ombra per tanto tempo. Prova solo a immaginare le storie che potrebbero circolare: se si trattasse solo di me non sarebbe un problema, ma rischierei di trascinare nello scandalo l'intero clan ed è mia responsabilità evitarlo".

Non sapeva cosa rispondere. Guardò l'uomo davanti a sé e si chiese come potessero, in un unico uomo, coesistere tante personalità diverse: Albert il vagabondo; Albert lo smemorato; Albert l'uomo prostrato dalla perdita del suo unico amore. E lo zio William: l'uomo d'affari brillante che lavorava indefessamente e che su quelle spalle larghe e forti sosteneva una responsabilità sotto alla quale lui, forse, sarebbe crollato.

Sapeva benissimo che avrebbe preferito trovarsi a mille miglia da lì e scrollarsi di dosso quel nome che era come un macigno e una prigione al contempo. Eccolo lì, invece, nonostante la sofferenza, farsi carico di tutto. Davanti a lui, si sentì d'improvviso piccolissimo.

Chiuse gli occhi e chinò un poco il capo: "Non c'è molto da dire. Hai ragione su tutta la linea, è innegabile", mormorò.

"Preferirei avere torto marcio, invece", espirò lui sedendo di nuovo sulla panca.

Archie lo guardò con attenzione: "Posso farti una domanda?".

Albert poggiò la schiena e allargò le braccia, in cenno affermativo.

"Perché non ti sei dichiarato prima a Candy, se l'ami così tanto? Hai avuto appena ora la conferma che ti ricambia. Quindi come mai avete aspettato che le cose andassero così storte?". Ecco, l'aveva chiesto.

"Perché sono un vigliacco", fu ciò che rispose Albert, fissando un punto lontano dietro le sue spalle, come se potesse ancora scorgere Candy che correva via tra le rose. "E credevo di avere tempo fino al giorno del suo compleanno, quando fosse divenuta maggiorenne". La bocca s'incurvò in giù in una smorfia e le sopracciglia s'inarcarono, rivelando due occhi lucidi: "Ma è evidente che mi sbagliavo", concluse un po' roco, schiarendosi la gola.

Albert era forte ma la sua debolezza era Candy.

Archie sbuffò, col desiderio di mettersi a gridare e a tirare pugni al muro, quasi volesse scaricare sia la propria frustrazione che quella di Albert: "Dobbiamo dimostrare che non è successo niente e allora sarai libero di lasciarla e sciogliere questa promessa che per il momento la sta tenendo tranquilla", disse cercando di riflettere, abbassando gli occhi per fissare la punta delle scarpe con un cipiglio concentrato, la mano sotto al mento.

Albert si schiarì di nuovo la voce e tornò a guardarlo.

"Dobbiamo dimostrare che mi ha drogato e che non... rispondevo delle mie azioni", disse lentamente.

La bocca si aprì e Archie boccheggiò di nuovo, alla ricerca di parole coerenti: "Ma... ma hai detto che eri quasi certo che non fosse accaduto nulla, che nel tuo cuore sai...". Non poté proseguire, imbarazzato.

"Ne ero quasi certo", sbottò alzandosi in piedi e dandogli le spalle: possibile che quello in imbarazzo, ora, fosse lui?

Archie non osò dire più nulla. Sembrava che quel giorno le rivelazioni più assurde non finissero mai: forse stava solo sognando. Sì, doveva essere così. Era il sogno più surreale che avesse mai fatto in vita sua!

Eppure la udì, forte e chiara la voce di Albert, anche se era di spalle, mentre diceva: "La servitù ha trovato sulle lenzuola la prova che Lilian mi ha incastrato".

E l'ultima speranza svaniva così.

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Lilian aveva appena toccato la sua cena.

Si sentiva esausta, anche se aveva dormito per quasi tre ore. Era come se avesse usato le sue ultime forze in quei due giorni e adesso desiderasse solo riposare. Riposare a lungo.

"È normale che tu ti senta stanca, cara. Ma dovresti sforzarti di mangiare un po' di più nelle tue condizioni", le disse sua madre posando il cucchiaio nel proprio piatto.

Le lanciò uno sguardo colmo d'ira: "Non ti importava molto delle mie condizioni, fino a qualche giorno fa", ribatté.

La donna emise un sospiro frustrato: "Lilian, cerchiamo di fare fronte comune, adesso, va bene? Hai commesso un errore e questo non posso cancellarlo da un giorno all'altro, capisci? L'idea di sposare William Ardlay è stata tua e dopo la prima titubanza l'ho appoggiata in pieno, anche se non è stato facile per me diventare complice... di tutto questo!".

Il viso di sua madre, ancora giovane e non segnato dalle rughe, sembrava severo ma composto e a Lilian ricordò il momento in cui le aveva detto che suo padre era morto: l'espressione era la stessa.

Lo aveva sognato di nuovo, quel pomeriggio.

Aveva solo tre anni e si era appena svegliata. Sapeva tutto sul Paradiso e sapeva che il suo papà ora la stava guardando da lassù, così non aveva pianto. Non subito, perlomeno.

E nemmeno sua madre. Non ricordava di averla mai vista farlo.

In realtà, la piccola Lilian era troppo preoccupata di come doveva comportarsi da quel momento in avanti, visto che ogni suo gesto, ogni suo errore sarebbero stati subito scoperti dal genitore dalla sua posizione privilegiata.

Papà si sarebbe accorto che non aveva messo a posto le sue bambole dopo aver giocato? Avrebbe visto che aveva fatto i capricci davanti al piatto di verdure che la cuoca le aveva preparato? Era consapevole che, crescendo, tutto ciò stava diventando una specie di ossessione?

Lilian aveva sempre cercato di compiacere un padre che era morto anni prima.

E sua madre non aveva nulla di cui lamentarsi, tutt'altro! Sembrava felice all'idea che la sua unica figlia fosse così educata e si dedicasse con passione ai propri studi. Molte volte le aveva ripetuto che avrebbe sposato un uomo degno di lei.

E anche Lilian ne era convinta.

"Sai una cosa, mamma?", disse guardandola negli occhi, visto che le sedeva di fronte.

La donna prese un sorso di vino in quella maniera elegante che lei stessa aveva emulato tante volte, con il bicchiere che sembrava quasi fluttuare tra le dita tanto erano leggiadre sul vetro: "Dimmi, tesoro", disse con una condiscendenza che la fece capitolare definitivamente.

"Anche per me non è stato facile vederti baciare tuo cugino Frank", disse in tono leggero, ma con la serietà di chi finalmente si tolga un peso.

L'incrollabile Margarer Rousseau, che aveva vacillato solo la notte in cui le aveva confessato tutto, si gelò e impallidì. La mano tremò e il bicchiere fu posato sulla tavola senza più nulla di elegante, con un tonfo sordo. Il volto subì un invecchiamento di almeno cinque anni, solcandosi di segni d'espressione sulla fronte, intorno alle labbra e persino sul mento, che s'increspò come se avesse in bocca un sapore amaro.

Soddisfatta da quella reazione che era anche una conferma, continuò: "Ci ho messo un po', ma alla fine ho capito: avevo solo dieci anni, mamma, ma ho capito perché dopo quel bacio lo zio ti ha allontanata e ha detto che non avrebbe più commesso lo stesso errore. Hai tradito papà con lo zio Frank, mamma?".

Ed eccola, sua madre, senza fronzoli e senza maschere. Una donna che si alzò tanto di scatto dal tavolo che la sedia si ribaltò con uno schianto e le mani vi sbatterono così forte che il piatto tintinnò e il bicchiere rovesciò il suo contenuto sulla tovaglia bianca, macchiandola in maniera indelebile.

Proprio come lei aveva macchiato il lenzuolo del letto di William con una boccetta piena di sangue di gallina per simulare la propria verginità perduta.

E come sua madre aveva macchiato la memoria del marito defunto chissà quante volte mentre era ancora in vita e malato.

"Non permetterti, Lilian! Non permetterti mai più!", minacciò con gli occhi sgranati.

"Tu non permetterti, mamma!", ribatté lei alzandosi a sua volta. "Non permetterti di giudicare me, quando sei stata la prima a sbagliare! Non trattarmi con quell'aria da sufficienza come se tu fossi una santarellina e io la figlia degenere!".

In pochi passi, Margaret fece il giro del tavolo e la fronteggiò, ma Lilian non abbassò lo sguardo. Si ritrasse e si raddrizzò quasi subito, altezzosa e decisa a non farsi soggiogare, quando alzò un braccio per schiaffeggiarla.

Strinse forte la mascella, pronta a ricevere il colpo senza vacillare. Però la mano ricadde e sua madre respirò affannata come se avesse fatto le scale di corsa. Strinse le labbra così tanto che sparirono in una linea sottile e bianca: "Vai a dormire, Lilian".

Per un attimo, fu indecisa se urlarle in viso che non era più una bambina e che non poteva punirla mandandola nella propria camera. Poi vide il lato divertente della cosa e scoppiò a riderle in faccia: "Certo, mamma, sono molto stanca dopo aver ottenuto ben due vittorie, quest'oggi!", rispose senza scomporsi davanti alla sua espressione oltraggiata.

Si voltò senza darle il tempo di ribattere, certa che se fosse rimasta ancora se lo sarebbe preso davvero, lo schiaffo. Dietro di sé, poteva sentire le voci della servitù che chiedevano a sua madre se potevano sparecchiare, in tono timido e sommesso. Di certo, avevano atteso che la loro lite finisse prima di osare presentarsi nel salone.

E mentre Lilian tornava nelle sue stanze, ripensò al momento esatto in cui quella devozione verso suo padre che l'aveva tenuta legata si era spezzata come legna secca: era stato il giorno in cui aveva scoperto che sua madre non era perfetta come faceva credere al mondo.

E se Margaret non lo era, perché non poteva semplicemente godersi la vita anche lei?

Ethan era stato ed era ancora la sua stessa libertà.

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Sapeva dove l'avrebbero portata i propri passi, anche se era buio.

"Signorina Candy, la prego... riprenda almeno la sua valigia!".

La luce della luna le era più che sufficiente e a breve avrebbe visto in lontananza quelle della Casa di Pony a indicarle il cammino, accanto a Papà Albero. E non lontano dalla Collina di Pony.

Fisso Georges come se fosse uno sconosciuto e non il mio Cavaliere Bianco. Non riesco più a guardare negli occhi nemmeno lui.

Quella valigia le pesava nella mano come non le era mai capitato. Dentro c'era un carico enorme.

"Signorina...".

"Addio, Georges, grazie di tutto".

Ecco a cosa si era ridotta la sua lunga avventura con Albert, iniziata quasi quindici anni prima: a un addio dato con poche, laconiche parole a Georges. Dopo la separazione e lo schiaffo.

Tutto qui.

La sua intera vita era stata una serie di passi. Lunghi, corti, falsi e persino all'indietro. Ma la sua unica costante, la luce che li aveva illuminati era stata sempre quella di Albert, del prozio William, di un Principe che ora sapeva di aver idealizzato.

Non Anthony, che pure aveva amato teneramente ma l'aveva lasciata sola troppo presto; non Archie o Stair, che l'avevano sostenuta quando i Lagan la trattavano come una serva; non Terence, che era stato una fiamma fugace seppure intensa. E non tutti i suoi amici che erano come tante stelle luminose: Annie, Patty, Tom, i bambini della Casa di Pony, persino Miss Pony e Suor Lane erano delle stelle fisse dalle quali non avrebbe mai distolto lo sguardo.

Ma Albert era stato il sole del proprio futuro, il giorno che sapeva sarebbe sorto dopo la notte. La roccia alla quale aggrapparsi, l'altra casa in cui tornare. In una parola, il suo stesso destino.

I passi quel pomeriggio l'avevano riportata davanti al suo ufficio, disposta ad affrontarlo per sapere la verità, qualunque cosa accadesse: se Albert le avesse confessato di non essere innamorato di lei come sperava l'avrebbe accettato, per metà era già rassegnata. Forse, un giorno...

Se le avesse detto di essere malato, invece, non l'avrebbe più lasciato e avrebbe dedicato la propria vita a sostenerlo.

Però non era accaduta nessuna delle due cose e poteva solo ringraziare Dio che almeno Albert fosse in salute.

In compenso, era caduta in un mondo parallelo. Nella tana del Bianconiglio, per la precisione, e lei era Alice che viveva nelle assurdità. Albert che si stava per sposare. Albert che aveva tenuto fra le braccia un'altra donna.

Candy contrasse il viso in una smorfia al solo pensiero, quasi stesse avvertendo un sapore amaro, oltre quello salato delle lacrime che non smettevano di scendere. Mai, mai era andata così in là con la propria immaginazione.

Certo, si era ripetuta almeno una decina di volte che Albert era un uomo adulto. Ma di lì a immaginarlo in atteggiamento intimo con una sconosciuta, l'impatto era stato devastante.

Era stato bello vivere nel mondo fiabesco nel quale, un giorno, a diventare donna fra le sue braccia sarebbe stata lei. E le sembrava una cosa ancora così lontana che non si era mai neanche azzardata a porvi alcun pensiero.

Beh, il treno l'aveva travolta, investita e fatta maturare di colpo.

La Candy adulta era ancora un groviglio di sofferenza, ma sarebbe risorta come una fenice dalle proprie ceneri. Stavolta le sarebbe servita una dose di coraggio non indifferente.

Stavolta, Dio avrebbe dovuto sostenerla come non mai.

Una volta, in un momento come quello, si sarebbe rifugiata fra le braccia di Albert. Ma Albert non era più disponibile. Era finito, cancellato. Doveva dimenticarlo per la sua stessa sanità mentale.

Per ora, le uniche braccia in cui si rifugiò, lasciando cadere ancora una volta la valigia sull'erba, furono quelle di Suor Lane, dietro la quale aveva già visto anche Miss Pony.

E fra quelle braccia, Candy pianse le prime di una serie infinita di lacrime.